1438: peste e guerra a Verona e nei territori circostanti

 

Il 1438 fu per Verona e il suo distretto un anno particolarmente difficile in cui la popolazione dovette fare i conti con una delle frequenti epidemie di peste e con una guerra.

 La peste si diffuse in città in concomitanza con lo scoppio di una guerra tra Venezia – alla quale Verona si era sottomessa nel 1405[1] – e Milano. Il conflitto ebbe origine dal saccheggio della pianura veronese da parte del signore di Mantova e dalla conquista di Brescia – città al confine tra i domini veneziani e i territori milanesi – effettuata da Niccolò Piccinino, capitano al soldo di Filippo Maria Visconti. 

Venezia mandò alla riconquista di Brescia il celebre condottiero Erasmo da Narni, detto Gattamelata, che però venne respinto indietro fino a Padova. Per tentare di battere i Milanesi, i Veneziani escogitarono un piano che sarebbe divenuto leggendario. Nell’intento di contrastare la piccola flotta lombarda stanziata sul lago di Garda, fecero arrivare alcune navi direttamente dalla laguna, come scrive Carlo Cipolla, «partendo dalla valle dell’Adige, e facendole travalicare il contrafforte del baldo che si eleva tra il lago e la valle; il luogo di passaggio fu scelto presso a Torbole, dove la presenza di alcuni laghetti e l’abbassamento del monte costituiscono quasi una gola che agevolava in qualche modo la difficile impresa»[2] che, tuttavia, non ebbe il successo sperato.

Il territorio veronese venne «percorso in lungo ed in largo»[3] dall’esercito visconteo al punto da costringere il Consiglio cittadino ad inviare un gruppo di oratori a Venezia per far presenti le difficoltà in cui si trovavano gli abitanti oppressi da ferro, peste, fame[4]. Il conflitto, comunque, proseguì con alterne vicende fino al 1440 quando l’ammiraglio veneto Stefano Contarini sconfisse sul lago di Garda la flotta nemica e riconquistò i castelli di Garda e di Riva del Garda.

Mentre la guerra era in corso, si diffuse un’epidemia di un morbo dalle caratteristiche particolari.

Con la denominazione generica di peste venivano designate nel Medioevo e fino al XVI secolo varie malattie contagiose come la peste bubbonica, la peste pneumonica e il tifo petecchiale.  L’infezione si diffuse in Europa attraverso pandemie periodiche. Già tra il 1348 e il 1351 uno di questi episodi si manifestò con particolare virulenza e, nel giro di tre anni, eliminò circa un quarto della popolazione del continente. Fu l’inizio di un periodo plurisecolare caratterizzato da frequenti comparse del morbo che divenne il malanno più temuto, con la carestia e la guerra. A Verona, un’altra epidemia si era sviluppata nel 1431 ma quella che iniziò nel 1438 perdurò anche negli anni seguenti in tutto il Veneto. Il senato veneziano, il 13 ottobre 1440, nominò una commissione di tre nobili incaricata dei controlli per arginare la malattia. Era una commissione temporanea ma nel 1485 vennero nominati i Provveditori alla Sanità con il compito di esercitare un controllo continuo.[5]

La peste che nel 1438 si diffuse a Verona e nel suo territorio, da alcuni scambiata per una meno grave epidemia di febbre o di influenza, causò la morte di circa 3.000 persone e, scrive Corradi, «molte più ne sarebbero morte, se non ne fossero tanti fuggiti» nel territorio mantovano «dove non era ancor penetrata la maligna influenza»[6]. Negli anni tra il 1435 e il 1439, tuttavia, la peste dilagò anche in altre città italiane tra cui Genova e a Roma.[7]

In quel 1438 così tragico, i Veronesi oppressi dalla malattia, dalla guerra e dalla carestia che ne derivava, in gran numero dettarono il loro testamento a un notaio. Da questi documenti è partita la mia ricerca[8]. In essi il pestiffero morbo è nominato poche volte – una ventina circa – ma la sua presenza aleggia tra le righe delle ultime volontà di mercanti e artigiani ancora in salute e nel pieno dell’attività lavorativa, di padri che desiderano tutelare i figli ancora piccoli o addirittura nascituri, di persone che cercano di salvarsi l’anima dopo una vita piuttosto movimentata. La guerra è nominata una sola volta ma ci sono i soldati, vivi e morti, a testimoniare l’esistenza di un conflitto che spinse molti veronesi a rifugiarsi in altre città e soprattutto nel territorio mantovano[9]. Tra questi probabilmente ci fu anche il celebre pittore Pisanello, nominato erede universale dalla madre Isabetta, nel suo testamento dettato il 3 dicembre 1438[10].  

Le due calamità indubbiamente concorsero a creare difficoltà economiche: oltre all’infezione che diffondeva la malattia, scrive Vecchiato, «non si può trascurare un elemento tragico come la guerra, per le devastanti conseguenze sulla vita dei campi, tenendo presente che tale calamità non naturale incide sul mondo rurale anche sottraendo forze lavorative e richiedendo contribuzioni in natura e in denaro»[11].

Nei documenti da me analizzati, invece che di povertà e fame, si legge di una ragazza scappata di casa con un uomo non gradito alla famiglia e di mogli che possiedono corredi di vestiti e gioielli alla moda. Insomma, più che di morte e di carestia i testamenti parlano di vita nei suoi aspetti più vari.

La morte e i suoi riti, d’altro canto, sono una parte importante dei documenti. Le disposizioni per i funerali, la sepoltura ma anche i lasciti pii a chiese, conventi, confraternite e poveri di vari tipi testimoniano il desiderio dei testanti di predisporre quasi un investimento per la futura vita eterna.

Vita e morte, quindi, si intrecciano negli atti testamentari che, pur essendo nuncupativi, scritti cioè da una persona estranea quale è il notaio che segue un preciso formulario, riescono a dare un affresco, sia pure incompleto, di un particolare periodo e di una società.

 

I documenti 

La documentazione conservata nel fondo Testamenti dell’Ufficio del Registro, oggi in deposito presso l’Archivio di Stato di Verona, raccoglie cronologicamente e in ordine alfabetico i testamenti rogati in città e nel territorio veronese a partire dal 1408 – anno della sua istituzione per opera del Consiglio dei Dodici e Cinquanta del Comune[12] – fino al 1752, quando un incendio rese necessario il trasferimento del materiale che vi era raccolto e il deposito venne chiuso[13]. In passato l’Ufficio conobbe vicende alterne che causarono frequenti interruzioni nell’opera di registrazione dei documenti; nonostante la perdita di parte della documentazione avvenuta nei secoli, per il Quattrocento si può contare su una certa continuità nella registrazione e nella trascrizione integrale degli atti a opera dei notai preposti a tale incarico.

La documentazione del fondo è organizzata in mazzi che raccolgono ciascuno – a parte qualche eccezione[14] - i testamenti rogati in un anno. Per la presente ricerca sono stati analizzati i documenti contenuti nel mazzo 30 che raccoglie 351 documenti rogati nel 1438: 325 atti testamentari, 15 codicilli, 6 donazioni mortis causa e 5 revoche di testamenti precedenti. La stragrande maggioranza degli atti esaminati è quindi costituita da testamenti: il 92,59% del totale, i codicilli sono il 4,27%, le donazioni l’1,71% e le revoche solamente l’1,42%. Il numero complessivo è abbastanza elevato: se si fa un confronto con il numero di documenti del medesimo tipo rogati nella prima metà del Quattrocento, dal 1408 al 1450, infatti, solo nel 1424 – anno funestato anch’esso dalla peste – la quantità è superiore: i due mazzi relativi a quell’anno raccolgono infatti in totale 525 testamenti. Degno di considerazione è anche il dato relativo al numero di atti dell’anno seguente a quello qui considerato durante il quale continuarono sia l’epidemia di peste che la guerra tra Venezia e Milano: sono stato rogati 315 atti testamentari, quantità inferiore a quella del 1438, ma pur sempre elevata.

Per quanto riguarda la distribuzione cronologica durante l’anno, i mesi dell’estate e dell’inizio dell’autunno sono quelli in cui è presente un maggior numero di atti: il 72% del totale dei documenti sono datati da giugno ad ottobre.  Infatti, se fino a maggio troviamo circa una decina di atti ogni mese – a gennaio 12, a febbraio nove come a marzo e ad aprile, a maggio 13 – nei mesi estivi il numero aumenta sensibilmente: a giugno i testamenti sono 39; a luglio 24; ad agosto 62; a settembre 57, per arrivare al picco di ottobre in cui vengono registrati ben 72 atti per poi scendere ai 29 di novembre e ai 16 di dicembre. 

Si può dunque arguire che con una certa probabilità il periodo in cui il morbo fu più incisivo dovette essere tra l’estate e l’autunno[15]. Anche le citazioni documentarie sembrano confermarlo: delle 20 reperite – anche se il primo testamento che nomina la malattia è quello di Stefano, figlio di Giacomo di Malavicina, dettato il 15 febbraio[16] - sei sono del mese di giugno, due di agosto, due di settembre, cinque di ottobre e quattro di novembre. 

Le persone che hanno espresso le ultime volontà nel 1438 sono in totale 338: 230 uomini (ossia il 65%) e 122 donne (il 35%); quattro donne e sette uomini hanno dettato due testamenti e due uomini ben tre. Ambrogio Guagnini abitante nella contrada cittadina di Feraboi, infatti, nel giro di quattro mesi, da maggio a settembre, ha dapprima dettato un testamento[17] che ha revocato circa due mesi dopo[18]; e in seguito ha espresso le nuove volontà[19].

Particolare, infine, è il caso dei fratelli Pasio e Antonio de Naimerinis[20] che testano insieme il 24 giugno e le loro disposizioni sono contenute in un unico documento.

La documentazione esaminata riporta quasi sempre la località o la contrada cittadina di residenza di colui che ne è l’attore; esulano da questa consuetudine due atti: uno dettato da un uomo indicato solamente de Verona[21] e un altro di un armigero de Norimberga[22]. Il dato è particolarmente importante perché consente di collocare i protagonisti dei documenti nel loro territorio di provenienza che può essere in ambito cittadino o del contado e permette di fare alcune considerazioni anche sulle motivazioni che hanno portato alla decisione di chiamare un notaio per affidargli le proprie intenzioni. Non sempre, infatti, il testatore è in fin di vita, ma possono verificarsi altre circostanze che lo portano a tale scelta: nel caso particolare dell’anno preso in esame sono presenti anche la paura di contrarre la peste e il timore dell’affacciarsi di una probabile carestia dovuta alla guerra, crisi che avrebbe coinvolto prima di tutto la città, più popolata e meno autosufficiente della campagna nell’approvvigionamento di derrate alimentari. Ebbene, ben 286 documenti – l’81% del totale – sono di persone residenti in città e solo il 19%, 65, di abitanti del contado. 

Tenendo in considerazione i cinque quartieri – quattro a destra dell’Adige e uno a sinistra – in cui erano distribuite le 48 contrade cittadine all’epoca del primo campione d’estimo realizzato nel 1409[23], i 285 testatori cittadini di cui è indicata la località di residenza sono così distribuiti: la maggioranza, 112, nel quartiere Maggiore che è anche quello che raggruppa il maggior numero di contrade, 87 in quello del Castello, 50 nel quartiere dei Capitani, 28 nel quartiere del Ferro e 8 nel quartiere Chiavica. Le contrade più rappresentate sono San Nazaro, Santo Stefano e San Paolo, tutte del quartiere Castello – rispettivamente con 17, 16 e 15 testatori – nelle quali risiedevano principalmente coloro che erano dediti alle varie professioni collegate al settore tessile[24].

Dei 65 testatori[25] residenti nel contado, 26 sono della zona ovest dell’attuale provincia veronese; 17 sono della zona est; 13 della zona sud, sette della zona nord; due, infine, sono residenti nell’attuale provincia di Mantova: uno a Monzambano e uno a Malavicina.

Un’ultima annotazione è quella relativa allo stato di salute dei testatori: 187 sono definiti infermi, 143 sono sani, 10 sono qualificati solo come sani di mente e 12 documenti, per lo più codicilli, non riportano alcuna indicazione. L’infermità della maggior parte dei testatori è tipica della tipologia della documentazione ma è interessante tentare un’analisi dello stato di salute dei testanti nei vari mesi dell’anno. Ebbene, prendendo in considerazione le 330 persone di cui sono indicate chiaramente le condizioni di salute, si nota che il numero degli infermi supera quello dei sani in gran parte dei mesi ma non in tutti: giugno e luglio, infatti, registrano una quantità di testatori in buone condizioni fisiche superiore a quella dei malati. In giugno, su 34 totali, solo quattro versano in cattive condizioni di salute mentre in luglio otto sono malati e 13 si dichiarano sani esprimendo valori più bilanciati nel rapporto fra le due categorie. Al contrario, la maggior quantità di infermi è registrata nei mesi di agosto, settembre e ottobre nei quali testano complessivamente 116 persone malate e 70 sane. Il numero complessivo, però, fornisce un dato discordante con quello percentuale se si considera che il mese con più testatori infermi, l’87%, è marzo seguito da dicembre che, però, come si è visto, sono tra i mesi quelli nei quali ci sono meno testamenti.

 

I testatori della città

Come si è visto, il maggior numero di persone che hanno testato nel 1438 è residente in città. Della maggior parte di loro non ci è dato di sapere nulla di più di quanto sia possibile leggere nei documenti testamentari che, in ogni caso, ci informano di rado sulla professione e sempre ci presentano le persone inserite nel loro gruppo familiare e sociale. Solo di 75 testatori, tutti uomini, è indicata nel documento la professione.  

I dati ci consentono qualche osservazione soprattutto se si tengono presenti le informazioni fornite dagli estimi quattrocenteschi di cui tratta il Tagliaferri in un suo lavoro sugli estimi veronesi dal 1409 al 1635[26]. Innanzitutto, le professioni rappresentate sono varie: ci sono i notai, i medici, gli ecclesiastici, i barbieri; le categorie dedite al commercio quali i mercanti, i commercianti e i cambiatori di denaro; gli artigiani del tessile, della pelletteria, dell’oreficeria e dei metalli. La professione più rappresentata è quella dei notai che sono 12, sette sono i draperii (drappieri o mercanti di panni), quattro gli ecclesiastici a vario titolo, quattro gli esponenti delle arti mediche, tre i pelliparii (pellai o pellicciai), le altre categorie hanno uno o due rappresentanti. 

A ben guardare, dunque, le categorie professionali più presenti sono quelle delle cosiddette arti liberali che occupavano nella scala sociale ed economica la posizione più elevata. I notai infatti erano, con i dottori in legge, coloro che avevano la maggiore capacità contributiva seguiti dai medici che però erano presenti in numero minore rispetto agli esercitanti le professioni giuridiche probabilmente perché le loro prestazioni erano poco richieste: ad essi si rivolgevano, infatti, solo i ricchi mentre ai barbieri erano riservate le prestazioni minori in campo sanitario. 

Pur considerando l’esiguità del numero, occorre senza dubbio tenere presente le elevate capacità economiche di medici e professionisti rese evidenti nei testamenti dall’entità dei legati e delle doti di mogli e figlie, ma anche dalla presenza come testimoni, fedecommissari e notai di noti esponenti dell’aristocrazia cittadina. Un esempio fra tutti è quello del maestro Pietro Paolo doctor artium et medicine, figlio del fu Bonaventura da Gaium, abitante a Verona in contrada San Benedetto, che il 10 ottobre 1438 detta le ultime volontà al famoso notaio Silvestro Lando, davanti ad alcuni testimoni tra i quali sono presenti Paolo e Bartolomeo Verità. Dal documento si evince che egli è sposato con Libera Maffei ed ha tre figlie: Anna, ormai defunta, già moglie di Benedetto Verità figlio di Margherita Salerni; Isabetta, ancora nubile, e Lucia, professa nel convento di Santa Chiara. Anche i lasciti pro anima sono significativi. Egli infatti destina 20 lire per la celebrazione di messe e la recita di preghiere ai frati Predicatori; un libro sui medicinali alla Domus Pietatis di Verona, due ducati all’ospedale dei Santi Cosma e Damiano di recente fondazione e altri due ducati alle monache di Santa Chiara. Sono tutte disposizioni che denotano una sensibilità verso enti molto in voga in quel periodo nelle famiglie più in vista.  

Gli altri legati ci confermano la ricchezza del testatore, basta ricordare che la dote della moglie, come quella della figlia Anna, ammonta a 600 ducati, mentre quella di Isabetta è costituita da 500 ducati e da altri beni mobili il cui valore non è specificato[27].          

Le contrade di residenza di notai e medici sostanzialmente coincidono: tre notai sono di San Benedetto, due di San Matteo Concortine, due di San Pietro Incarnario, due di Sant’Andrea, uno di San Silvestro, uno di San Vitale e uno di Santa Cecilia; i medici sono, invece, uno di Sant’Andrea, uno di San Benedetto, uno di Santa Cecilia e uno di Falsorgo. Sono tutte contrade collocate all’interno dell’ansa dell’Adige, dove vivevano i ceti più elevati della società cittadina[28].

Un altro settore ben rappresentato nei testamenti è quello delle manifatture tessili che, come scrive Tagliaferri, «rappresenta per buona parte la società attiva e produttiva di Verona, ne condiziona lo sviluppo economico ed i suoi umori nel tempo sono il sintomo più sicuro di variazioni e trasformazioni sociali ed economiche nell’intero complesso demografico urbano»[29]. I testatori rappresentano gran parte della filiera della lavorazione della lana: tra di essi infatti troviamo un ex pectinator (addetto alla pettinatura) che poi – cambiando completamente settore – ha svolto l’attività di viator (messo), un magister texarius (maestro tessitore) e due texarii panni lane (tessitori di panni di lana), un tinctor(tintore), tre garzatores (garzatore) tra cui un magister, un cimator (rifinitore di panni) e un magister recamator ( maestro ricamatore). Qualche testatore lavora il lino e ne commercia i panni: un magister texarius (maestro tessitore), un texarius panni lini (tessitore di panni di lino) e un borocerius (venditore di lino). Ci sono poi altre figure di mercanti di tessuti: un magister pezarolus (rivenditore di panni vecchi e nuovi a ritaglio), sette draperii (mercanti di panni); coloro che con i tessuti confezionano vesti: tre sartores (sarti) di cui un magister, un magister zuperius (lavorante di giubboni). Oltre ai testatori che svolgono o hanno svolto direttamente professioni del settore, tra le testatrici ci sono mogli di operatori tessili e questi sono molto presenti anche fra i testimoni, i legatari e i fedecommissari, a conferma della grande diffusione ed importanza non solo locale di questo tipo di attività: i panni  prodotti, infatti, già da secoli venivano esportati in altre città italiane ed estere[30]. Un dato può confermare quanto appena detto: nel 1456, pochi anni dopo l’anno preso in esame nella presente ricerca, a Verona su una popolazione totale di 20.800 abitanti, il 23% dei capifamiglia di cui si conosca il tipo di attività lavorativa esercitava un mestiere riconducibile alla produzione laniera[31].

I testatori di cui è noto l’ambito lavorativo non risiedono in specifiche zone del territorio cittadino ma sono sparsi in diverse contrade anche se le più rappresentate sono San Vitale, San Paolo, Santo Stefano, San Nazaro, San Giovanni in Valle ossia quelle sulla sinistra dell’Adige in cui, come scrive Tagliaferri, sussistevano le maggiori occasioni di traffico e di mercato tra fornitori e produttori[32].

Per quanto riguarda la loro situazione economica, i rappresentanti del settore non sembrano essere particolarmente ricchi anche se, senza dubbio, non versano in condizioni disagiate, tuttavia, sembra che i draperii (drappieri) possano contare su una maggiore agiatezza rispetto a coloro che lavorano direttamente i tessuti. 

Un esempio della prosperità economica e sociale della categoria dei draperii (drappieri)[33] ci è dato da Giovanni scapizator e draperius (venditore di panni a ritaglio e drappiere), figlio del fu ser Bartolomeo da Bovo, frazione di Buttapietra, ma residente nella contrada urbana di San Pietro Incarnario. Egli testa il 7 maggio 1438 mentre si trova infermo nella sua camera da letto. Tra i testimoni figurano tra gli altri alcuni esponenti della famiglia Maffei – Filippo, Gregorio e Rolandino – e un sacerdote: don Pugnus, beneficiato nella cattedrale di Verona. 

Dopo aver disposto la sepoltura nel cimitero della chiesa di San Pietro Incarnario, Giovanni stabilisce che ai funerali la moglie Taddea avrà l’obbligo di indossare un mantello bruno e la nuora Bonafemina, moglie del figlio Bartolomeo, dovrà vestirsi in modo adeguato, indice, questo, di una certa attenzione per le formalità tipiche delle classi sociali di buon livello. 

Tra i legati pro anima, assegna 40 lire alla fabbrica della chiesa di Santa Anastasia; 100 lire alla pronipote Antonia, figlia di Bonifacio da Bovo; otto braccia di panno del valore di 25 lire a ciascuna delle quattro figlie di Bartolomeo garzator da Santa Lucia di San Silvestro. 

In casa egli ospita una serva e pedisequa, Antonia, figlia di Bertolino de Lendro, alla quale assegna 100 lire, se vivrà almeno fino alla fine di agosto 1439 in casa del suo erede universale, altrimenti – egli afferma – potrà avere solo il salario che le spetta. Passando poi ai lasciti ai familiari, prima di nominare erede universale il figlio Bartolomeo, stabilisce che la moglie Taddea, figlia del fu Bonifacio da Mizzole, abbia la sua dote del valore di 300 lire oltre a tutte le sue vesti in lana e in lino, alle pellicce, a vari altri capi di abbigliamento, a gioielli, cinture e veli. Taddea potrà inoltre avere vitto e alloggio per tutta la vita in casa dell’erede ma se non vorrà vivere con il figlio, dovrà avere da lui 100 lire annue e un letto con il suo corredo.

Di tutto rispetto è anche la dote della figlia Lucia, moglie di Giovanni Saraceni di Mercatonovo, che ha un valore di 1000 lire; a lei, inoltre, andranno altre 400 lire che l’erede universale dovrà consegnarle in quattro anni dopo la morte del testatore[34].  

Proseguendo l’esame delle professioni esercitate dai testatori, troviamo i lavoratori e i commercianti di pelli e pellicce[35]. Tra questi, interessante è il caso di Niger varotarius (commerciante di pellicce di vaio), figlio del fu Giorgio di San Matteo Concortine che, alcuni giorni dopo essere stato fra i testimoni alla dettatura del testamento del notaio Enrico de Portalupis[36], il 6 ottobre si trova a letto infermo alla presenza di dieci testimoni tra cui due pelliparii(pellicciai), due varotarii (commercianti di pellicce di vaio),  due sartores (sarti), due pectinatores (pettinatori).

Egli è sposato con Iohanina, originaria di Bergamo, dalla quale ha avuto una dote del valore di 300 lire e ha una figlia ancora piccola, Mattea, a cui assegna 100 ducati per la costituzione della dote, oltre al diritto di avere alimenti e vestiti fino al matrimonio. Alla moglie, oltre alla dote, lascia un appezzamento di terra aratoria con viti situato in pertinenza di Verona, in contrada Peraroli. Dispone poi la liquidazione di un debito di 100 ducati nei confronti del suocero Facchino ed afferma di essere in credito di diversi ducati per la vendita di panni. Il testatore, infatti, commercia tessuti e pellicce in società con Bartolomeo Antonio Turchi e Francesco Lavezzola e dispone, nella sua bottega, di cinque mantelli di ventre di volpe e di tre mantelli di lonzeta di vaio; 140 pelli di volpe e due recipienti in stagno di sua proprietà si trovano, infine, sulla nave di Iacopino nauta oppure in casa Luca Bono varotarius di Venezia[37]. Il documento ci presenta un commerciante in piena attività, quindi piuttosto giovane, che opera in più settori e ha interessi che vanno oltre la città di Verona; è un uomo che può permettersi di dare alla figlia una dote piuttosto consistente rispetto a quella avuta dalla moglie a suo tempo. La sua ricchezza, quindi, sembra essere stata costruita nel tempo, tramite l’attività lavorativa da lui esercitata.

Tornando alle professioni esercitate dai testatori veronesi, sempre al settore commerciale, a vari livelli, possono essere ascritti il messetus (intermediario negli affari di compra-vendita), il campsor (cambiatore), ma anche i due formaierii(formaggiai), l’olearius (venditore di olio), i tre speciarii (speziali) tra cui un magister, e il portitor vini (portatore di vini). Mentre il messetus, il campsor e gli speciarii dispongono di una certa agiatezza economica, gli altri non sembrano particolarmente ricchi: maestro Perino formaierius, figlio del fu Fredo da Gandino (BG), abitante in contrada San Marco, ad esempio, l’11 agosto testa per assegnare al convento e alla chiesa di Santa Maria dell’Arcarotta metà dell’eredità e alla confraternita dei Battuti di Gandino una casa in muratura con solai, coperta di pietra, con orto e corte situata all’interno del castello del paese lombardo, in contrada Ballandorum, e tutti i beni mobili che egli possiede in quella località, a condizione che vengano pagati tutti i suoi creditori del posto. Lascia poi un terreno situato sempre nel Bergamasco ai nipoti, ma anche a Verona egli ha diversi creditori ai quali restituisce il denaro prima di nominare erede universale la chiesa di Santa Maria della Scala. La sua situazione economica sembra dunque essere caratterizzata dai debiti[38].

Un’ultima categoria lavorativa rappresentata dai testatori è quella dei lavoratori e commercianti dei metalli che, secondo Tagliaferri, si equivalgono riguardo alla posizione occupata nelle classi d’estimo e nella scala di reddito con i commercianti di pelli e di legno[39]. Tra coloro che fanno redigere atti di ultime volontà nel 1438 ci sono un aurifex(orefice), un magister faber (maestro fabbro) e un faber e parolarius (fabbro e costruttore di paioli): nessuno dei tre è particolarmente benestante poiché nel loro testamento non compaiono grosse somme o proprietà di particolare entità.

Una categoria a parte ma molto numerosa è quella costituita dai testatori che non sono qualificati per il tipo di professione svolta. Il folto gruppo è costituito da tutte le 106 donne e da 104 uomini ma mentre per le donne è evidente la motivazione - poche di esse esercitavano una professione al di fuori dell’ambito familiare – per gli uomini il discorso è un po’ più complicato. Di essi, infatti, alcuni sono nobili o appartengono all’alta società cittadina e non svolgono una precisa attività e di altri non ci è dato conoscere l’eventuale lavoro svolto dalla sola lettura del testamento. Un unico dato ricavabile è la contrada in cui essi possiedono il palazzo di famiglia e risiedono[40]. Ebbene, essi si trovano in quasi tutte le contrade cittadine ma il numero più alto è in contrada Isolo Inferiore dove sono residenti sette uomini, mentre sei sono in contrada Feraboi e altrettanti a San Nazaro. In città, quindi, la geografia dei testamenti del 1438 è assai vasta e varia, non ci sono zone in cui prevalga una specifica professione, ma occorre ribadire l’estrema parzialità dei dati esaminati riguardanti un solo anno. 

Parlando delle professioni esercitate dai testatori, si è fugacemente accennato in qualche caso alla loro provenienza che tuttavia è un dato da tener presente per capire non solo la composizione sociale cittadina in generale ma – nel caso dei documenti da me visti – per avere più punti di riferimento verso una maggiore conoscenza dei testatori. 

Se, come scrive Tagliaferri, «i movimenti interni non erano molto frequenti ed in genere, anziché riflettere variazioni nella localizzazione industriale (quasi immutata per secoli) erano il risultato di semplici spostamenti domiciliari […] oppure l’effetto del normale funzionamento del nucleo familiare»[41], è possibile trovare informazioni più dettagliate per quanto riguarda i fenomeni di immigrazione dall’esterno. 

