Parte 2: La descrizione dei libri

 

La documentazione presa in considerazione nella presente ricerca è costituita dai volumi manoscritti, da qualche decennio editi a stampa, che contengono i resoconti delle visite pastorali effettuate nel periodo dell’episcopato di Gian Matteo Giberti dal 1525 al 1542.

Il materiale documentario che raccoglie le visite del Giberti è conservato nell’Archivio Storico della Curia Vescovile di Verona ed è costituito da diciassette volumi del Fondo Visite Pastorali suddivisi in tre gruppi: il primo gruppo è formato da otto volumi con segnatura da II a IX che contengono i verbali e le prescrizioni delle visite degli anni 1525-27, 1529, 1530, 1532 e 1541; il secondo gruppo è formato da sei volumi contrassegnati dalle lettere da A a F contenenti gli ordinata degli anni 1530, 1534, 1538, 1539; nel terzo gruppo ci sono i fascicoli contenenti i verbali delle seconde visite effettuate alle chiese di campagna nel 1527[1].

I redattori sono vari e non tutti noti: il volume II è compilato dal cancelliere vescovile Filippo Merula, da un ignoto e dai notai Biagio Sesto e Alessandro Maineri; il volume III è scritto dal cancelliere Ludovico Camisani, da un ignoto e dal cancelliere e notaio Alberto Gaioni; il volume IV è redatto dai notai Nicola Minneti e Alessandro Maineri e da Pier Francesco Filiberti, sacerdote e notaio; il volume V è compilato dal notaio Alberto Gaioni; il volume VI è stilato dal sacerdote e notaio Pier Francesco Filiberti; il volume VII è scritto dal notaio Alessandro Maineri; dei volumi VIII e IX non si conoscono i redattori e il volume F è compilato dal notaio Girolamo Pafio.

Parte integrante dei verbali sono gli inventari dei beni mobili presenti nelle chiese e nelle case di abitazione dei sacerdoti ufficianti. Nel presente lavoro si sono prese in considerazione principalmente queste parti della documentazione nonostante i libri siano citati anche all’interno dei verbali veri e propri soprattutto per ciò che riguarda quelli consegnati dai visitatori ai sacerdoti e quelli di cui veniva loro ordinata la lettura e quelli pro baptismo utilizzati per il conferimento del battesimo spesso conservati in un contenitore, con altri oggetti che servivano per il medesimo scopo, vicino al fonte battesimale.

Alcuni inventari presenti nelle schede in appendice – tutti inerenti chiese della città – sono stilati dai sacerdoti delle chiese a cui si riferiscono perciò don Nazaro de Bedutii, rettore di San Nicolò  compila l’elenco dei beni della sua chiesa in data 10 febbraio 1529 - ventuno giorni dopo la visita del vescovo – mentre il 20 gennaio 1529 il cappellano di San Tommaso, don Onofrio de Nursia aveva fatto l’inventario di ciò che possedeva la sua chiesa.

L’elenco dei beni della chiesa di Sant’Egidio è stilato dal cappellano don Ambrosio il 3 marzo 1534, ben sette anni prima della visita effettuata il 9 marzo 1541, quello di San Michele alla Porta, visitata l’11 marzo 1541, porta la data del primo agosto 1533 e la firma del rettore don Zuampiero di Bizardi e quello della chiesa di San Fermo Minore visitata nel medesimo giorno è redatto dal cappellano don Bartolomeo de Languilara.

Un sia pur breve accenno ai redattori dei verbali e alla loro professione è importante perché alcune caratteristiche delle descrizioni dei libri sono imputabili al punto di vista di colui che scrive. Diversa, infatti, sarebbe una descrizione dello stesso libro da parte di un bibliotecario o di un esperto, come avrò modo di dire in seguito.

Nonostante nel formulario predisposto ad uso del notaio redattore non compaia l’obbligo di segnalare i libri in modo specifico se non, dopo l’aggiornamento del 1530, un accenno al Breve memoriale di cui parlerò più diffusamente in seguito, in realtà questi vengono nominati nella stragrande maggioranza delle sedi visitate insieme agli arredi e ai beni mobili in genere appartenenti alle singole chiese.

