Parte 3: i libri negli ordinata dei visitatori

 

Le visite pastorali erano per il Giberti e per i suoi collaboratori che talvolta lo sostituivano un modo per esercitare il controllo di quanto avveniva nella diocesi allo scopo di poter meglio intervenire con il progetto di riforma e di miglioramento visto come necessario in un periodo particolarmente travagliato della storia della Chiesa. Per questo – oltre ad osservare quanto avveniva nelle parrocchie e il comportamento dei preti, nonché della popolazione – il vescovo si preoccupava di proporre quanto secondo lui sarebbe servito a cambiare in meglio le singole realtà locali. A tale proposito faceva scrivere da un notaio quello che appariva ai suoi occhi e faceva stilare delle vere e proprie liste di oggetti che mancavano o che erano inadeguati nelle singole chiese, oltre a dare istruzioni su cosa avrebbero dovuto fare i sacerdoti[1].

Per tornare all’argomento del presente lavoro, è interessante vedere come, scorrendo i verbali delle visite pastorali ed in particolare gli elenchi dei libri presenti in chiesa[2], sia pure nominati insieme a tutti i beni mobili in possesso dell’istituzione in questione, sia possibile rintracciare citazioni librarie anche nelle richieste che il visitatore – il vescovo Giberti o il suo inviato – rivolgeva ai sacerdoti che le reggevano o che vi officiavano. Si può vedere così – nonostante le indicazioni siano piuttosto vaghe e sembrino a volte frettolose – l’interesse rivolto ai libri e al fatto che essi fossero in ordine, in buono stato e soprattutto che venisssero letti da coloro ai quali erano rivolti. 

In tal modo si giustificano gli ordini di acquistare almeno il messale dove questo non è presente o è vecchio e mal ridotto. La richiesta generica di acquistare un messale, talvolta esplicitamente magnum impressum come, ad esempio, quello per la chiesa di San Giorgio di Cazzano di Tramigna, o solo impressum come a Bagnolo nel 1533 compare in moltissimi casi, soprattutto fuori Verona: sono infatti ben novantasei gli ordini in tal senso, ottantasette nel contado e nove in città; in settantasei casi è l’unico libro liturgico il cui acquisto è richiesto. I motivi possono essere citati nei documenti oppure no, come accade spesso, ma facilmente intuibili date le non buone condizioni in cui versavano le chiese di campagna e in cui vivevano i sacerdoti che vi officiavano per la carenza di risorse economiche se è vero che, come afferma Prosperi, un problema da risolvere per Giberti era proprio “quello della miseria del clero diocesano; i rettori di chiese parrocchiali non residenti riscuotevano i redditi e ne versavano solo una minima parte ai cappellani che li sostituivano”[3].

Nella chiesa parrocchiale dei Santi Biagio e Salvatore di Castelvero, tuttavia, tale acquisto è giustificato dal fatto che il messale già in uso per le celebrazioni è vetus et in parte laniatum mentre in quelle di Rivoli Veronese e di Cazzano di Tramigna deve essere eseguito un lascito testamentario.

Come ho già detto, quasi sempre c’è la richiesta generica di un messale senza una specificazione su come questo debba essere. Ci sono però delle eccezioni, ecco qualche esempio tra i vari presenti: a San Pietro di Morubio il messale deve essere novum come nella pieve di San Zeno di Vigasio e ad Oppeano;  è sottolineato il fatto che deve essere magnum quello per la chiesa di San Pietro di Zevio e quello per la pieve di Cerea mentre Don Lazzaro ha acquistato per la chiesa di San Lorenzo di Soave unum missale magnum in carta papirea.

Può accadere, come nella chiesa plebana di San Pietro di Nogara, che si guardi anche all’estetica e alla praticità per cui viene richiesto missale unum cum suis signaculis ma i signacula pro missali compaiono negli ordinata anche senza il relativo libro, sempre nelle chiese fuori città.

Qualche volta i messali da acquistare sono più di uno come nella chiesa parrocchiale di Santa Maria di Bionde di Belfiore d’Adige, esempio non unico, dove quelli da comprare sono due.