Nel nostro caso, alcuni testanti, pur abitando a Verona dove appaiono ben integrati nelle strutture economiche locali, non sono originari del posto ma provengono dal territorio circostante o da altre città. Una provenienza da fuori città è attestata per 101 tra testatori e testatrici. Essi provengono da località del distretto veronese e anche da città più o meno vicine, a testimonianza del forte richiamo esercitato dalla città scaligera che in quel periodo era molto attiva nel settore manifatturiero e commerciale. 

Ebbene, sono originari del distretto in totale 56 testatori – 39 uomini e 17 donne – di 17 dei quali ci è nota anche la professione: essi sono cinque notai, un medico, alcuni lavoratori del settore tessile, della pellicceria e artigiani dei metalli; provengono da varie zone del contado ma ben 12 uomini e una donna sono di Zevio, tre donne sono di Isola della Scala, due uomini - entrambi notai – di Porto di Legnago e una donna di Legnago. C’è, quindi, una buona presenza di testatori del basso Veronese ma è rappresentato anche l’est con San Martino, Tregnago, Soave ed altre località come, in generale, tra i testatori ci sono persone provenienti da tutte le zone del territorio circostante la città che si stabiliscono poi nelle varie contrade urbane senza particolare predilezione per qualcuna in modo specifico. Occorre tuttavia segnalare la presenza di un gruppo piuttosto consistente di immigrati nelle contrade poste sulla sinistra dell’Adige: Isolo Inferiore, Santo Stefano, San Giovanni in Valle, San Nazaro, San Paolo, San Vitale, zone dove sono maggiormente presenti le attività manifatturiere necessitanti di manodopera fornita da coloro che si spostavano in città per lavorare, non essendo spesso sufficiente quanto offriva la campagna. 

Interessante è anche il dato che riguarda i testanti residenti in città ma provenienti da altre province venete e di altre regioni Italiane. In totale essi sono 45 – 33 uomini e 12 donne – e di 16 ci è nota la professione esercitata. Se due uomini sono definiti de Alemania, alcuni sono originari del territorio padovano – due di Padova, tre di Monselice e uno di Fiumicello – due testatori sono di Treviso e un uomo e una donna sono veneziani. Questi, però, fra tutti sono i pochi veneti presenti poiché gli altri sono tutti immigrati da altre regioni: in gran parte dalla Lombardia e poi dalla Toscana, dall’Emilia Romagna e dal territorio trentino[42]. 

I dati, anche se in scala necessariamente ridotta e riferita al numero non elevatissimo di documenti esaminati, confermano almeno in parte quanto risulta dall’esame degli estimi di cui parla Tagliaferri quando afferma che «i territori che sembrano fornire più immigrati alla città, all’inizio del ‘400, sono quelli di Bergamo, Brescia, Milano, Como, Mantova, Cremona, vale a dire i territori viciniori a quello veronese: in particolare da Gandino arrivano i formaggiai, dalla Valsoldo i lapicidi, da Porlezza i chiaserari. Altri giungono da Vicenza, Padova, Treviso, Trento, Parma, Piacenza, Pavia; qualcuno da Firenze, molti da Lodi: in totale i lavoratori immigrati sicuri sono circa 200 (capi famiglia), pari al 5% circa degli estimati totali e all’8% circa degli estimati con professione nota»[43]. Quelle appena citate sono le località di provenienza di quasi tutti i testatori di origine non veronese: il territorio trentino e i territori di Bergamo, Brescia, Milano, Como, Cremona, Pavia, Mantova in Lombardia; Piacenza in Emilia Romagna; Firenze, Arezzo e Pisa in Toscana. 

La loro distribuzione nelle contrade di Verona è, come nel caso dei Veneti, piuttosto omogenea e la loro professione è legata al settore manifatturiero, se si esclude un canonico e un conestabile.

In conclusione, la società cittadina protagonista dei testamenti rappresenta quella veronese della prima metà del Quattrocento costituita da una varietà di classi sociali e da professionisti di molteplici settori economici. Nel complesso appare una città viva e attiva anche se traspare, come ho detto più volte, la paura della peste e l’incertezza di fronte ad una guerra, fattori che spingono molti cittadini ancora giovani e nel pieno dell’attività lavorativa a disporre un testamento a salvaguardia non solo della famiglia ma anche degli interessi economici.

 

I testatori del territorio veronese

I testatori residenti nel distretto veronese sono 65: 49 uomini e 16 donne. Di essi, otto – sei uomini e due donne – sono di Pescantina, località posta sul fiume Adige a ovest di Verona e ad essa piuttosto vicina e tre della sua frazione di Arcè., cinque – tre uomini e due donne – sono di Bardolino, sul lago di Garda, ed altrettanti sono di San Bonifacio ossia dalla parte opposta dell’attuale provincia. La zona del distretto più presente e quella sulla direttiva est-ovest dove risiede la maggior parte dei testatori; pochi sono della bassa e uno solo vive nel territorio montano della Lessinia a Velo Veronese. Molte sono le località con un solo testante e sono quelle collocate principalmente nell’area collinare a nord di Verona che si estende da ovest a est e comprende la Valpolicella e la Val d’Illasi. 

Due testatori risiedono fuori dall’odierna provincia di Verona: uno a Monzambano e uno a Malavicina, paesi del Mantovano.  

 Poco presente è anche la zona a sud della città: due testatori sono di Legnago e due della sua frazione di Porto, uno di Engazzà, uno di Minerbe, tre di Oppeano – due uomini e una donna – altrettanti di Zevio e uno della frazione di Santa Maria di Zevio. 

Solo di sette testatori è indicata la professione: troviamo così un sartor, sarto, ad Engazzà, un caregius a Legnago, un faber (fabbro), e un balestrerius (costruttore di balestre), a Pescantina, un maestro fabbro e un sarto a San Bonifacio e, infine, uno schudelarius (produttore di scodelle), ad Oppeano. Sono tutte professioni del settore artigianale ma le indicazioni sono troppo poche per tentare raffronti con la città.  

È poi da tener presente che il sarto di San Bonifacio proviene da Verona e il produttore di scodelle di Oppeano è originario del territorio bergamasco e precisamente di Almenno di Sopra: è quindi un immigrato che non risiede in città, ma in una zona periferica e, da quanto si evince dalla lettura del suo testamento, mantiene contatti con altre persone che provengono dal Bergamasco e risiedono anch’esse nel Veronese. 

Antonio, detto Antonino, schuelarius (produttore di scodelle), figlio del fu Petrus da Almenno di Sopra, infatti, testa in casa sua il 24 giugno 1438 e a fare da testimoni ci sono Giacomo, figlio di Beltrame de contrata Poli nel distretto di Bergamo, residente a San Giovanni Lupatoto, suo fratello Simone ed Antonio, figlio di Facchino de Vale Magna, sempre nel distretto di Bergamo, oltre ad uomini del posto. Anche sua figlia Lutia, alla quale egli lascia la modesta somma di una lira e 10 soldi, è sposata con un bergamasco: Antoniolo de Valle Sancti Martini, nel distretto di Bergamo. Il testatore non sembra particolarmente ricco dato che – prima di nominare eredi universali i tre figli – ricorda solo di possedere una cassa in noce, cerchiata in ferro, con serratura, consegnata dalla nuora, moglie del figlio Guidino, che contiene la dote di questa formata da due tovaglie della lunghezza di circa sette braccia e mezzo ciascuna, quattro manopole, una tovaglia lunga cinque braccia; un braccio di pignolato bianco, circa 36 braccia di tela di lino e altre cose non specificate[44].

Un’ultima considerazione può essere fatta sulla presenza dell’epidemia di peste nel territorio veronese al di fuori dalla città: tre testatori, infatti, ne parlano. Essi risiedono uno a Malavicina nel territorio attualmente Mantovano[45] – è il primo che cita il pericolo della peste testando il 15 febbraio – uno a Negrar il 22 giugno[46] ed uno ad Illasi l’8 novembre[47]. Sono tre date e tre località distanti fra loro che non possono dare indicazioni certe ma che testimoniano, però, la larga diffusione del morbo sia territorialmente che cronologicamente.

 

I testatori e la famiglia

La struttura della famiglia

La fonte testamentaria – proprio per una delle sue funzioni principali che è quella di tramandare i beni all’interno della famiglia – ci permette di effettuare alcune considerazioni sulla struttura di questa organizzazione sociale in base a ciò che traspare dal susseguirsi dei legati all’interno dei documenti. 

Prima di tutto, però, occorre precisare che la documentazione in questione non può darci notizie esaustive sulle strutture familiari: può accadere, ad esempio, che un testante abbia già perso uno o più figli o che qualcuno non venga citato per vari motivi; come può verificarsi il caso in cui parte del parentado non sia nominata affatto per motivazioni che non ci è dato di conoscere. È sempre possibile, tuttavia, farsi un’idea sulla famiglia di coloro che dettano le ultime volontà sia in città che nel contado e tentare di vedere se esistono differenze sul tipo di nucleo parentale presente in ambito cittadino e, limitatamente ai pochi documenti esaminati, in ambito rurale.

I testamenti del 1438, come si è visto, sono in gran parte rogati a Verona e appartengono a persone di ceti sociali differenti: nessuno fra i testanti sembra particolarmente povero e qualcuno fa parte dell’alta società cittadina.

Dai documenti solo raramente risulta evidente la reale composizione del nucleo familiare dei testatori dei quali talvolta non è chiaro nemmeno lo stato civile: se per le donne è sempre riportato il nome del marito, vivo o defunto, per gli uomini bisogna ricavare l’informazione all’interno del documento, ma non sempre essa è presente. Non emerge neppure, se non in rari casi, se i figli sposati continuano a vivere nella casa paterna oppure no, è difficile capire quindi se la famiglia che vive sotto lo stesso tetto è mono o polinucleare. 

Sulla scia di molti studi effettuati nel Veneto ma anche in altre regioni italiane[48], tuttavia, è possibile dire che, se talvolta i figli maschi dopo il matrimonio continuavano a vivere nella casa paterna pur costituendo un nuovo nucleo familiare, le donne, in genere, uscivano dalla famiglia d’origine ed entravano a far parte di quella del marito portando con sé la dote[49] e non precisati dona. Come afferma la Guzzetti parlando della società veneziana del Trecento, «le donne sposate si trovavano così al punto di connessione tra due famiglie e i loro obblighi e propensioni si ripartivano su persone appartenenti a famiglie diverse»[50].

Nella maggior parte dei casi gli uomini che testano a Verona nel 1438 sono orfani di padre e qualcuno detta le ultime volontà dopo aver esplicitamente dichiarato di essere stato emancipato dall’autorità paterna: è il caso di Bonaventura lavezarius, figlio di Ognibene cribelator di Beverara che il 3 luglio di quell’anno dichiara di vivere separato dal padre dal quale è stato emancipato con atto notarile del 2 dicembre 1431[51] e del maestro barbiere Giovanni, figlio di Matteo da Piacenza, abitante in contrada Santa Cecilia, anch’egli emancipato tramite documento notarile[52].

I legami di parentela che si possono evidenziare con più frequenza sono senz’altro quelli fra coniugi, tra genitori e figli, fra fratelli o fra sorelle e fratelli, sono nominati poi suoceri, cognati, zii, nipoti, cugini ed attinenti, probabilmente parenti più lontani o amici.

I testatori e le testatrici sposati designano erede il coniuge nella stragrande maggioranza dei casi ma, mentre la moglie non pone condizioni, il marito chiarisce che, per avere l’eredità, la moglie debba mantenere il suo stato vedovile e vivere in modo onesto; ciò significa che, in caso di nuovo matrimonio, essa perderà i benefici a lei accordati in favore degli eventuali figli o di altri familiari o addirittura dei poveri. Se ne può avere un esempio eclatante nelle ultime volontà del già citato maestro barbiere Giovanni, figlio di Matteo da Piacenza, abitante a Verona in contrada Santa Cecilia che nomina la moglie Vittoria, figlia del maestro barbiere Andrea di San Benedetto, usufruttuaria per tutta la vita dei suoi beni ma solo in caso di morte di entrambi i figli e se condurrà una vita vedovile onesta, altrimenti il legato andrà ai poveri e ai luoghi pii scelti dai fedecommissari, escludendo quelli che godono di privilegi[53].

La moglie è spesso nominata tutrice dei figli minorenni e dei beni a loro legati ma un tale ruolo può essere assegnato ai genitori del testatore o a persone esterne alla famiglia per timore che la consorte non sia in grado di svolgerlo: è il caso, ad esempio, di Ambrogio Lombardi, figlio del fu Franceschino di San Sebastiano, che nomina tutrice della figlia Mattea sua moglie Fiordalisa ma, se questa non sarà in grado di eseguire tale compito, tutore sarà Giovanni Battista Alberti che percepirà un salario annuo di 25 lire ma dovrà trattare bene la ragazza e i suoi beni[54].

 In genere la vedova non torna nella famiglia d’origine ma resta nella casa del marito della quale è quasi sempre usufruttuaria anche se viene lasciata solitamente a uno o più figli maschi. Se il testatore pensa che possano sorgere attriti tra la vedova e i figli, le assegna l’usufrutto di una casa o di parte di essa in modo che possa vivere separatamente, con tutto il necessario per una vita dignitosa. Fra i tanti, Martino, figlio del fu Perino di Caprino Veronese – dopo aver destinato alla moglie Anna la sua dote del valore di 200 lire, le sue vesti, i suoi panni in lana e in seta, tutte le cinture, le pellicce, le camicie, tutti gli altri capi di abbigliamento, l’usufrutto per tutta la vita di un letto imbottito e con cinghie di cuoio e di  tutto il suo corredo – afferma che, se ella non potrà vivere con l’erede, dovrà avere l’usufrutto di una casa in muratura munita di coppi e solai, con una cucina e due camini – uno al piano di sotto e l’altro al piano superiore – situato in pertinenza di Caprino in contrada Monticoli e l’usufrutto di alcuni appezzamenti di terra aratoria con viti situati in pertinenza di Lubiara e di Caprino[55].    

Nella documentazione esaminata l’asse ereditario “scorre” dai genitori – sia padre che madre – ai figli maschi mentre alle figlie spesso viene lasciata una somma di denaro variabile, secondo le possibilità economiche della famiglia, da poche lire a centinaia di ducati, per la costituzione della dote che dovrà essere formata da bona mobilia et massaricia quasi sempre stabiliti in appositi documenti notarili regolarmente citati nel testamento oppure stimati da persone considerate amiche ed imparziali. Volendo esemplificare ricorro al caso di Pietro, cardatore, figlio del fu Bartolomeo di San Nicolò che – nel destinare alla figlia Artinia, moglie di Marco de Ravis ed abitante con genitore, la dote del valore di 500 lire in beni mobili – chiede che questi vengano stimati da due amici[56].

La dote era di frequente l’unico legato assegnato alle figlie ma era anche – come scrive Simona Feci analizzando la condizione giuridica delle donne a Roma nella prima Età Moderna – il loro «diritto per eccellenza»[57], ed era ciò che apriva loro la strada verso un buon matrimonio, se non altro dal punto di vista sociale ed economico. Una tale consuetudine ha fondamenti antichi se si pensa che la legislazione italiana medievale ha accolto «di massima il patto rinunciativo propter dotem ed il principio che la dote escludeva la donna dall’eredità, già previsto nella legislazione teodosiana ed edittale longobarda, in base alla considerazione che il matrimonio e la dote portavano all’exfamiliatio della figlia (entrando infatti sotto la manus del marito essa rompeva ogni legame strutturale con la famiglia d’origine»[58].

Se quella finora descritta era la consuetudine, non è raro però trovare nei testamenti analizzati anche eccezioni in cui la dote viene integrata da altri lasciti: ecco che, ad esempio, Giovanni, detto de Baldesalo, figlio del fu ser Domenico di Pigozzo destina alla figlia Benvenuta, moglie di Domenico, detto Penegato, di Pigozzo oltre alla dote stabilita in un documento notarile, 32 lire che le verranno consegnate in tre anni, alcuni appezzamenti di terra e un centenario in pietra per olio della capacità di 22 bacede che ella ha già in casa sua[59].    

La donna, tuttavia, non poteva poi disporre liberamente dei beni dotali finché il marito e talvolta il suocero erano in vita. Spesso accadeva, perciò, come nel caso appena citato, che il coniuge, al momento di fare testamento, si ricordasse di restituire alla moglie ciò che aveva ricevuto ed era documentato ufficialmente in un instrumentum dotale appositamente rogato ma talvolta era il suocero che nelle medesime circostanze si preoccupava di lasciare alla nuora vedova ciò che lei aveva portato in casa al momento del matrimonio con il figlio ormai defunto.

Il diritto del suocero sulla dote della nuora poteva sussistere anche se il marito era in vita: è il caso, tra i tanti, di Finabelo, figlio del fu Luchesio di San Nazaro che – dopo aver lasciato alla moglie Caterina, figlia del fu Nicolò di Quinto di Valpantena, la sua dote del valore di 183 lire percepita al tempo del matrimonio; alcuni terreni e una casa in muratura munita di coppi e solai a due piani, con tutti i beni mobili presenti, situato in contrada San Nazaro, fuori da Porta Vescovo – assegna alla nuora Caterina,  moglie del figlio Florio, la sua dote del valore di 300 lire che il testatore ha percepito al tempo del matrimonio[60].

In sintesi, per esemplificare le varie situazioni finora descritte, cito il testamento di Veronesio, detto Venoto, figlio del fu Ognibene di Marzana che raccoglie molte delle varianti finora trattate. Egli, infatti, destina alla moglie Bona la sua dote oltre a vitto, alloggio e vestiti per tutta la vita; alla nuora Costanza, moglie del defunto figlio Nascimbene, la sua dote di 200 lire; alla nuora Margarita, moglie del figlio Zaramonto, la sua dote di 350 lire e, infine, alla nipote Sofia, figlia del defunto figlio Avogario, 300 lire che avrà al tempo del matrimonio[61].

Proseguendo con le figure parentali nominate nei testamenti, un buon numero di citazioni riguardano i nipoti che vengono ricordati dai nonni al momento della dettatura delle ultime volontà soprattutto se il loro padre o la loro madre sono già defunti. Ad essi spetta di solito quella parte di eredità che andrebbe al genitore oppure la dote della madre scomparsa. Gli esempi sono molti tra i quali quello del cartaio Antonio de Novarina che testa per nominare erede universale il figlio Novarino e per designare il tutore della nipote, figlia di un altro figlio defunto. A quest’ultima assegna 500 lire come dote, oggetti per la casa e il diritto di avere alimenti fino al matrimonio[62].   

Presente è anche il legame tra zii e nipoti i quali, oltre ad essere nominati eredi universali, sono destinatari di lasciti: Giacoma, figlia del fu ser Silvestro e moglie prima del fu Bernardo de Xolis e poi del fu ser Antonio da Gaium di Ponte Pietra tra i legati pro anima inserisce quello alla nipote Giacoma, figlia di suo fratello Bonaventura, che consiste in 100 lire che avrà quando si sposerà, come dote, con la clausola che – in caso di morte della ragazza prima del matrimonio – la somma dovrà essere distribuita alle persone indigenti scelte dai fedecommissari[63].

Se per famiglia ho finora inteso un gruppo di persone che condividono un legame di sangue, al suo interno si possono trovare tuttavia persone che ne condividono le vicende senza farne direttamente parte. Tra gli eredi nominati, infatti, talvolta si trovano i compari, ossia i padrini di battesimo che non necessariamente facevano parte della cerchia parentale in senso stretto, come non ne facevano parte i famuli e le pediseque, uomini e donne che svolgevano lavori casalinghi in casa di coloro che in cambio offrivano loro vitto e alloggio.

In un suo saggio, Franca Leverotti definisce i famuli «apprendisti o servi domestici in città e nei centri borghigiani» e cita le differenti terminologie con cui le ragazze vengono designate – famule o pediseque – cogliendo tra i due termini una diversa accezione basata su «un differente impiego delle serve, o una variante terminologica legata all’età»[64]. I due termini vengono usati nei testamenti esaminati indifferentemente e talvolta congiuntamente per indicare le serve mentre i ragazzi sono solamente famuli. 

Alle famule e alle pediseque di solito testatori e testatrici destinano somme di denaro o beni mobili per la costituzione della dote specificando che quanto è loro assegnato dovrà essere considerato come salario per il lavoro svolto. Singolare è il caso di un sacerdote, don Benedetto de Segnoretis, arciprete della pieve di San Pietro di Zevio, ma residente a Verona in contrada San Vitale, che nel suo testamento nomina una famula e un famulo. Alla ragazza – proveniente da Venezia, che lo ha servito durante l’infermità – assegna la casa dove egli abita, un terreno aratorio e prativo, i diritti di soccida per alcuni animali e alcuni beni mobili; al ragazzo, originario di Zevio, lascia invece solamente un appezzamento di terra. I due legati hanno anche una diversa collocazione poiché quello per la famula et pedisequa si trova tra i legati pro anima, dicitura che non compare per quello al famulo[65].     

Talvolta colui che dispone il lascito pone alcune condizioni: il conte Giacomo Giuliari, figlio del fu Giacomo di San Tommaso, ad esempio, tra i legati pro anima dispone che la famula Margherita abbia 100 lire in beni mobili come dote, se svolgerà il suo lavoro fino all’età di 18 anni[66].  

Un discorso a parte, infine, va fatto per le figlie e i figli d’anima, bambini o ragazzini accolti, mantenuti ed educati in famiglia per magnanimità e talvolta in cambio di lavori domestici. Queste figure compaiono in quattro testamenti di donne e in uno di un uomo, tutti residenti in città. Il tessitore Beltramo, figlio del fu Pietro da Como, abitante a Verona in contrada San Giovanni in Valle, a titolo di esempio, nomina erede universale Bartolomeo, figlio del fu Mafiolo da Bergamo di San Giovanni in Valle, da lui ritenuto filio animae[67]. Tali sono ritenuti anche Carissima, figlia di Pietro Zorzio di Borgo San Giorgio e suo fratello Agostino da Libera de Lavorio di Sant’Egidio che alla prima assegna 100 lire che avrà quando si sposerà, alimenti, vitto e vestiti fino al matrimonio, tutti i beni mobili preparati per lei, a condizione che, in caso di morte della legataria, il lascito vada interamente alla sorella Lucia, mentre nomina Agostino erede universale[68].

Volendo tentare un confronto tra la documentazione prodotta in città e quella voluta da testatori del territorio, è senz’altro possibile affermare che – per quanto riguarda la struttura – non sono riscontrabili particolari differenze tra famiglie urbane ed extra-urbane: i componenti del nucleo citati nella documentazione sono pressoché gli stessi e sono caratterizzati dalla grande variabilità di numero e di gradi di parentela intercorrenti fra di essi, sia nelle aree cittadine che in quelle circostanti. Da rilevare è però la totale assenza di figli d’anima nei nuclei familiari del contado e la scarsissima presenza di famuli nei territori extracittadini. Una famula et pedisequa è citata nei lasciti pro anima di Lucia Pasti di Torri del Benaco[69] e un’altra in quelli di Salvodea  de Salvodeis di Castelcerino[70] ma tutte le altre citazioni sono in testamenti rogati in città. 

 

Problemi in famiglia

Finora ho tracciato un quadro generale dei legami familiari che traspaiono dalla lettura dei documenti; vi sono, però, in alcuni testamenti delle notizie più specifiche sulle dinamiche familiari: ne citerò due - uno rogato nel contado e l’altro in città – dai quali emergono alcune problematiche sempre attuali nella vita quotidiana come i conflitti generazionali e la separazione tra coniugi.

Il non semplice facile rapporto tra le generazioni è testimoniato ad esempio, dal testamento del sarto Giacomo di Engazzà che disapprova la condotta di una giovanissima nipote e la priva dell’eredità e della dote. 

Egli, infatti – predisponendo un legato ad una figlia di un suo figlio defunto – le assegna solo cinque lire perché, pur non avendo ancora compiuto 14 anni, ha già abbandonato la casa di famiglia portando con sé alcuni beni mobili e si è trasferita da un certo Aldrigeto di Nogara che, evidentemente, è persona sgradita al testatore, et vitam inhonestam et luxuriosam ellegit[71].

I problemi però possono essere anche tra marito e moglie: ecco che Bartolomea, figlia del fu Fioravante e moglie di Giovanni de Bresello, abitante nella contrada cittadina di Santa Maria in Chiavica, testando il 12 settembre, dichiara di essere stata abbandonata dal marito più di vent’anni prima, di non avere notizie di lui e di non sapere se è vivo o morto. 

Trovandosi a letto inferma, dopo aver disposto alcuni legati pro anima, lascia al figlio Fioravante quattro pezze di panno prodotte o da produrre in casa sua, l’usufrutto di tutti i terreni situati in pertinenza di Montorio, l’usufrutto della metà pro indiviso di un mulino situato in contrada Chiavica, l’usufrutto di 400 ducati che Fioravante tiene nella sua bottega sita in contrada San Tommaso e di altri quattro appezzamenti di terra. Egli viene poi esentato da qualsiasi impegno nei confronti del padre che viene descritto dalla testatrice come un uomo villis condicionis et semper existens in maxima paupertate che vive in modo poco onesto, lontano da Verona da più di vent’anni, separato dalla moglie e dai figli che, precisa la donna, vivono onestamente. 

Bartolomea, comunque, pur vivendo separata dal marito, si ricorda di assegnargli 10 lire, una somma modesta che però testimonia un pensiero verso di lui che va oltre l’astio di moglie abbandonata con un figlio da allevare[72].

 

I lasciti di devozione

La commendatio animae

Nella parte iniziale del testamento, interposta tra l’elenco dei testimoni e le disposizioni vere e proprie, troviamo la commendatio animae. Essa si configura come una raccomandazione normalmente rivolta a Dio, alla Vergine Maria e all’intera corte celeste, secondo un formulario notarile standardizzato che consente poche variazioni, pertanto, seppure indicativa di un certo modo di porsi di fronte a Dio, non può offrire indicazioni particolarmente significative sulla religiosità dei testatori. 

Le varianti, non sappiamo se dovute alla sensibilità del testatore o del notaio, in genere mettono in risalto alcuni aspetti – probabilmente quelli maggiormente sentiti o recepiti – della predicazione ecclesiale del tempo[73]. Così i testatori affidano innanzitutto la loro anima a Dio che è soprattutto onnipotente ma anche sommo ed eterno Creatore e Redentore e talvolta viene indicato anche come prima persona della Trinità. 

Allo stesso modo si insiste sulla figura di Maria, di cui la devozione popolare preferisce mettere in risalto le qualità che la resero creatura unica, ossia la verginità eterna e gloriosa e la beata maternità. 

Viene poi ricordata la schiera dei santi, spesso trionfante ma avvolta nell’indeterminatezza: è l’intera corte celeste. Le persone divine, quindi, come scrive De La Roncière, «non sono immaginate come isolate. In paradiso, ove hanno la loro dimora, sono circondate dall’intera corte celeste, “Corte di Paradiso”»[74].  

Se quasi sempre prima di fornire un elenco di disposizioni viene dichiarata la propria fede e si affida l’anima a Dio, alla Vergine Maria e ai santi secondo una gerarchia consolidata, talvolta nei documenti viene invocato solo Dio o Gesù Cristo, dando l’impressione che ciò accada non tanto per volere del testatore ma piuttosto per la fretta del notaio. 

Negli atti da me esaminati, solo in pochi casi viene nominato qualche santo in cui il testatore ripone la propria personale devozione per motivi diversi: frate Angelo, fondatore dell’ospedale cittadino dei Santi Cosma e Damiano, ad esempio, chiede l’intercessione proprio di questi due santi medici in collegamento con la sua missione di fondatore e primo gestore dell’ente che, come vedremo in seguito, ha la funzione di accogliere anche i malati[75].