In generale, è possibile, innanzitutto, fare qualche considerazione sulla quantità dei libri citati che è superiore nelle chiese cittadine che in quelle di campagna, sia pure con qualche eccezione. Nelle chiese del contado non sempre si trovano libri e, quando ci sono, sono spesso o solo il messale o quest’ultimo è accompagnato da pochi testi necessari per la celebrazione degli uffici divini. Occorre precisare, però, che il vescovo visitava anche delle piccole cappelle lungo il tragitto da una pieve all’altra e che in queste cappelle non veniva celebrata la messa, quindi i libri non erano necessari, considerato il diffuso analfabetismo e la scarsa diffusione di tai oggetti tra le popolazioni rurali. In città solo in sei chiese si segnala la presenza solamente del messale, in qualche caso in più copie, e i libri sono più numerosi e vari.

Da una prima osservazione emerge che nella stesura degli inventari vengono preferite le caratteristiche esterne e fisiche dei libri di cui non sempre risulta di chiara identificazione il contenuto.  Possono così essere utilizzate espressioni alquanto vaghe: troviamo 12 libri sanctorum nella pieve di Santa Maria di Bussolengo; libri septem inter parvos et magnos in carta membrana desuper tecti chorio nigro nella chiesa parrocchiale di Prun; duo alii libri antiqui in carta bona ad Angiari; diversi libri 19 a Bussolengo; libri diversi et veteres sex in carta bona a Bardolino e libri 11 impressi in cartha bona ad Avio ma sarebbero molti gli esempi da segnalare in cui si dice la quantità ma si sorvola sull’opera contenuta soffermandosi invece sulla natura del materiale, cartaceo o membranaceo, di cui il libro è costituito.

Una tale modalità di descrizione è frequente soprattutto se il redattore dell’inventario è un notaio, come nel caso della documentazione in oggetto, circostanze rilevate anche da Scalon che confrontando questo tipo di elenchi più o meno contemporanei a quelli da me esaminati con quelli elaborati dai bibliotecari e dai bibliofili afferma: “Si può in genere osservare che gli inventari compilati direttamente da bibliotecari, collezionisti e bibliofili tendono a privilegiare il testo con una descrizione esenziale ridotta al nome dell’autore e al titolo dell’opera, mentre i notai sono attratti per lo più dalle caratteristiche fisiche esterne del libro”[2].

Data la grande ripetitività dei libri nominati, quasi tutti di argomento liturgico o teologico, è tuttavia semplice il riconoscimento della maggior parte di essi, sia pure in modo molto generale. 

Tra i testi di chiara identificazione il messale (missale) è senza dubbio quello più menzionato, ma si trovano di frequente anche il breviario (breviarium), l’antifonario (antiphonarium), i libri per l’amministrazione dei sacramenti (liber pro baptismo e sacramentorum/pro sacramento/pro administratione sacramentorum), il salmista (psalmista), il dottrinale (doctrinale), il libro delle omelie (liber de homelie), i libri per il canto liturgico (libri de cantu e graduale), il libro per la celebrazione dei funerali e dei suffragi per i defunti (liber pro mortuis), il lezionario (lectionarius).

Molti libri cathecumenorum e libri pro baptismo/baptismales, usati per il conferimento dei sacramenti, sono secundum ritum curiae romanae o secundum Romanam Curiam o ancora secundum normam et regulam Romanae curiae, ossia scritti da principio ad uso della curia papale che, fin dall’epoca di Innocenzo III, aveva avvertito il bisogno di utilizzare una liturgia più semplice e pratica di quella in uso fino ad allora e, in seguito, diffusi anche fuori Roma fino a diventare pratica comune della Chiesa. Nonostante i libri secundum curiam presenti negli inventari siano praticamente solo quelli per celebrare il battesimo e gli altri sacramenti, la curia romana aveva fatto riscrivere anche i messali, i breviari e i pontificali che acquistarono una più accentuata tonalità pastorale[3].

La Bibbia, contrariamente a quanto si potrebbe pansare, è presente solo in poche chiese, precisamente tre della provincia e due della città: a Ronco all’Adige c’è una Biblia vetus in charta membrana magna, scripta manu che nelle visite successive è definita una biblia antiqua in bona carta, in duobus voluminibus; a Bussolengo viene segnalata una biblia pergamena cum miniaturis; a Verona nella chiesa di Santa Cecilia si trova una bibia vechia in bona carta scripta a man e nella sacrestia dei Santi Apostoli una Bibbia in carta capreta; a Lazise le bibliae sono due. Scorrendo gli elenchi, però, si nota anche la presenza di alcune edizioni parziali della Bibbia, piuttosto ricorrenti nel Cinquecento con lo scopo di rendere maggiormente accessibile la Parola di Dio attraverso parafrasi e commenti ai Vangeli e al Vecchio Testamento[4]. A Verona, nella chiesa di San Salvaro Vecchio, nel 1529 il visitatore trova unus liber in membranis, qui incipit e prologo Hieremiae prophetae;  e nel 1542 uno libro de Iob, Tobia, Iudith et Hester è tra i libri della chiesa dei Santi Apostoli.

