Parte 1: Libri in chiesa a Verona nel Cinquecento

 

Il presente lavoro ha avuto come idea iniziale il desiderio di conoscere una parte, sia pure molto piccola, della storia del libro e della sua diffusione a Verona e provincia, in modo particolare nelle chiese, nella prima metà del Cinquecento, periodo in cui si ebbe una grande diffusione dei libri legata alla nuova tecnica di produzione, quella della stampa a caratteri mobili. La stampa era giunta a Verona negli anni settanta del Quattrocento ma finora in riva all’Adige non c’era ancora stata una fiorente attività tipografica come invece era accaduto in altre città, Venezia ad esempio. In questo senso la scelta del tipo di documentazione utilizzata nelle pagine seguenti non è casuale: Il vescovo che fu scelto per governare la diocesi dal 1525 al 1543, anno della sua morte, infatti, oltre ad essere un grande pastore e un abilissimo diplomatico, era anche uomo di cultura, amico e mecenate di artisti e letterati nonché  propulsore della diffusione della stampa a Verona, come avrò modo di dire in seguito.

Prendendo il via da queste considerazioni, ho pensato di partire dalla lettura di un tipo di documentazione che finora aveva suscitato altri generi di interessi: ho esaminato da un punto di vista inusuale e un po’ particolare i volumi dei verbali delle visite pastorali effettuate personalmente dal vescovo Giberti e dai suoi delegati dal 1525 al 1542 nel territorio della diocesi, fonte importante per gli studiosi di storia della Chiesa di Verona e non solo, data l’elevata statura culturale e riformatrice del capo della Chesa veronese in quel periodo.

Da una prima visione dei tre volumi pubblicati nel 1989 a cura di Antonio Fasani in cui sono trascritti i registri manoscritti originali conservati nell’Archivio Storico della Curia Vescovile di Verona è apparso subito chiaro l’interesse dei visitatori per le condizioni non sempre edificanti in cui si trovavano il clero, il popolo e le chiese. Tutto veniva puntualmente scritto seguendo una scaletta predeterminata in cui ai già numerosi punti da trattare dopo il 1530 fu aggiunta la voce De Memoriale, cioè del Breve ricordo dove si chiedeva conto della conservazione e dello studio dell’opuscolo consegnato dal vescovo ai sacerdoti proprio in quell’anno. Inoltre i verbali contengono anche dei veri e propri inventari degli arredi che si trovavano all’interno delle chiese e delle case di abitazione del clero: paramenti liturgici, statue e altri oggetti tra cui i libri.

Il mio interesse, in questo caso, era principalmente rivolto a questi ultimi e il mio obiettivo era quello di vedere in modo dettagliato che libri si trovavano nelle chiese in un periodo in cui la stampa a caratteri mobili cominciava a diffondersi ma continuavano a sopravvivere anche i testi manoscritti.

Nei documenti le opere librarie sono descritte in modo piuttosto approssimativo: il missale è senza dubbio quello più nominato tra i testi strettamente liturgici sia nelle chiese di città che in quelle di campagna ma si trovano anche il graduale, l’antiphonarium e libretti per il canto. Senza dubbio più fornite sono delle chiese di campagna sono quelle cittadine in cui si possono trovare anche testi biblici.

I libri presenti sono comunque in linea con quanto si può aspettarsi di trovare nelle chiese dell’epoca come dotazione base. Fin dall’IX secolo, infatti, come afferma Casagrande, nel messale venivano raccolte, oltre alle preghiere del celebrante, anche quelle che venivano cantate dal coro, le Lezioni, le Epistole e i Vangeli, ossia “tutto quello che serviva al celebrante sull’altare, ai Lettori, ai Suddiaconi e ai Diaconi sugli amboni e ai cantori nel coro, cosa indispensabile per le chiese dove scarseggiavano i ministri minori e il coro, e così pure per la Messa bassa” d’altra parte, continua Casagrande, “Quello che veniva recitato o cantato dai Diaconi, dai Suddiaconi o dai Lettori durante la S. Messa era contenuto nell’Evangeliarium e nel Lectionarium. L’Antiphonarium o Graduale conteneva le parti spettanti al coro[1]".

I redattori dei verbali talvolta si limitano a segnalare i libri presenti ma frequentemente si soffermano ad indicarne anche le caratteristiche fisiche: il supporto cartaceo o membranaceo, se il libro è manoscritto o a stampa, la presenza di miniature, la presenza o meno di una legatura, il materiale di quest’ultima è costituita, le dimensioni. 