Il vescovo può soffermarsi anche a vedere in che stato è il libro esistente in chiesa e richiedere che venga rilegato o ricoperto di nuovo come accade, ad esempio, per un missale in carta pergamena che si trova nella chiesa parrocchiale di San Pietro di Legnago quando il Giberti la visita il 15 maggio 1541 e qualche mese dopo, il 18 luglio, nella chiesa plebana di Santa Maria di Tregnago, oltre all’acquisto di un pulvinar ex corio pro missali, il Giberti ordina che duo missalia de novo cooperiantur et religentur. ma la necessità di fare nuove legature per i messali o per altri libri liturgici era già stata segnalata ben tre volte nel 1532 a Zevio, ad Albaro e a Malcesine.

Insieme al messale nei desiderata sono presenti altri libri strettamente liturgici o comunque utili ai sacerdoti per le celebrazioni: di solito sono l’antiphonario, il psalmista, il graduale – in modo più specifico unum graduale dominicale et festivum per la chiesa plebana di Santa Maria di Ronco all’Adige – il liber baptismalis o, più in generale, il liber sacramentorum ma a Zevio il sacerdote dovrà acquistare unus liber sacerdotalis, oltre a unum missale magnum.

Il 13 maggio 1541, visitando la chiesa plebana di San Pietro di Isola Rizza, inoltre, il vescovo nota la mancanza di unum missale, un antiphonarium e un graduale; come accade due giorni dopo nella chiesa parrocchiale di San Pietro di Legnago quando ad essere richiesti sono un missale novum cum suis signaculis, un liber sacerdotalis e un manuale.

Tra le richieste particolari si possono ricordare quella di una Bibliam et postillas super librum evangeliorum effettuata il 23 giugno 1530 nella chiesa di San Vitale di Roverè di Velo; quella di un un antiphonarium pro vesperis cantandis effettuata il 31 luglio 1541 nella chiesa plebana di Santa Maria di Caprino e quella di unum librum exorcismorum datata 10 ottobre 1532, nella chiesa dei Santi Caro e Benigno di Malcesine. Più legato alla pastorale è l’ordine del 4 ottobre 1530 per la pieve di Porto di Legnago – in  cui già è disponibile un liber baptismalis secundum Romanae Curiae – di provvedere libellus unus pro cathetizandis pueris seu infantibus, unus liber pro cantandis missis e unus liber pro baptismo.

Un’ultima indicazione da segnalare per quanto riguarda la non vastissima varietà di libri liturgici è quella datata 17 settembre 1530 che tende a sostituire il liber baptismalis secundum morem patriarchatus Aquilegiensis in uso nella chiesa di Sant’Antonio di Cabroselle nei pressi di Oppeano con un libro secundum Curiam Romanam in linea non solo con il desiderio del vescovo di ripristinare l’ortodossia cattolica romana ed eliminare il più possibile ciò che ne era in contrasto o comunque da essa si differenziava ma, più in generale – come scrive Scalon prendendo in esame la documentazione riguardante i libri delle istituzioni ecclesiatiche di Udine nel basso Medioevo – con una tendenza in atto già dal XIII che proponeva la diffusione dei testi secundum curiam in graduale sostituzione di quello che restava della vecchia liturgia aquileiese[4].

Ma l’attenzione del visitatore, naturalmente, non è rivolta solo ai libri presenti o necessari in chiesa ma anche agli oggetti di arredamento che li contengono o dove essi sono appoggiati. Vengono segnalati per un futuro acquisto un armadio, qualche sgabello e alcuni leggii completi di tovaglietta: il 16 maggio 1541 nell’elenco degli ordinata per la chiesa plebana di San Martino di Legnago compaiono duo armaria in sacristia, unum pro libris conservandis, alterum pro candelabris ex aurichalco et huiusmodi ma anche uno scabellum pro missale e, pochi giorni prima, l’11 maggio 1541, nella chiesa parrocchiale di San Giovanni Lupatoto aveva inserito tra le richieste uno scabellum pro missali, oltre al messale da appoggiarvi sopra. Il 21 maggio 1541 nella chiesa plebana dei Santi Fermo e Rustico di Colognola ai Colli il visitatore chiede che vengano acquistati uno scabellum seu pulvinar pro missali e unum missale e il 18 luglio 1541 nella chiesa plebana di Santa Maria di Tregnago manca un pulvinar ex corio pro missali.