I libri vengono menzionati di frequente con il termine generico liber di solito seguito da uno o più sostantivi che lo identificano o ne danno una qualche descrizione, ad esempio liber qui dicitur orationale divinorum officiorum oppure unus liber pro antiphonis vetus o ancora unum librum psalmorum, unum librum pro cantandis himnis, uno libro pro administrandis sacramentis. Liber quindi è utilizzato per indicare l’elemento intellettuale, cioè il testo, e la medesima funzione è attribuita al diminutivo libellus talvolta unito all’aggettivo parvus che lo accentua per indicarne le dimensioni ridotte: sono segnalati tra gli altri unus libellus carte pergamene cohopertus chorio rubeo pro baptizando a Cadidavid; alius libellus intitulatus ‘Liber Cathecumini’ a Pellegrina; unus parvus libellus pro sacramentis, laceratus a Cisano e unus parvus libellus pro baptismo ad Arbizzano.

Raramente, invece, viene utilizzato il sostantivo volumen riferito al libro dal punto di vista materiale: nel caso di duo volumina brevia, breve Memoriale nuncupata volumen è sinonimo di liber come tomo. ma definendo una biblia vetus, divisa in duobus voluminibus si vuole indicare una piccola serie di libri che compongono l’opera completa.

Gli inventari e, più in generale, i verbali delle visite offrono una grande quantità di dati sui supporti e sulle legature ma sono piuttosto vaghi per quanto riguarda le dimensioni e la presenza di decorazioni. Talvolta, invece, il notaio si sofferma ad osservare lo stato di conservazione del libro e l’età.

Come ho già detto, le piccole dimensioni si deducono vagamente dal diminutivo libellus o dall’aggettivo parvus che precede o segue tanto liber quanto libellus. I notai, però, ricorrono anche a breve – non strettamente riferito alle dimensioni ma al testo contenuto che, essendo breve, fa pensare a un opuscolo di poche pagine – come nel caso del Breve ricordo consegnato dal vescovo ai sacerdoti: nel 1530 al cappellano di Orti Dimissus fuit liber parvulus, breve Memoriale inscriptus ut et ipse prout et alii in illo se exerceat pro animarum cura et remedio e a Carpi datum fuit eidem don Bartholomeo breve compendiolum directorium sacerdotum curatorum, ut secundum illius normam et doctrinam animas sibi subditas curet.

Composti da poche carte dovevano essere anche il quaterneto de carta membrana per cantar la santa messa et vespero de la Madona della chiesa di Santa Maria in Solaro; i dui quaterni da sacramenti de carta membrana vechii della chiesa di San Nicolò, e il quinternum utilizzato a Pescantina per cantare la messa. Quaternetoquaterni e quinternum indicano pochi fogli messi insieme, un opuscoletto.

Al contrario, le dimensioni più grandi sono indicate generalmente con l’aggettivo magnus. Il formato è raramente indicato e in più di un caso è in inventari redatti dai cappellani delle chiese e non dai notai. Si trovano, ad esempio, dui missali in carta bombasina, un di folio novo e un di quarto vechio nella chiesa di Sant’Egidio a Verona. Di formato in folio si parla anche in altri casi: uno messale de carta bona scrito a man, de meza vita, de folio, cohoperto de corame rosso cum li cantoni è presente nella chiesa di San Clemente il 5 marzo 1534.

In quarto sembrano essere unum missale impressum in quarto folii della chiesa di Peri, un libro da batezar in curame de quarto che si trova a San Sebastiano, i dui psalmisti in quarto pro clericis di San Fermo Minore e un libreto da cantar in carta bona di quarto e un libreto chathecumeno da ministrar li sacramenti di quarto ancora della chiesa di Sant’Egidio.

