Campane a Tregnago

La chiesa parrocchiale

 

Basilio Finetto dei Rosini, sacerdote originario della frazione di Finetti, in Ai Fineti. Un toco de storia de Tregnago, pubblicato nel 1901, parla della campana della chiesa di Sant’Egidio che suonò per la nomina del nuovo parroco di Tregnago don Felice Panato, nel 1854:

Mi me ricordo, che passàa la Vale,

e g’ò sentio a sonar el campanò

de festa, da la tore parochiale,

da sant’Egidio, e dai Fineti ampò.

I disea tuti: el capuçin Panàto,

l’è per Tregnago tuto nato e fato[1].

È un episodio solenne per la comunità tregnaghese. Le campane, infatti, da secoli sottolineano con il loro suono le feste religiose e le ricorrenze civili. A Tregnago le troviamo sui campanili delle chiese e sulla torre dell’orologio del castello.

La storia delle campane delle chiese è legata quella delle istituzioni ecclesiastiche. Dei campanili parlano i verbali delle visite pastorali dei vescovi di Verona e non solo.

Nel 1438, un Tregnaghese, Pietro del fu Franceschino del fu Galvano di Marcemigo nel suo testamento stabilì che se i suoi figli fossero morti senza figli, 12 ducati avrebbero dovuto essere impiegati per l’acquisto di una campana per la chiesa di S. Dionigi di Marcemigo.

In seguito, nel 1460, quello che il vescovo Ermolao Barbaro vide presso la pieve di Santa Maria era un bel campanile.

Nel 1532, il verbale della visita di Gian Matteo Giberti descrive il campanile della pieve addirittura perfetto ma non accenna alle campane.

Sabato 2 settembre 1553, il vescovo Lippomano fu a Sant’Egidio dove celebrò la messa, amministrò le cresime e benedisse due campane della chiesa di Centro.

Egli ordinò poi che venissero rafforzate le serrature e le porte delle due chiese, del campanile e del cimitero.

Nella chiesa di S. Egidio c’erano da fare piccoli lavori e da riparare il campanile e il tetto.

Nella visita pastorale del vescovo Alberto Valier avvenuta nel 1620 si accennò anche al suono delle campane: il presule chiese che si mantenesse tutti i giorni festivi, per l’insegnamento della vita cristiana[2].

Proseguendo nel nostro breve excursus arriviamo al XVIII secolo che sul suo finire fu teatro di grossi cambiamenti per la pieve di Santa Maria.

I diritti temporali su di essa rimasero ai monaci di San Nazaro fino alla soppressione del monastero da parte delle autorità civili venete avvenuta nel 1771 dopo che, nei primi decenni del XVIII secolo, l’ente religioso aveva vissuto un periodo felice per redditi, capitali e possedimenti. Le terre nella zona di Tregnago, Marcemigo, Centro e Badia Calavena erano affittate a contadini del posto che le lavoravano[3]. 

Nel 1774, a tre anni dall’avvenuta soppressione dell’ente religioso, tramite uno strumento di acquisto, i diritti sulla pieve tregnaghese passarono al Comune di Tregnago che li comprò per 13.000 ducati veneti[4].

Il 30 dicembre 1774 venne stipulato l’atto di compravendita[5], un documento piuttosto lungo e complesso ma importantissimo per il futuro dei beni immobili già appartenuti al monastero, situati a Tregnago e non solo. In esso sono elencati beni stabili e livelli in Tregnago, Maternigo, Marcellise con il diritto di eleggere il parroco di Tregnago ma con l’obbligo al compratore di corrispondere al parroco 1.400 lire piccole a titolo di congrua, assegnandogli inoltre la casa dominicale come abitazione.

Oltre a citare beni e livelli, si precisano alcuni obblighi che il Comune acquirente avrebbe dovuto rispettare.

Il parroco, dunque, avrebbe avuto diritto ad avere una somma di denaro mensile come congrua[6]  e una casa le cui chiavi, però, dovevano ancora essere consegnate al Comune. L’edificio non avrebbe mai più potuto essere sede di convento o di religiosi regolari, perdendo quella funzionalità che aveva avuto per secoli. Solo il sacerdote avrebbe potuto risiedervi.