In pochi casi si può capire di che testo si tratta perché in genere le indicazioni sui contenuti sono molto vaghe: sono comunque tutti a carattere liturgico o teologico. L’unica eccezione è quella di un elenco composto totalmente da libri lasciati alla chiesa di Cavalcaselle da un suo ex rettore – don Paolo Pannonio – in cui compaiono anche testi latini classici e opere di Petrarca.

Don Paolo, tuttavia, rappresenta una delle poche eccezioni ma in generale i preti, soprattutto i cappellani di campagna, a malapena sapevano leggere se è vero che dei centosessantuno sacerdoti del contado esaminati durante la visita vicariale del 1532, tre erano definiti, dal punto di vista della preparazione dottrinale, “eruditi”, ventisei “competenti”, ottantotto “sufficienti”, ventinove “tollerabili”, quattordici “insufficienti” e uno “ignorantissimo”; ma “sufficiente” era colui che sapeva leggere bene ma non sapeva risolvere i casi più comuni di morale e “tollerabile” era chi con qualche aiuto e dopo varie prove riusciva a leggere il testo della messa e sapeva districarsi tra i casi più comuni di dottrina e morale. Leggermente migliore sembra esssere la preparazione dottrinale dei preti di città: su quarantuno esaminati nel giro del 1529, uno era “dotto”, tre erano “competenti”, quindici “suffficienti”, undici “mediocri, quattro “tollerabili”, cinque “insufficienti”, uno “ignorantissimo e uno “miserabile per condotta” [2].

In questo quadro assume importanza una particolare categoria di libri presenti nelle visite pastorali, quella formata dagli opuscoli fatti stampare e, in qualche caso, addirittura scrivere dal Giberti per procedere nel suo progetto di evangelizzazione e riforma della diocesi. Tra questi c’è il Breve ricordo sopra citato e rivolto ai sacerdoti in cui si fornivano informazioni su come gestire la cura d’anime, ma anche l’Antonina, la Practica Christiane vivendi consegnate ai sacerdoti con la preghiera di leggerle nei giorni festivi al popolo, iniziando così la pratica della catechesi.

Tornando all’analisi degli inventari, è da rilevare un ultimo gruppo di oggetti presenti: quello dei supporti e dei contenitori per i libri: leggii, cuscini, sgabelli presenti o richiesti. Si può trovare, inoltre, qualche indicazione su dove questi vengono conservati: armadi e casse posti in sacrestia o nella casa di abitazione del saerdote, come si vedrà in seguito in modo dettagliato.

Per quanto riguarda il metodo utilizzato nel presente studio, sono state elaborate in appendice ottocentoventi schede che riportano puntualmente non solo i libri presenti negli inventari ma anche quelli di cui si accenna negli ordinata dei visitatori e nella lettura sistematica dei verbali.      

  Ne emerge un grande interesse per i libri da parte del Giberti che, da uomo di cultura qual era, capì l’utilità di tali strumenti e si servì della nuova tecnica della stampa a caratteri mobili – promuovendo addiritura l’allestimento di una stamperia in vescovado e facendo in modo che venisse gestita da stampatori di profesione come i fratelli Nicolini da Sabio e Antonio Putelleto – per mettere in atto una riforma radicale della diocesi che poi avrebbe avuto seguito anche in altre città e sarebbe approdata come base per le direttive impartite dal Concilio di Trento alla Chiesa universale in cui urgeva una radicale svolta nei modi di vita e di condotta del clero e del popolo. Tale cambiamento doveva partire, secondo il vescovo, da un sostanziale incremento della cultura e delle conoscenze bibliche ed evangeliche.

D’altra parte, tuttavia, risulta evidente la carenza di libri nelle chiese soprattutto di campagna in cui il messale presente poteva essere vetus e laceratus, o da rilegare nuovamente non sempre per noncuranza ma anche per la carenza di possibilità economiche in cui versavano i cappellani, le chiese e, in generale, le popolazioni del contado veronese nella prima metà del XVI secolo in cui spesso dilagavano delle vere e proprie epidemie di peste a cui si accenna anche nei verbali oggetto della mia ricerca.

 

[1]  V. CASAGRANDE, L’arte a servizio della chiesa. La casa di Dio, Torino 1931, p. 137.

[2] Cfr. A. FASANI, (a cura di), Riforma pretridentina della diocesi di Verona. Visite pastorali del vescovo G.M. Giberti 1525-1542, Vicenza 1989, vol. I p. CVI.