Il vescovo, però, rivolge molta attenzione anche ai particolari e segnala in almeno due casi la necessità di provvedere una tovaglia da mettere sopra al leggio: ciò accade l’8 giugno 1541 a Monzambano dove richiede unum antiphonarium, aliud missale, tobalea pro lectorile e poco dopo a San Floriano di Valpolicella in cui mancano un lectorile e una tobalia maior pro lectorili quia parva.

In ultima analisi, quindi, dalle richieste efettuate emerge come il Giberti intendesse attuare il suo disegno di riforma della diocesi veronese utilizzando anche i libri e predisponendone la presenza, almeno di quelli più strettamente necessari, in tutte le chiese, grandi e piccole. Questo aspetto è ancora più evidente se si prendono in esame altri tipi di libri che egli riteneva importante fossero compresi nella dotazione delle chiese: quelli rivolti in modo specifico ai sacerdoti per la cura d’anime e quelli che dovevano essere letti al popolo, come si vedrà nel paragrafo successivo.

 

 

Libri per il clero e libri da leggere al popolo

 

 Prima di inoltrarmi in un tema interessante e singolare allo stesso tempo come la distribuzione da parte del vescovo – con l’ordine di leggerli rivolto ai sacerdoti – di opuscoli di cui si trova ricorrente menzione nelle visite pastorali effettuate dal 1530 in poi, vorrei fare un accenno alla personalità di Gian Matteo Giberti, e alla situazione in cui si trovava il clero locale dal punto di vista culturale, così da rendere più chiare le motivazioni che spinsero il pastore della Chiesa veronese a far stampare personalmente in una tipografia costruita appositamente in vescovado alcuni opuscoli rivolti al clero e al popolo veronese.

Giberti, nato a Palermo nel 1495, fu iscritto ai corsi di diritto dell’Università di Padova ma non li frequentò e, dopo aver concluso gli studi alla scuola di Mariangelo Accursio e di Gian Battista Pio all’Università di Bologna, fu avviato dal padre alla carriera diplomatica. Fu segretario del cardinale Giulio de’Medici, futuro papa Clemente VII, e percorse poi una rapida e brillante carriera fino a diventare datario del papa dopo l’elezione di Clemente VII. Nel frattempo ricevette gli ordini sacerdotali e continuò a svolgere importanti incarichi diplomatici soprattutto dopo l’ordinazione episcopale  e la nomina a vescovo di Verona avvenute tra il 1524 e il 1525. Per i nolti impegni, venne a risiedere in città e prese effettivamente possesso della diocesi solo nel 1528.

L’anno successivo iniziò personalmente il ciclo delle visite pastorali che negli anni precedenti aveva fatto eseguire ad alcuni suoi delegati. Il Giberti, come ho già avuto modo di dire, era uomo di cultura, amico di umanisti e di personaggi di rilievo del suo tempo tra cui Pietro Bembo. Molte opere letterarie a stampa a partire dal 1520 erano a lui dedicate sia per la posizione che occupava che gli permetteva di essere mecenate di artisti, letterati e poeti, sia per i suoi interessi culturali e letterari.

A Verona il livello di cultura del clero secolare era, come ho già detto, piuttosto modesto e il vescovo si propose di accrescerlo operando in prima persona: nello stesso 1528 fece arrivare in città i tipografi veneziani Nicolini da Sabio e diede loro l’opportunità di impiantare nel palazzo vescovile una stamperia dotata di caratteri greci e latini che avrebbe operato per quattro anni fino al 1532, stampando circa quattordici edizioni. In seguito i Nicolini tornarono a Venezia, la stamperia fu chiusa anche perché, come scrive Marchi, l’attività tipografica poteva prestarsi ad infiltrazioni ereticali[5] e Giberti fino al 1539 si volse a stampatori veneziani per le pubblicazioni che intendeva promuovere. In quell’anno la stamperia in vescovado riprese l’attività gestita da Antonio Putelleto. Nel frattempo il vescovo aveva ripreso la sua attività diplomatica che lo portò di nuovo a viaggiare e ad occuparsi di importanti questioni tra cui l’organizzazione di un Concilio che si sarebbe svolto a Trento a cui egli non riuscì a partecipare perché morì il 30 dicembre 1543.

L’interesse tipografico di Giberti fu rivolto subito alla Patristica greca infatti la prima opera che fece stampare fu il commento alle epistole paoline di Giovanni Crisostomo datato 29 giugno 1529.