Attenendoci agli inventari è possibile dedurre che nelle chiese veronesi ci sono pochissimi libri decorati: duo missalia in carta pergamena scripta manu et cum miniaturis, ossia con ornamentazioni e disegni fatti a mano, sono menzionati il 16 settembre 1526 a Zevio e la già citata biblia pergamena cum miniaturis è a Bussolengo. I messali sono manoscritti come probabilmente lo è la Bibbia in pergamena.

I notai, come ho detto, prestano attenzione abbastanza frequentemente all’età del libro e al suo stato di conservazione, soprattutto se non è buono. Per quanto riguarda l’età, scrivono se è novus, de media vita o vetus. Ecco qualche esempio tra i moltissimi possibili: a Sona ci sono unum missale magnum, novum, cohopertum chorio rubeo cum angulis ertis, unum missale vetus, cohopertum chorio e aliud missale vetus in charta bombicina, non completum; a Roverchiaretta si trovano missalia tria, unum novum et duo vetera; a San Floriano di Valpolicella sono segnalati missalia quatuor, duo antiquissima et alia duo, unum novum et aliud in carta pecorina, a Padenghe c’è unum missale scriptum in membranis, vetustum mentre a Romagnano il messale è impressum mediae vitae

 I redattori degli inventari descrivono lo stato di conservazione dei libri utilizzando generalmente gli aggettivi bonus o laceratus. Bonus talvolta è usato con l’accezione di nuovo in contrapposizione a vetus come i tria missalia, quorum unum est bonum et duo vetera della pieve di San Zeno di Cerea e i duo missalia magna, unum bonum et alterum vetus di Moniga. Laceratus, come ruptus, invece, indica generalmente le cattive condizioni del libro: a Piovezzano il messale è vetus et laceratum così come a Cisano troviamo unus parvus libellus pro sacramentis, laceratus e a Caprino c’è un missale ruptum. Diversamente, nella chiesa di Santa Sofia di Albaro i due messali sono unum in cartha pergamena, vetus, habens litteras caducas, alterum vero impressum in cartha bombicina et vetus. Un altro aggettivo che indica le non ottimali condizioni dei volumi è triste: nel 1529 nella chiesa di San Giacomo di Coriano c’è missale unum satis triste come quello che l’anno seguente è nella pieve di Grezzano.

Dagli esempi citati finora emerge la sostanziale ripetitività e la scarsa originalità del linguaggio utilizzato dai notai, diversa, invece, è la descrizione che don Ambrosio, cappellano della chiesa di Sant’Egidio di Verona fornisce di alcuni libri che si trovano nella sua sacrestia. Egli annota, infatti, l’esistenza di otto libracci et rotti squaternati di più sorte, tramandandoci un’immagine chiara dei libri disfatti con un senso quasi dispregiativo ed emotivamente diverso da quello che viene espresso dai più neutri formulari notarili.

Nella descrizione dei libri frequentemente compare la descrizione del supporto su cui si trova la scrittura manoscritta o a stampa.

La natura membranacea o cartacea è indicata di volta in volta con una serie di sinonimi come è consuetudine dell’epoca in area triveneta[5]: la pergamena è indicata come carta/cartha/charta membrana, in membranis o semplicemente membrana ma anche carta/charta/cartha pergamena, pergamenacea o pergamenti oppure charta pecorina o carta capreta. In pergamena sono segnalati messali, graduali, libri pro sacramentis, una Bibbia già più volte citata, libri per il canto, ma anche i libri septem inter parvos et magnos in carta membrana desuper tecti chorio nigro che si trovano nella chiesa di San Paolo di Prun. Nella descrizione quasi sempre il supporto membranaceo è accompagnato dalla specificazione che si tratta di manoscritti, semplicemente scripti o scripti a man anziché impressi, come a San Felice del Benaco dove vengono menzionati missalia 5, videlicet duo in charta membrana cum pena scripta, tria vero impressa in charta bombicina e missalia duo, unum scriptum in membranis, alterum impressum sono a Moniga. Nella chiesa di San Nicolò a Verona, insieme ad altri, è presente un altro messale de carta membrana scripto a man cum l’arma de quelli da Cerea e uno messale de carta membrana scritto a man è nella chiesa di Santa Maria in Solaro a Verona.

In pergamena risulta essere, però, anche un libro impressum, ossia stampato: unum librum impressum pro sacramentis in membrana è infatti tra quelli della chiesa parrocchiale di San Michele di Puegnago. Questo è però l’unico libro membranaceo stampato presente negli elenchi da me esaminati e la circostanza non deve meravigliare perché la pergamena era un materiale molto costoso e poco adatto all’inchiostro della stampa.