Di quegli anni sono pervenuti alcuni inventari di beni presenti in chiesa e nelle sue pertinenze redatti per avere un quadro di tutto ciò che l’istituzione religiosa possedeva.

Uno di questi venne stilato in seguito alla morte del parroco don Francesco Brunelli, dal cappellano ed economo don Santo Salgari, nel 1798.

Vi si legge che sul campanile c’erano già le sette nuove campane, fuse due anni prima dalla fonderia di Pietro Cavadini, realizzate con la carità dei fedeli ma per metà ancora da pagare. Il debito ammontava a 1.200 ducati.

Circa ottant’anni dopo, nel 1873, si resero necessarie alcune riparazioni alla struttura lignea che sosteneva le campane della chiesa parrocchiale: Vennero comprate due travi di castagno e due di larice.

Qualche anno dopo, però, accadde un fatto che segnò per sempre la storia dell’antica pieve di Santa Maria.

L’autunno del 1878 fu particolarmente umido e piovoso. La sera del 28 novembre l’antica torre campanaria cedette e crollò su se stessa.

Lo storico campanile, scrive Carlo Cipolla, aveva la forma di grosso torrione, sul quale alla sommità si aprivano quattro grandi bifore, una per facciata, sostenute ciascuna da una rozza colonna mediana.

Il giorno seguente il crollo del campanile il sindaco ordinò la chiusura del tempio al culto, finché un’apposita commissione non avesse esaminato i danni e programmato il da farsi. Non c’erano state vittime, ma una parte del muro della facciata era stata lesionata ed era rovinato parzialmente anche il protiro sopra alla porta.

Il parroco don Felice Panato dovette celebrare le funzioni religiose nell’attigua chiesa della Disciplina, ma questa soluzione di ripiego non poteva protrarsi a lungo.

Facendo un passo indietro, dai documenti dell’archivio parrocchiale possiamo conoscere le caratteristiche generali della pieve antica: fra i muri era lunga circa 27 metri e larga 18 metri e mezzo. L’interno era diviso in tre navate da due file di pilastri sormontati da volti, i quattro più vicini al muro di facciata a pieno centro con circa 3 metri di ampiezza e quello presso all’altare maggiore a sesto ribassato. Il tetto era a capanna, sorretto nella campata centrale da incavallature in legno di larice; nelle navate laterali era invece sostenuto da puntoni inclinati.

I muri perimetrali avevano uno spessore di 63 centimetri e quelli interni di 85 centimetri. Il campanile si innalzava davanti alla facciata della chiesa, quasi appoggiato in parte alla facciata della stessa. Aveva la pianta quadrata di 6 metri e 75 centimetri di lato ed era alto 26 metri e mezzo circa. Le campane, prima del 1796, erano state 5, con tonica in LA naturale fuse nel 1735, delle quali non si hanno informazioni precise.

La torre campanaria cadde probabilmente per il cedimento della base. Anche oggi una lapide posta sul muro esterno della navata di sinistra della chiesa ricorda l’episodio.

La chiesa fu rifatta su disegno dell’abate Angelo Gottardi che, come architetto di edifici di culto, era conosciuto a Verona e non solo. Alcune parti ornamentali furono disegnate dall’ing. Giovanni Franchini.

L’attuale chiesa di Santa Maria assunta fu costruita dunque nel 1879 ma quella che vediamo oggi, tuttavia, è il risultato di un ampliamento successivo e fu inaugurata nel 1922. È in stile romanico a tre navate con soffitto a volta sostenuto da pilastri alternati a colonne. Dell’antica pieve rimangono solo il protiro ora posto sulla facciata della chiesa della Disciplina e il battistero ottagonale in marmo rosso fatto costruire nel 1438 dall’arciprete Jacopo Rubeo.

Il campanile attuale fu costruito tra il 1889 e il 1894, su disegno dell’ingegner Orseolo Massalongo, figlio del noto naturalista Abramo.

Mentre il precedente si trovava, come abbiamo detto, sul lato nord della chiesa, vicino alla facciata, si decise di erigerlo dietro al Coro della Chiesa, tra le mura del Coro stesso ed il muro di cinta della Prebenda Parrocchiale, alla distanza di due o tre metri dal Coro stesso. La soluzione sembrò la più comoda ed economica, sicura e conforme alle necessità sotto l’aspetto materiale, sociale, morale e religioso.