Il barbiere Furlano di San Silvestro[76] e Clemente Clementi di Sant’Andrea[77], invece, raccomandano la salvezza della loro anima a san Francesco a testimonianza di una loro particolare devozione nei confronti del santo di Assisi a cui si affida anche Nicola Bonaveri che, però, nomina anche la consueta triade – Dio, la Vergine e la corte celeste – e cita anche gli apostoli, san Girolamo, san Quirino, e sant’Elmo[78].  

Margherita, figlia del fu Antonio da Borgo San Sepolcro di San Sebastiano, dopo aver invocato anch’essa la triade celeste, raccomanda l’anima a san Domenico confessore ed è evidente il motivo: ella, infatti, dichiara di voler entrare nel convento di San Domenico di Acquatraversa[79].

Più originale è la già nota Francesca Lion che, unica, si raccomanda a Gesù Cristo e ai santi angeli[80].

Bartolomeo Andrioli di Legnago, infine, ricorda esclusivamente le tre persone della Trinità: Padre, Figlio e Spirito Santo[81], costituendo un’eccezione alle consuete formule.

Le particolarità riportate, anche se poco numerose, testimoniano comunque che non sempre il formulario notarile è utilizzato integralmente ma talvolta sussiste un certo margine di libertà e una sia pure ristretta personalizzazione della devozione.

 

La scelta del luogo di sepoltura

Mentre nel XII secolo e all’inizio del Duecento non sempre veniva indicato il luogo dell’ultima dimora perché le norme e le tradizioni familiari prevedevano la sepoltura nel cimitero parrocchiale rendendo inutili le disposizioni a tal proposito, tale consuetudine viene meno nei secoli successivi nei quali subentrano altri fattori non sempre collegabili a precisi orientamenti religiosi ma talvolta dettati, ad esempio, dalla vicinanza all’abitazione terrena[82] o dal desiderio di ricongiungersi con i familiari già defunti mediante l’inumazione nella tomba di famiglia.  

Dalla possibilità di scelta scaturisce la prima importante disposizione che normalmente si trova leggendo un testamento del Quattrocento: l’elezione del cimitero o della chiesa a cui il testatore decide di affidare le sue spoglie mortali, seguita talvolta da precise indicazioni per lo svolgimento dei funerali e per la costruzione della tomba. 

L’indicazione del luogo dell’ultima dimora è presente nella stragrande maggioranza dei documenti esaminati; solo 35, il 10% del totale, non riportano una scelta precisa. Se 26 atti – 15 codicilli, sei donazioni mortis causa, cinque revoche di testamenti – non riportano alcuna scelta, cinque testatori dicono di voler essere seppelliti nel luogo dove moriranno ed altri danno disposizioni generiche che però vale la pena di elencare. 

Ecco che Borgognono, figlio del fu ser Bassano da Piacenza, abitante a Verona in contrada Ponte Pietra, afferma di voler essere inumato dove Dio vorrà[83]; Marco Da Castello, figlio del fu Bartolomeo di San Sebastiano delega la scelta all’erede[84]; Clara, figlia del fu Carlo da Perzacco e moglie di Corradino di Oppeano, località dove risiede, lascia al marito la decisione[85] e, infine, Ottolina Da Campo, figlia del fu Antonio di Santa Eufemia vuole l’ultima dimora nella tomba degli zii, ma non specifica in quale cimitero o chiesa essa si trovi[86].

È importante sottolineare che i documenti privi di luogo di sepoltura non sono testamenti completi ma codicilli, ovvero integrazioni o parziali modifiche di altre espressioni di ultime volontà precedentemente disposte; donazioni o annullamenti di testamenti: tutti atti che per loro natura non contemplano tali disposizioni magari già fornite in precedenti documenti e tacitamente confermate. 

Escluse le eccezioni fin qui riportate, il 90 % degli atti esaminati riporta la scelta dell’ultima dimora su cui è possibile effettuare qualche considerazione.

Essendo il Quattrocento un’epoca in cui anche nelle campagne l’area cimiteriale comincia a non essere più considerata come qualcosa di indistinto ma si va affermando una certa individualità nella progettazione della tomba e nella definizione di un luogo preciso dove collocarla[87], non è semplice fare una sintesi delle diverse motivazioni che spingono un testante ad optare per un particolare cimitero o una specifica chiesa anche se uno dei fattori preponderanti sembra essere, nelle zone rurali, la vicinanza all’abitazione di famiglia. Soprattutto nelle località extracittadine, infatti, si sceglie il cimitero o la chiesa del luogo in cui si vive. 

Oltre che per motivi oggettivi legati alle eventuali difficoltà di trasporto della salma, si preferisce questa soluzione per dar modo ai familiari vivi di perpetuare la memoria del defunto di cui possono vedere la tomba e di pregare per lui, come testimoniano anche alcune ricerche effettuate sui testamenti di varie zone del territorio veronese tra cui quella da me svolta su Tregnago, in Val d’Illasi[88] e da Francesco Zenari per Montorio, località vicina alla città[89].

Non è possibile stilare classifiche dei cimiteri preferiti, data la presenza talvolta di un solo documento per località ma i più nominati sono quello della chiesa di San Lorenzo di Pescantina in cui chiedono la sepoltura sette residenti in paese e uno nella frazione di Arcè; quello di San Severo di Bardolino[90] dove eleggono la loro ultima dimora tutti i testatori del paese lacustre e quello della chiesa di Santa Maria di San Bonifacio voluto da cinque residenti. Occorre però ricordare che nei paesi appena nominati – che tuttavia non sono da considerarsi del tutto rurali – è concentrato un numero più elevato di testatori, mentre nelle altre località sono solamente uno o due i testatori o le testatrici che richiedono la sepoltura nei cimiteri del paese.

Pochissimi trasgrediscono a questa consuetudine: ciò accade, ad esempio, nel caso di Pietro, figlio del fu Franceschino, figlio del fu Galvano di Marcemigo, frazione di Tregnago, in Val d’Illasi, che chiede di essere tumulato nel cimitero della chiesa plebana di Santa Maria di Tregnago – comunque non lontana – perché la piccola chiesetta San Dionigi di Marcemigo non ne ha uno adiacente[91]. Allo stesso modo, Giorgio, figlio del fu Giorgio da Trento, ma abitante a Pescantina desidera avere l’ultima dimora nel cimitero della chiesa di Sant’Ambrogio di Valpolicella alla quale assegna poi un doppiere in cera del peso di quattro libbre[92].   

Quasi sempre i testatori inurbati originari del distretto dispongono di essere sepolti in città ma talvolta il legame con il territorio e la famiglia d’origine prevale. Ecco ad esempio che il notaio Bartolomeo de Caredellis, proveniente da Cologna Veneta ma residente a Verona in contrada San Pietro Incarnario, ordina la sepoltura nel cimitero della chiesa di Santa Maria di Cologna Veneta, dove riposano i suoi genitori[93].  

Può accadere che qualche testatore fornisca una doppia indicazione, a seconda della località dove prevede di trovarsi al momento della morte: è il caso, ad esempio, di don Benedetto de Segnoretis, arciprete della pieve di San Pietro di Zevio ma residente nella contrada cittadina di San Vitale che – testando su licenza del vescovo Guido Memo – chiede l’inumazione nella chiesa di San Pietro di Zevio, nel sepolcro posto vicino all’altare di Santa Caterina, se sarà possibile, oppure nel monumento dove sono sepolti i familiari, nella sacrestia della chiesa di San Vitale[94].

Mentre le ragioni che spingono a scegliere il cimitero del villaggio sono, come si è detto, piuttosto evidenti e dovute talvolta alla presenza sul territorio di un unico ente religioso, più difficile è capire le motivazioni dei testatori urbani: il criterio di vicinanza all’abitazione di famiglia è senza dubbio meno evidente ed ha rilevanza la presenza di diversi enti religiosi – mi riferisco a conventi e monasteri – che possono garantire preghiere di suffragio in cambio di offerte ed intercettano così la preferenza di molti cittadini di livello sociale medio-alto. Questi ultimi eleggono le loro chiese e i loro cimiteri come ultima dimora, come accadeva del resto anche in altre città italiane tra cui Perugia, già nel secolo precedente[95].

Un ruolo significativo anche se, come dirò in seguito, non preponderante nelle scelte dei testatori del 1438, è senza dubbio quello assunto dagli ordini mendicanti – soprattutto i Minori e i Predicatori ma anche i Carmelitani – che, come in altre città italiane ed europee[96], esercitano una grande attrattiva dovuta alla loro attività pastorale fatta di costante assistenza, presenza e predicazione evidente anche tramite l’organizzazione di gruppi di penitenti, confraternite, congregazioni pie tesi ad orientare con organicità la pratica religiosa dei fedeli. Ai loro insegnamenti si ispirano soprattutto le classi nobiliari e mercantili delle città, le più propense ad accettare l’opera di educazione cristiana portata avanti grazie alla capacità di «stabilire rapporti più intimi e personali con i loro fedeli, non solo la grande predicazione dalla cattedra e dal pulpito, ma il consiglio preciso, individuale, legato ad una pratica della confessione costante, sovente presso lo stesso frate, un rapporto favorito anch’esso dall’immancabile costituirsi presso i conventi di confraternite laicali e di congregazioni pie»[97].

Quanto scrive Miccoli è senz’altro valido anche per Verona[98] anche se l’incidenza degli ordini mendicanti sulle richieste di sepoltura non risulta di grandi proporzioni: su un totale di 259 disposizioni, solo 87 riguardano chiese o cimiteri di ordini mendicanti; la percentuale è quindi piuttosto bassa: il 33% circa del totale. Di esse 26 si riferiscono a Santa Eufemia degli Agostiniani – 11 al cimitero, altrettanti alla chiesa, tre al chiostro e una al convento - 22 testatori scelgono come ultima dimora la chiesa o il cimitero di Santa Maria della Scala dei Servi di Maria – 14 la chiesa e otto il cimitero – 21 preferiscono Santa Anastasia, domenicana, 13 il cimitero, sette l’interno della chiesa e uno il chiostro. Inferiori numericamente sono le domande di ultima dimora presso San Tommaso dove hanno sede i Carmelitani e San Fermo Maggiore dei Minori: rispettivamente sei e 12. A San Tommaso quattro preferiscono la chiesa e due il cimitero e a San Fermo Maggiore otto scelgono il cimitero e quattro la chiesa.

Se la scelta, come scrive Vovelle, «non è più soltanto tra chiesa e cimitero, ma tra la parrocchia e un convento»[99], a Verona nel 1438 la chiesa di Santa Eufemia, degli Agostiniani, è la preferita in assoluto come sede dell’ultima dimora ed è scelta da persone residenti in diverse contrade della città. Tra di esse ci sono esponenti di famiglie di un certo livello sociale come i Verità, i Lombardi, gli Auricalco e i Da Sacco. 

Il nobile Antonio Verità di Feraboi, ad esempio, il 25 marzo chiede di essere sepolto all’interno della chiesa degli Agostiniani, nel suo monumento posto sull’altare della Santa Trinità[100], mentre Veronexia, figlia del fu Giovanni da Piacenza e moglie del fu Bartolomeo garzator da Brenzone di Sant’Egidio, il 22 luglio dispone l’ultima dimora nello stesso edificio sacro ma nel sepolcro delle donne della confraternita di Santa Maria della quale molto probabilmente fa parte e alla medesima societas destina poi 50 lire[101].

Alla tomba di una confraternita pensa anche Enrico, detto Teutonico, figlio del fu Enrico de Alemania, abitante a Verona in contrada San Tommaso, che chiede l’inumazione in un monumento della fabbrica o della confraternita di Santa Maria della Scala, nella chiesa omonima[102].

Appartenenti a famiglie di spicco, sono anche quelli che desiderano essere sepolti a Santa Anastasia. Tra di essi troviamo i già più volte nominati Tommaso Salerni[103] e sua cognata Francesca Lion[104]. Ancora, Agnese Castelbarco, figlia del fu Carlo e moglie del fu Pietro Pellegrini di Santa Cecilia, il 25 agosto detta il testamento, pur essendo sana, per timore di contrarre la peste e specifica di voler essere inumata nella medesima chiesa, nella cappella della famiglia Pellegrini, dopo i funerali che dovranno essere celebrati in modo umile[105].  

Se l’élite cittadina dimostra una certa preferenza per gli ordini religiosi, è senz’altro possibile affermare che la maggioranza dei testatori vuole l’ultima dimora nei cimiteri della parrocchia di appartenenza. A conferma di ciò basta ricordare che le chiese urbane nei cui cimiteri i testatori chiedono sepoltura sono in tutto 52. Tra queste le più nominate sono quella di San Paolo, Santo Stefano e San Pietro Incarnario.

Alla chiesa e al cimitero di San Paolo affidano le loro spoglie mortali 18 persone, 12 scelgono il cimitero e sei l’interno della chiesa; preferiscono il cimitero di Santo Stefano 14 testatori e 12 quello di San Pietro Incarnario, mentre un testatore dispone di essere tumulato in chiesa. 

Qualche considerazione può essere espressa anche in relazione al luogo dell’inumazione: se 236 testatori – tra città e territori circostanti – chiedono la sepoltura in un cimitero, cinque scelgono l’interno di un chiostro[106], una testatrice vuole essere sepolta nel monastero di Santa Chiara[107]  e una fuori dalla chiesa dei Santi Apostoli[108].

La maggioranza dei testanti, quindi, opta per il cimitero parrocchiale o di un ordine mendicante dove di solito il genere più comune di tomba e il più richiesto è la semplice lastra terragna ma è prevista anche la possibilità di porre i defunti dentro a sepolcri innalzati sopra la terra, secondo un’usanza tardo antica abolita dal Concilio di Trento[109].

Talvolta viene designato un posto preciso all’interno del campo: il notaio Ottaviano de Schaiollis di San Vitale, ad esempio, chiede di essere inumato nel cimitero della chiesa di San Vitale, sotto all’inferriata della sacrestia, dove sono sepolti i defunti di famiglia[110] e Nicolò Falcieri di San Pietro Incarnario sceglie il cimitero della chiesa di San Pietro Incarnario specificando di volere l’ultima dimora davanti all’ingresso, verso il sagrato interno, dalla parte dell’ingresso della chiesa di Sant’Alberto. Sulla sua tomba dovrà essere posta una lastra su cui saranno scolpiti il nome e le insegne di famiglia[111]. Simile alla precedente è la disposizione di del notaio Benindrito, figlio del fu Giovanni da Porto di Legnago, abitante a Verona in contrada Santa Cecilia che chiede la sepoltura nel cimitero di Santa Anastasia in una tomba che dovrà essere coperta da una lastra di pietra sulla quale saranno scritti il suo nome e la data di morte in littere denotates[112].

Il desiderio di far scolpire il nome del defunto sulla lastra tombale può avere un duplice significato: può essere considerato un modo per farsi ricordare dai vivi che passeranno accanto alla tomba ed anche un modo per richiedere loro il ricordo nella preghiera. 

Questi due scopi, però, sono ancor più efficacemente raggiungibili se ci si può permettere una sepoltura all’interno di un edificio sacro, dato che, come scrive Bacci, «una tomba collocata entro le mura della chiesa, in maggiore o minore prossimità del luogo in cui i santi vengono solennemente onorati e venerati, offre l’opportunità di godere di un rapporto privilegiato con loro, di beneficiare della loro particolare protezione»[113]. Così probabilmente la pensa anche qualche testatore veronese: ecco alcuni esempi. 

Il medico Daniele de Paxinis di Sant’Andrea, pur non disponendo di una tomba, desidera essere sepolto all’interno della chiesa di Sant’Andrea, vicino all’altare dei Santi Cosma e Damiano ma dà facoltà al sacerdote di esaudire la sua richiesta, altrimenti si accontenta di essere inumato sul sagrato[114]. Antonio Verità di Feraboi, invece, dispone di un monumento collocato sull’altare della Santa Trinità nella chiesa di Santa Eufemia[115] e Bartolomea Trivelli, moglie di Marco Guantieri di San Quirico, sceglie come ultima dimora il monumento del marito situato vicino all’altare di San Girolamo, nella chiesa di Santa Maria della Scala[116].

Molte famiglie nobili o appartenenti all’alta società cittadina possono farsi costruire una cappella il più possibile vicino all’altare maggiore: è il caso, ad esempio, della casata dei Salerni e dei Pellegrini che, insieme ad altre, dispongono di cappelle ben decorate e di elevato valore artistico all’interno della chiesa di Santa Anastasia[117].

Anche fuori Verona, a San Bonifacio, Caterina, figlia del fu maestro Giovanni fabbro e moglie del fu maestro Rolfino, chiede la sepoltura nella chiesa di Santa Maria di San Bonifacio, davanti all’altare di San Giovanni Battista[118]. Una simile richiesta è avanzata da Benvenuto, figlio del fu Callinello di Lazise che vuole la tomba in chiesa dei Santi Martino e Zeno del suo paese, davanti all’altare della cappella di San Zeno[119].

La richiesta di essere sepolti nella tomba di famiglia o del coniuge già costruita o da costruire è molto frequente: cito altri casi fra i tanti. Il fornaciaio Carugio Scolari, figlio del fu maestro Pietro da Zevio, abitante a Verona in contrada Ognissanti, stabilisce la sua ultima dimora nella chiesa di Ognissanti, nel monumento da lui stesso fatto costruire, nel quale non potrà essere tumulato nessun altro per tre anni dopo la sua morte, pur ammettendo questa possibilità trascorso tale periodo[120].  Andrea Da Sacco di Isolo Inferiore dice di voler essere sepolto in chiesa di Santa Eufemia, nella tomba in cui sono sepolti i familiari posta davanti alla cappella di San Bartolomeo[121].

Più dettagliata è la disposizione del cambiatore di denaro Marco Guantieri di San Quirico che possiede un monumento davanti all’altare di San Girolamo, vicino alla sacrestia, nella chiesa di Santa Maria della Scala: l’urna dovrà essere chiusa con quattro chiodi di ferro e al suo interno dovranno essere sepolti solo la moglie e i discendenti[122].

La tomba di famiglia è richiesta anche se si trova in un’altra città come nel caso di Paolo, detto Casalorzio, figlio del fu Guglielmo da Treviso ma abitante a Verona che dispone la sepoltura all’interno della chiesa del convento dei Predicatori di San Nicolò di Treviso, nel monumento suo e dei familiari situato in una cappella della medesima[123].  

In sintesi, dunque, dai documenti emerge il desiderio dei testatori di avere come ultima dimora un posto ben preciso da loro stabilito in base ai criteri di unità familiare e di vicinanza al luogo di residenza ma in molti casi, soprattutto in città,  è presente il fattore devozionale che spinge a optare per un particolare convento o per una particolare chiesa o, addirittura, per un posto ben preciso all’interno di essa che è insieme un luogo di culto e di passaggio, affinché, come scrive Ariès con un po’ di senso del macabro, «i vivi si ricordino di loro nelle preghiere e non dimentichino che, come loro, diventeranno cenere»[124].  

 

Le disposizioni per i funerali

Dopo aver identificato un luogo per l’ultima dimora, alcuni testatori si soffermano a dare qualche disposizione inerente lo svolgimento delle esequie, secondo una prassi diffusa soprattutto in città. In verità il numero di ordini in tal senso è piuttosto esiguo: solo 28 testanti, tra città e contado, infatti, si preoccupano del momento dell’ultimo saluto, qualcuno però solamente per indicare l’abbigliamento che i familiari e soprattutto le donne dovranno indossare durante la cerimonia, come dirò più diffusamente in seguito.

L’attenzione per le modalità di svolgimento dei funerali è piuttosto scarsa nei territori extracittadini dove la prassi è probabilmente uguale per tutti e così il testatore demanda agli eredi, in forma implicita, l’incarico di provvedervi, aggiungendo, magari, che la sepoltura dovrà essere effettuata in modo onorevole, come accade nel caso di Giovanni, figlio di Bertoloto di Brenzone[125]. La medesima richiesta è avanzata anche dal maestro fabbro Rolfino, figlio del fu serGuglielmo di San Bonifacio[126] e da sua moglie di Caterina, figlia del fu maestro fabbro Giovanni[127].

In città la situazione si presenta diversa e più variegata: qualche testatore si sofferma a fornire indicazioni sullo svolgimento della cerimonia, sulla presenza di particolari sacerdoti o religiosi, sull’abbigliamento che sarà conveniente indossare per i familiari, oppure sulle luminarie. 

Ecco qualche esempio: Nicola Bonaveri, figlio del fu Girolamo di San Fermo stabilisce che ai suoi funerali dovranno partecipare i tutti i frati dell'Arcarotta, il sacerdote della sua parrocchia ed un chierico. Il suo corpo dovrà essere portato a sepoltura da quattro uomini, in una cassa coperta di panno griso beretino. La sepoltura potrà avvenire di giorno o di notte, a discrezione dei frati ma, in ogni caso, ci dovranno essere quattro doppieri accesi. Per quanto riguarda l’abbigliamento dei partecipanti, nessuno dovrà indossare la veste lugubre, tranne la moglie[128], quasi ad indicare un legame tra coniugi che si perpetua nel lutto vedovile[129].

Simile è la richiesta di Ambrogio detto Guagnino, figlio del fu Giovanni di Feraboi che – nel primo testamento datato 17 maggio – vuole essere sepolto nella chiesa di Santa Eufemia, nel suo monumento posto davanti all’altare delle Vergini. Ai funerali dovranno partecipare i frati di Santa Maria della Scala e quelli di Santa Eufemia, il sacerdote della sua parrocchia, con altri sacerdoti conosciuti dagli eredi e dai fedecommissari. Dispone poi che nessuno dovrà indossare vesti o velette lugubri. Occorre però ricordare che il testamento verrà annullato[130] e sostituito da un altro – datato 28 settembre – nel quale il testatore non dà alcuna disposizione oltre alla conferma del cimitero di sepoltura[131].  

L’attenzione del maestro fornaciaio Carugio Scolari da Zevio, abitante a Verona in contrada Ognissanti, invece, si sposta su coloro che porteranno il corpo a sepoltura. Dopo aver decretato che l’ultima dimora dovrà essere nel cimitero della chiesa di Ognissanti, nel monumento da lui fatto costruire, dove non potrà essere sepolto nessun altro finché non sarà trascorso un anno dalla sua morte, egli dispone che il corpo dovrà essere condotto alla tomba dai frati Minori di San Fermo e da quattro sacerdoti che dovranno pregare e celebrare uffici. Sceglie inoltre i quattro uomini che dovranno portare materialmente il corpo e decide il loro abbigliamento: il fratello Domenico fornaciaio, il nipote Bartolomeo, figlio di sua figlia Grana, Giovanni e Bartolomeo Scolari; tutti indosseranno mantello e cappuccio[132].

Senza essere così dettagliate, le disposizioni possono riguardare un solo aspetto della cerimonia funebre. Ecco che sulla presenza di sacerdoti e religiosi si concentra la richiesta di Cristoforo, figlio del fu Giuliano da Gattico, abitante in contrada San Vitale[133] e di Petra Guadagni, figlia del tintore Domenico da Firenze, di San Pietro Incarnario[134] ai cui funerali dovranno essere presenti tutti frati Minori e sei sacerdoti. Due sacerdoti e due frati del convento di Santa Anastasia dovranno presenziare alle esequie di Giovanni, figlio del fu Antonio da Borgo San Donino, abitante a Verona in contrada San Giovanni in Foro[135]; mentre tutti i frati di Santa Anastasia e due sacerdoti secolari sono richiesti dal notaio Benindrito, figlio del fu Giovanni da Porto, abitante a Verona in contrada Santa Cecilia[136].  

Oltre a quella dei sacerdoti e dei frati, talvolta è richiesta la presenza degli aderenti a qualche confraternita, secondo una tendenza riscontrata in diverse città italiane, e nelle campagne. Non a caso, nelle zone rurali, soprattutto i Disciplinati avevano un grande ruolo nella gestione dei funerali, fino ad entrare talvolta in conflitto con il clero parrocchiale[137].

La documentazione esaminata, occorre precisarlo, chiama in causa solo un sodalizio cittadino di cui un uomo e una donna fanno parte. Il drappiere Francesco del Nigrino, figlio del fu maestro Nicolò di Santo Stefano, infatti, annulla un debito di 70 lire alla confraternita dei Disciplinati di San Gregorio di cui egli è aderente, con la richiesta ai confratelli di partecipare ai suoi funerali recitando preghiere, oltre che di distribuire un’elemosina nella domenica delle Palme, come è consuetudine dell’associazione[138]. Al medesimo sodalizio assegna 15 lire anche Giacoma, figlia del fu ser Silvestro e moglie prima del fu Bernardo de Xolis e poi del fu ser Antonio da Gaium, abitante in contrada Ponte Pietra, affinché i confratelli la accompagnino alla sepoltura in processione portando il vessillo e pregando[139].

Sull’abbigliamento dei familiari presenti che parteciperanno al lutto si sofferma in particolare lo speziale Bartolomeo Fontanelli di Ponte Pietra che fa avere alla sorella Maddalena una veste lugubre di buon panno da indossare ai funerali[140]; lo stesso proposito è espresso dal medico Pietro Paolo da Gaium, abitante in contrada San Benedetto che lascia al fratello Antonio 50 lire da utilizzare per la confezione di una veste lugubre da indossare nella medesima occasione[141]. Il drappiere Giovanni da Bovo, residente in contrada San Pietro Incarnario, invece, raccomanda alla moglie Taddea di  indossare un mantello bruno e alla nuora Bonafemina, moglie del figlio Bartolomeo, di vestirsi in modo adeguato[142].

Oltre alla manifestazione del lutto, gli aspetti esteriori da curare in una cerimonia funebre possono essere anche quelli legati all’ornamento della chiesa. È il caso, ad esempio, di una testatrice, Lucia, figlia del fu ser Brunamons e moglie di Giovanni, figlio del fu Giacomo da Villafranca, abitante a Beverara, che richiede l’accensione, durante i suoi funerali, di quattro doppieri del valore di due ducati che poi dovranno rimanere in chiesa per ardere durante le successive celebrazioni[143].

L’attenzione all’esteriorità è presente nelle cerimonie funebri del Quattrocento soprattutto nel caso in cui il defunto sia un nobile o una persona di ceto sociale elevato. A Verona, come in altre città[144], l’apparato scenografico che in quel secolo accompagnava lo svolgimento dei funerali poteva essere eccessivamente sfarzoso al punto che qualche testatore si sentiva obbligato a chiedere una cerimonia sine pompa, limitando così il lusso e la spettacolarità[145]. Tale limitazione era voluta peraltro anche da precise norme emanate in varie città italiane del centro-nord nell’ambito di un complesso di leggi suntuarie il cui scopo era quello di limitare le spese superflue[146].

Tra i Veronesi che testano nel 1438, la già conosciuta Agnese Castelbarco, moglie del fu Pietro Pellegrini di Santa Cecilia, ad esempio, stabilisce che le sue esequie dovranno essere celebrate umilmente, pur lasciando una certa discrezionalità ai fedecommissari[147] e dello stesso avviso è anche Francesca Lion di cui ho parlato in un’altra parte del presente lavoro[148].

Volendo trarre delle conclusioni da quanto ho detto finora, quindi, è possibile constatare l’evidente divergenza esistente tra i desideri dei testanti di città e quelli del territorio per ciò che riguarda le disposizioni per i funerali. Mentre gli abitanti delle zone rurali non sembrano interessati a cerimonie particolari, i cittadini sono piuttosto legati alle apparenze e alle distinzioni sociali che si manifestano sia in vita che nel passaggio all’aldilà. Questo avviene, è bene ricordarlo, anche in un periodo difficile in cui sono in atto un’epidemia di peste e una guerra.  