Molti libri sono definiti in carta bona che – come afferma anche Scalon per quanto riguarda alcuni inventari friulani del basso Medioevo – è un altro modo per indicare il supporto membranaceo[6]. Gli inventari, infatti, specificano che i libri in carta bona sono manoscritti e vecchi. Ecco qualche esempio tra i numerosi: a Bolca è segnalato un missale a penna in carta bona mentre a Colognola ai Colli si trovano doi messali, uno a stampa et uno a penna in carta bona e a Miega duo missalia scripta manu in bona charta.

Il termine carta/cartha/charta, come si è visto, non è utilizzato solo con l’accezione di carta in senso odierno ma, più in generale, indica il supporto su cui è posta la scrittura, per questo non si trova quasi mai da solo ma sempre accompagnato da un aggettivo che ne specifica la qualità.

 Si distingue infatti dalla pergamena la carta/cartha/charta bombicina/bombasina o papiro bombicino detta anche carta papirea o carta comuni e con l’aggettivo bombasina o bombicina viene per lo più indicata la carta fatta di stracci utilizzata frequentemente per i libri stampati. È interessante inoltre sottolineare la sostanziale sinonimia tra i termini carta e papiro per indicare il supporto su cui molto spesso il libro è impressum, cioè stampato. A Grezzana, per esempio, è annotato unum missale in carta papiracea ma a San Pietro di Morubio ci sono duo missalia vetera: unum in membranis manuscriptum, alterum in papiro, impressum; a Roverè di Velo duo missalia: unum papiri, aliud manu scriptum ex pergamento e a Bonavigo sono segnalati missalia duo: unum in membranis vetus, alterum in papiro bombicino, novum. I redattori, quindi,  utilizzano le due diverse espressioni carta e papiro attribuendo loro un significato identico, per distinguere il materiale cartaceo da quello membranaceo.

Da una lettura degli esempi fin qui riportati, risulta evidente che non sempre, ma abbastanza di frequente, il notaio annota tra le caratteristiche dei libri se si tratta di testi manoscritti o stampati: i manoscritti sono menzionati con i termini scriptus, scriptus manu, manuscriptus, cum pena scriptus e i libri a stampa sono segnalati con impressus o formalis impressus, a stampa, a stampo. Per quanto riguarda i tipi di libri a stampa,  ci sono messali, graduali, libri de sacramento, breviari, salteri, ma anche quedam opera divi Augustini: Meditationes, Soliloquia et Liber confessionum insimul impressi presenti tra i libri che il defunto rettore don Paolo Pannonio ha lasciato alla chiesa di Cavalcaselle.

I libri manoscritti sono, comunque, dello stesso genere di quelli a stampa ma ciò è dovuto probabilmente anche all’esigua varietà di testi presenti nei verbali esaminati.

Almeno dieci volte gli inventari fanno menzione di un libro notatus, aggettivo riferito per lo più alla presenza di una notazione musicale come nel caso di un graduale notatum in bona carta della pieve di Santa Maria di Ronco all’Adige; di  unus liber annotatus de canto pro missa sancti Quirici della chiesa di San Quirico di Verona e di quinternum unum in cartha simili super quo notata est missa, quae cantatur in die sancti Laurentii della chiesa di San Lorenzo di Pescantina, essendo questi libri utilizzati per il canto liturgico; invece unus liber cartae bonae, in parte notatus et partim scriptus manu della chiesa di Sant’Andrea è descritto in modo più generale senza specificarne il tipo, pur essendo chiaro che è un libro manoscritto utilizzato per il medesimo scopo.

Un altro aspetto della descrizione esterna dei libri che compare negli inventari piuttosto frequentemente è la legatura anche se il termine ligatus si legge solo in pochissime circostanze: il 7 gennaio 1527 nella chiesa parrocchiale dei Santi Fermo e Rustico di Mezzane di Sopra ci sono duo legendaria in carta bona scripta manu, ligata; il 21 aprile 1532 nella pieve di San Martino di Legnago si trova unum antiphonarium per totum annum, manuscriptum in carta bona, ligatum cum suis angulis de banda; e il 9 marzo 1541 a Verona a San Salvaro Vecchio c’è un libro de le Constitutioni legato et coperto de rosso con li cantoni.