La Giunta Municipale, il 26 giugno 1888, si espresse così: Considerato che riedificato il campanile a mattina della Chiesa Parrocchiale sul detto suolo comunale ad un’altezza qualsiasi sopra il livello della Chiesa medesima il suono delle campane che verrebbero collocate sullo stesso ripercosso dal vicino monte sarebbe udito di lontano più che in ogni altra posizione; la Giunta come sopra convocata, grata alla fiducia in essa riposta dal Reverendo Parroco e Fabbriceria Parrocchiale di Tregnago determina che il campanile della Parrocchia di Tregnago venga eretto sul suolo comunale che confina a mattina e mezzogiorno dai muri di sostegno e di cinta del bosco e brolo di ragione Prebenda Parrocchiale, a sera sagrestia, coro e Chiesa Parrocchiale, a tramontana sentiero consortivo.

Il parroco don Pietro Cavallini diede il via ai lavori sostenuti finanziariamente dalla Parrocchia, dal Comune e dalla generosità della popolazione.

Il campanile venne inaugurato nel 1894 alla presenza del vescovo di Verona Luigi di Canossa e del progettista. Le campane furono trasportate su carri sfarzosamente addobbati e trainati da numerose pariglie di buoi, fra l’entusiasmo di tutta la popolazione.

La torre campanaria, dal punto di vista architettonico, presenta un insieme di linee gotiche e romaniche; è a base quadrata di 6 metri e mezzo di lato, all’esterno è realizzata in cotto e racchiusa da lesene angolari per tutta la sua altezza.

Le fondamenta furono gettate, seguendo le indicazioni dell’ingegnere progettista, in un solo blocco delle dimensioni della base.

La spinta verticale delle pareti è rallentata da una cornice marcapiano collocata sotto la cella campanaria, che si apre sui quattro lati con delle trifore sorrette da colonnine in tufo e poggianti su una balaustrata in tufo bianco. Sotto alla cella delle campane è posto un grande orologio in pietra bianca. Su ogni lato, gli archi in cotto sovrastanti le trifore sono evidenziati da una sorta di decorazione in pietra bianca e ancora da un piccolo rosone, anche questo in pietra.

La copertura del campanile non è uniforme: ogni lato si chiude a capanna e i pinnacoli agli angoli completano le lesene; si eleva poi, centrale e accentuata, una grande guglia piramidale a base ottagonale con sopra – all’altezza di 42 metri – un angelo che suona la tromba. L’angelo è di legno ricoperto di lastra di piombo e la tromba è di rame. Pinnacoli e guglia sono coperti con lastre di zinco e piombo.

All’interno, il campanile presenta una pianta circolare e attorno è percorso interamente dalla scala spiraliforme composta dai 159 gradini in pietra che consentono di salire agevolmente fino alla cella campanaria; una ringhiera metallica percorre la scala. Dall’altezza di qualche metro da terra, l’interno, smaltato, è marcato orizzontalmente da sedici anelli di tre mattonelle ciascuno.

La pavimentazione della cella al pianterreno è in cemento; una seconda pavimentazione si trova a livello del 102° gradino, a circa due terzi dell’altezza della torre; fu realizzata in assi di legno e travi. Le finestre sono poche, piccole e monofore, anch’esse internamente contornate da mattonelle.

Più volte sono stati eseguiti lavori di manutenzione ordinaria e straordinaria sia all’interno del campanile come alla sua sommità, alle guglie, all’angelo e al castello delle campane.

Nel nuovo campanile fu installato un moderno telaio metallico, le grandi ruote in legno vennero sostituite con comode e meno pesanti ruote in ferro, ed i vecchi ceppi in legno lasciarono il posto ai nuovi ceppi in ghisa, brevettati nel 1890 che sarebbero diventati poi i contrappesi del Sistema di suono alla veronese.

Le campane sono sette, fuse nel 1796. Sono quelle precipitate dal vecchio campanile e rimesse sane ed intatte sull’attuale.