Per non divagare dall’ambito del presente lavoro, tuttavia, mi occuperò principalmente delle opere citate nelle visite pastorali – pur limitandomi solo a qualcuno degli esempi presenti nei verbali – poiché le citazioni del medesimo libro ricorrono in modo abbastanza ripetitivo.

Occorre prima di tutto ricordare che i libri di seguito nominati sono in alcuni casi testi originali fatte scrivere e stampare appositamente dal Giberti e comunque sotto la sua supervisione, altre sono  opere già edite e fatte stampare da lui come sussidio per l’attività di catechesi che aveva progettato di far svolgere a tutto il clero diocesano.

Incontrando i sacerdoti, specialmente quelli delle pievi e delle parrocchie di campagna, il vescovo personalmente o i suoi inviati, nel 1530, affidarono loro un opuscolo definito breve Memoriale o breve Ricordo o ancora libellum breve ‘a Ricordo’ nominatum con la preghiera di leggerlo e durante l’incontro successivo, nel 1532, si accertarono che fosse ancora presente in chiesa ma soprattutto che fosse stato letto arrivando anche a rilevare e ad annotare puntualmente, ad esempio, che nella chiesa di San Giorgio di Tarmassia il cappellano don Giacomo non habet casus reservatos nec breve Memoriale et ideo condemnavit ipsum in uno ducato, quia non habebat casus reservatos et est ignorans, licet sit senex.

Il Breve memoriale o Breve ricordo è un opuscolo di poche pagine che fu scritto raccogliendo le esperienze della visita del 1529 e fu stampato a Verona dai Nicolini da Sabio nel 1530 nella già nominata stamperia del duomo. Non è del tutto certo chi ne sia l’autore: Simoni afferma che “l’operetta venne sempre attribuita al Giberti, nome leggibile sul non chiaro frontespizio, ora invece è stato scoperto l’autore: si tratta di Tullio Crispolti (o Crispoldo o Crispoldi, 1510-1573, collaboratore del nostro Vescovo) come egli stesso lo dichiara nella prima pagina della sua opera Instruttione de’ sacerdoti edita a Venezia nel 1567 dal Giolito de’ Ferrari”[6].

La prima edizione è, dunque, datata aprile 1530[7] ma il Breve ricordo fu successivamente ristampato nel 1535 a Bologna per volere del vicario generale di quella diocesi, Agostino Zanetti[8].

Il testo, secondo Prosperi, è un rifacimento di quello veronese[9], il frontespizio rimase pressoché invariato e fu cambiato solo il nome del vescovo, nemmeno in questo caso compare il presunto vero autore come non è presente nell’ultima edizione pubblicata nel 1561 a Mantova col nome di Ercole Gonzaga[10]. Dell’edizione veronese l’unico esemplare tuttora esistente e conosciuto è conservato alla Biblioteca Civica di Verona a cui è pervenuto con la Raccolta Giuliari.

La ragione del successo di questo libretto è il tema che esso trattava: delineava i compiti: innanzitutto dava avvertimenti sul comportamento che essi dovevano tenere; ordinava di migliorare la loro preparazione culturale indicando i principali testi di studio oltre alla Bibbia; impartiva consigli per la predicazione suggerendo ai cappellani di leggere e commentare il Vangelo ai parrocchiani e insegnare loro i comandamenti, il Padre Nostro, l’Ave Maria e il Simbolum Apostolico, ossia il Credo. Questo opuscolo era quindi uno strumento di indottrinamento e, allo stesso tempo, di controllo religioso che, come giustamente sottolinea Prosperi, metteva insieme i due diversi codici della parola predicata in modo tradizionale e della parola scritta con una tecnica relativamente nuova come la stampa[11].

In questo senso il Giberti fu un innovatore che intuì l’utilità di questa nuova ars scribendi, la promosse e allo stesso tempo se ne servì per la missione che si era preposto di evangelizzazione del popolo e, prima ancora, di coloro che dovevano attuarla a livello locale. Il vescovo, però, non si limitò a consegnare l’opuscolo e a raccomandarne la lettura come fece, ad esempio, il 10 maggio 1532 con il sacerdote della chiesa della Santa Croce di Buttapietra. In questo caso il verbalizzante scriveva: relictum sibi fuit breve Memoriale reverendissimi domini episcopi cum exortatione quod illud sepe et sepius prae manibus habeat, legat, memoriae tradat et executioni debitae mandet, quia alias parum aptus et insufficiens ad curam, ma nel giro successivo ne chiese conto e si accertò che i destinatari l’avessero letto sottoponendoli a dei veri e propri esami – tesi a verificare il livello di preparazione dottrinale – i cui risultati venivano verbalizzati.