Più frequente è l’utilizzo di coopertura, coopertus, cohopertus probabilmente perché la copertura è l’elemento più appariscente anche agli occhi del notaio non esperto di libri. La coperta può essere di diversi materiali: in cuoio (chorio o corame), in tessuto (tella e stamegna), con tavole lignee (tabulis/parmole/ permulis), e in vari colori.

Il cuoio è per lo più rosso (rubeus), violetto (paonacius) o nero (niger) ma anche leonatus e rovanus, nel 1527 nella chiesa dei Santi Ermagora e Fortunato di Centro di Tregnago viene segnalato unum missale novum, cohopertum tella azura; a Castelrotto nel medesimo anno viene citato un mesaleto pisolo coverto de stamegna verde; e a San Michele alla Porta, a Verona è segnalato uno psalmista vechio, cohoperto de verde senza specificare il materiale di cui è costituita la coperta.

Ci sono poi le coperte lignee, i libri sono cioè cooperti tabulis come, ad esempio, unus omeliarius super evangelia in charta bona, cohopertum tabulis della chiesa di San Salvatore di Sona ma anche cum parmole o permulis come unus libellus pro baptizando cohopertus permulis presente a Pellegrina e uno libro cum parmole vechie cum l’officio del Corpus de Christo a San Sebastiano.

Anche altri elementi della legatura sono segnalati talvolta minuziosamente. Le borchie poste sui piatti sono indicate con le espressioni cum borchiis o cum borchie, ad esempio unum missale novum cum borchiis è di proprietà della chiesa di Isola Rizza. In qualche caso viene specificato il materiale di cui sono costituite le borchie che in genere sono in ottone (cum borchiis ottoni o cum borchie de recalcho): unum missale cum suis borchiis ottoni ad stampam e unum missale cartae bonae, vetus cum suis borchiis sono nella chiesa di Sant’Andrea di Verona nel 1529 e uno messale a stampo cum borchie de recalcho si trova nello stesso anno a Santa Maria in Solaro a Verona.

Qualche inventario segnala anche la presenza degli angoli o cantonali metallici dei piatti utilizzando l’espressione cum angulis e indicandone, anche in questo caso, il materiale: ecco che troviamo unum missale magnum, novum, cohopertum chorio rubeo cum angulis ertis a Sona;  unum missale cohopertum chorio rubeo, cum angulis ottoni a San Martino di Azzano; unum antiphonarium per totum annum, manuscriptum in carta bona, ligatum cum suis angulis de banda nella pieve di San Martino di Legnago; aliud missale parvum impressum cum angulis ottoni a Monteforte. 

Gli ultimi elementi della legatura – nominati però solo una volta – sono i fermagli (zole o zolle) presenti in uno messale de carta bombasina a stampo, cohoperto de corame rosso cum li sui cantoni e zolle de laton che è nella chiesa di San Clemente a Verona sia nel 1532 , sia nel 1534. 

In un’unica occasione è citata, infine, una legatura alle armi, quella di un già nominato messale de carta membrana scripto a man cum l’arma de quelli da Cerea della chiesa di San Nicolò a Verona ma particolare è anche uno messalle da la stella con coperta brogiesca della chiesa di San Tomio in città.

Gli esempi fin qui riportati sono necessariamente una piccolo campionario delle molteplici e varie espressioni usate dai notai redattori dei verbali della visite pastorali per indicare i libri presenti nelle chiesa e fornire di essi una descrizione che, se a volte risulta essere fin troppo sintetica, in altre occasioni è molto particolareggiata sia dell’aspetto esterno sia del contenuto dei volumi che sono in dotazione soprattutto nelle chiese di città, più ricche di quelle di campagna. I sacerdoti redattori degli inventari e i notai danno, infatti, indicazioni anche sui testi contenuti. L’inventario dei libri della chiesa dei Santi Apostoli di Verona datato 9 marzo 1542 può essere un riassunto dei molti modi in cui si descrivevano i libri dal punto di vista materiale e del contenuto: il redattore, infatti, si preoccupa di segnalare il materiale del supporto  e il testo contenuto, di uno è riportato anche l’incipit. Oltre ai libri liturgici necessari ci sono libri biblici, quasi tutti sono in pergamena e, probabilmente, manoscritti: uno cathecumeno cioè il libro da battezar et da sepelire corpi; missali 4; dui antiphonarii con la missa de morti et hymni; uno antiphonario in carta capreta; un altro antiphonario in carta capreta con la coperta rossa; un altro antiphonario piccolo in carta capreta; uno libro de homelie et sermoni in carta capreta; uno libro titulado in principio “Creavit Deus celum et terram”; uno sermonario in carta capreta; una summa di casi in carta capreta; uno breviario in carta capreta; uno diurno in carta capreta; una Bibbia in carta capreta; un Homelial in carta capreta et un altro Homelial in carta capreta; uno libro de Iob, Tobia, Iudith et Hester; un antiphonario in carta capreta; uno libro de comemoration de sancti in charta capreta; uno libro de Epistole per tutto l’anno in carta capreta; uno libro de commemoration de sancti in carta capreta e uno missal in carta capreta. L’inventario, infine, specifica che tutti i libri sono conservati nella sacrestia della chiesa. 