Esse compongono il più antico concerto realizzato dalla fonderia Cavadini ancora suonabile e integro per quasi tutte le sue voci. Sono opera di Pietro Cavadini, con rifusione della seconda grossa nel 1898 e aggiunta dell'ottavino nel 1894, per mano di Achille Cavadini, nipote di Pietro.

L’uso dei concerti di campane con più di cinque elementi deriva dalla moda germanica arrivata in Italia attraverso le valli dell’Alto Adige, del Trentino e del bellunese. Tregnago era in una posizione favorevole in tal senso.

Il diametro delle campane varia dai 57 ai 114 centimetri e il loro peso va dai 105 ai 900 chili.

Pietro Sancassani riguardo a Tregnago scrisse: Vi sono ancora le prime sei campane di Pietro Cavadini date nel 1796. Prima erano cinque in LA del 1737; ora sono sette con l’ottavino. Con le piccole verrebbe un bel concerto che il paese merita.

La stessa ditta fuse le campane per campanili delle frazioni: Centro nel 1821, Scorgnano nel 1835, Marcemigo nel 1843, Rancani nel 1845, Finetti nel 1904, Cogollo nel 1973. Queste ultime furono l’ultimo lavoro della ditta che chiuse l’attività in quell’anno.

 

Le campane della chiesa di S. Egidio sono 3. Il loro peso varia da 615 a 218 chili chili per un diametro tra 95 e 75 centimetri.  Le due maggiori furono rifuse dalla ditta dei fratelli Pietro e Girolamo Colbachini di Bassano del Grappa nel 1854. La loro realizzazione fu pagata dal Comune di Tregnago, come si legge sul dorso della campana maggiore che porta anche lo stemma comunale. La campana minore invece resistette fino al 1928, quando per una fenditura fu rifusa da Ettore Cavadini.

 

Le campane delle chiese hanno incise frasi o preghiere in latino, oltre alla data di fusione, al nome del realizzatore e ad alcune raffigurazioni iconiche di santi o simboli religiosi.

Per quanto riguarda quelle della Parrocchiale, la maggiore. La più grande esistente realizzata nel XVIII secolo dal Cavadini,  porta la dedica alla Madonna protettrice del popolo tregnaghese.

La seconda chiede protezione dalle tempeste e riporta, tra le altre, la raffigurazione di una santa, probabilmente santa Eurosia, molto venerata nella zona come salvatrice delle campagne dalla grandine.

La terza riporta un’invocazione alla Madonna

La quarta campana invoca i Santi.

La quinta riporta un’invocazione ai santi Fabiano e Sebastiano protettori contro la peste e le epidemie.

La sesta chiede l’intercessione di Maria presso Dio.

La settima, fusa nel 1894, chiede l’intercessione di San Zeno.

 

Anche le campane della chiesa di Sant’Egidio riportano iscrizioni latine e disegni.

Sulla prima si chiede di non essere confusi in eterno e si chiede la protezione contro le tempeste, sulla seconda si legge: Venite o figli, ascoltatemi! sulla terza Lodo il vero Dio.

 

Un cenno è da fare sulla campana del castello che venne fusa nel 1950 da Luigi Cavadini, dopo che, dieci anni prima – durante la guerra – era stata tolta la precedente, risalente al 1164.

La campana pesa 1.054 chili, riporta lo stemma comunale, un crocifisso e una frase latina.

Quando questa fu collocata sulla torre, venne riparato anche l’orologio. La Giunta Municipale scrisse che “a seguito della installazione sulla torre del Castello della nuova campana, al posto di quella asportata durante la guerra si rende necessario provvedere anche alla sistemazione dell’orologio” e deliberò  di affidare a trattativa privata a Gino Piccinini la riparazione dell’orologio della Torre del Castello per il prezzo di 15.000 lire.  

Un’usanza popolare fino a qualche decennio fa era collegata alla campana del castello e al giorno di Pasquetta.

Il Lunedì di Pasqua i cittadini di Tregnago erano soliti recarsi a mangiare le uova al castello e salire sulla torre a suonare el ti-ni pa-pa.