 

Le richieste di messe e preghiere

Uno dei mezzi più diffusi per provvedere alla salvezza dell’anima è la richiesta di messe, ben documentata nei testamenti cittadini e non, sia del Veronese[149], sia di altre città venete come Venezia[150] e Padova[151]. Non fanno eccezione i testamenti esaminati per la presente ricerca. In una buona parte di essi, infatti, è manifestato il desiderio del testatore di far celebrare alcune messe o recitare delle preghiere a beneficio della propria anima e di quella di familiari defunti, nel momento successivo al trapasso da questo mondo all’aldilà. Il dato, occorre precisarlo subito, presenta poca differenza tra l’ambiente extraurbano e quello cittadino ed irrilevante è anche la distinzione di sesso tra i testatori che richiedono, dopo la loro morte, la celebrazione di messe di suffragio: tale prassi interessa indistintamente uomini e donne di città e di campagna.  

In genere, pro missis et oracionibus dicendis et celebrandis viene lasciata una somma di denaro più o meno elevata a seconda delle disponibilità economiche o della sensibilità del testante – dalle due lire che gli eredi di Quirico Fontanelli dovranno consegnare alla chiesa di Santo Stefano per la celebrazione di un anniversario[152] a qualche ducato – a una chiesa, a un convento o a un particolare sacerdote che viene incaricato della celebrazione.

Accade così, ad esempio, che Grandilia Alighieri, figlia del fu Bartolomeo e moglie di ser Domenico drappiere di Beverara, assegni al sacerdote della chiesa di San Procolo cinque lire che verranno consegnate dagli eredi universali per la celebrazione di messe e la recita di preghiere[153]; per lo stesso motivo Altabella Avogaro, figlia del fu Giovanni di San Paolo e moglie di Donato da Bovo di Feraboi lascia 10 lire al sacerdote della chiesa di Santa Maria alla Fratta[154], ma gli esempi che si potrebbero fare sono molti. 

Talvolta, con la richiesta di preghiere, vengono lasciati beni mobili o livelli: Caterina Alberti, figlia del fu Pantaleone, dottore in legge, e moglie del notaio Giovanni de Plicanto di Falsorgo, ad esempio, assegna alla chiesa di Santa Maria dell'Arcarotta 12 minali di frumento annui, per quattro anni, in cambio della celebrazione di quattro anniversari composti da un numero di messe a discrezione dei frati[155].

Il già citato Ambrogio, detto Guagnino, di Feraboi, nel suo primo testamento[156], innanzitutto destina 50 ducati alla fabbrica dell’altare o della cappella di San Donato dove dovranno essere scolpite le insegne di famiglia non ad pompam aliquam sed pro memoria posterorum suorum e poi affida agli eredi il compito di spendere 50 ducati per l’acquisto di uno o più appezzamenti di terra dai quali sia possibile ricavare il livello annuo di 10 lire da assegnare all’altare, a condizione che il sacerdote preposto ed altri nove preti celebrino ogni anno, nel giorno della ricorrenza della sua morte, un anniversario composto da 10 messe. La disposizione, però, sarà eliminata nelle successive ultime volontà[157].

Se di frequente vengono richieste messe e preghiere generalizzate, ci sono coloro che chiedono specificamente il settimo, il trigesimo e l’anniversario, ossia il ricordo a sette e trenta giorni e ad un anno dalla scomparsa, secondo schemi diffusissimi e standardizzati della religiosità del tempo. In tal senso è orientata, ad esempio, la richiesta del notaio Francesco Lombardi di San Benedetto che – dopo aver richiesto di poter confessarsi, ricevere l’Eucaristia e restituire il dovuto ai creditori prima di morire – dà l’incarico ai fedecommissari di far celebrare le messe di settimo, trigesimo e anniversario[158]; mentre Fornaria, figlia del fu Stefano e moglie di maestro Federico falegname di San Paolo, affida agli eredi il compito di far celebrare 24 messe: otto per il settimo, otto per il trigesimo e otto per l’anniversario[159].

Le messe possono essere plane, semplici e poco costose, o in cantu, cantate e quindi più complesse e più care[160]. La maggior parte dei testatori non precisa di che tipo devono essere questi uffici religiosi, dando l’idea che si tratti, però, del genere più semplice. 

Le messe cantate, nei documenti da me visti, sembrano essere prerogativa dei cittadini inurbati. Le tre disposizioni in tal senso, infatti, giungono da uomini provenienti da fuori città che dimostrano, però, di essersi ben integrati in essa avendone acquisito anche la nuova sensibilità, unita probabilmente ad una certa ostentazione tipica di un ceto sociale piuttosto elevato[161]. Ecco che il già nominato notaio Bartolomeo de Caredellis da Cologna Veneta, abitante in contrada San Pietro Incarnario, chiede ai fedecommissari di far celebrare ogni anno, nella chiesa della sua località d’origine un anniversario composto da sette messe piane e una cantata[162]. Giovanni Scotti, figlio del fu Antonio da Milano, abitante in contrada San Tommaso, lascia alla chiesa di Santa Maria della Scala 24 lire, la metà da consegnare nel primo anno dopo la sua morte e l’altra metà nell’anno successivo, per la celebrazione annuale di un anniversario composto da nove messe piane e una cantata[163]. Il canonico Donino de Bassanis, figlio del fu Rolandino da Borgo San Donino, abitante a Verona in contrada San Zeno Oratorio destina ai non meglio identificati consorzio e fabbrica di Borgo San Donino alcuni possedimenti del valore di 100 ducati, a condizione che ogni anno venga fatto celebrare un anniversario composto da nove messe piane e una cantata nel giorno di San Donino o negli otto giorni immediatamente seguenti[164].  

Il numero delle messe richieste – non sempre indicato – è variabile e arriva anche a diverse centinaia. La già nominata Altabella Avogaro, ad esempio, chiede 350 messe nel primo anno dopo la sua morte[165] e Marco Guantieri ne ordina 200 da celebrare nella chiesa di Santa Maria della Scala, senza precisare in quale arco temporale[166].

I suffragi talvolta devono essere ripetuti per più anni o addirittura in perpetuo. Una tale richiesta ha una sua giustificazione in una credenza di ordine escatologico: essendosi spostata nella mentalità popolare l’ora del Giudizio dal momento dopo la morte alla fine dei tempi, diventa logica la necessità di usufruire di una intercessione costante presso Dio nella speranza che egli possa essere più clemente nell’Ultimo Giorno. Questo spostamento è reso possibile – tra il XII e il XIII secolo – dall’ideale collocazione tra il Paradiso e l’Inferno di un terzo luogo: il Purgatorio, dove l’uomo espia le sue colpe in attesa della resurrezione. Per confortare ed alleviare le anime che si trovano nel Purgatorio, la Chiesa propone la celebrazione ripetuta di messe ponendo così di fatto le basi per un controllo diretto del clero sui riti della morte[167].

Nella documentazione esaminata la domanda di messe ed anniversari da celebrare in perpetuo è piuttosto ridotta ma presenta caratteri diversificati. Se, ad esempio, Leonpietro Fracastoro, figlio del fu Novello Francesco di Sant’Andrea, delega agli eredi il compito di far celebrare ogni anno, in perpetuo, un anniversario solenne con l’accensione di candele e con la partecipazione di tutti i sacerdoti, sull’altare della chiesa di San Fermo Maggiore e sulla sua tomba[168], uno degli eredi di Michele drappiere, figlio del fu maestro Leonardo drappiere di Santo Stefano potrà avere alcuni terreni solo se farà celebrare ogni anno, in perpetuo, nel giorno della ricorrenza della morte del testatore o nei giorni seguenti, un anniversario di sei messe – cinque piane e una cantata – sull’altare della chiesa di Santo Stefano e sulla tomba, durante le quali dovranno essere accese delle candele[169].           

Molto presenti sono anche le richieste di messe gregoriane, cicli di 30 messe che devono essere celebrate per 30 giorni consecutivi da uno o più sacerdoti, allo scopo di liberare l’anima dalle pene del Purgatorio[170].

Una tale convinzione è espressamente dichiarata da alcuni testatori tra cui Bartolomea, figlia del fu Bartolomeo da Avesa e moglie del grammatico Pietro Paolo di Santo Stefano che destina un ducato a tale pratica[171] e l’orefice Carlo Pagani, figlio del fu maestro Bartolomeo orefice di San Matteo Concortine che chiede missas benedicti Gregori pape ut dominus noster Iesus Cristus animam ipsius testatoris sublevet a penis Purgatorii[172].

In genere è voluta la celebrazione di un solo ciclo di 30 messe ma può accadere che qualcuno ne richieda di più. È il caso di Nicolò Caliari, figlio del fu Pietro di San Giovanni in Foro che dà ordine ai fedecommissari ed agli eredi di farne celebrare due cicli in suffragio dell’anima sua e di quella del fratello[173]; del notaio Antonio, detto de Cavaiono, de Ruariis figlio del fu maestro Ognibene notaio da Affi, abitante a Verona in contrada San Matteo Concortine che ne dispone tre cicli[174] e di Taddeo de Homnibus, figlio del fu Giacomo da Zevio, abitante a Verona in contrada San Paolo, che ne commissiona addirittura 25 cicli[175].

Proseguendo, una specifica annotazione è quella che riguarda le chiese nelle quali dovranno essere celebrati messe ed anniversari. Anche se la disposizione riguardante le messe non è sempre accompagnata da una precisa indicazione della chiesa dove si vuole che queste vengano celebrate, appare evidente – per quanto riguarda i testatori residenti fuori Verona – la tendenza a volerle nelle chiese adiacenti al luogo di sepoltura, desiderio, questo, espresso però anche dai testatori cittadini che talvolta ne richiedono la celebrazione sulla tomba, come in qualche esempio sopra riportato.

Può accadere, però, che per motivi diversi vengano richieste messe in più chiese: molti sono gli esempi di questo tipo tra cui quello di Simone drappiere, figlio del fu maestro Guglielmo di Santa Maria in Organo, che lascia allo scopo un ducato ai frati di Santa Maria in Organo ma poi assegna 10 lire ai frati di Santa Maria della Scala per la celebrazione di 100 messe in suffragio dell’anima di una donna, Giacoma, di cui non è chiaro il legame con il testatore, probabilmente su richiesta della donna stessa[176].

Nella disposizione di Caterina, figlia del fu Zenaro da Marano di Valpolicella e moglie del cambiatore Rocino di Santa Maria alla Fratta, invece, compaiono motivazioni di carattere fiduciario, se non devozionale. Ella, infatti,  stabilisce che vengano date 10 lire ai frati del convento di San Fermo Maggiore – nel cui cimitero desidera essere sepolta – per la celebrazione di messe e la recita di preghiere, ma poi assegna ai fedecommissari il compito di far celebrare otto messe dai frati di Santa Maria della Scala, otto dai frati di Santa Eufemia, otto dai frati di Santa Anastasia, otto dai frati di Fermo Maggiore e otto dai frati di San Tommaso, chiamando in causa gli ordini mendicanti presenti in città[177].           

Uno specifico indirizzo di fiducia sembra avere anche la scelta del tessitore Delaido, figlio del fu Bonaventura da Caprino Veronese, abitante a Verona in contrada San Zeno Oratorio che, dopo aver stabilito la sua ultima dimora nel cimitero della chiesa di San Zeno Oratorio, richiede la celebrazione delle messe gregoriane dai frati di Santa Maria dell’Arcarotta, ai quali lascia un ducato[178]. Gli ordini religiosi, quindi, in ambito cittadino, rivestono un ruolo importante nelle scelte degli uomini e delle donne in materia di suffragi, confermando quanto è stato detto per le disposizioni sui luoghi di sepoltura.   

 

Le richieste di pellegrinaggi

Tra le disposizioni presenti nei testamenti del 1438, una piccola quantità – una decina, quasi tutte di residenti in città – sono quelle inerenti i pellegrinaggi ossia i viaggi verso una particolare chiesa per visitarla, pregare e magari chiedere l’indulgenza per i propri peccati o per quelli di qualcun altro. L’attenzione per una tale pratica religiosa – alla quale, secondo alcuni studiosi, diede forte impulso il movimento dell’osservanza francescana ed in particolare la predicazione di Bernardino da Siena e di Giovanni da Capestrano attivi anche a Verona in quegli anni[179] – conobbe una buona diffusione in Italia[180] proprio nel XV secolo, collegata agli anni giubilari ma non solo[181].  

Per ciò che riguarda la documentazione oggetto della mia ricerca, occorre subito avvertire che nell’anno preso in esame, funestato dagli eventi negativi di cui si è parlato, nessuno dei testatori ha in mente di effettuarne uno in prima persona, ma le disposizioni riguardano esclusivamente pellegrinaggi delegati o, come scrive efficacemente Simona Ricci, «per conto terzi»[182]. Chi detta le ultime volontà manda un’altra persona, probabilmente perché ritiene di non essere più in grado di affrontare personalmente un viaggio che potrebbe rivelarsi lungo e rischioso.

Le destinazioni previste sono quelle che rispecchiano le tendenze generali del secolo con qualche eccezione. Sono presenti, infatti, le mete preferite da quello che Giuseppina De Sandre definisce «”buon fedele” ben inserito nella vita religiosa locale e insieme mosso da alcune istanze di più rigorosa adesione alla fede professata»[183] e non solo: Sant’Antonio di Vienne e Santiago di Compostela, ma anche Roma, Assisi, Santa Maria di Monte Summano in territorio vicentino, Sant’Antonio di Padova, Santa Lucia di Venezia e San Leonardo de Marer in Germania.  

Alcune richieste sono piuttosto articolate e rinviano a desideri espressi da qualche congiunto del testatore ormai defunto. Tommaso de Frixonibus, figlio del fu Frisono di Sant’Egidio, rinvia agli eredi il desiderio espresso dal padre nel suo testamento dettato il 12 settembre 1383, che però i fedecommissari non hanno mai esaudito: il finanziamento di un uomo che dovrà recarsi a Santiago di Compostela e a Sant’Antonio di Vienne in un unico viaggio, per accendere in ognuna delle due chiese un doppiere del peso di cinque libbre. Frisono aveva poi chiesto di finanziare un uomo affinché si recasse in pellegrinaggio a Santa Maria di Monte Summano, a Santa Lucia di Venezia, ed a Sant’Antonio di Padova per accendere in ognuna delle tre chiese un doppiere del peso di cinque libbre[184].

Sempre collegato ad una richiesta paterna è l’ordine di Giacomo de Focardo, figlio del fu Giovanni della contrada cittadina di Braida, rivolto al fratello Francesco: egli dovrà recarsi personalmente o mandare qualcuno a Roma per visitare le chiese dei Santi Pietro e Paolo. A carico del testatore sarà la metà delle spese per il viaggio e all’altra metà dovrà provvedere lo stesso Francesco, come disposto dal genitore[185].

A Roma, ma direttamente dal papa, dovrà andare don Antonio, priore della chiesa di San Silvestro, al quale Nicolò Falcieri di San Pietro Incarnario fornisce dieci ducati affidandogli il compito di supplicare il pontefice per l’assoluzione di Donato, suo fratello ormai defunto, accusato di omicidio[186]. Ma Nicolò pensa anche alla sua anima e manda un uomo alla chiesa di Sant’Antonio di Vienne, stavolta a pregare per lui. 

Anche Perina, figlia del fu Francesco da Soave e moglie prima del fu Benvenuto e poi di Giovanni, fabbricante di scodelle da Cremona, abitante a Verona, in contrada San Zeno Superiore, dopo aver assegnato alla chiesa vicentina della Madonna di Monte Berico un doppiere in cera del valore di un ducato, manda un uomo a Sant’Antonio di Vienne per esaudire una richiesta del suo primo marito defunto[187].

L’acquisto di una particolare indulgenza, invece, è il motivo che spinge Anna de Frixonibus, figlia di maestro Nicolò orefice e moglie del fu Homodo da Cerea, abitante a Verona in contrada Feraboi, a chiedere che una persona si rechi nella chiesa di Santa Maria degli Angeli di Assisi il primo agosto[188].

La rigidità delle formule notarili, tuttavia, non ci permette nella maggior parte dei casi di conoscere le effettive motivazioni che spingono i testatori a mandare persone in santuari più o meno noti e così lontani tra loro spazialmente: oltre alla già citata acquisizione dell’indulgenza, solo un padre - Domenico de Finotis, figlio del fu Giovanni, originario di Saone, nel Trentino, ma abitante a Ponton – vuole sciogliere un voto fatto durante la malattia del figlio e invia quest’ultimo al santuario di San Leonardo de Marer in Germania, segno di un legame mai spezzato con la sua terra d’origine[189].

Il viaggio terreno vuole metaforicamente rappresentare il cammino verso la salvezza eterna, meta a cui tende fermamente l’uomo medievale. Non sempre, però, è possibile finanziare ed organizzare lunghi viaggi, perciò trova un certo favore anche un altro tipo di pellegrinaggio, più ristretto e circoscritto ad alcune chiese cittadine dove, secondo un particolare tipo di devozione, è possibile acquistare un’indulgenza a suffragio delle anime dei defunti attraverso la recita di specifiche preghiere da ripetere periodicamente. 

Le chiese in questione – citate nei testamenti da me visti – sono quelle di San Lorenzo e di Santa Maria in Organo, ma vediamo qualche esempio.  

Caterina Stagnati, figlia del fu Ognibene di Isolo Inferiore, delega all’erede il compito di far celebrare 100 messe e di mandare una donna idonea a visitare la chiesa di San Lorenzo ogni mercoledì, per un anno[190].

Un’altra Caterina, figlia del fu maestro Guglielmo drappiere di Ognissanti e moglie di Giuliano, figlio del fu maestro Francesco, abitante in contrada San Benedetto, assegna ad una donna scelta dai fedecommissari quattro lire affinché si rechi a visitare la chiesa di Santa Maria in Organo ogni lunedì, per un anno dopo la sua morte, per recitare il Padre Nostro ed altre preghiere[191].

Bartolomea, figlia del fu Fioravante e moglie di Giovanni, figlio del fu Renaldo de Bresello, abitante a Verona in contrada Santa Maria in Chiavica, demanda all’erede il compito di scegliere due persone degne di andare per un anno a visitare entrambe le chiese appena citate[192].

L’usanza di inviare qualcuno a pregare in una delle chiese veronesi nominate era piuttosto diffusa tra i residenti in città sul finire del Medioevo ed era un modo per assicurare alla propria anima una preghiera prolungata nel tempo, in genere per almeno un anno[193]. Coloro che pregavano su commissione erano di solito donne che così potevano guadagnare qualche piccola somma di denaro, trasformando tale pratica quasi in una professione.    

 

Le elemosine 

Prendersi cura della propria anima avendo cura del prossimo, nella fattispecie di chiunque si trovi in situazione di indigenza, è un imperativo al quale non molti uomini e donne del Quattrocento intendono sottrarsi: questo almeno è quanto emerge dall’analisi dei testamenti, non solo di quelli oggetto della presente ricerca ma, più in generale, di quelli rogati in diverse città italiane in quel secolo e non solo[194].

La cura dell’altro, nel caso dei legati pro anima dei testatori residenti in città, è innanzitutto quella rivolta alle diverse categorie di indigenti: molti testatori infatti si ricordano di loro al momento della stesura delle ultime volontà in ottemperanza al messaggio evangelico. 

Gesù, nel famoso Discorso della Montagna, aveva indicato esplicitamente a chi spettava la salvezza: il Regno dei Cieli sarebbe stato dei poveri e coloro che sulla terra avessero sofferto per mancanza di cibo nell’aldilà sarebbero stati saziati. Al contrario, i ricchi avrebbero dovuto sopportare fame e dolore[195].

  Per la loro condizione, quindi, i poveri erano ritenuti dalla società tardomedievale non un peso ma persone degne di una considerazione particolare in quanto «intercessori simbolici tra gli altri uomini e la clemenza divina»[196]. La loro esistenza offriva ai peccatori un’opportunità di riscatto perché rendeva possibile l’esercizio della carità, come aveva detto Cristo: «Date e vi sarà dato»[197].

Il messaggio evangelico influenza le scelte dell’uomo medievale che identifica in Cristo il povero per eccellenza[198]. Dato che la povertà di Gesù è considerata simile a quella dei mendicanti, questi ultimi vengono definiti pauperes Christi, espressione usata anche nei testamenti da me visti che li classifica in modo indistinto. A tal proposito è interessante notare che i pauperes destinatari spesso sono quelli scelti dai fedecommissari a testimonianza del fatto che non sono tanto le singole persone ad essere importanti, ma è la categoria in generale ad essere utilizzata dai testanti come un mezzo per acquisire meriti di fronte a Dio, come spera di fare Tommaso de Frixonibus di Sant’Egidio lasciando ai poveri casti di Verona 30 lire come rimedio a quanto egli ha estorto in passato[199].

Ai pauperes Christi vengono destinate dai testatori elemosine in denaro e terreni ma anche in generi alimentari – pane, vino, sale, carne, legumi – e capi di abbigliamento, in un’unica soluzione oppure per più anni; subito dopo la morte di colui che le ordina, o durante i funerali, o ancora in giorni ben specificati. Gli esempi possibili sono moltissimi, mi limiterò a segnalarne alcuni sia della città che del distretto.  

Il notaio Giacomo a Bove, figlio del fu Nascimbene di Sant’Andrea, assegna un’elemosina di tre minali di pane di frumento e vinello che non superi il bicchiere a persona, da distribuire nel secondo o terzo giorno dopo la sua scomparsa, se morirà durante la pestilenza. I poveri della città e del distretto, inoltre, avranno tutte le sue vesti in panno di lana, di lino o foderate e le pellicce, ma ad ogni persona l’erede dovrà assegnare solo un capo di abbigliamento che non superi il valore di cinque lire. Se qualche capo dovesse superare tale valore, dovrà essere venduto e sarà distribuito il ricavato[200].  

Semprebona Rolandi, figlia del fu maestro Alberto notaio e moglie del fu maestro Giovanni sarto di San Vitale, abitante in contrada San Paolo, collega la distribuzione di un’elemosina ai suoi funerali ed ordina agli eredi universali di distribuire tre minali di pane di frumento e uno staio di sale ai poveri presenti quando il suo corpo verrà sepolto[201].

Diversamente, Francesca de Paulino, figlia del fu Giacomo e moglie del fu Alessandro Confalonieri, notaio di San Quirico, assegna ai poveri un quartaro di vino e un minale di pane di frumento che suo figlio Zeno dovrà distribuire ogni anno nel giorno di San Martino[202].

Ogni anno della loro vita, invece, la moglie e la figlia di Bartolomeo, detto Malumbra, prima pettinatore e poi messo, figlio del fu Giovanni di San Silvestro dovranno distribuire ad essi un minale di frumento trasformato in pane cotto[203].

I lasciti ai pauperes Christi talvolta sono in denaro e l’entità delle somme varia da pochi soldi a diversi ducati. Gli esempi potrebbero essere molti ma mi limito a segnalarne due: Giovanni, detto Cevolo, figlio del fu ser Desiderato da Angiari, abitante a Porto di Legnago destina loro 40 soldi; mentre Domenica, figlia del fu ser Tramarino drappiere di San Martino Aquaro e moglie prima del fu Giacomo Lombardi e poi del fu Giacomo Cipolla, abitante a Verona in contrada Sant’Egidio assegna 100 ducati[204].

Successivi alla vendita di un bene immobile sono, invece, il legato di Galexio, figlio del fu Bartolomeo, detto Calmoxano, di San Nazaro consistente nei 20 ducati che dovranno essere ricavati dalla vendita di una casa in muratura munita di coppi e solai, con orto e una piccola corte situata a Verona, in contrada San Nazaro[205] e quello del tessitore di panni di lino Antonio, detto Bastono di San Silvestro costituito dal ricavato dalla vendita di un appezzamento di terra per il quale Giacomo Dionisi versa il livello annuo di una lira e 10 soldi[206], ma diversi sono i lasciti in tal senso presenti nei testamenti del 1438.

Un’altra opera di misericordia è quella di offrire capi di vestiario a chi ne ha bisogno, oppure di fornirgli del denaro da utilizzare per questo scopo. Ecco che la già più volte nominata Altabella Avogaro cede ai poveri le sue pellicce, le fodere, le gonnelle in seta con ornamenti in argento e due vesti di colore verde scuro con maniche[207]. Del medesimo tono è anche la disposizione di Costanza Faella, figlia del fu ser Bonavanto e moglie prima del fu Antonio da Marostica e poi del fu Enorio da Zevio di Vicenza, abitante a Verona in contrada Mercatonovo, che chiede all’erede universale di consegnare a coloro che egli reputerà poveri tutte le sue vesti, i panni, le pellicce, le camicie e gli altri indumenti[208]. Ma non sono solo le donne a distribuire post mortem parte del loro guardaroba o del loro corredo nuziale. Il barbiere Furlano di San Silvestro, per citare un caso, vuole che tutti i suoi vestiti vadano ad essi[209].

Oltre ai vestiti, c’è chi offre del tessuto per confezionarli. Costanza Zavarise, figlia del fu Giovanni e moglie del fu ser Nicolò intermediario, abitante a Verona in contrada San Giovanni in Valle, delega a un fedecommissario l’incombenza di vestire cinque poveri con panno griso, dopo la sua morte[210]. Vesti confezionate con lo stesso tipo di tessuto – un panno di basso livello qualitativo utilizzato per abiti di uso quotidiano o da lavoro – sono richieste anche da Antonio, figlio del fu Gaspare da Quinto di Valpantena, abitante a Verona in contrada Isolo Superiore per 15 pauperes[211].

Finora ho parlato di poveri come gruppo indistinto ma in molti casi i testatori operano una classificazione dei diversi tipi di bisognosi: troviamo così le egenae personae, ossia gli indigenti, le pauperes domicelle, ragazze povere, le pauperes vidue, povere vedove, i pauperes carcerati, poveri carcerati, ma anche i bambini orfani e gli anziani. Sono tutte categorie di persone rese povere dalla mancanza di mezzi di sostentamento dovuta a varie cause e comunque ritenute degne di considerazione da parte dei più fortunati, sia uomini che donne. Non ci sono, infatti, sostanziali differenze tra i legati a loro destinati da parte di testatori e testatrici, di città e di campagna. 

Alle persone indigenti, quasi sempre collegate anche nella formula latina ai pauperes divenendo così le pauperes et egenae pesonae, di solito si lasciano generi alimentari – come i 50 minali di pane a loro assegnati da Nicola Bonaveri, figlio del fu Girolamo di San Fermo[212]  – o piccole somme di denaro, come fa,  ad esempio, Bonifacio, figlio del fu Giovanni da Fiumicello, località del Padovano, abitante a Verona in contrada Pigna, che permette ai fedecommissari di scegliere coloro ai quali distribuire 100 ducati entro due anni dalla sua morte, specificando, però, che ognuno di essi non potrà avere più di un ducato[213].

Un altro gruppo di persone bisognose agli occhi dei testatori del Quattrocento è costituito dalle ragazze prive di mezzi per poter costituire una dote che permetta loro un matrimonio onorevole: sono le pauperes domicelle maritande. Ad esse è rivolta l’attenzione delle donne ma anche degli uomini che le ricordano talvolta insieme ad altri poveri.

Se Gabriele, figlio del fu Federico medico di Zevio lascia a tre di loro 50 lire per la confezione di tre vesti in panno[214], diversa è la disposizione di Giovanni de Becharolis, figlio del fu Antonio di San Giovanni in Foro, che destina ai poveri in generale, alle povere ragazze da marito e ad altre cause pie non specificate 500 ducati che i fedecommissari dovranno ricavare dalla vendita di una casa con stalla per i cavalli situata a Verona, in contrada San Giovanni in Foro e di tutti i beni mobili che ci sono dentro, in suffragio dell’anima della sua defunta moglie Fiordalisa. I fedecommissari hanno anche il compito di distribuire alle stesse categorie di persone 100 ducati in suffragio della defunta nipote Dorotea[215].