Un discorso a parte è possibile per ciò che riguarda i libri che sono presenti nelle chiese ma di proprietà delle numerose confraternite (societates), associazioni di laici che – sostenute dal Giberti nella loro attività caritativa ma soprattutto di diffusione di uno stile di vita cristiano, fornendo anche in ciò un esempio che sarebbe stato seguito a Milano da San Carlo Borromeo[7] – nelle medesime hanno sede e si prendono cura di una cappella o di un particolare altare. I libri utilizzati dai confratelli sono distinti da quelli della chiesa in cui si trovano specificandone la proprietà e sono esclusivamente messali, di solito uno o due ma qualche volta anche tre, stampati in carta o manoscritti in pergamena, posti talvolta su uno sgabello. Ecco qualche esempio tra i molti possibili: la confraternita della Beata Maria Vergine che ha sede nella chiesa dei Santi Giacomo e Filippo di Cavalcaselle possiede unus schabellus ligneus cum missali parvulo; la confraternita della Beata Maria che ha sede nella chiesa di San Odorico di Castagnè ha in dotazione unum missale paginatum, cohopertum chorio rubeo e la societas della Vergine Maria che ha sede nella pieve di Santa Maria di Albaredo d’Adige utilizza duo missalia: unum novum impressum, alterum vetus et dilaniatum.

In ultima analisi, dunque, gli inventari forniscono un piccolo spaccato di storia del libro indicando quali libri erano presenti nelle chiese veronesi nel periodo preso in esame e ci fanno conoscere il tipo di rapporto che il clero aveva con i libri – usati soprattutto come manuali per le celebrazioni e raramente come fonte di cultura – ma ci presentano, da un punto di vista non contenutistico, vari tipi di libri, talvolta poveri e mal ridotti ma anche con ricche legature provviste di coperte in cuoio o in tessuto rifinite con angoli, borchie e fermagli, manoscritti e stampati, in vari formati e dimensioni e ci forniscono un quadro piuttosto ampio delle caratteristiche fisiche dei libri, tralasciando, però, informazioni utili per identificarne i contenuti testuali, seguendo una prassi diffusissima nell’epoca in questione.  

 

Leggii e contenitori per i libri

 

Seguendo le indicazioni fornite dal formulario predisposto per la stesura dei verbali delle visite pastorali, i notai si preoccupano di elencare e descrivere gli arredi delle chiese e, tra questi, anche i leggii, le casse e gli armadi che contengono i libri. Si apprende così che il messale nelle chiese, sia di campagna che di città, era appoggiato su uno sgabello in legno (scabello ligneo) o sul leggio in legno (lectorile o lectorino) oppure su un cuscino (cossineto o pulvinar) rivestito in cuoio o in tessuto. A Velo Veronese, ad esempio, viene menzionato sull’altare di San Rocco un missale a stampa con lo suo scabello ed espressioni simili sono piuttosto frequenti. Meno ricorrente è la presenza di un lectorile, quasi mai associato ad un particolare tipo di libri. Solo a San Giovanni in Foro c’è unum lectorile ad substinendos libros a cantu. In qualche inventario troviamo anche il cuscino più o meno prezioso e decorato dove viene appoggiato il messale: nell’oratorio di Santa Maria e San Bartolomeo del Bovo di Cadidavid è nominato unum missale cohopertum chorio rubeo cum cossineto cohoperto chorio ancora a Mezzane di Sotto si trova unus schabellus cum cossino adivisato e a Verona, nella chiesa di San Giovanni in Fonte, il cossino per il messale è a lavoreri d’oro vechio mentre quello che si trova a Santa Maria in Solaro è divisato de pano rosso et biancho.