Per l’occasione la torre era aperta al pubblico e la tradizione voleva che chi accedeva alla cella campanaria fosse dotato di una lira, un disco d’acciaio di circa 12 centimetri di diametro e 2 centimetri e mezzo di spessore, e battesse quattro volte sulla parte alta della campana emettendo un suono acuto, due sulla parte bassa per ottenere un suono più basso, ancora quattro sulla parte alta, chiudendo poi con un colpo col batacchio che è ancora più basso, seguito da una sequenza più breve fatta da due colpi nella parte alta, due in quella bassa, due nuovamente in quella alta e due col battacchio. Per memorizzare le operazioni si ripeteva mentalmente una cantilena che faceva: Ti-ni- ti-ni, pa-pa, ti-ni-ti-ni, bom, che veniva anche scherzosamente completata con: a-ti-la, pe-na, e-mi, ‘l ca-pon, pon.

Moltissime erano le persone che chiedevano di salire a suonare “el ti -ni-pa-pa”, perciò occorreva limitare l’accesso al massimo a sei sette persone per volta. C’era anche una sorta di tacita competizione per chi riusciva a dare più forza e ritmo ai colpi della lira. 

La Banda di Tregnago si esibiva, a metà mattina nel “sercolo de la musica”, una sorta di palco circolare alto sulla circonferenza e degradante verso il centro e prospiciente la torre pentagonale.

I suonatori arrivavano in ordine sparso, entravano nel sercolo attraverso un passaggio largo circa un metro ed eseguivano i pezzi classici delle bande musicali. Era un avvenimento cui i Tregnaghesi tenevano molto.

Le campane hanno scandito e scandiscono la vita religiosa e civile della popolazione locale, sono in ogni caso lo strumento utilizzato per chiamare radunare le persone.

Don Ferruccio Spada, giunto a Tregnago nel 1910, cappellano di Sant’Egidio che, oltre al ministero sacerdotale coltivava una grande passione per la cultura in genere e per la lingua latina, scrisse una poesia sulle campane della sua chiesa intitolata Le campane de Betòn.

Le campane de Betòn erano quelle della chiesa di Sant’Egidio e Betòn era il sacrestano, figlio della Beta, che ogni mattina suonava le campane. Don Ferruccio Spada era tra l’altro un appassionato musicista: compose e musicò questa filastrocca che con suor Lucina insegnò ai bambini dell’asilo di Tregnago.

 

Din-din-don

le campane de Betòn

che fan din-din-din-din-don,

din-don.

 

Io sono la più piccina

che suona ogni mattina, don.

Le campane de Betòn

din-din-din-din-din-din-don

din-don.

 

Io sono la mediana

che invita a far la nanna, don.

Le campane de Betòn

din-din-din-din-din-din-don

din-don.

 

Io sono la più grossa

che chiama a onorar Dio, don.

Le campane de Betòn

din-din-din-din-din-din-don

din-don.

 

[1] BASILIO FINETTO DEI ROSINI, Ai Fineti. Un toco de storia de Tregnago, Giazza-Verona 1991, p. 65.

[2]   Ivi, p. 273.

[3] Cfr. G. BORELLI, Aspetti e forme della ricchezza negli enti ecclesiastici e monastici di Verona tra sec. XVI e XVIII, in G. BORELLI (a cura di), Chiese e monasteri a Verona, Verona 1980, p. 152.

[4] Il monastero dei Santi Nazaro e Celso risulta già soppresso il 25 gennaio 1771 in forza della legge emanata dalla Repubblica Veneta il 10 settembre 1767. Cfr. D. CERVATO, Diocesi di Verona, Padova 1999, p. 539.

[5] Il documento è reperibile presso l’Archivio Storico della Curia Vescovile di Verona (d’ora in poi ASCVr), Tregnago, busta 334.2, cartella Tregnago - Dottrina Cristiana sec. XIX (1821). Una parte del documento è riportata anche in Archivio Comunale di Tregnago (d’ora in poi ACT), Cappellanie 1830-1890, cartella Atti concernenti la Canonica Parrocchiale di Tregnago.

[6] La congrua era – fino alla revisione del Concordato Stato-Chiesa del 1984 – il complesso dei redditi di un beneficio ecclesiastico necessari al conveniente sostentamento del chierico prepostovi. Cfr. il sito internet http://www.treccani.it/vocabolario/congrua/.