Abbastanza frequenti nei testamenti che ho visto sono anche le disposizioni a favore dei detenuti nelle carceri veronesi. Ad essi viene offerto qualche conforto in cibo e vestiti o piccole somme di denaro ma anche terreni come fa Balzanino de Boninventis, figlio del fu Giovanni Andrea di Ponte Pietra che per loro fa riacquistare un terreno venduto in precedenza per 100 ducati[216].

Unico, invece, è il caso di un ex carcerato – Gaspare, figlio del fu Bertoldo di Velo Veronese – che al momento di dettare le ultime volontà si ricorda di quella triste parentesi della sua vita. Egli, infatti, assegna ai poveri carcerati veronesi cinque lire e poi chiede che vengano loro dati altri sette lire e sette soldi da lui promessi a Benedetto dalle carceri, al tempo in cui egli stesso è stato rinchiuso. Lascia poi cinque ducati a Nicolò da Chievo come compenso per il patrocinio e la difesa che gli hanno permesso di essere scarcerato e perché egli continui a difendere anche suo figlio in occasione di litigi, se sarà necessario[217].

Lasciando per un attimo Verona, in ambito extracittadino i poveri sono ricordati a Pescantina e a Soave. A Pescantina sono nominati eredi universali dal fabbricante di balestre Nicolò, figlio del fu Giorgio de la Ianina[218] mentre a Soave Taranto, figlio del fu ser Bartolomeo, proveniente da Ronco all’Adige, fa distribuire loro dagli eredi un’elemosina di quattro minali di frumento trasformato in pane e una brenta di vino buono, ogni anno, in perpetuo, il venerdì santo, in suffragio dell’anima sua e di quella della defunta moglie Libera[219].

Occorre dire, però, che nelle località di campagna le elemosine sono per lo più destinate alla collettività, agli abitanti del paese in generale. La funzione che in città è esercitata dalla massa talvolta indistinta dei pauperes sembra ripresa nei villaggi da tutti i residenti ai quali i testatori riservano elemosine costituite da generi alimentari: vino, pane, sale e legumi.  

Segnalo a titolo di esempio che Franco de Laspexo, figlio del fu Bono di Illasi destina ai suoi compaesani due distinte elemosine: tre minali di sale che gli eredi universali distribuiranno entro un anno dalla sua morte e sei minali di farina trasformata in pane che gli eredi universali distribuiranno entro tre anni[220]. Dello stesso tenore è anche la disposizione di Pietro, figlio del fu Ambrogio da Bussolengo, abitante a Pescantina, che obbliga gli eredi a distribuire per due volte due minali di frumento fatto in pane agli abitanti della sua località d’origine, in due anni dopo la sua morte, come è consuetudine del luogo[221].

In conclusione, come si è visto, gli esempi offerti dai testamenti sul tema delle elemosine sono davvero moltissimi ma il loro comune denominatore è senz’altro quella credenza popolare propagandata anche dagli ordini mendicanti secondo cui, come scrive Bacci, «la miseria altrui non è altro che il prezzo da pagare per liberarsi del peccato»[222].

 

L’attenzione per le chiese

Donazioni e lasciti alle chiese erano le opere pie per eccellenza a cui anche i Padri della Chiesa avevano esortato. Tali pratiche erano diffuse da secoli, come hanno accertato, tra gli altri, la Miller[223] per Verona a partire dall’VIII secolo, Rigon per Padova nel Duecento[224] e la Ricci per la zona della Valdarno in Toscana nel Trecento[225]. D’altro canto, proprio i lasciti e le donazioni dei laici costituivano una buona parte delle entrate che mantenevano in vita le parrocchie cittadine e di campagna[226], ma anche i monasteri e i conventi.  

A Verona le istituzioni cittadine si erano interessate al fenomeno ed avevano emanato delle precise disposizioni legislative che tutelavano nello stesso tempo sia le volontà dei testanti in materia di lasciti ad pias causas, sia gli enti beneficiati. Gli statuti del Comune emanati nel 1327, successivamente ricalcati da quelli redatti nel periodo del dominio visconteo sul finire del XIV secolo, contenevano, infatti, un capitolo intitolato De exigendis legatis sive relictis ad pias causa et ad quorum officium predicta spectent[227], atto a fare in modo che le promesse fatte dai testatori fossero effettivamente eseguite. Tanto interesse era dovuto al fatto che i beni destinati alle chiese erano demandati agli eredi o ai fedecommissari per l’effettiva assegnazione, ma non sempre questi svolgevano il compito come era loro imposto dai testatori e talvolta evitavano addirittura di consegnare i beni o il denaro come richiesto. 

La presenza di lasciti destinati alle varie istituzioni ecclesiastiche è attestata non solo dai testamenti veri e propri – pur essendo, ovviamente, questa la fonte principale per una possibile analisi – ma è rintracciabile talvolta anche nei verbali delle visite pastorali dei vescovi alle diocesi di cui erano titolari. Per quanto riguarda la diocesi di Verona nel Quattrocento, se ne ha conoscenza dalla lettura dei resoconti delle visite di Ermolao Barbaro[228]. Il vescovo, infatti, si dimostra particolarmente attento a far rispettare le disposizioni dei testatori che si riferiscono a somme di denaro, a qualche oggetto oppure, ancora, a beni immobili destinate ad una chiesa, ma anche ad eventuali elemosine da distribuire alla popolazione. 

Molti sono gli esempi di disposizioni testamentarie non rispettate rintracciabili nei verbali delle visite del Barbaro e del suo delegato Canato. Uno fra tutti è quello che riguarda la pieve di Santa Maria di Mezzane a cui alcuni testatori avevano destinato lasciti mai consegnati però dagli eredi. Il visitatore, nel 1460, apprendendo le circostanze, chiede ai parrocchiani di fare giustizia[229].

Se non abbiamo la certezza della loro effettiva esecuzione, ci è possibile, tuttavia, vedere quali sono le intenzioni di coloro che dettano le ultime volontà nel 1438: ecco qualche dato. Inizio col dire che non tutti si ricordano di chiese e sacerdoti: disposizioni a loro favore, infatti, sono presenti solo in 200 dei 351 atti da me visti. I legati in totale sono 305: 221 destinati a chiese cittadine e 84 ad istituzioni extracittadine, non solo del territorio veronese. Le chiese beneficiate sono in tutto 117: 60 di Verona e 57 di altre località. 

Nel distretto le quattro chiese più nominate sono San Giovanni di Cadidavid, vicina al centro cittadino, Santa Maria di Bussolengo, Santa Maria delle Grazie, santuario di Porto di Legnago, e Santa Maria di San Bonifacio, a ciascuna delle quali vengono assegnati quattro legati mentre la maggior parte delle chiese del territorio viene citata una o due volte.

Va comunque precisato che nel computo dei legati non ho preso in considerazione quelli assegnati in assenza di altri eredi o subordinati in qualche maniera a legati destinati ai familiari. È facile infatti trovare enti ecclesiastici nominati eredi in caso di morte del coniuge o dei figli.

In generale è evidente la quasi parità numerica fra il numero delle chiese cittadine e di quelle extraurbane nominate. Pur essendo in netta minoranza – sono infatti solo 65 residenti in 34 località – i testatori che vivono fuori Verona dimostrano una maggiore attenzione verso le istituzioni ecclesiastiche della loro zona rispetto agli abitanti della città il cui interesse è rivolto anche verso i tanti conventi e monasteri presenti in ambito urbano.    

Le chiese più nominate in città sono infatti Sant’Eufemia, dove hanno sede gli Agostiniani, e Santa Maria della Scala dei Servi di Maria ad ognuna delle quali vengono assegnati 13 legati; 11 lasciti sono destinati a San Tommaso dei Carmelitani e 10 alla chiesa di San Paolo, la più citata tra quelle non gestite da enti monastici ma con funzioni di parrocchia.

In città sono quindi nominate piuttosto insistentemente le chiese collegate a conventi o monasteri che richiamano l’attenzione degli esponenti di famiglie di elevato livello sociale e non solo: è il caso delle chiese gestite dagli ordini mendicanti. Oltre a Santa Eufemia, a Santa Maria della Scala e a San Tommaso, sono presenti Santa Anastasia ricordata da 7 testanti, San Fermo Maggiore nominata da 5 testatori ma troviamo anche istituzioni gestite da altri ordini religiosi tra cui Santa Chiara e Santa Maria dell’Arcarotta, entrambe francescane.

In seguito mi riferirò direttamente a qualche esempio offerto dalla documentazione, rilevando, comunque, che anche in città vengono ricordate talvolta le istituzioni presso le quali si è scelta l’ultima dimora e le parrocchiali di riferimento dei singoli testanti, se non altro per l’assegnazione della quarta o di un’offerta che la sostituisca; i legati vengono poi suddivisi tra diverse chiese o destinati a vari sacerdoti secondo canoni devozionali. 

Cosa decidono di lasciare i testatori alle chiese? La risposta a questa domanda ci permette di capire meglio anche quali sono le istituzioni ecclesiastiche beneficiate ma è piuttosto complessa ed articolata perché i legati sono di vario genere: denaro, beni immobili ed oggetti ad uso liturgico.

Innanzitutto i testatori destinano agli enti ecclesiastici somme di denaro di entità variabile da un minimo di 20 soldi ad un massimo di 25 ducati che, secondo le intenzioni di chi le assegna, devono servire per la celebrazione di messe ma anche per la costruzione o la ristrutturazione muraria dell’edificio in un periodo in cui, soprattutto nelle campagne, le chiese sono spesso malridotte, come si evince tra l’altro dalla lettura dei già presentati verbali delle visite pastorali del Barbaro che esorta spesso la popolazione a provvedere alle riparazioni, sotto pena di scomunica[230]. 

Al finanziamento del restauro si interessa, fra i tanti, il maestro Giacomo costruttore di brente, figlio del fu serGiovanni da Venezia, abitante a Verona in contrada Falsorgo, destinando alla chiesa di San Matteo Concortine cinque lire da utilizzare a tal scopo e per la celebrazione di messe[231]. Alla stessa chiesa pensa anche Negro, commerciante di pellicce di vaio di San Matteo Concortine con un contributo di 12 lire e 10 soldi, lo stesso che assegna per uguale motivo a Santa Eufemia[232]. 

Qualche testante, invece, pensa a costruire e a dotare un altare con soldi o terreni, a memoria di sé e della famiglia: fra gli altri, il già nominato Ambrogio, detto Guagnino, figlio del fu Giovanni di Feraboi, pur chiedendo la sepoltura in Santa Eufemia, vuole che siano spesi 50 ducati per l’edificazione dell’altare o della cappella di San Donato, nella chiesa di San Donato alla Colomba, sua parrocchiale, sul quale dovranno essere scolpite le insegne di famiglia, a perpetua memoria. Chiede inoltre agli eredi di acquistare uno o più appezzamenti di terra per un valore di 50 ducati, dai quali dovrà essere possibile ricavare il livello annuo di 10 lire da assegnare a detto altare, a condizione che il sacerdote preposto ed altri nove sacerdoti celebrino ogni anno, nel giorno della ricorrenza della sua morte, un anniversario composto da 10 messe: una per ogni sacerdote. Dispone infine che i terreni non possano essere venduti e fissa un termine temporale per l’esecuzione del legato: quattro anni dopo la sua dipartita[233]. 

Anche gli eredi di maestro Salvodeo, lavorante di giubbe di San Nazaro, dovranno far edificare un altare se sua moglie che è incinta avrà un figlio, maschio o femmina. Egli però non specifica in quale chiesa dovrà avvenire l’edificazione[234]. 

Un altro tipo di lasciti è quello che ha come scopo l’ornamento della chiesa tramite la realizzazione di ancone e crocifissi, oggetti di devozione capaci di perpetuare in qualche modo la memoria tra i vivi di colui che li ha voluti ed è ormai defunto. Disposizioni in tal senso sono rintracciabili sia in città che nel distretto. Un testatore residente a San Bonifacio, il già noto sarto Giovanni, figlio del fu Domenico da Verona chiede al suo Comune di far dipingere un’ancona del valore di tre lire da porre come ornamento dell’altare maggiore della chiesa sambonifacese di Santa Maria[235]. Ancora fuori Verona, ad Illasi, Bartolomeo, detto Longino, de Longinis, figlio del fu Giovanni assegna ai fedecommissari il compito di far dipingere nella chiesa di San Bartolomeo del suo paese, nel posto che essi preferiranno, tre immagini raffiguranti la Madonna, san Giacomo e sant’Antonio[236]. In città, invece, Lucia Giusti di Sant’Egidio richiede un’ancona istoriata per la chiesa di San Benedetto il cui costo dovrà essere di 25 ducati[237].

Ad una croce o ad un tabernacolo pensa invece Domenica, figlia del fu ser Tramarino drappiere di San Martino Aquaro e moglie prima del fu Giacomo Lombardi e poi del fu Giacomo Cipolla di Sant’Egidio, che per la realizzazione di uno dei due lega alla chiesa di San Paolo sei o sette once d’argento, stabilendo però che, in caso di mancata realizzazione entro un anno dalla sua morte, l’argento dovrà essere distribuito ai poveri[238]. 

I legati di questo genere sono molteplici: croci e ancone, oltre ad abbellire il luogo di culto, rendono duratura la fama di chi li ha richiesti, soprattutto se eseguiti da artisti noti, come accade nel caso di Tommaso Salerni che demanda ai fedecommissari il compito di far completare da magister Stephanus pictor di Verona, attualmente conosciuto come Stefano da Zevio o da Verona, un’ancona già ordinata da porre sull’altare della cappella di San Nicolò, nella chiesa di Santa Anastasia, e di far avere al medesimo altare due vetrate con reguardi in rame all’esterno per la loro conservazione[239].

Se i testatori di Verona e del suo territorio pensano alle strutture murarie e all’abbellimento degli edifici sacri nei quali chiedono la celebrazione di numerose messe, non possono poi tralasciare di mettere i sacerdoti in condizione di celebrarle; per questo spesso chi detta le ultime volontà è attento a provvedere loro gli oggetti necessari come, calici, messali, vesti e luminarie. Anche in questo caso i possibili riferimenti ai documenti sono molti, ma mi limiterò a segnalare qualche caso.

Lo speziale Bartolomeo a Serpa, figlio del fu maestro Francesco di Santo Stefano vuole dotare la sua chiesa parrocchiale di un calice con patena in argento del valore di circa otto ducati che dovrà essere consegnato entro due anni dalla sua morte e di una pianeta in valesio che dovrà essere confezionata entro cinque anni dalla sua scomparsa[240]. 

Un messale del valore non trascurabile di 70 ducati, invece, è destinato alla chiesa di Santa Maria della Scala da Anna de Frixonibus, figlia di maestro Nicolò orefice e moglie del fu Homodo da Cerea, abitante nella contrada cittadina di Feraboi[241]; un altro messale del valore di 12 ducati è offerto a una chiesa di campagna – quella di San Gallo di Pesina – da Bartolomea, figlia del fu Antonio da Garda e moglie prima del fu Pietro e poi del fu ser Bartolomeo da Gaium, abitante a Verona in contrada Beverara[242]. 

Come scioglimento di un voto, Libera de Lavorio, figlia del fu Bartolomeo di Santa Maria alla Fratta e moglie del fu Cristoforo de Somagio, residente in contrada Sant’Egidio, destina alla chiesa di San Cristoforo una pianeta del valore di 25 ducati, ed alla chiesa di San Benedetto un appezzamento di terra aratoria e zappatoria di circa un campo e mezzo, con viti schiave e olivi, situato in pertinenza di Tregnago, in ora Fossati, chiedendo l’accensione permanente di una lampada collocata davanti al Corpo di Cristo. 

Lampade e doppieri in cera di peso e valore variabili sono luminarie molto richieste nei testamenti esaminati. Una buona parte dei testatori, infatti, prevede lasciti in denaro variabili da pochi soldi a qualche lira per il loro acquisto, oppure assegna qualche baceda d’olio per il funzionamento delle lampade. 

Ceri e lampade devono rimanere accesi per un numero precisato di anni oppure fino alla morte dell’erede incaricato[243], o ancora in perpetuo, magari durante l’elevazione dell’ostia, secondo una tendenza della devozione eucaristica molto diffusa in città e dovuta in gran parte alla predicazione e alla catechesi dei Francescani[244].

Tommasina Fontana, figlia di Carlo e moglie del fu Palmerio di San Silvestro, ad esempio, assegna alla chiesa della sua contrada tre ducati per la celebrazione delle messe gregoriane; una veste in panno di seta ornato che dovrà essere utilizzata per la confezione di una pianeta; un drappo di seta; due cuscini di velluto; una tovaglia per altare lunga sette braccia e mezzo e un doppiere di cera del valore di 40 soldi che fedecommissari ed eredi consegneranno per il giorno di Natale e che dovrà ardere durante l’elevazione del corpo di Cristo[245].

Il giorno di Natale è l’unica festa liturgica nominata, a differenza di quanto ho avuto modo riscontrare nei testamenti di Tregnago[246] dove erano citate anche Pasqua e l’Annunciazione, secondo una tendenza presente nel Veronese[247] e in altre parti d’Italia, come dimostrano alcuni studi effettuati sull’argomento[248].

 Collegati con i legati alle chiese sono quelli destinati ai singoli sacerdoti di cui i testatori si ricordano soprattutto in caso di richieste di celebrazioni di messe. Agli ufficianti vengono di solito lasciate piccole somme di denaro – da cinque lire a un ducato – oppure ceri, lampade o olio per mantenerle accese, ma si può trovare qualche eccezione. 

Particolare è il caso di Cristoforo, figlio del fu Giuliano da Gattico, località del Novarese, residente a Verona in contrada San Vitale che, nel suo secondo testamento dettato il 12 settembre a circa 20 giorni di distanza dal primo, integra un legato effettuato da sua moglie. 

Poiché la consorte aveva disposto un livello annuo di 100 lire per l’altare della Vergine Maria posto a metà della chiesa di San Vitale, a condizione che fosse celebrata una messa al giorno, egli ordina che vengano spesi 100 ducati per l’acquisto di alcuni possedimenti e di una piccola casa in contrada San Vitale, vicino alla chiesa. L’edificio dovrà fungere da abitazione per il sacerdote che si incaricherà di celebrare la messa quotidiana e dai possedimenti egli dovrà poter ricavare il necessario per vivere. Il testatore poi stabilisce che patroni dell’altare saranno i suoi fedecommissari e il Collegio dei Notai; ad essi affida il compito di consegnare al prete un letto in cuoio ed oggetti utili per la casa[249].

Piuttosto misterioso è, invece, un legato effettuato da Pietro Antonio, figlio del fu Giacomo tessitore da Zevio, abitante a Verona in contrada San Giovanni in Valle ad un prete di cui non ricorda il nome. Egli lascia cuidam presbitero de Calabria cuius nomen ignorat dictus testator in casu quo veniat Veronam usque ad unum annum post mortem dicti testatoris un recipiente in rame, un breviario e due cingoli ornati d’argento che attualmente sono sub usuris[250]. 

Pochi, comunque, sono coloro che assegnano qualcosa ad un sacerdote chiamandolo per nome: in genere chi detta le ultime volontà identifica il destinatario come prete o rettore di una chiesa: questo particolare può indicare che la fiducia non è riposta in un singolo ma nel ruolo che egli copre all’interno dell’istituzione. 

Un discorso a parte va senz’altro fatto per le istituzioni beneficiate dai testatori originari di località extracittadine che si sono trasferiti a Verona. Alcuni di loro, infatti, al momento di pensare ai legati pro anima, si ricordano sia delle chiese che frequentano nel presente in città, sia di quelle esistenti nelle loro terre d’origine. Un esempio illuminante è quello di Pietro, figlio del fu Zeno da Bovo, di San Silvestro che, dopo aver eletto la sepoltura nel cimitero della chiesa della sua contrada dispone una serie di oltre 20 legati a differenti chiese cittadine, extracittadine e santuari includendo sia la chiesa di San Bovo della sua terra d’origine, sia il santuario della Madonna della Corona in costruzione proprio in quegli anni dopo l’apparizione della Vergine avvenuta nel 1428, durante un’epidemia di peste[251]. Del medesimo santuario mariano fa memoria anche Giovanni, figlio di Bertolotto detto Nicolono, di Brenzone, che gli destina mezza baceda d’olio[252].

La tendenza a beneficiare istituzioni cittadine e del luogo di provenienza è presente anche nelle disposizioni di Lucia, figlia del fu maestro Zuliano da Monteforte d'Alpone e moglie di Filippo garzatore di Feraboi che sceglie come sepoltura la chiesa o il cimitero di San Donato alla Colomba e poi destina al rettore della medesima un ducato per la celebrazione del settimo, del trigesimo e dell’anniversario; fa avere alla chiesa di Santa Maria della Scala un velo di seta da porre davanti all’immagine della vergine Maria posta sull’altare a lei dedicato; alla chiesa dei Santi Cosma e Damiano una parte del denaro ricavato dalla vendita di due trecce di velluto e, infine, pensa anche al suo paese d’origine offrendo alla chiesa di Santa Maria Maggiore di Monteforte d’Alpone un velo in seta e cotone da porre sul tabernacolo quando verrà distribuita la comunione agli infermi ed un calice del valore di 25 lire[253].

Totalmente rivolte alle istituzioni della sua terra natale sono, invece, le volontà del già nominato Domenico de Finotis, figlio del fu Giovanni proveniente dalla località trentina di Saone, ma abitante a Ponton, che chiede al figlio e ai nipoti di portare un doppiere del peso di tre libbre nella chiesa di San Brizio di Saone e di consegnare alla pieve di Santa Maria di Tione una galeda trentina d’olio, come estinzione di un debito contratto per un appezzamento di terra[254].

Nella scelta delle chiese da beneficiare, dunque, concorrono molti fattori tra i quali non ultimo sembra essere il legame in qualche modo “affettivo” che lega i testanti ad una particolare istituzione nella quale essi sperano di essere ricordati.

 

Frati e monaci nell’orizzonte religioso dei testatori 

Nella categoria dei legati pro anima, un posto sicuramente importante è occupato da quelli che beneficiano conventi e monasteri di cui Verona, come le altre città d’Italia, nel XV secolo è ricca. Le istituzioni religiose che si preoccupano tra l’altro di operare nella società con la predicazione e la catechesi ma anche con l’accoglienza e l’aiuto ai bisognosi sono ben presenti nella mente di coloro che dettano le ultime volontà nel 1438, ed in modo particolare di quelli che risiedono in città e hanno contatti quasi quotidiani con essi. 

Vediamo ora qualche dato numerico. I legati destinati a monasteri, conventi e a singoli frati, monaci e monache sono presenti in 69 documenti e sono in totale 156. Gli enti religiosi beneficiati dai testatori sono 20 – 19 di Verona e uno di Rovereto – ma il computo, anche in questo caso, non tiene conto dei legati assegnati in assenza di altri eredi o subordinati in qualche maniera a legati destinati ai familiari. Talvolta, infatti, si possono trovare enti religiosi nominati eredi in caso di morte del coniuge o dei figli.

Da un’analisi dei dati è evidente la presenza nelle ultime volontà dei testatori dei grandi conventi degli ordini mendicanti: I Servi di Santa Maria della Scala sono ricordati 35 volte, i Domenicani di Santa Anastasia 18 volte, gli Agostiniani di Santa Eufemia sono destinatari di 16 legati, i Minori di San Fermo Maggiore sono nominati in 15 documenti, i Carmelitani di San Tommaso vengono ricordati in 6 atti. 

Gli ordini mendicanti sono in grado evidentemente ancora nel Quattrocento, come lo erano nei due secoli precedenti, di catturare la sensibilità dei testatori di ceto medio-alto per alcune loro caratteristiche che si protraggono nel tempo. Come scrive Mariaclara Rossi, essi hanno una «forte clericalizzazione, che li rende maggiormente abilitati ad intercedere con preghiere per la salvezza dell’anima; l’attitudine alla predicazione; una certa apertura alle forme di vita religiosa associata dei laici e la partecipazione ad opere caritativo-assistenziali; la capacità di recuperare comunità sorte spontaneamente al di fuori dell’organizzazione ecclesiastica»[255].

Se quelli finora nominati sono i più importanti, vengono citati anche altri conventi e monasteri cittadini, sia maschili che femminili: i domenicani Santa Maria Mater Domini e San Domenico di Acquatraversa – quest’ultimo femminile – il benedettino San Fermo Minore; Santa Maria dell’Arcarotta legato all’osservanza francescana; San Girolamo di San Zeno in Monte dove hanno sede gli Eremitani di san Girolamo da Fiesole; Sant’Angelo in Monte e le Clarisse di Santa Chiara. 

L’elenco, dunque, è piuttosto lungo e comprende ordini religiosi di vario tipo e di istituzione più o meno recente, dai più antichi monasteri benedettini ai nuovi conventi dell’Arcarotta e di Santa Chiara. Le due istituzioni di ispirazione francescana osservante – la prima maschile, l’altra femminile – ebbero origine intorno al 1425 per l’influsso esercitato sui cittadini veronesi dalla predicazione di Bernardino da Siena giunto in città sul finire del 1422. Egli invitava all’osservanza della povertà vissuta da san Francesco scuotendo soprattutto le coscienze dei più ricchi che misero a disposizione il loro denaro e i loro beni pensando che i religiosi li avrebbero aiutati a salvare le loro anime tramite la preghiera[256]. La tendenza dei testatori a beneficiare le giovani istituzioni francescane è testimoniata dal fatto che al convento dell’Arcarotta vengono assegnati 25 legati e 13 sono quelli destinati a Santa Chiara.  

Può essere interessante, tuttavia, vedere le modalità di assegnazione dei legati presenti nella documentazione da me studiata. Prima di tutto occorre notare che buona parte dei testatori non nomina un solo ente ma propone un lungo elenco, per lasciare magari qualche lira o pochi ducati in cambio di messe e preghiere in suffragio ma non sono rari i casi di legati costituiti da beni mobili di vario genere, capi di abbigliamento, per arrivare a terreni e case. Ecco qualche esempio. 

La già nominata Anna de Frixonibus di Feraboi destina un minale di  sale al convento di Santa Maria dell'Arcarotta ed un minale di sale e abbigliamento per cinque frati ai conventi di Santa Maria della Scala, di San Fermo Maggiore, di Santa Eufemia e di Santa Anastasia[257].

Più lungo è l’elenco proposto dal notaio Antonio, detto de Cavaiono, de Ruariis, figlio del fu notaio Ognibene da Affi, abitante a Verona in contrada San Matteo Concortine. Egli, seguendo la tendenza devozionale del momento, destina quattro quarteri di vino rosso e quattro minali di pane di frumento ai frati di Santa Maria dell’Arcarotta e alle monache di Santa Chiara. Ordina poi ai fedecommissari di consegnare un quartero di vino di vernaccia, nella prima settimana di quaresima, ai conventi di Santa Eufemia, Santa Anastasia, San Fermo Maggiore, Santa Maria della Scala, Santa Maria dell’Arcarotta e San Tommaso[258]. I legati, trattandosi di pane e vino da portare in quaresima, hanno più che altro valore simbolico e religioso.

Di valore economico senza dubbio più consistente sono i beni che il già più volte nominato Nicola Bonaveri, figlio del fu Girolamo di San Fermo assegna alle monache di Santa Chiara: un appezzamento di terra casaliva situato in contrada San Fermo Maggiore, con diritto di locazione livellaria per nove lire annue. Egli, però, sapendo che le monache, secondo la Regola di san Francesco, non possono percepire livelli in modo diretto, chiede agli eredi di provvedere a consegnare loro le nove lire annue in oggetti necessari al mantenimento della chiesa di San Fermo Maggiore[259].