Talvolta lo sgabello viene coperto da una tovaglietta (tobalea o panno o coperta) che può essere anche ornata: a San Vitale di Roverè è nominato uno sgabello da missale cum una toalia de sopra. La toalea, tuttavia, è maggiormente presente sul leggio: a Tregnago ci sono una toalia da letorino con diversi fresi e nove toalie pizole da letorino e nella pieve di Santa Maria di Garda troviamo un pannus a lectorino ex seta crocea mentre una coperta de lettorile de damascho biancho fa parte del corredo della chiesa di San Fermo Minore di Verona.

Sull’altare o in sacrestia i libri qualche volta sono appoggiati su un banco come nella chiesa parrocchiale dei Santi Giacomo e Filippo di Cavalcaselle dove sull’altare maggiore c’è unus banchus cum tobalea magna et nova ac tribus veteribus intus cum quibusdam libellis; nella sacrestia vecchia di Santa Cecilia a Verona esiste uno bancho cum molti libri vechii e in casa di don Onofrio de Nursia, cappellano di San Tommaso ci sono tre lettere: due pichole et una grande cum uno bancho denanzi et una tavoleta da scrivere cum sue asse de sopra da tenir libri e uno casson pieno de libri vechi e scritture.

Per quanto riguarda i contenitori dove i libri vengono conservati, sono menzionati armadi e casse. Il messale è conservato in un armadio a Brentonico e Il graduale e l’antifonario vengono riposti in un armadio nella sacrestia della pieve di San Lorenzo a Minerbe. Oltre che a San Tommaso, poi, i libri vengono contenuti in casse (capse) nella pieve di Zevio dove nella capsa sacramentorum, cassa in cui vengono conservati gli oggetti utilizzati per conferire i sacramenti, il visitatore trova un libro secundum formam a sancta Romana ecclesia traditum e nella chiesa di San Marco dove, sul ponticello della chiesa è stato posto unus capsonus cum certis libris ecclesiasticis.

Talvolta il redattore del verbale ci indica il luogo dove si trovano i libri, ossia un particolare altare, la sacrestia oppure la casa di abitazione del sacerdote. Apprendiamo quindi che il 29 agosto 1525 a Velo Veronese un messale è sull’altare di San Rocco e in molte chiese i libri sono sull’altare maggiore o su uno laterale, Nel 1529 a  Minerbe il graduale e l’antifonario vengono riposti in un armadio in sagrestia; nello stesso anno un libro non meglio specificato si trova nella cucina della casa di abitazione del sacerdote della chiesa di San Marco a Verona. Certi libri veteres della chiesa di Sant’Andrea, sempre in città, sono super  una fenestra nel 1529 e sono ancora lì nel 1541 perché il primo inventario è stato ripetuto in modo praticamente identico nella seconda occasione.

In generale, comunque, gli arredi che hanno attinenza con i libri compaiono negli inventari in modo marginale e non sono descritti o lo sono molto vagamente. Quelli raffigurati in modo più minuzioso sono i cuscini e le tovagliette in tessuto, mentre dei leggii e degli sgabelli ci è dato di sapere solamente che sono in legno.

 

[1]Tutte le indicazioni scritte carattere corsivo sono tratte da A. FASANI, (a cura di), Riforma pretridentina della diocesi di Verona. Visite pastorali del vescovo G.M. Giberti 1525-1542, Vicenza 1989.

[2] C. SCALON, Produzione e fruizione del libro nel basso medioevo. Il caso Friuli, Padova 1995, pp. 123-124.

[3] Cfr.  B. NEUNHEUSER, Storia della liturgia attraverso le epoche culturali, Roma 1988, pp. 103-111.

[4] Cfr. A. DEL COL, Appunti per una indagine sulle traduzioni in volgare della bibbia nel Cinquecento italiano in Libri, idee e sentimenti religiosi nel Cinquecento Italiano, Atti del convegno (3-5 aprile 1986), Modena 1987, pp. 183-184.

[5] Cfr. C. SCALON, Produzione e fruizione del libro, p. 126 e P. PELLEGRINI, I primi libri di Giampiero da Ussòlo (1448), p. 174.

[6] Cfr. C. SCALON, Produzione e fruizione del libro, p. 126.

[7] Cfr.  D. ZARDIN, Riforma e confraternite nella Milano di Carlo Borromeo in Il buon fedele. Le confraternite tra medioevo e prima età moderna, «Quaderni di storia religiosa» 1998, pp. 236-237.