Le prescrizioni di cui parla il Breve Memoriale sono presenti sovente nei verbali delle visite dove il vescovo, a partire dal 1541, chiedeva anche la lettura al popolo dell’Antonina e della Practica christiane vivendi durante la predicazione e dopo la recita del vespro domenicale, dando così l’avvio alla pratica della catechesi dei laici considerata importante dal Giberti e da altri vescovi che seguirono il suo esempio, tra cui Carlo Borromeo a Milano. Da quell’anno, infatti, si leggono frequentemente frasi del tipo: mandatum fuit capellanis quod legant Antoninam et Practicam christianam in vesperis diebus festivis.

L’Antonina, o Summa Antonina, è una raccolta di testi tratti dal Confessionale di Sant’Antonino Pierozzi, domenicano, arcivescovo di Firenze, nato a Firenze nel 1389, morto a Montughi (FI) nel 1459. Le operette di Sant’Antonino furono tra quelle scritte nel secolo precedente, quelle che nel loro genere ebbero maggior diffusione anche nella prima metà del Cinquecento per la funzione catechetica che svolgevano divenendo un manuale indirizzato al singolo fedele e non più soltanto al confessore, come scrive la Zarri commentando la diffusione dei testi di devozione nella prima metà del XVI secolo[12].

Il sacerdote, tuttavia, continuava ad esserne il principale destinatario e doveva utilizzare i libretti, secondo le intenzioni del Giberti, per un’adeguata preparazione al suo ufficio.

Il vescovo ordinava che i cappellani leggessero alla popolazione anche la Practica christiane vivendi[13] che è un opuscolo scritto dal Crispoldi con lo scopo di riorganizzare la vita religiosa dei laici invitandoli alla imitatio christi partendo dalla conoscenza della sua figura mentre i santi, anche i più popolari, erano considerati meno importanti.

Nelle chiese doveva esserci il kalendarium secundum cathedralem ecclesiam Veronensem, detto anche Ordinarium missae, un libretto stampato in volgare fatto preparare dal Giberti inizialmente per la cattedrale e in seguito imposto a tutti i sacerdoti della diocesi per rendere ordinate e uniformi le celebrazioni. Altri libri raccomandati dal vescovo ai sacerdoti sono il Liber cathecumenorum, il libellum pro praedicatoribus  e il Concilium Coloniense: testi rivolti ancora una volta al clero per la sua preparazione culturale e pastorale.

Il Liber cathecumenorum, attribuito al Giberti, fu stampato a Venezia nel 1536 dai Nicolini da Sabio e una ristampa fu pubblicata nel 1573 sempre a Venezia per opera di Andrea Bocchino e fratelli[14].

È un Rituale scritto secondo il rito romano per Sant’Elena, chiesa battesimale annessa alla cattedrale di Verona, di cui il vescovo ordinava l’utilizzo a tutti i sacerdoti della diocesi per rendere uniforme il rito dell’amministrazione del battesimo[15].

Il libellum pro praedicatoribus forniva consigli per gli argomenti da trattare durante la predicazione nella diocesi veronese, l’unico esemplare tuttora esistente e conosciuto si trova alla Biblioteca Marciana di Venezia[16]. Il libretto, secondo quanto afferma la Fragnito, “non risale agli anni 1540/41, ma fu scritto dal Contarini per la sua diocesi di Belluno alla fine del 1538 e circolò per opera del cardinale Ercole Gonzaga e del Giberti nelle diocesi di Mantova e di Verona[17]; certo è, comunque, che fu fu stampato a Verona da Antonio Putelleto nel 1540.   

Il vescovo ordina, dal 1541, lo studio dei Canones del concilio di Colonia, detto anche Concilium Coloniense. Il libro ebbe due edizioni veronesi stampate da Antonio Putelleto: una in quell’anno e l’altra nel 1543[18].

Entrambe le edizioni uscirono con allegato l’Enchiridion Christianae Religionis di Johan Gropper per far fronte al bisogno fortemente sentito dal Giberti di strumenti adeguati per arginare la crisi religiosa in atto. L’opera, infatti, definita anche Concilium Provinciale per curatum, si presenta in 2 parti: la prima, relativa ai Canones del concilio provinciale di Colonia, ha carattere disciplinare e normativo mentre l’Enchiridion è un manuale di dottrina cristiana ad uso del clero. 