Originale e di una certa consistenza economica è anche il legato di 100 ducati che il già nominato Giovanni de Becharolis, figlio del fu d. Antonio di San Giovanni in Foro assegna ai frati dell’Arcarotta per la costruzione di un’infermeria[260].

Quelli proposti sono una piccolissima parte delle disposizioni a beneficio di enti religiosi cittadini ma occorre segnalare che due testatori nominano istituzioni extracittadine: San Francesco di Legnago nella bassa veronese e il convento domenicano di San Nicolò di Treviso.  Al primo assegna 50 lire un testatore abitante sul posto, Bartolomeo de Andriolis proveniente da Ostiglia[261]. Il già noto Paolo, detto Casalorzio da Treviso, abitante a Verona, invece, dopo aver chiesto la sepoltura nella chiesa del convento dei Predicatori di San Nicolò di Treviso, nel monumento situato nella cappella di famiglia, assegna all’adiacente convento il reddito annuo ricavato da un possedimento che gli eredi ed i fedecommissari dovranno acquistare spendendo 50 ducati. In cambio il testatore chiede la celebrazione all’inizio di ogni anno di 10 messe, una cantata e nove piane[262].

Talvolta coloro che dettano le ultime volontà, come accade con i sacerdoti, dimostrano di aver fiducia in un singolo frate al quale chiedono preghiere in cambio di un piccolo lascito. È il caso, ad esempio, del già conosciuto Domenico Guarienti, figlio del fu Antonio da Sommacampagna, abitante a Verona in contrada San Quirico che, oltre ad effettuare un legato di 70 lire al convento di Santa Maria della Scala con la richiesta di messe, destina per lo stesso motivo altre 50 lire ad uno dei frati: Giovannino da Pavia[263]. Dello stesso religioso si ricordano anche Giacoma, figlia del fu Rolando di Zevio e moglie di maestro Cristoforo Caligi di San Paolo[264], il fabbro Pietro de Orsatis, figlio del fu ser Giovanni da Cantù, località del Comasco, abitante a in contrada San Quirico[265] e Tommasina, figlia del fu Bartolomeo e moglie di Perino de Modoetia di San Silvestro[266]. Tutti gli assegnano poche lire per la celebrazione di messe.

Tendente a diversificare i ruoli dei frati è la disposizione di Francesco, figlio del fu Francesco di San Marco che il 9 ottobre 1438, nei codicilli al suo testamento dettato il giorno prima, fa avere a frate Bernardo di Santa Maria della Scala 20 ducati per la realizzazione di un tabernacolo in onore di San Sebastiano – santo invocato contro la peste – e a frate Zeno di Verona, del medesimo ordine, due ducati[267], senza però spiegare il motivo.   

La motivazione che spinge un testatore a beneficare un singolo frate può derivare anche da un vincolo familiare. Ecco che il medico Bartolomeo, figlio del fu Giacomo da Monzambano di Santa Cecilia, affida ai fedecommissari il compito di portare ogni anno 20 lire a frate Battista dell’ordine dei Domenicani, da lui allevato come un figlio, per il suo mantenimento[268].

Il vincolo di parentela è numericamente più presente nei legati alle monache: di esse testatori e testatrici si ricordano perché sono figlie, sorelle o nipoti: un esempio fra tutti è quello di Bartolomeo, detto Bertarino, figlio del fu Vermileo di Bussolengo che lascia alla nipote Domenica, figlia del suo defunto figlio Vermileo, e monaca nel convento di San Martino di Avesa, un appezzamento di terra aratoria con viti situato in pertinenza di Bussolengo, in ora Sablonarie[269].

Una breve considerazione, infine, va fatta sull’unico caso di lascito ad un ente religioso predisposto da colei che si appresta a farne parte. Margherita, figlia del fu Antonio da Borgo San Sepolcro di San Sebastiano, infatti, è in procinto di entrare nel convento di San Domenico di Acquatraversa e gli destina un appezzamento di terra aratoria di circa otto campi, con ponteggi, situato in pertinenza di Sommacampagna, in località Sotto il Monte ceduto a livello per 12 lire annue, specificando che la disposizione sarà valida solo se lei rimarrà in convento[270].

Un’altra ragazza, in verità, pensa di entrare nel medesimo istituto ma subordina qualsiasi legato al convento all’assenza di altri eredi, lei stessa è incerta se vi rimarrà, data la sua giovane età: infatti ha solo 13 anni[271].

 

I lasciti agli enti caritativi

Vorrei ora soffermarmi ad analizzare un ultimo tipo di legati pro anima collegato a tale interesse: i provvedimenti a favore degli ospedali e della Domus Pietatis che, fondata nel 1425 dal Collegio dei Notai di Verona, era un ente che si occupava dell’accoglienza di orfani e bisognosi[272].  

Numericamente le disposizioni rivolte a questi enti non sono moltissime: ne contiamo infatti 12 che beneficiano gli ospedali e 18 che si riferiscono all’istituzione notarile.

Gli ospedali cittadini ricordati sono due: quello dei Santi Cosma e Damiano citato da due testatori e Santa Maria della Giustizia di San Vitale nominato da altri due; gli altri sono tutti extracittadini.

Dell’ospedale dei Santi Cosma e Damiano – di cui parlerò in uno specifico paragrafo – si ricordano la già più volte nominata Lucia, moglie del fu ser Giacomo Broilo di San Benedetto che lo fornisce di tessuto traliccio doppio del valore di 40 ducati da utilizzare per la confezione di lenzuola e gli assegna del denaro[273] e l’ormai noto medico Pietro Paolo da Gaium, abitante a Verona in contrada San Benedetto[274]. Interessante è, però, segnalare alcune caratteristiche che i due benefattori hanno in comune: entrambi fanno parte della cerchia familiare del notaio Silvestro Lando, appartengono ad un ceto sociale elevato e si ricordano anche della Domus Pietatis.

L’altro ospedale cittadino nominato dai testatori nel 1438 è quello di Santa Maria della Giustizia che sorgeva nella contrada di San Vitale ed era gestito da una confraternita di Disciplinati che portava lo stesso nome e raggruppava cittadini dediti per lo più all’arte tessile e a professioni manuali in genere[275].

L’ente caritativo, nato come sostegno ai poveri e agli infermi, secondo quanto risulta dal verbale della visita pastorale del vescovo Ermolao Barbaro effettuata nel 1455, est in duobus clusis cum coquina et camera apenditia pro hospitalario et est fabrica altiqua et Prva et satis incommoda; habet decem lectos in parte inferiori in cluso pro viris et in alio pro feminis quatuor; in superiori vero parte duos fulcitos mediocriter, cum priori et uxore eius et filiis[276].

Ebbene, Lucia, figlia del fu ser Giovanni e moglie del fu Rigo Martelli di San Paolo, contrada vicina a San Vitale, lascia all’ospedale in questione un letto con due lenzuola delle migliori tra quelle di sua proprietà, una coperta a righe rosse e azzurre, un materasso vergato, un cuscino con federa e una lettiera con una panca. Il tutto dovrà essere utilizzato per l’ospitalità dei poveri[277].

Ancor più interessante, però, sembra essere il caso di maestro Cristoforo ricamatore, figlio del fu Rolandino da Pavia, abitante a Verona in contrada San Nazaro che, testando da sano il 15 agosto, nella sede della confraternita dei Disciplinati di Santa Maria della Neve – altro nome con cui viene identificato il sodalizio di Santa Maria della Giustizia – proclama l’ospedale erede universale dopo la morte della moglie[278]. Non si sa se il testatore sia un confratello, ma certamente fa parte di quella categoria di lavoratori di tessuti all’interno della quale Giuseppina de Sandre identifica la maggior parte degli aderenti alla societas attiva in contrada San Vitale[279].

Fin qui ho parlato dei legati a due ospedali cittadini che, tuttavia, talvolta sono destinatari di beni insieme all’altro ente assistenziale che è la già nota Domus Pietatis, alla quale vengono assegnate somme di denaro di varia entità ma anche un letto con cinghie di cuoio del valore di otto ducati[280], 24 minali di frumento ben pulito[281], un libro sui medicinali da utilizzare per curare gli infermi[282]. Qualche testatore, inoltre, la nomina erede universale, mentre il già conosciuto notaio Bartolomeo de Caredellis di San Pietro Incarnario dispone che il sindaco e i 12 deputati di Cologna Veneta consegnino all’ente veronese la terza parte dell’eredità, mentre le altre due parti dovranno andare agli officiales della medesima Domus[283].

Gli officiales sono inoltre designati fedecommissari dal notaio Simone, figlio del fu Guglielmo da Tregnago, abitante a Verona in contrada San Pietro Incarnario, che dimostra una particolare fiducia nei loro confronti[284].

Pochi testatori, come ho detto, beneficiano enti caritativi extracittadini. È il caso dell’appena nominato Bartolomeo de Caredellis che lascia all’ospedale di Santa Maria della Misericordia di Cologna Veneta 100 braccia di tessuto traliccio del valore di quattro ducati per la confezione di lenzuola che i fedecommissari consegneranno dopo cinque anni dalla sua morte e, in seguito, ogni quinquennio, in perpetuo[285].

Nella lunga serie di legati predisposta dal già noto Pietro, figlio del fu Zeno da Bovo, di San Silvestro, invece, troviamo quattro ducati per la fabbrica dell’ospedale di Santa Maria di Ospedaletto di Pescantina ed altrettanti per la fabbrica dell’ospedale di Parona[286].

Di un ospedale della Bassa, quello di Santa Maria delle Grazie di Porto di Legnago, si ricorda il suo conterraneo serProdocimo, figlio del fu Bonadomano che gli lascia un appezzamento di terra aratoria con viti e salici situato in pertinenza di Porto, in contrada Pontis de Peve, a condizione che il massaro dell’ospedale continui a pagare le tasse per il terreno al Comune[287].

Stella, figlia del fu Conselmario e moglie del fu Francesco di Bardolino, infine, si preoccupa della fondazione di un nuovo centro di accoglienza disponendo nel testamento dettato il 16 dicembre che al primo piano della sua casa venga istituito un ospedale in onore di Dio e di san Francesco, con due letti dove possano dormire due persone indigenti. Al futuro ospedale fornisce una piccola dote costituita da vari oggetti che si trovano già in casa: un banco in abete, due coperte, un desco in noce, una panchina, una botte in abete della capacità di sei quarte, una catena da fuoco e un laveggio in bronzo della capacità di mezzo secchio[288].

Nonostante la non grande mole di legati a loro destinata, dunque, gli enti ospedalieri sembrano destare qualche interesse sia in città che nel distretto, anche se – bisogna dirlo – i testatori preferiscono distribuire denaro e beni direttamente ai poveri, tendendo ad escludere più o meno esplicitamente gli enti preposti all’assistenza.

 

Frate Angelo e l’ospedale dei Santi Cosma e Damiano

Di interesse particolare perché testimonia direttamente la nascita di un’istituzione caritativa piuttosto importante è il testamento di frate Angelo[289], agostiniano, che detta le sue ultime volontà il 23 maggio, in contrada Santa Maria Antica, nell’Ufficio del Registro posto nel cortile del palazzo del Comune, alla presenza di cinque notai. Egli è sano e – dopo aver raccomandato l’anima a Dio, alla Madonna, ai santi Cosma, Damiano e all’intera corte celeste – chiede di essere sepolto o nel cimitero della chiesa di Sant’Andrea o in quello della chiesa di San Fermo Maggiore e designa erede universale l’ente da lui fondato. 

Afferma quindi di avere una moglie, Maddalena, figlia del fu maestro Nicolò, che egli ha sposato prima della professione religiosa. A lei restituisce la sua dote del valore di 181 lire che dovrà esserle consegnata dal rettore e governatore dell’ospedale; le accorda, inoltre, il diritto di vivere per tutta la vita all’interno dell’ospedale ed afferma che ella potrà avere sempre vitto e vestiti, se lo vorrà. Se, invece, preferirà vivere al di fuori dell’ospedale, Maddalena avrà la possibilità di trasferirsi in una casa che il marito ha comprato vicino all’ospedale, conservando il diritto di avere alimenti e vestiti dall’ospedale per tutta la vita.

Fin qui, dunque, i legati in favore della moglie, ma interessanti sono le disposizioni riguardanti l’ospedale fondato da frate Angelo che trovano conferma anche nel verbale della visita pastorale del vescovo Ermolao Barbaro effettuata qualche decennio dopo, il 23 giugno 1455[290].

In applicazione della bolla di Papa Eugenio IV del 13 giugno 1436, il testatore esercita l’autorità concessagli di nominare quattro laici con i titoli di patroni, rettori e governatori dell’ospedale dei Santi Cosma e Damiano e dei poveri in esso ospitati. I nominati sono il dottore in legge Aleardo Gafforini di Pigna, priore del Collegio dei Nobili Avvocati di Verona, il maestro Gerardo, medico, figlio del fu maestro Petrizano di Chiavica, anziano del Collegio dei Medici di Verona, il notaio Battista Cendrata, gastaldione del Collegio dei Notai di Verona e Giuliano a Caligis di San Quirico, maestro della confraternita dell’ospedale di Santo Spirito di Verona. I nominati avranno l’autorità di reggere e governare l’ospedale, i suoi beni e i suoi possedimenti e potranno accettare legati e donazioni. 

Il priore, dopo essere stato eletto, dovrà essere confermato dal precettore dell'ospedale di Santo Spirito in Sassia di Roma[291] che potrà revocarne la carica in caso di demerito. Egli terrà ogni reddito, introito, elemosina o oblazione dell’ente per distribuirli a tempo debito ai poveri dell’ospedale, oltre ad utilizzarli per le varie necessità e per la fabbrica dell’ospedale, dell’oratorio e degli altari nominati e scelti dai patroni e rettori e dai loro successori.

Ogni anno, infine, sarà corrisposto all’ospedale di Santo Spirito di Roma un censo di 3 ducati, poiché l’istituzione veronese è dipendente dall’autorità dell’ente romano. 

Le notizie riportate nel testamento di frate Angelo corrispondono in gran parte a quanto si legge nel verbale della visita episcopale avvenuta nell’estate del 1455 che attesta la situazione in cui si trova l’ospedale 17 anni dopo la stesura dell’atto citato. È perciò senz’altro interessante dare conto anche della documentazione inerente la visita del Barbaro, se non altro per capire come si è evoluto nel periodo che intercorre tra le due testimonianze.

   Nel resoconto si legge che l’ospedale è soggetto all’autorità di quello di Santo Spirito in Sassia di Roma, è gestito dai frati del detto ente che gode di privilegi. Il priore è frate Giacomo che ellectus fuit per comissarios dicti hospitalis et confirmatus per procuratorem prioris dicti hospitalis Sancti Spiritus in Saxia de Roma.

Il visitatore annota anche le modalità di elezione del priore: ad dictum autem hospitale, cum pro tempore vacat, elligitur prior seu gubernator per patronos dicti hospitalis, qui, iuxta fundationem fundatoris dicti altaris, debent esse quatuor patroni, cives veronenses, qui elliguntur, ad quos spectat ellectio dicti prioris [spectat]; qui procuratores, ex indulto apostolico, sub felici recordatione domini Eugenii pape quarti, confirmati sunt, qui concessit domino fratri Angelo, priori et fundatori dicti hospitalis, quod tempore eius mortis possit elligere quatuor comissarios laicos, qui possint et valeant elligere unun priorem in dicto hospitali, et illum presentare preceptori hospitalis Sancti Spiritus, qui ipsum debeat confirmare. Et in signum recognitionis solvunt hospitali Sancti Spiritus florenos tres, ratione census[292]. 

Quanto riportato conferma le disposizioni testamentarie di frate Angelo che viene anche ricordato dal vescovo come priore e fondatore.    

Nel 1455 l’ente dispone di una piccola chiesa con molti altari ben ornati, di una piccola sacrestia fornita di paramenti e libri e di un cimitero. Il suo priore è un frate dell’ospedale di Santo Spirito che è sposato. Nell’ospedale vengono accolti poveri pellegrini, persone indigenti, qualche infermo: per essi ci sono nove letti in una bella stanza al piano inferiore e in un’altra stanza separata per le donne; ci sono poi altri letti in altre camere, ma il priore non potrebbe continuare a svolgere il suo compito di ospitalità senza le offerte dei fedeli che lo sovvenzionano. L’ospedale, infatti – scrive il verbalizzante – può contare su redditi solamente per un valore di 36 lire.  

 

Alcuni testatori “celebri”

Silvestro Lando: umanista e notaio

Tra i notai nominati negli atti testamentari rogati nel 1438 troviamo il veronese Silvestro Lando, che è scrittore delle ultime volontà del medico Pietro Paolo, figlio del fu Bonaventura da Gaium, abitante a Verona in contrada San Benedetto[293] e sottoscrittore del testamento di Delavancio, figlio di Guglielmo, detto Candino, di Negrar[294] e dei codicilli del medico Bartolomeo, figlio del fu Giacomo da Monzambano, di Santa Cecilia[295];  ma è anche testatore[296]. Gli atti in cui egli è nominato sono pochi ma possono fornirci qualche indicazione su un personaggio di spicco della società cittadina per gran parte del XV secolo. Se la frequentazione di persone residenti a Negrar e in Valpolicella può essere collegata ai possedimenti terrieri che egli ha in quella zona, come segnala Sancassani[297], e alla presenza tra i testimoni e i destinatari di legati di esponenti della famiglia Verità da cui proviene la moglie, maggiori informazioni sono rintracciabili nel suo testamento.

Silvestro è un personaggio noto e di lui – umanista, per quasi mezzo secolo cancelliere del comune di Verona e prefatore degli statuti cittadini riformati nel 1450 - si sono occupati diversi studiosi di storia e letteratura veronese.

Nato intorno al 1403 dal notaio Bartolomeo, figlio di maestro Francesco di Santa Cecilia, e da Domenica, figlia di Giovanni drappiere da Mercatonovo, è il secondo di sei fratelli: oltre a lui, infatti la coppia ha altri due maschi e tre femmine: Maddalena, Agostino, Matteo, Angela e Margherita[298].

Verso il 1430 sposa Caterina Verità, figlia di Paolo, ed ha tre figli: Lucia, Bartolomeo e Angela, mai nominati esplicitamente, tuttavia, nel documento di cui mi accingo a parlare. 

Nel 1438 egli abita con la famiglia in contrada San Benedetto, come è attestato anche nel testamento di Lucia, figlia del fu Olibono e moglie del fu Giacomo de Broilo, figlio del fu Crescimbene di Ponte Pietra, che il 19 agosto di quell’anno vive in una casa che lo stesso Lando le ha venduto per 200 ducati ma che si è recata a casa del notaio per dettare le ultime volontà.

  Lucia considera Silvestro quasi un figlio e lo nomina suo erede universale dopo aver destinato lasciti al conventi di Santa Chiara e dell’Arcarotta, alla chiesa di San Pietro in Monastero e alla Domus Pietatis[299].

Lando è Cancelliere del Comune dal 1443 al 1483 ma già dal 1437 redige i verbali dei Consigli Comunali in qualità di Vicecancelliere[300]. Nel 1446 ricopre la carica di Vicario per la giurisdizione di Peschiera e nel 1450 fa parte della commissione che ha l’incarico di riformare gli statuti cittadini dei quali scrive il proemio che conclude «con un’alata apostrofe a Verona altera Jerusalem illuminata veneto sydere sotto la protezione del quale essa sempre rimanga, così intercedendo lo Spirito Santo»[301].  

Silvestro pubblica uno dei suoi testamenti il 10 ottobre 1438, molto probabilmente spinto dal dilagare dell’epidemia di peste: non è il primo dato che egli stesso annulla un precedente codicillo scritto da Bartolomeo de Matreiano e sottoscritto da Battista Cendrata il 24 maggio 1429 e non sarà nemmeno l’ultimo: egli morirà nel 1483 dopo aver scritto un ultimo testamento il 16 giugno 1482[302].

Nell’autunno del 1438, dunque, Silvestro si reca alla Cancelleria del Comune, in contrada Santa Maria Antica, dove lavora e, probabilmente spinto dal timore di contrarre la peste, scrive e poi legge ad alta voce le ultime volontà che sono sottoscritte dai notai Giovanni Michele Dalle Falci di San Vitale e Bartolomeo de Matreiano. Sono presenti, tra gli altri, ben cinque notai: oltre a Bartolomeo de Matreiano, infatti, tra i testimoni troviamo Giovanni Donato Oddoni, Antonio Donato Campagna, Agostino de Languardis, Giovanni Battista da Alcenago, di San Vitale.  

Egli è in buono stato di salute e, dopo aver raccomandato l’anima a Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, alla Madonna e a tutti i santi, chiede di essere sepolto nel cimitero della chiesa di Sant’Elena, contigua alla cattedrale, nel monumento situato presso la discesa della porta piccola della cattedrale.

Innanzitutto pensa alla salvezza della sua anima, perciò assegna al mansionario e ai sacerdoti della chiesa di Sant’Elena cinque lire affinché si ricordino di commemorare per 30 giorni la sua anima con la celebrazione di messe e la recita di preghiere e destina al sacerdote della chiesa di San Pietro in Monastero altre cinque lire con la medesima richiesta. Gli eredi universali, inoltre, dovranno far celebrare il settimo, il trigesimo ed altre tre messe giornaliere per 30 giorni dopo la sua morte, in tre chiese diverse e dovranno assegnare ai sacerdoti celebranti cinque lire ciascuno in elemosina.

Si ricorda poi delle persone bisognose e predispone un’ingente elemosina di 100 ducati da distribuire a diverse categorie di poveri: i carcerati, gli infermi, le ragazze da marito e altri poveri senza vesti. La somma dovrà essere dispensata in quattro anni e, se non sarà distribuita l’elemosina per uno o due anni, 25 ducati dovranno essere consegnati alle sue sorelle suor Maddalena e a suor Margherita, religiose del convento di Santa Chiara, per l’acquisto di un bel breviario. Trascorsi i quattro anni, le sorelle potranno avere ognuna 10 lire annue per il loro mantenimento. 

L’attenzione verso l’osservanza francescana[303] – presente da poco a Verona – però, non si esaurisce con il pensiero rivolto alle due sorelle suore ma alcune elemosine – di cui il testatore non specifica l’entità – dovranno essere destinate ai frati dell’Arcarotta e alle suore di Santa Chiara.

Passando poi alla distribuzione dei beni ai familiari, alla moglie Caterina egli assegna la sua dote del valore di 350 ducati, altri 50 ducati, le sue pellicce, i drappi in lana e in lino, gli ornamenti, i bottoni, le cinture, gli anelli, i gioielli, tutti gli oggetti personali, tutte le vesti, esclusa una in panno di grana e una turchina ricamata.

I figli nati e nascituri, maschi e femmine, sono nominati eredi universali, secondo le disposizioni statutarie; ma l’asse ereditario procede poi in modo da far supporre l’assenza di familiari diretti oltre alle due sorelle sopra nominate. In caso di morte di tutti i figli, infatti, i beni dovranno andare metà alla moglie e metà alla suocera Anna; in caso di morte di Caterina, sua sorella Pellegrina, cognata del testatore, avrà la quarta parte dei beni e il resto andrà ad Anna che potrà avere tutto dopo la morte di Pellegrina. Dopo la scomparsa di Anna, tutto passerà a suo marito Paolo e poi ai loro figli. L’eredità di Silvestro, dunque, in caso di morte dei figli, sarà destinata interamente alla famiglia della moglie.

Procedendo nella lettura del documento, piuttosto singolare è la raccomandazione che il testatore rivolge ai figli nati e nascituri ai quali egli scrive: relinquo pacem et benedictionem meam admonens eos casuo que sint timentes dominum Deum nostrum et honorent matrem suam et non obliviscantur anime patris sui et sese invicem diligant chiedendo loro di rispettarsi a vicenda e di non dimenticare il padre. 

Una simile esortazione risuona piuttosto profetica se si pensa alle vicende successive della vita del Lando e al suo rapporto conflittuale con il figlio Bartolomeo al quale alla fine negherà l’eredità per incomprensioni dovute ad alcune scelte di vita del giovane che non compì gli studi e non condusse il tipo di vita che il genitore avrebbe voluto per lui[304].  

In realtà, come ho già detto, il Lando morirà molti anni dopo la stesura di questo testamento dopo aver svolto anche attività letteraria componendo «Epistole, Orazioni, e Prefazioni che raccolse in un volume e un Liber memorialis della sua vita e del suo tempo»[305]. Prima di lui morirà la moglie – in memoria della quale egli farà costruire, dipingere e fornire degli arredi sacri una cappella con un altare dedicato a santa Caterina nella chiesa di San Pietro in Monastero – e la figlia Lucia che era stata moglie di Manfrino Maggi, dottore di legge.

 

Tommaso Salerni

Nello stesso giorno in cui Silvestro Lando scrive il suo testamento, un altro eminente personaggio cittadino, Tommaso Salerni, detta le ultime volontà al notaio Battista Cendrata. 

Tommaso Salerni, figlio del fu Dolceto e fratello del celebre umanista Gian Nicola, risiede in contrada Santa Cecilia ma in quel periodo molto difficile per Verona – pestiffero tempore quo civitas  et ager veronensis bello et pestiffero morbo corrippitur – anch’egli si trova nella sua camera con balcone, a letto infermus et peste correptus e morirà di lì a poco.

Il documento[306] ci fornisce qualche indicazione sui componenti della sua famiglia: egli è sposato con Zirmondia Verità, figlia di Gabriele di Falsorgo, dalla quale ha avuto due figli – Girolamo e Gian Nicola ancora bambini alla morte del padre – e quattro figlie: Giusta, Chiara, Isabetta e Angela.

Nel testamento, dopo aver raccomandato l’anima a Dio onnipotente, a Gesù Cristo, alla Madonna e all’intera corte celeste, chiede di essere sepolto all’interno della chiesa di Santa Anastasia, nel monumento di famiglia situato nella cappella di San Nicola[307] dove, specifica, maiorum suorum cadavera ac carissimi et generosi equestris ordinis viri domini Iohannis Nicole de Salernis condam eius fratris sepulta sunt. Ai fedecommissari ordina di far dipingere da magister Stephanus pictor[308] di Verona un’ancona già ordinata, da porre sull’altare della medesima, e di far collocare sul medesimo altare due vetrate con reguardi in rame all’esterno per la loro conservazione.

Tommaso prevede accuratamente un funerale fastoso al quale dovranno partecipare tutti i frati Predicatori e 12 sacerdoti secolari, compreso il parroco. Il corpo dovrà essere coperto e posto in una cassa. Tutta la famiglia presenzierà vestita di nero, compresi i servi, le famule e il fattore.

Nei lasciti anch’egli, come il Lando, dimostra di avere orientamenti religiosi piuttosto aggiornati: si ricorda, infatti, oltre che della sua chiesa parrocchiale di Santa Cecilia e di quella di Santa Anastasia, dei canonici regolari di San Leonardo in Monte, della confraternita di Sant’Angelo, dei Gesuati e dei conventi francescani dell’Arcarotta e di Santa Chiara. 

Predispone poi legati alla Domus Pietatis, ospedale di recente fondazione, ai poveri detenuti nelle carceri di Verona e alle ragazze da marito povere e oneste.

Passando poi alla distribuzione dei beni ai familiari, egli si preoccupa innanzitutto di assicurare ciò che loro spetta a Priamo, figlio naturale del fu Giovanni Salerni, nonno di Tommaso, e ad Andrea, figlio del fu Roberto, anch’egli figlio naturale dello stesso Giovanni, alla sorella Lucia, inoltre, assegna alimenti, vitto e vestiti per tutta la vita.

La moglie Zirmondia, nominata tutrice dei figli, è destinataria della dote, oltre che di tutte le sue vesti in seta, in lana e in lino. A lei spettano poi gli anelli, le cinture, le pellicce, le fodere, i gioielli, gli ornamenti e gli oggetti personali.

Alle figlie Giusta, Chiara, Isabetta e Angela, ancora bambine, il padre assegna la dote del valore di 500 ducati ed eredi universali sono nominati i figli Gian Nicola e Girolamo. 

Complesse disposizioni poi stabiliscono la successione in caso di morte dei figli. I beni di Tommaso dovranno infine essere distribuiti ai poveri e alle pie cause, se la discendenza si estinguerà.

Interessante è, infine, l’elenco dei fedecommissari che, oltre alla cognata Francesca vedova di Gian Nicola, alla moglie e al suocero Gabriele Verità, raccoglie esponenti dell’ambiente più altolocato e colto della città: il giurista Maggio Maggi, Bartolomeo Pellegrini, Amedeo Montagna e il notaio Battista Cendrata.

Un mese dopo la stesura del testamento, il 10 novembre, venne redatto l’inventario dei beni di Tommaso – di cui parlano Varanini e Crestani[309] in un loro lavoro su Gian Nicola Salerni – che è utile menzionare in questa sede perché ci fornisce ulteriori indicazioni sulla famiglia Salerni.

L’inventario nomina gioielli, tessuti preziosi, argenterie, armature da cavaliere ed armi; ci informa sulla residenza di famiglia con locali decorati da pitture a finta pelle di vaio, a decorazione a foglie e a frutta e ci segnala che tutti gli oggetti di casa sono contrassegnati dallo stemma di familiare: cuscini, lettiere, argenteria, posate ma anche abiti e paramenti sacri. 

L’elenco comprende, infine, un grande patrimonio librario appartenuto in precedenza a Gian Nicola costituito da 72 manoscritti di vario argomento: circa la metà sono testi religiosi – Agostino, Tommaso d’Aquino, Gregorio Magno – ma ci sono anche classici latini – Cicerone, Ovidio, Lucano – e greci – Platone, Aristotele – pochi testi medievali per uso professionale, opere del primo umanesimo tra cui le Regule grammaticales di Guarino Veronese.

 

Francesca Lion vedova Salerni   

Tommaso, tuttavia, non è l’unico esponente della sua famiglia a testare nel terribile anno 1438: un’altra Salerni, Francesca Lion, vedova di Gian Nicola, il 25 giugno 1438 affida ad un notaio le sue ultime volontà[310] pur essendo sana, spinta a ciò dal dilagare dell’epidemia di peste.

Francesca è figlia di Paolo Lion ed ha due fratelli: Giorgio e Giovanni, ai quali i fedecommissari dovranno rivolgersi se vorranno vendere alcuni terreni che ella possiede in territorio padovano, valutati per un valore di 700 ducati. Francesca proviene da una grande famiglia di Padova ed è stata moglie del Salerni fino alla morte di questi avvenuta nel 1426, ma molto probabilmente continua a vivere nel palazzo di famiglia anche dopo la scomparsa del marito noto a Verona anche per la sua attività letteraria[311].

In occasione della dettatura del testamento al notaio Agostino de Languardis, ella si trova in casa di Bartolomeo Pellegrini[312] in contrada Santa Cecilia e tra i testimoni si nota la presenza del padrone di casa e di Gabriele Verità, padre di Zirmondia, moglie di Tommaso Salerni. Assistono alla stesura dell’atto, inoltre, Leonpietro Fracastoro, Gaspare Aleardi e il notaio Battista Cendrata che sottoscrive il documento.

Dopo aver affidato l’anima a Gesù Cristo e, con una variante rispetto alle formule consuete, ai santi angeli, la testante dispone di essere sepolta all’interno della chiesa di Santa Anastasia, sottoterra, vicino al monumento dove riposa il marito e i suoi funerali dovranno essere sine aliqua pompa.

Si accinge quindi ad elencare i destinatari dei legati pro anima: la chiesa di Santa Anastasia; la sua chiesa parrocchiale di Santa Cecilia; il convento dell’Arcarotta; il convento dei frati Minori di San Fermo; quello degli Eremitani di Santa Eufemia; il convento dei Carmelitani di San Tommaso; quelli di Santa Maria della Scala e di Sant’Angelo in Monte; gli eremiti di San Geronimo che vivono presso la chiesa e il convento di Santa Maria di Betlemme a San Zeno in Monte; i Gesuati di San Geronimo e, infine, il convento di Santa Chiara al quale assegna ben 100 ducati da utilizzare a discrezione dei fedecommissari e i suoi libri sulle vite dei santi e di altri generi. 

Anche Francesca, quindi – come molte altre persone del suo rango sociale – dimostra interesse per gli enti religiosi cittadini e per quelli dell’osservanza francescana, particolarmente in voga in quel periodo.

Si ricorda anche dei bisognosi destinando alle spose povere ed oneste che, senza vanità, vivono con amore verso Dio 100 lire e ai poveri carcerati altre 200 lire. La sua magnanimità verso i poveri è attestata anche da una donazione inter vivos alla Domus Pietatis di alcuni terreni del valore di 500 ducati che la testatrice ricorda di aver effettuato il 17 luglio 1426. Secondo quanto scritto nell’atto di donazione, ella afferma, i proventi degli affitti dei terreni avrebbero dovuto andare al convento di Santa Chiara, ma qui dispone che tali proventi vengano consegnati ad Agnese Castelbarco, sua socia, per tutto il tempo in cui vivrà a Verona. 

Sempre tra i legati pro anima, Francesca si ricorda di Florina e di Armerina – l’una amministratrice e l’altra servitrice in casa sua – e cancella i livelli agli affittuari dei terreni di Valpolicella, di Valpantena e di Palazzolo che le sono stati assegnati dal cognato Tommaso.

Anch’ella poi menziona Andrea Salerni, figlio del fu Roberto, al quale lascia la modesta cifra 25 lire.

Passando poi ai lasciti ai non familiari, destina ad Ippolita, moglie di Amedeo Montagna di San Benedetto, 100 ducati per i benefici e la benevolenza che questa le ha dimostrato; ad Agnese Castelbarco, moglie di Pietro Pellegrini e sua socia, tutti i beni mobili presenti in casa al momento della sua morte che ella potrà usare per tutta la vita, ma non vendere.   

Dopo la morte di Agnese, tuttavia, un letto con coperte e lenzuola dovrà essere dato all’ospedale della Santa Pietà di Verona; un altro letto ornato andrà al convento di Santa Chiara per essere utilizzato dalle monache inferme, il resto dei beni dovrà essere distribuito ai poveri e usato per cause pie a discrezione dei fedecommissari. 

Ad Agnese, inoltre, spettano 12 ducati annui se rimarrà a Verona o nel territorio veronese e condurrà vita onesta, altrimenti la somma sarà utilizzata dai fedecommissari per la celebrazione di messe e la recita di preghiere.

Ad Isabetta, moglie del pittore Antonio di Ponte Pietra[313], e ai suoi figli legittimi spettano la casetta che Francesca ha avuto in affitto per 12 ducati annui, per tutta la vita, dal convento di Santa Anastasia, tale casa, però, dovrà essere interamente acquisita dai fedecommissari. Alla morte dell’ultimo esponente della famiglia, tuttavia, in casa potranno abitare le vedove povere ed oneste. Isabetta avrà, inoltre, 10 minali di frumento annui provenienti da un affitto percepito dalla testatrice. 

Proseguendo con le disposizioni, Francesca nomina eredi universali i poveri scelti da Bartolomeo Pellegrini, dal cognato Tommaso e da Amedeo Montagna, nominati fedecommissari.

Da quanto si può capire dalla lettura del testamento, dunque, Francesca, oltre ai terreni, non disponeva di molti altri beni, probabilmente confluiti tra quelli della famiglia Salerni di cui ho parlato sopra.  

 

Il notaio Alberto Ferraresi

Oltre ad essere il notaio più presente nei documenti oggetto del presente lavoro, il notaio Alberto Ferraresi è egli stesso testatore quando, il 23 ottobre 1438, affida le sue ultime volontà alla penna del collega Castellano Castellani[314]. Dalla lettura del testamento è possibile ricavare qualche notizia sul suo ambiente familiare e sociale. 

Egli, figlio di Giacomo da Porto di Legnago, ha due fratelli, Feraresio e Michele; è sposato con Dorotea, figlia di Francesco, e ha due figli: la piccola Osana e Tommaso, anch’egli ancora minorenne.  

In quel giorno d’autunno egli – residente in contrada San Benedetto – pur essendo sano, si reca nel cortile del Palazzo del Comune, al banco del notaio Zeno Ottobelli. Come la maggior parte dei testatori, non rende esplicite le motivazioni per cui testa e dispone la propria sepoltura nel cimitero della chiesa di Santa Eufemia al cui convento lascia un ducato chiedendo la celebrazione di un ciclo di messe gregoriane affinché la sua anima venga sollevata dalle pene del purgatorio.

Interessanti per conoscere la sua personalità sono i legati pro anima. Egli innanzitutto si dimostra ancora in contatto con la sua terra d’origine quando – dopo aver assegnato alla chiesa parrocchiale della contrada in cui vive un doppiere in cera del peso di tre libbre che dovrà ardere durante la celebrazione degli uffici divini e al sacerdote della medesima un ducato con la richiesta di celebrazione di messe e di recita di preghiere – non dimentica di destinare alla chiesa di Santa Maria delle Grazie di Porto di Legnago un altro doppiere in cera come il precedente. 

In questa categoria di legati, tuttavia, ve ne sono altri che ci indicano i suoi interessi culturali e il suo stato sociale. Egli vuole che  sia consegnato ad uno studente povero il suo libro delle Tragedie di Seneca e che siano distribuiti ai poveri scelti dai fedecommissari tutti i suoi capi di abbigliamento, esclusi una veste foderata di schiena di volpe, una veste foderata di zendado, il mantello e le calzature. Questo genere di abbigliamento dimostra l’appartenenza ad un ceto sociale piuttosto elevato che segue la moda: le vesti foderate in pelliccia di volpe per l’inverno oppure foderate in zendado – tessuto di seta molto leggero, per la stagione più calda – facevano parte del guardaroba degli uomini che avevano buone disponibilità economiche[315]. La sua agiatezza è confermata anche dall’entità della dote che egli assegna alla figlia: ben 100 ducati che potranno diventare 150 in caso di morte del fratello Tommaso nominato erede universale.

I beni lasciati ai figli dovranno essere amministrati dalla loro madre Dorotea che potrà godere dell’usufrutto. I fratelli del testatore sono citati tra gli eredi universali in caso di scomparsa dei figli, mentre i fedecommissari designati sono il suocero Francesco e il cognato Giovanni Taddeo pezarolus.

Pur non essendo particolarmente esteso, dunque, il testamento ci consente di avere un’idea sulla figura di un notaio molto attivo pur non comparendo mai tra quelli che ricoprono cariche importanti nel Collegio Notarile cittadino forse perché non veronese d’origine. 

 

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[1] Secondo Law la sottomissione di Verona alla Repubblica di Venezia fu conseguenza di una decisione presa autonomamente dalla città per sancire una situazione già esistente di fatto ma non ancora riconosciuta dalla legge. Cfr. LAW, Verona e il dominio veneziano: gli inizi, in Il primo dominio Veneziano a Verona (1405- 1509), Atti del Convegno tenuto a Verona il 16-17 settembre 1988, Verona 1991, p. 28.

[2] CIPOLLA, La storia politica di Verona, Verona 1954, pp. 214-215. L’episodio inconsueto ed eccezionale che si svolse nel febbraio 1439 lasciò traccia nelle opere degli umanisti veneti. Nel De bello Gallico historia l’autore Giorgio Bevilacqua da Lazise, allievo del Guarino, paragona l’impresa al passaggio delle Alpi da parte dell’Esercito cartaginese di Annibale. Marin Sanudo, invece, informa che la flotta prevista era di otto galere e quattro belinzieri al comando di Stefano Contarini e che l’impresa costò 15.000 ducati.  Elia Capriolo nella Chronica de rebus Brixianorum ad Senatum populumque Brixianum del 1505 descrive i procedimenti tecnici messi in atto per il trasporto. Cfr. BANTERLE, Il trasporto delle navi venete nel lago di Garda (1439) nella testimonianza degli umanisti Veronesi, in Il primo dominio Veneziano a Verona (1405- 1509), Atti del Convegno tenuto a Verona il 16-17 settembre 1988, Verona 1991, pp. 191-202.   

[3] CIPOLLA, La storia politica, p. 215.

[4] Il testo del documento presentato dai Veronesi è citato in brevi stralci da Carlo Cipolla in: CIPOLLA, La storia politica, p. 215.

[5] Cfr. MOLMENTI, La storia di Venezia nella vita privata. Dalle origini alla caduta della repubblica, II, Lo splendore, Trieste 1973, p. 50; CIPOLLA, Contro un nemico invisibile. Epidemie e strutture sanitarie nell’Italia del Rinascimento, Bologna 1985, pp. 13-14; CORRADI, Annali delle epidemie occorse in Italia dalle prime memorie fino al 1850 compilati con varie note e dichiarazioni, (Avanti l’era volgare dopo l’era volgare fino all’anno 1600, v. I), Bologna 1863 (=1972), p. 269; DEL PANTA, La ricomparsa della peste e la depressione demografica del tardo Medioevo, in Morire di peste: testimonianze antiche e interpretazioni moderne della «peste nera» del 1348, a cura di O. CAPITANI, Bologna 1995, pp. 79-91 e ZITELLI, L’azione della Repubblica di Venezia nel controllo della peste. Lo sviluppo di alcune norme di igiene pubblica, in Venezia e la peste 1348/1797, Venezia 1979, p. 111.  

[6] Cfr. CORRADI, Annali delle epidemie occorse in Italia, p. 277.

[7] Cfr. DEL PANTA, La ricomparsa della peste, p. 80.

[8] Nelle note che seguono citerò i testamenti con la sigla T seguita dal numero del mazzo e dal numero che il documento riporta all’interno del mazzo.

[9] Cfr. VARANINI, Verona nei primi decenni del Quattrocento la famiglia Pellegrini e Pisanello, in Pisanello a cura di P. MARINI, Milano 1996, pp. 23-44 e SCARCELLA, Maggio Maggio giurista veronese (sec. XIV- XV) in «Atti e memorie dell’Accademia di agricoltura, scienze e lettere di Verona», s. VI, XXIX, 1979, pp. 247-258

[10] T 30, 334. Il nome del celebre pittore figura nell’elenco dei fuoriusciti che potevano beneficiare di un provvedimento di clemenza adottato da Venezia in favore dei Veronesi desiderosi di rimpatriare, ma trattenuti da alcune leggi. Cfr. BIADEGO, Pisanus pictor, in «Atti del Reale Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti» LXVII, 1907-1908, p. 843.

Il giurista Maggio Maggi fece parte della delegazione che si recò nella città lagunare per richiedere il provvedimento. Cfr. SCARCELLA, Maggio Maggio, p. 252.

[11] VECCHIATO, Pane e politica annonaria in Terraferma veneta tra secolo XV e secolo XVIII, Verona 1979, p. 54.

[12] Della nascita e struttura dei Consigli civici veronesi trattano Varanini e la Lanaro Sartori. Cfr. VARANINI, I Consigli civici veronesi fra la dominazione viscontea e quella veneziana, in Comuni cittadini e stato regionale. Ricerche sulla Terraferma veneta nel Quattrocento, di G. M. VARANINI, Verona 1992, pp. 185-196 e LANARO SARTORI, Un patriziato in formazione: l’esempio veronese del ‘400, in Il primo dominio veneziano a Verona (1405-1509), Atti del convegno tenuto a Verona il 16-17 settembre 1988, Verona 1991, pp.35-51.

[13] Cfr. SANCASSANI, L’archivio dell’Antico Ufficio del Registro di Verona, pp. 481-483.  

[14] Per gli anni in cui la documentazione è particolarmente abbondante sono stati predisposti due mazzi per ogni singolo anno. 

[15] I mesi estivi e quelli di inizio autunno sono i periodi in cui anche Mueller, parlando delle pestilenze del primo Quattrocento a Venezia, rileva la maggiore diffusione della malattia e la più grande quantità di decessi. Cfr. MUELLER, Peste e demografia. Medioevo e Rinascimento, in Venezia e la peste 1348/1797, Venezia 1979, pp. 93-96. 

[16] T 30,16.

[17] T 30, 45 datato 17 maggio 1438.

[18] T 30, 100 datato 19 luglio 1438.

[19] T 30, 320 datato 28 settembre 1438.

[20] T 30, 81.

[21] T 30, 336.

[22] T 30, 335.

[23] Cfr. TAGLIAFERRI, L’economia veronese secondo gli estimi dal 1409 al 1635, Milano 1966, p. 41. Sulla distribuzione delle contrade e dei quartieri cittadini si vedano: LENOTTI, Verona nei suoi antichi rioni, Verona 1967 e ROSSINI, Verona scaligera, Verona 1975 (Verona e il suo territorio, v. III/1), pp. 20-80.

[24] Cfr. VARANINI, Famiglie patrizie, contrade e vicinato a Verona nel Quattrocento e Cinquecento. Spunti per un’indagine, in Edilizia privata nella Verona rinascimentale, Convegno di studi, Verona, 24-26 settembre 1998, Milano 2000, p. 149. Gli addetti alle varie fasi della lavorazione tessile erano censiti principalmente in due zone della città: la prima comprendente le contrade occidentali e vicine all’Adige di San Silvestro, Ognissanti, San Zeno Oratorio, Beverara e San Zeno Superiore; la seconda comprendente le contrade alla sinistra del fiume, ossia Santo Stefano, San Vitale, San Nazaro e San Paolo. Cfr. DEMO, L’«anima della città». L’industria tessile a Verona e Vicenza (1400-1550), Milano 2001, p. 145.   

[25] Come per i testatori della città, il loro numero è calcolato considerando una sola volta coloro che hanno dettato più testamenti.

[26] Cfr. TAGLIAFERRI, L’economia veronese secondo gli estimi dal 1409 al 1635, Milano 1966, pp. 92-119.  

[27] T 30, 259.

[28] Stefano Lodi, partendo da un’analisi degli estimi, mette in evidenza che le contrade dove si concentrano nel Quattrocento le maggiori ricchezze sono quelle del centro altomedievale, uniche eccezioni sono San Vitale e San Paolo nel periodo di maggior espansione del comparto tessile. Cfr. LODI, Il palazzo e la contrada. La famiglia patrizia veronese nello spazio urbano, in Edilizia privata nella Verona rinascimentale, Convegno di studi, Verona, 24-26 settembre 1998, Milano 2000, p. 89.  

[29] TAGLIAFERRI, L’economia veronese, p. 139.

[30] L’esportazione di prodotti tessili veronesi è attestata anche nei secoli XII e XIII. Cfr. CASTAGNETTI, Mercanti, società e politica nella Marca Veronese-Trevigiana (secoli XI-XIV), in Mercanti e vita economica nella Repubblica Veneta (secoli XIII-XVIII), a cura di G. BORELLI, Verona 1985, pp. 144-145.

[31] Cfr. DEMO, L’«anima della città», pp. 142-143. Tra i soci nelle imprese laniere di Verona nel Quattrocento c’erano alcuni appartenenti di famiglie del ceto dirigente: i Giusti nella prima metà del secolo e, nella seconda metà, i Brenzoni, gli Allegri, i Maffei, gli Spolverini, i Trivelli. Cfr. DEMO, L’«anima della città», p. 111.  

[32] Cfr. TAGLIAFERRI, L’economia veronese, p. 52.

[33] A Verona nel Quattrocento l’arte tessile era ritenuta tutt’altro che vile e chi la praticava poteva aspirare al patriziato e ad un posto nel Consiglio cittadino. Cfr. LANARO SARTORI, Un patriziato in formazione, p. 45. 

[34] T 30, 40.

[35] Fra i testatori ci sono quattro pelliparii (pellicciai), di cui tre magistri, due varotarii (commercianti di pellicce di vaio), un caliarius (calzolaio e conciatore di pelli). La categoria dei lavoratori delle pelli è presente tra quelle estimate. Cfr. TAGLIAFERRI, L’economia veronese, pp. 147-153.

[36] T 30, 223. Il notaio testa il 30 settembre 1438 mentre si trova nella stacio a caligis del fu maestro Pietro de Portalapis situata sotto alla Domus Mercatorum e questo potrebbe essere il motivo della presenza fra i testimoni di più esponenti del ceto mercantile veronese.

[37] T 30, 246.

[38] T 30, 136.

[39] TAGLIAFERRI, L’economia veronese, p. 147.

[40] Il peso sociale di una famiglia è misurabile anche attraverso la sua capacità di radicarsi in una parte della città, attraverso quello che Stefano Lodi definisce «un automatismo di identificazione locale che sfrutta l’attaccamento alle proprie mura». Cfr. LODI, Il palazzo e la contrada, p. 90.  

Ho usato il termine ‘palazzo’ che non si trova mai nei testamenti. Fino ai primi decenni del Cinquecento, infatti, la casa di famiglia era identificata come domus habitationis e solo raramente come palacium habitationis, indipendentemente dalle sue caratteristiche. Cfr. LANARO, «Familia est substantia»: la trasmissione dei beni nella famiglia patrizia, in Edilizia privata nella Verona rinascimentale, Convegno di studi, Verona, 24-26 settembre 1998, Milano 2000, p. 110.

[41] TAGLIAFERRI, L’economia veronese, p. 94.

[42] Pierpaolo Brugnoli, parlando della manodopera edile che immigrò a Verona nel Quattrocento, accenna alle modalità di arrivo in città dei lavoratori provenienti dalla Lombardia e scrive: «Essi arrivano dapprima in gruppi, anche assai numerosi, di soli uomini legati da vincoli professionali ma anche parentali. Tutti in età da lavoro si stabiliscono in appartamenti acquistati o presi in affitto nelle varie contrade cittadine. Spesso sposano figlie di altri colleghi di lavoro di origine veronese o essi pure lombardi, già da tempo qui stabilitisi con le loro famiglie. Spesso si fanno poi raggiungere dai loro parenti: mogli, fratelli, figli, nipoti, ricostruendo qui intere colonie di immigrati». Tali circostanze sono in qualche misura riscontrabili anche nei testamenti da me esaminati osservando i dati anagrafici, i componenti della famiglia e, talvolta, le destinazioni dei legati assegnati dai testatori provenienti da fuori Verona. Cfr. BRUGNOLI, Primi appunti su materiali, manodopera e botteghe nell’edilizia privata della Verona del Quattrocento e del Cinquecento, in Edilizia privata nella Verona rinascimentale, Convegno di studi, Verona, 24-26 settembre 1998, Milano 2000, p. 226. 

[43] TAGLIAFERRI, L’economia veronese, p. 94.

[44] T 30, 92.

[45] T 30,16.

[46] T 30, 80.

[47] T 30, 321.

[48] Cfr. VIOLANTE, Alcune caratteristiche delle strutture familiari in Lombardia, Emilia e Toscana durante i secoli IX-XII, in Famiglia e parentela nell’Italia medievale, a cura di G. DUBY e J. LE GOFF, Bologna 1981, p. 40.

[49] Gli statuti cittadini riconoscevano la possibilità di ammettere la partecipazione delle donne all’asse ereditario attraverso l’istituto della dote che costituiva un’anticipazione dell’eredità e corrispondeva grosso modo alla legittima. Cfr. LANARO, Familia est substantia, p. 100.

[50] GUZZETTI, Le donne a Venezia nel XIV secolo: uno studio sulla loro presenza nella società e nella famiglia, in «Studi Veneziani», n. s. XXXV (1998), p. 30.

[51] T 30, 97.

[52] T 30, 250.

[53] T 30, 250.

[54] T 30, 269.

[55] T 30, 18.

[56] T 30, 7.

[57] FECI, Pesci fuor d’acqua. Donne a Roma in età moderna: diritti e patrimoni, Roma 2004, p. 10.

[58] ROMANO, Famiglia, successioni, p. 29.

[59] T 30, 220.

[60] T 30, 38.

[61] T 30, 89.

[62] T 30, 234. 

[63] T 30, 240.

[64] LEVEROTTI, Alcune osservazioni sulle strutture delle famiglie contadine nell'Italia padana del basso medioevo a partire dal famulato, in «Popolazione e Storia», II (2001), p. 19.

[65] T 30, 276.

[66] T 30, 111.

[67] T 30, 191. 

[68] T 30, 123.

[69] T 30, 54.

[70] T 30, 280.

[71] T 30, 47. 

[72] T 30, 199.

[73] Delumeau sostiene che la raccomandazione dell’anima alle potenze celesti o alla Vergine Maria fu data ai credenti come consiglio per una buona morte dalla Chiesa ufficiale che, interpretando le frequenti calamità che si abbatterono sugli uomini nel XIV secolo come conseguenze dei loro peccati, trovò nel pentimento e nell’atteggiamento di fiducia l’unica possibilità di salvezza dalla dannazione dell’anima. Tali affermazioni, seppure valide, nel caso dei testamenti devono sempre essere inserite nel contesto del linguaggio formulare che li caratterizza. Cfr. DELUMEAU, Rassicurare e proteggere, Milano 1992, p. 327. Una certa influenza nella determinazione della devozione popolare però, secondo De La Roncière, era esercitata anche dalle confraternite. Cfr. DE LA RONCIÈRE, Tra preghiera e rivolta. Le folle toscane nel XIV secolo, Roma 1993, pp. 89-136. 

[74] DE LA RONCIÈRE, Tra preghiera e rivolta, p. 101.

[75] T 30, 51.

[76] T 30, 21.

[77] T 30, 62. 

[78] T 30, 44. San Quirino era invocato contro la peste e Sant’Elmo o Erasmo da Formia era pregato contro le malattie dell’intestino.

[79] T 30, 57.

[80] T 30, 85.

[81] T 30, 160.

[82] Cfr. RIGON, Orientamenti religiosi e pratica testamentaria, pp. 46-47.

[83] T 30, 112.

[84] T 30, 264.

[85] T 30, 213.

[86] T 30, 71.

[87] Dell’argomento tratta l’articolo di Giuseppina de Sandre sui riti della morte nelle campagne veronesi del basso Medioevo. Cfr. DE SANDRE GASPARINI, La morte nelle campagne bassomedievali, in La morte e i suoi riti in Italia tra medioevo e prima età moderna, a cura di F. SALVESTRINI, G. M. VARANINI, A. ZANGARINI, Firenze 2007, pp. 65-95.

[88] Cfr. MILLI, Aspetti di vita sociale e religiosa, pp. 83-86.

[89] Cfr. ZENARI, Forme di organizzazione sociale ed espressioni di religiosità, p. 102.

[90] La chiesa di San Severo non era l’unica esistente in paese ed era una cappella dipendente dalla pieve di Garda; fu per secoli al centro della vita religiosa locale e nel XV secolo venne surclassata da quella di San Niccolò che divenne parrocchiale. Cfr. SALA, Chiese medievali del Garda Veronese, Caselle di Sommacampagna (VR) 1999, pp. 51-53.

[91] T 30, 105.

[92] T 30, 42.

[93] T 30, 9.

[94] T 30, 276.

[95] Cfr. BOSSA, I testamenti in tre registri notarili, pp. 78-79; 

[96] Vovelle cita l’esempio della Tolosa quattrocentesca nella quale il 60% delle sepolture avviene nella parrocchia del defunto e le restanti si dividono soprattutto tra i quattro conventi degli ordini mendicanti che hanno ciascuno il proprio cimitero. Cfr. VOVELLE, La morte e l’occidente, p. 119.

[97] G. MICCOLI, Gli ordini mendicanti e la vita religiosa dei laici, in Storia d’Italia. Dalla caduta dell’Impero Romano al secolo XVIII, 2, L’Italia religiosa, Milano 2005, p. 800.