Il 6 maggio 1541, nella chiesa parrocchiale di San Giorgio di Sanguinetto, il visitatore – dopo aver chiesto l’acquisto di antiphonarium e graduale – consegna anche gli edicta pro legatis piis et contra hereticos, cioè degli editti emanati dal Giberti tesi l’uno a controllare che i legati testamentari di cui erano beneficiarie le chiese venissero puntualmente eseguiti in modo corretto dagli eredi e dai fedecommissari dei testatori che qualche volta tendevano invece ad eluderli; l’altro, emanato nel 1541, aveva lo scopo di arginare le eresie e le forme di religiosità eterodossa difuse soprattutto nelle campagne.  

Un’ultima osservazione inerente i libri richiesti dal vescovo riguarda una carenza. Nei verbali, infatti, non compaiono mai le celebri Constitutiones per il clero pubblicate nel 1542. Il  9 marzo 1541 nell’inventario relativo alle chiese di San Salvaro Vecchio e San Mamaso di Verona si parla di un libro de le Constitutioni legato et coperto de rosso con li cantoni, fatto per don Lazaro ma le uniche fino ad allora pubblicate a Verona erano le Constitutioni de le monache per la città et Diocesi di Verona pubblicate nel 1539[19], quindi non può trattarsi di quelle per il clero.

Da questi pochi esempi, dunque, è possibile tracciare una considerazione sui libri fatti stampare o addirittura scrivere dal vescovo di Verona per il clero e il popolo della sua diocesi: erano libri tutti inerenti la pastorale e l’evangelizzazione popolare che dovevano contribuire a contrastare l’avanzare di dottrine eterodosse, senza far uso, però, di testi polemici contro le idee luterane, comunque presenti nella produzione dei libri a stampa di quel periodo e sicuramente conosciuti dal Giberti.

 

[1] Sulle riforme attuate dal Giberti nella diocesi di Verona vedere: A. PROSPERI, Tra evangelismo e controriforma. G. M. Giberti ( 1495-1543), Roma 1969,  pp. 181-287.

[2] I verbali delle visite pastorali di Gian Matteo Giberti e dei suoi delegati alle chiese di Verona e del suo contado sono trascritti in: A. FASANI, (a cura di), Riforma pretridentina della diocesi di Verona. Visite pastorali del vescovo G.M. Giberti 1525-1542, Vicenza 1989, voll. I – II - III.

[3] A. PROSPERI, Tra evangelismo e controriforma, p. 209.

[4] Cfr. C. SCALON, Produzione e fruizione del libro nel basso medioevo. Il caso Friuli, Padova 1995, pp. 60-61.

[5] G.P. MARCHI, Il dottore, l’ignorante, in P. MARINI (a cura di), Palladio e Verona, catalogo della mostra, Verona 1980, p. 11.

[6] P. SIMONI, Appunti sulle opere a stampa del vescovo veronese G. M. Giberti in Studi storici Luigi Simeoni, 43, 1993, p. 151.

[7] Breve ricordo di quello che hanno da fare i Chierici, massimamente curati, fatto secondo la instruttione, et determinatione del Reverendissimo Signor, il S.Ioan. Matth. Giberto Vescovo di Verona in principio de la sua visita del anno Mille cinque cento e trenta, nel mese di Aprile. Co animo di quando sara finita la visita, ampliar piu le cose secondo il bisogno de lochi richiedera. In Verona, per Maestro Stephano Nicolini, et li Fratelli da Sabo, habita apresso il Domo, MDXXX nel Mese di Aprile. 4°, cc. 10 n.n.   

[8] Breve ricordo di quello che hanno da fare i Chierici, massimamente curati, fatto secondo la institutione et determinatione del Reverendo in Christo padre Monsignore Augustino Zanetto da Bologna, Vescovo Sebastense, del Reverendissimo et Illustriss. Signore il. Laurentio Cardinale Campeggio Locotenente , et Suffraganeo, Ridotto in Vulgare, per più comodita, et utilita di ciaschedun Curato. Impresso ne l’Anno. M.D.XXXV. alli tre di Agosto. Impresso in Bologna in la Contrada di san Bernardino delle Pugliole in lo edificio della Carta, per Vincenzo Bonardo da Parma, e Marchantonio da Carpi compagni, l’Anno del Signore. M.D.XXXV. alli tre di Agosto. 8° (sesto mm. 140x100 circa), cc. 15.

Unito a:

Constitutiones Synodales  Bononienses M.D.XXXV. Impressum Bononiae in Strata santi Bernardini de Pugliolis, per Vincentium Bonardum Parmen. Et Marcum Antonium de Carpo socios. Anno Domini M.XXXV. Die III. Augusti.

Le schede sono tratte da P. SIMONI, Appunti sulle opere a stampa, p. 154.      

[9] Cfr. A. PROSPERI, Tra evangelismo e controriforma, p. 236.

[10] Breve ricordo di Monsignor illustrissimo et reverendissimo Monsignor Hercole Gonzaga Cardinale de Mantova delle Cose spettanti alla vita de’ Chierici, al governo delle Chiese, et alla cura delle Anime di questo suo Vescovato di Mantova… . in Mantova, per Giacomo Raffinello, 1561.-4°, cc. 20.

[11] A. PROSPERI, Le visite pastorali del Giberti tra documento e monumento, in A. FASANI (a cura di) Riforma pretridentina, p. LI.

[12] G. ZARRI, Note su diffusione e circolazione di testi devoti (1520-1550) in Libri, idee e sentimenti religiosi nel Cinquecento Italiano, Atti del convegno (3-5 aprile 1986), Modena 1987, p. 138.

[13] Alcune pratiche del viver Christiano. Per Stefano da Sabio, in Vinegia 1536. Cfr. A. PROSPERI, Tra evangelismo e controriforma, pp. 273-274. 

[14] Cfr. P. SIMONI, Appunti sulle opere a stampa, p. 152.

[15] Liber Cathecumenorum ad usum Ecclesiae Cathedralis Veronen. Venetiis, in Aedibus Stephani Sabiensis, 1536 mense Octobris. In-4° piccolo, cc. 36. La scheda è tratta da P. SIMONI, Appunti sulle opere a stampa, p. 154. 

[16] Per li padri predicatori. In Verona, per Antonio Putelleto da Portese, 1540. 4°, cc. [4]. La scheda è tratta da P. SIMONI, Appunti sulle opere a stampa, p. 154.   

[17] G. FRAGNITO, Intervento sulla relazione di Massimo Firpo, Valdesianesimo ed evangelismo: alle origini dell’Ecclesia Viterbiensis (1541) in Libri, idee e sentimenti religiosi nel Cinquecento Italiano, Atti del convegno (3-5 aprile 1986), Modena 1987, pp. 74-75.

[18] Canones Concilii Provincialis Coloniensis. Sub reverendiss. In Christo Patre D. Hermanno S. Coloniensis Ecclesiae Archiepiscopo etc. anno MDXXXVI celebrati. Item Enchiridion Christianae Institutionis opus omnibus christianae pietatis cultoribus longe utilissimum. Diligentiam, qua nos in operis castigatione usi sumus, prudens lector per se ipse facile (si volet) animadvertet. Indicem in calce quaerito. Veronae, Apud Antonium Putelletum, 1541. 8°, cc. 323. [Prima edizione]

Canones Concilii Provincialis Coloniensis. Sub reverendiss. In Christo Patre D. Hermanno S. Coloniensis Ecclesiae Archiepiscopo etc. anno MDXXXVI celebrati. Cum formula visitationis Episcopalis. Item Enchiridion Christianae Institutionis opus omnibus christianae pietatis cultoribus longe utilissimum. Diligentiam, qua  in secunda hac nostra operis editione usi sumus prudens lector per se ipse facile (si volet) animadvertet. Indicem in calce quaerito. Veronae, Apud Antonium Putelletum, 1543. 4°, cc. I-48, [12], 49-299, [13].[Seconda edizione].

Le schede sono tratte da P. SIMONI, Appunti sulle opere a stampa, pp. 154-155.    

 

[19] Constitutioni de le monache per la città et Diocesi di Verona, utili anco alle altre citta. Stampato in Verona, per Antonio da Portese, 1539. 8°, cc. 56 n. n. La scheda è tratta da P. SIMONI, Appunti sulle opere a stampa, pp. 154.