[98] L’attrazione esercitata dalle istituzioni religiose di matrice mendicante e osservante è rilevata anche da Varanini che osserva come sia presente nella scelta del luogo di sepoltura presso ordini religiosi anche la logica topografica: viene prediletto l’ordine mendicante più vicino a casa. Cfr. VARANINI, Famiglie patrizie, p. 148. 

[99] VOVELLE, La morte e l’occidente, p. 119.

[100] T 30, 28. 

[101] T 30, 104.

[102] T 30, 24.

[103] T 30, 261.

[104] T 30, 85.

[105] T 30, 166.

[106] T 30, 69-70 (Santa Anastasia); 86- 161-163, (Santa Eufemia).

[107] T 30, 129.

[108] T 30, 224.

[109] Cfr. BACCI, Investimenti per l’aldilà, pp. 6-7.

[110] T 30, 164.

[111] T 30, 237.

[112] T 30, 287.

[113] BACCI, Investimenti per l’aldilà, p. 64.

[114] T 30, 87.

[115] T 30, 28.

[116] T 30, 134.

[117] Una descrizione storico-artistica delle cappelle che si trovano all’interno della chiesa di Santa Anastasia è riportata in CIPOLLA, Ricerche storiche intorno alla chiesa di Santa Anastasia, pp. 43-112.

[118] T 30, 185.

[119] T 30, 63.

[120] T 30, 342.

[121] T 30, 313.

[122] T 30, 168. 

[123] T 30, 336.

[124] ARIÈS, Storia della morte, p. 165.

[125] T 30, 12.

[126] T 30, 184. Il testatore detta le ultime volontà l’1settembre ed è già morto sette giorni dopo, l’8 settembre, quando la moglie detta il suo testamento. 

[127] T 30, 185.

[128] T 30, 44.

[129] Secondo Rigon, quando la morte si trasforma da evento pubblico a privato, anche la manifestazione del lutto viene consentita solo alle persone più vicine al defunto. Cfr. RIGON, Orientamenti religiosi e pratica testamentaria, p. 57.

[130] T 30, 100.

[131] T 30, 320.

[132] T 30, 135.

[133] T 30, 193.

[134] T 30, 93.

[135] T 30, 268.

[136] T 30, 287.

[137] Cfr. TORRE, Il consumo di devozioni. Religione e comunità nelle campagne dell’Ancien Régime, Venezia 1995, pp. 79-80.

[138] T 30, 341.

[139] T 30, 240.

[140] T 30, 91.

[141] T 30, 259.

[142] T 30, 40.

[143] T 30, 255.

[144] Anche a Venezia gli appartenenti ai ceti sociali più ricchi talvolta, al momento della scrittura del testamento, si ponevano il problema del livello di pompa da richiedere per lo svolgimento dei funerali, tendendo a limitare il fasto, sia per moralismo che per risparmio. Cfr. MUELLER, Sull’establishment bancario veneziano. Il banchiere davanti a Dio (secoli XIX-XV), in Mercanti e vita economica nella Repubblica Veneta (secoli XIII-XVIII), a cura di G. BORELLI, Verona 1985, p. 52. 

[145] Rigon afferma che queste restrizioni contribuirono ad un cambiamento della concezione stessa della morte che da evento pubblico e comunitario si trasformò in un fatto individuale ristretto a un gruppo di congiunti e amici. Cfr. RIGON, Orientamenti religiosi e pratica testamentaria, p. 57.

[146] Cfr. RIGON, Orientamenti religiosi e pratica testamentaria, p. 56.

[147] T 30, 166.

[148] T 30, 85.

[149] Cfr. MILLI, Aspetti di vita sociale e religiosa, pp. 88-91 per Tregnago; ZENARI, Forme di organizzazione sociale ed espressioni di religiosità, pp. 110-117 per Montorio e VARANINI, La Valpolicella dal Duecento al Quattrocento, Verona, 1985, p. 257 per la Valpolicella.

[150] Cfr. GUZZETTI, Le donne a Venezia, pp. 71-72 e MUELLER, Sull’establishment bancario, p. 54.

[151] Cfr. RIGON, Orientamenti religiosi e pratica testamentaria, pp. 48-49. 

[152] T 30, 115.

[153] T 30, 32.

[154] T 30, 72.

[155] T 30, 224.

[156] T 30, 45.

[157] T 30, 320.

[158] T 30, 53.

[159] T 30, 94.

[160] Molto ricca di particolari in merito è la richiesta del cambiatore di denaro Marco Guantieri di San Quirico. Egli stabilisce che in assenza di eredi i suoi beni vengano distribuiti ad enti religiosi e caritativi e dà precise disposizioni nel caso in cui parte dell’eredità venga assegnata all’altare di San Girolamo nella chiesa di Santa Maria della Scala, dove chiede la sepoltura.

I frati celebreranno in perpetuo sull’altare tre messe giornaliere e quattro anniversari solenni. Dovrà essere sempre presente nel convento e in chiesa un frate dell’ordine che, essendo professor sacre pagine, predicherà ogni domenica e in ogni festività per difendere, mantenere e far crescere la fede cattolica. I frati celebreranno o faranno celebrare ogni sabato una messa della Vergine Maria in canto, con lettura delle Lettere e del Vangelo, sull’altare a lei dedicato. Due chierici del convento vestiti con la sola cotta bianca, accompagnati da due portatori di ceri ognuno con un cero acceso, partiranno dal coro per recarsi davanti all’altare della Vergine Maria a salutare la Madonna con la Salve Regina e vi sosteranno fino al termine della preghiera. Ai due chierici ogni anno saranno consegnati una tunica e uno scapolare di panno veronese de bruna nuovo. Dovrà essere presente un frate dell’ordine o un altro sacerdote che suonerà l’organo ogni domenica e nelle festività principali, durante la celebrazione delle messe, come è consuetudine. Cfr. T 30, 168.        

[161] Ad una simile conclusione è giunto anche Francesco Zenari esaminando i testamenti di Montorio. Cfr. ZENARI, Forme di organizzazione sociale ed espressioni di religiosità, p. 114.

[162] T 30, 9.

[163] T 30, 145.

[164] T 30, 288.

[165] T 30, 72.

[166] T 30, 168.

[167] Cfr. RICCI, “De hac vita transire”. La pratica testamentaria nella Valdarno superiore all’indomani della Peste Nera, Firenze 1998, p. 60.

[168] T 30, 107.

[169] T 30, 116.

[170] L’origine delle messe gregoriane è piuttosto antica: il primo riferimento ad esse è presente nei Dialoghi di san Gregorio che, quando era abate del monastero di Sant’Andrea di Roma, dovette prendere provvedimenti nei confronti di un monaco di nome Giusto che aveva violato il voto di povertà trattenendo tre monete d’oro. Alla morte del monaco, Gregorio ne dispose la sepoltura in un luogo non sacro ma ordinò al priore Prezioso la celebrazione del santo sacrificio per 30 giorni consecutivi. Il trentesimo giorno, Giusto apparve ad un altro monaco per comunicargli di aver sofferto ma di stare bene. Cfr. C. SIRNA, Messe gregoriane, in Enciclopedia Cattolica, VIII, Firenze 1952, p. 790.  

[171] T 30, 256.

[172] T 30, 327.

[173] T 30, 280.

[174] T 30, 285.

[175] T 30, 205.

[176] T 30, 144.

[177] T 30, 219.

[178] T 30, 188.

[179] Sull’attività di predicazione di Giovanni da Capestrano a Verona si veda DE SANDRE GASPARINI, La parola e le opere. La predicazione di san Giovanni da Capestrano a Verona, in Predicazione francescana e società veneta nel Quattrocento: committenza, ascolto, ricezione, Padova 1995, pp. 166-200.

[180] La pratica del pellegrinaggio era assai diffusa nel Quattrocento in molte città italiane tra cui Venezia. Cfr. MUELLER, Sull’establishment bancario, pp. 54-60.

[181] Dell’argomento tratta Giuseppina De Sandre esponendo alcune considerazioni sulle intenzioni e sulle richieste di pellegrinaggi a Verona nel XV secolo. Cfr. DE SANDRE GASPARINI, Dai testamenti veronesi (sec XV), in «Ricerche di storia sociale e religiosa», 64 (2003), pp. 95-115 e DE SANDRE GASPARINI, Giubileo e pellegrinaggi. Testamenti di Romei veneti nel Quattrocento, in Il Veneto e i giubilei. Contributo alla storia culturale e spirituale dell’evento in terra veneta (1300-2000) a cura di C. BELLINATI, Padova 1999, pp. 35-57. Nei due articoli sono stati presi in esame anche i testamenti del 1438.  

[182] Simona Ricci ne parla analizzando i testamenti della Valdarno superiore rogati nel XIV secolo, rilevando però la scarsa presenza di disposizioni inerenti i pellegrinaggi, quasi tutte riferite a viaggi delegati. Cfr. RICCI, “De hac vita transire”, p. 47. 

[183] DE SANDRE GASPARINI, Dai testamenti veronesi, p. 106.

[184] T 30, 161.

[185] T 30, 34.

[186] T 30, 237.

[187] T 30, 258.

[188] T 30, 231.

[189] T 30, 147.

[190] T 30, 162. 

[191] T 30, 169.

[192] T 30, 199.

[193] Di una tale pratica di pellegrinaggio definito “domestico” parla Giuseppina De Sandre. Cfr. DE SANDRE GASPARINI, Dai testamenti veronesi, p. 113 e DE SANDRE GASPARINI, Giubileo e pellegrinaggi, p. 55.

[193] DE SANDRE GASPARINI, Dai testamenti veronesi, p. 106.

[194] Per ciò che riguarda la Valpolicella in VARANINI, La Valpolicella, p. 257-258; del territorio fiorentino si è interessato De La Roncière in DE LA RONCIÈRE, Tra preghiera e rivolta, pp. 197-281; del territorio padovano parla Rigon in RIGON, Orientamenti religiosi e pratica testamentaria, p. 53; di Venezia, sia pure limitandosi alla categoria dei banchieri, si è occupato Mueller in MUELLER, Sull’establishment bancario, pp. 61-64.    

[195] Cfr. il Vangelo di Luca. Lc 6,20-21, 24-25.

[196] BACCI, Investimenti per l’aldilà, p. 81.

[197] Lc 6,38.

[198] De La Roncière attribuisce l’accostamento della povertà di Cristo a quella degli indigenti alla predicazione degli ordini mendicanti ed in particolare a quella dei Domenicani. Cfr. DE LA RONCIÈRE, Tra preghiera e rivolta, p. 241.

[199] T 30, 161.

[200] T 30, 230.

[201] T 30, 4.

[202] T 30, 1.

[203] T 30, 130.

[204] T 30, 212.

[205] T 30, 22.

[206] T 30, 5.  

[207] T 30, 72.

[208] T 30, 181. 

[209] T 30, 21.

[210] T 30, 26.

[211] T 30, 119.

[212] T 30, 44.

[213] T 30, 69.

[214] T 30, 101.

[215] T 30, 142.

[216] T 30, 103.

[217] T 30, 25.

[218] T 30, 227.

[219] T 30, 265. 

[220] T 30, 301.

[221] T 30, 299.

[222] BACCI, Investimenti per l’aldilà, p. 81.

[223] La Miller rileva che i Veronesi effettuavano le loro donazioni e i loro lasciti soprattutto a favore di quelle istituzioni religiose che garantivano loro preghiere per i vivi e per i defunti ed attribuisce alla popolarità dei monasteri benedettini prima e dei conventi degli ordini mendicanti poi la diffusione di questa pratica. Cfr. MILLER, Chiesa e società in Verona medievale, Sommacampagna (VR) 1998, pp. 157-159.

[224] Cfr. RIGON, Orientamenti religiosi e pratica testamentaria, p. 62.

[225] Cfr. RICCI, “De hac vita transire”, pp. 47-59.

[226] Cfr. RICCI, “De hac vita transire”, p. 47. 

[227] Il quarto libro degli statuti di Verona redatti nel 1327 e ripresi in questa parte fedelmente da quelli viscontei del 1393, contengono disposizioni in materia di legati ad pias causas. Ecco il testo: Item statuimus et ordinamus quod si aliquis relinquerit pro anima sua aliquid pauperibus vel venerabilibus locis vel ad alias pias causas quod procuratores teneantur et debeant ex offitio suo bona fide sine fraude suo sacramento luere post mortem testatoris illud relictum ab heredibus ipsius si modo requisiti fuerint per quamcumque personam et postea assignare debeant illis quibus commissum fuerit a testatore distribuendum et facere et procurare quod distribuatur pauperibus seu ecclesiis vel locis suprascriptis secundum voluntatem deffuncti prius recepta bona securitate de ipso relicto distribuendo secundum voluntatem defuncti infra unum mensem ex quo dictis fideicomissoriis illud relictum fuerit assignatum et de distributione ipsius relicti fideicomissarii teneantur ostendere procuratoribus publicum instrumentum cui vel quibus distribuerint dictum relictum quod si non fecerint dicti fideicomissarii condempnentur comuni Verone pro quolibet et quolibet relicto in XXV libris et nichilominus distribuere teneantur et si predicti procuratores predictam securitatem non exigerint et contra predicta fieri dimiserint condempnentur pro quolibet et qualibet vice in X libris. Et quod ipsi procuratores teneantur distribuere predictum legatum seu relictum ubi fideicomissarii non fuerint instituti inter pauperes civitatis et districtus Verone. Et predicta adimplere teneantur et effectui mandare infra duos menses continuos a tempore requisitionis sibi facte de predictis vel aliquo predictorum pena predicta et nichilominus infra alium mensem hoc facere teneantur; quod si non fecerint puniantur pro quolibet et qualibet vice in XXV libris et ab officio procuratorum sint privati. Et super predictis dicti procuratores procedere possint et debeant sumarie sine libelli datione litis contestatione et sine aliqua scriptura inde fienda nullaque iuris etstatutorum solemnitate servata quolibet tempore feriato et non feriato. Et quod acta per eos nullo remedio appellationis nullitatis vel restitutionis possint infringi. Hoc eciam facere teneantur iudices domini potestatis et alii iudices et consules comunis Verone a quibus hoc fuerit requisitum sub eisdem penis et hoc habeat locum in preteritis pendentibus et futuris. Cfr. BIANCHI – GRANUZZO (a cura di), Statuti di Verona, p. 545. 

[228] Ermolao Barbaro fu vescovo di Verona dal 1454 al 1471. Sull’attività del Barbaro a Verona è possibile leggere: PIGHI, Cenni storici sulla Chiesa veronese, Verona 1980, vol. II; CERVATO, Diocesi di Verona, Padova 1999. I verbali delle visite pastorali alla diocesi effettuate dal vescovo stesso e dal suo delegato Matteo Canato, vescovo titolare di Tripoli, sono stati trascritti e pubblicati in TONOLLI (a cura di), Ermolao Barbaro visitationum liber diocesis veronensis ab anno 1454 ad annum 1460, Verona 1998.

[229] TONOLLI (a cura di), Ermolao Barbaro visitationum, p. 177.  Il testo del verbale è il seguente: Hoc facto, interogavit ipsos homines si quid aliud dicere volebant pro statu et comodo ecclesie predicte vel pro salute animarum. Qui responderunt quod petebant ab ipso domino episcopo quod, pro comodo ipsius ecclesie, deberet Iacobum de Maffeis, habentem testamentum cuiusdam Bartholomei Ottoloni, qui dimissit prefate ecclesie singulo anno duplerium unum, precio librarum 4 denariorum et minale unum frumenti ipsi ecclesie et cetera. Item dixerunt quod magister Veronesius, cuius heredes fuerunt illi dal Bo, dimissit fabrice ecclesie libras quinquaginta et totidem eius uxor et de hoc testes habent. Quibus auditis, prefatus dominus episcopus iniunxit predictis hominibus quod nuncium suum Verone mitterent et quod ipse citaret eius heredes et iusticiam faciet.   

[230] Cfr. TONOLLI (a cura di), Ermolao Barbaro visitationum.

[231] T 30, 49.

[232] T 30, 246.

[233] T 30, 45.

[234] T 30, 225.

[235] T 30, 300.

[236] T 30, 321.

[237] T 30, 78.

[238] T 30, 212.

[239] T 30, 261.

[240] T 30, 118.

[241] T 30, 231.

[242] T 30, 41.

[243] T 30, 220.

[244] Dell’argomento parla Giuseppina de Sandre in DE SANDRE GASPARINI, L’amministrazione pubblica dell’evento religioso: qualche esempio della Terraferma veneta del secolo XV, in La religion civique à l’époque médiévale et moderne. (Chrétienité et Islam), Roma 1995, pp. 201-217. 

[245] T 30, 149.  

[246] Cfr. MILLI, Aspetti di vita sociale e religiosa, p. 100.

[247] Cfr. DE SANDRE GASPARINI – CIPRIANI, Il priorato di San Colombano di Bardolino  e la vita religiosa della popolazione locale nel Quattrocento, in Il Garda. L’ambiente, l’uomo. Il priorato di San Colombano di Bardolino e la presenza monastica nella Gardesana Orientale, Atti del convegno (Bardolino 26-27 ottobre 1996), Verona 1996, p. 71; FURIA, Società e religione, pp. 73-76.

[248] Cfr. CHERUBINI, Parroco, parrocchie e popolo nelle campagne dell’Italia centro-settentrionale alla fine del Medioevo, in Pievi e parrocchie in Italia nel basso Medioevo (sec. XIII-XV), Atti del VI Convegno di Storia della Chiesa in Italia (Firenze 21-25 settembre 1981), I, Roma 1984, p. 363.

[249] T 30, 193.

[250] T 30, 339.

[251] T 30, 140. Nel testamento sono nominate le chiese cittadine di San Silvestro, San Nicolò, Sant’Agnese Dentro, Sant’Agata, San Pancrazio, Santa Margherita, San Quirico, Sant’Antonio alla Ghiaia e quelle extracittadine di San Giovanni Battista di Cadidavid, San Provolo di Zevio, San Bovo di Bovo, Santa Maria della Via Secca di Povegliano, Sant’Ippolito di Isola della Scala, Santi Donato e Leonardo di Nogarole Rocca, San Zeno di Piovezzano, Santa Maria di Dossobuono, San Giovanni di Pozzo, Sant’Agata di Ca’ di Capri, le non meglio identificate chiese di San Giovanni Lupatoto, di Buttapietra e di Valeggio sul Mincio, oltre alla Madonna della Corona.  

[252] T 30, 12.

[253] T 30, 290.

[254] T 30, 147.

[255] ROSSI, Orientamenti religiosi nei testamenti veronesi del Duecento: tra conservazione e ‘novità’ in «Quaderni di storia religiosa» , v 2, 1995 , p. 113. 

[256] Cfr. MACCAGNAN, Clarisse a Verona, Verona 2000, pp. 130-131.

[257] T 30, 231.

[258] T 30, 284.

[259] T 30, 44.

[260] T 30, 142.

[261] T 30, 160.

[262] T 30, 336.

[263] T 30, 239.

[264] T 30, 68.

[265] T 30, 151.

[266] T 30, 328.

[267] T 30, 251.

[268] T 30, 122.

[269] T 30, 19.

[270] T 30, 57.

[271] T 30, 90.

[272] La Domus Pietatis a cui ho brevemente accennato nel paragrafo del presente lavoro dedicato ai notai, è un’istituzione benefica laica fondata, in seguito all’autorizzazione del Podestà di Verona Vittore Bragadino, dalla Presidenza del Collegio dei Notai e da un gruppo di cittadini. Tra coloro che formarono la confraternita fondatrice dell’ente c’erano personaggi di spicco della società veronese. Nel Collegio spiccano il gastaldione Galvano Buri, il sacrista Battista Cendrata, gli esaminatori Michele Farfuzola, Filippo Banda, Cristoforo Sabbioni, Bartolomeo Matroiani e Bonaventura Grandoni e tra i cittadini compaiono Gian Nicola Salerni, Guarino Veronese, il dottore in legge Aleardo Gafforini, Goffredo Aleardi, Nicolò Bonaveri, Oliviero Spolverini, Bartolomeo Auricalco e Alvise Pompei. Ben presto aderirono all’iniziativa esponenti delle famiglie più in vista della città: Pellegrini, Maffei, Verità, Giuliari. All’amministrazione della Casa vennero nominati quattro rettori: Gian Nicola Salerni, Goffredo Aleardi e i notai del Collegio Battista Cendrata e Galvano Buri; vennero poi scelti tre consultori, un priore e un fattore.

In seguito, il Collegio provvide sempre a nominare i propri rappresentanti all’interno dell’istituzione, fino al 1803 quando questa venne trasformata in Istituto Esposti. Cfr. SANCASSANI, Il notariato veronese, pp. 21-22.  

[273] T 30, 152.

[274] T 30, 259.

[275] Della confraternita di Santa Maria della Giustizia si è occupata Giuseppina de Sandre in DE SANDRE GASPARINI, Confraternite e ‘cura animarum’ nei primi decenni del Quattrocento. I Disciplinati e la parrocchia di S. Vitale in Verona in P. SAMBIN (a cura di), Pievi parrocchie e clero nel Veneto dal X al XV secolo, Venezia 1987, pp. 289-360. 

[276] Cfr. TONOLLI (a cura di), Ermolao Barbaro visitationum, pp. 57-59.

[277] T 30, 84.

[278] T 30, 145.

[279] Cfr. DE SANDRE GASPARINI, Confraternite e ‘cura animarum’, pp.323-337.

[280] T 30, 66.

[281] T 30, 86. 

[282] T 30, 259.

[283] T 30, 9.

[284] T 30, 286.

[285] T 30, 9.

[286] T 30, 140.

[287] T 30, 148.

[288] T 30, 349.

[289] T 30, 51.

[290] Cfr. TONOLLI (a cura di), Ermolao Barbaro visitationum, pp. 74-76.   

[291] L’ospedale di Santo Spirito in Sassia di Roma era uno degli istituti romani più importanti e di più antica origine. La sua nascita si deve a papa Innocenzo III che collocò l’ente nell’area della schola dei Sassoni nei pressi del Vaticano e ne affidò la gestione all’ordine ospedaliero di Guido da Montpellier. La sua attività in origine era sovvenzionata elemosinis ecclesie Romane, non solum pro nostra sed predecessorum et successorum et fratrum nostrorum episcoporum presbiterorum atque diaconorum Romane ecclesie cardinalium tam vivo rum quam etiam defunctorum salute, come si legge in una lettera di Innocenzo III datata 19 giugno 1204 e riportata in parte da Paravicini Bagliani in PARAVICINI BAGLIANI, I testamenti dei cardinali del Duecento, Roma 1980, p. LXXVI. 

Nel Quattrocento i papi Eugenio IV e Sisto IV diedero nuovo vigore all’ospedale tramite la riqualificazione architettonica delle strutture e la composizione di un patrimonio atto a supportare l’attività dell’ente che, oltre alla cura degli infermi, estendeva le sue competenze anche all’assistenza e alla cura dei bambini abbandonati. Cfr. PERI, La struttura economica degli ospedali romani nel primo Rinascimento (secoli XV-XVI), reperibile sul sito internet archeologiamedievale.unisi.it/NewPages/TESTIprogetti/peri.pdf, pp. 2-3.   

Dei molteplici affiliati all’ente romano si è a lungo occupata Anna Esposito. Cito qui, tra i vari contributi, ESPOSITO, L’ospedale Romano di Santo Spirito in Sassia e i suoi affiliati nel tardo medioevo: il caso della confraternita dello Spirito Santo di Venezia, in Chiesa, vita religiosa, società nel Medioevo italiano. Studi offerti a Giuseppina De Sandre Gasparini, a cura di M. ROSSI e G. M. VARANINI, Roma 2005, pp. 319-340.

[292] TONOLLI (a cura di), Ermolao Barbaro visitationum liber, p. 75.

[293] T 30, 259. 

[294] T 30, 80.

[295] T 30, 122.

[296] T 30, 262.

[297] Cfr. SANCASSANI, Notai umanisti e letterati, in Il notariato veronese, p. 153.

[298] Cfr. VARANINI, Le annotazioni cronachistiche del notaio Bartolomeo Lando sul Liber dierum iuridicorum del Comune di Verona (1405-1412). Edizione e studio introduttivo, in Medioevo. Studi e documenti, a cura di A. CASTAGNETTI, A. CIARALLI e G.M. VARANINI, Verona 2007, pp. 373-456.

[299] T 30, 152.

[300] Cfr. SANCASSANI, Cancelleria e cancellieri del comune di Verona nei secoli XIII - XVIII, in «Atti e memorie dell’Accademia di agricoltura, scienze e lettere di Verona», s. VI, 10, 1958-59, pp. 290-291.

[301] SANCASSANI, Notai umanisti e letterati, p. 150.

[302] Del testamento parla SANCASSANI in Notai umanisti e letterati, p. 152-155.

[303] La madre di Silvestro, Domenica Bianzardis, rimasta vedova, era entrata nel 1424 nel monastero del Corpo di Cristo observantiae sanctae Clarae di Mantova accolta dalla marchesana di Mantova Paola Malatesta, fondatrice del monastero, nel quale era entrata nel 1420 la figlia diciannovenne Maddalena accompagnata da Caterina Della Torre. Le due giovani monache erano poi tornate a Verona nel convento di Santa Chiara passato all’osservanza con bolla di papa Martino V del 7 settembre 1425. Cfr. MARCHI, Tra Verona, Mantova e Ferrara: letteratura e scuola ai tempi di Pisanello, in Pisanello a cura di P. MARINI, Milano 1996, p. 50.      

[304] Ibidem, p. 153.

[305]  Ibidem, p. 154. 

[306] T 30, 261.

[307] Della cappella di San Nicola nella chiesa di Santa Anastasia e delle tombe della famiglia Salerni si occupò Carlo Cipolla in CIPOLLA, Ricerche storiche intorno alla chiesa di Santa Anastasia in Verona in «Archivio veneto» 1879-1882, pp. 67-70. 

[308] Il pittore Stefano figlio di Giovanni , noto come Stefano da Verona o da Zevio, nacque intorno 1375 e il testamento di Tommaso Salerni è l’ultimo documento in cui è attestato come vivente. Cfr. OLIVATO - BRUGNOLI (a cura di), Dizionario anagrafico degli artisti e artigiani veronesi nell’età della Serenissima. Volume I (1405-1530), Verona 2007, p. 458 e KARET, Stefano da Verona: the documents, in «Atti e Memorie dell’Accademia di Agricoltura, Scienze e lettere di Verona», CLXVIII, 2, 1991-1992, pp. 375-466.

[309] Cfr. VARANINI – CRESTANI, Il patrizio veronese Gian Nicola Salerni e la sua biblioteca (XV sec.) in «Archivio storico italiano», II (2003), pp. 455-502.

[310] T 30, 85.

[311] Cfr. VARANINI – CRESTANI, Il patrizio veronese Gian Nicola Salerni, p. 461.

[312] Bartolomeo Pellegrini, figlio di Giovanni miles, nato nel 1465, era un autorevole esponente della sua famiglia. Sposato con la veneziana Lucia Gradenigo, dal 1428 era cittadino veneziano e godette di grande credito nelle magistrature veronesi come presso il governo della repubblica. Di lui parla Varanini in: VARANINI, Verona nei primi decenni del Quattrocento, p. 36.

[313] Antonio pictor di 51 anni, la moglie Isabetta di 38 e le figlie Mattea di 18, Francesca di quattro ed Anna di 10 sono inseriti nell’estimo della contrada Ponte Pietra del 1456. Cfr. OLIVATO - BRUGNOLI (a cura di), Dizionario anagrafico degli artisti e artigiani veronesi, p. 79.

[314] T 30, 283.

[315] Sull’argomento si veda MUZZARELLI, Guardaroba medievale. Vesti e società dal XIII al XVI secolo, Bologna 1999.