La canonica della pieve di Santa Maria dall'acquisto dei diritti che furono del monastero dei Santi Nazaro e Celso da parte del Comune di Tregnago ad oggi 

 

I diritti temporali sulla pieve di Tregnago rimasero ai monaci di San Nazaro fino alla soppressione del monastero da parte delle autorità civili venete avvenuta nel 1771 dopo che, nei primi decenni del XVIII secolo, l’ente religioso aveva vissuto un periodo felice per redditi, capitali e possedimenti. In quel periodo, infatti, in città i monaci avevano posseduto un brolo con tre orti e dieci case affittate ma le proprietà maggiori erano nel territorio: a Lepia, a Giara, Sorcè, Vago, Marcellise oltre che nella zona di Tregnago, Marcemigo, Centro e Badia Calavena, dove le terre erano affittate a contadini del posto che le lavoravano[1]. 

Nel 1774, a tre anni dall’avvenuta soppressione dell’ente religioso, tramite uno strumento di acquisto, i diritti sulla pieve tregnaghese passarono al Comune di Tregnago che li comprò per 13000 ducati veneti[2]. L’iniziativa del Comune non era isolata: anche Badia Calavena, per fare solo un esempio, acquistò in quel periodo dal medesimo monastero ben 131 campi[3]. 

Il 30 dicembre 1774 venne stipulato l’istromento d’acquisto fatto dalla spetabile Comunità di Tregnago dal Principe serenissimo de beni erano di ragione del sopresso Monastero de Santi Nazzaro e Celso di Verona[4], un documento piuttosto lungo e complesso ma importantissimo per il futuro dei beni immobili già appartenuti al monastero, situati a Tregnago e non solo. In esso sono elencati beni stabili e livelli in Tregnago, Maternigo, Marcellise e decima del spigo, col ius di eleggere il Parocco di Tregnago, con l’obligo al compratore di corrispondere al suddetto Parocco annue lire millequatrocento piccole a titolo di congrua, et assegnarli al medesimo del corpo della casa dominicale una conveniente abitazione: terre e case, dunque, ma anche diritti.

Oltre a citare beni e livelli, si precisano alcuni obblighi che il Comune acquirente avrebbe dovuto rispettare. Vi si legge, infatti: Sarà obligo per tanto di essa acquistante Comunità il corrispondere al sudetto Paroco annue Lire millequatrocento de picoli a titolo di Congrua; e cosi pure doverà assegnare ad esso Arciprete dal corpo della casa dominicale una conveniente abitazione per suo uso; in relazione di che doveranno esser scritte al nostro honorevole rapresentante le necessarie lettere per la consegna delle chiavi di essa casa.

Per osservanza poi, e perpetua manutenzione di essi oblighi, s’intenderà sempre obligata la specialità del presente acquisto, restandole assolutamente vietato ai legitimi rapresentanti la Comunità stessa il far tenire essa casa dominicale ad uso di convento o ricaso de Religiosi Regolari; al che venendo in alcun tempo trasgredito dalli medesimi incorreranno in quelle pene che dalla publica autorità saranno credute di giustizia.

Il parroco, dunque, avrebbe avuto diritto ad avere una somma di denaro mensile come congrua[5]  e una casa le cui chiavi, però, dovevano ancora essere consegnate al Comune. L’edificio non avrebbe mai più potuto essere sede di convento o di religiosi regolari, perdendo quella funzionalità che aveva avuto per secoli. Solo il sacerdote avrebbe potuto risiedervi e il Comune – in qualità di proprietario – si sarebbe assunto l’obbligo di effettuare a sue spese le  manutenzioni necessarie. Quest’obbligo, come vedremo, avrebbe creato molti problemi negli anni a venire.  

 

Erede del parroco o comune: chi avrebbe pagato i restauri della canonica?

 

Per i decenni immediatamente seguenti l’acquisizione della casa canonica da parte del comune tregnaghese non abbiamo notizie di rilievo sulle condizioni del fabbricato che, in ogni caso, era vecchio di secoli e bisognoso di frequenti interventi manutentivi se non di veri e propri restauri, come vedremo.

I problemi sembrano sorgere – stando alla documentazione archivistica sia comunale, sia parrocchiale che in seguito avremo modo di esaminare – intorno agli anni 30 del XIX secolo, alla morte del parroco che aveva abitato l’edificio per circa tre decenni.

Il 6 maggio 1833 morì don Santo Salgari che era stato parroco di Tregnago per circa 34 anni, dal 1799[6]. Ebbe così inizio un periodo piuttosto difficile per la parrocchia, basti pensare che il successore sarebbe stato nominato solo quattro anni dopo[7], ma procediamo con ordine.

Per l’edificio adibito a canonica, ormai decadente e praticamente inagibile, gli anni che seguirono la morte di don Salgari furono piuttosto movimentati ma anche inconcludenti. Proveremo a raccontarli con l’ausilio della scarsa e piuttosto ripetitiva documentazione presente nell’Archivio Comunale di Tregnago che si rifà principalmente agli anni dal 1833 al 1842.

Qualche giorno dopo la morte di don Salgari – il 27 maggio 1833 – la Pretura tregnaghese comunicò al Comune che il 10 giugno seguente avrebbe avuto luogo la stesura dell’inventario dei beni del defunto parroco da parte di due periti: Giuseppe Aldegheri e Antonio Maimeri[8] al fine di valutare gli oggetti presenti in chiesa e in casa e di conoscere il loro stato di conservazione.

Il 9 giugno la Deputazione Comunale[9] comunicò al Commissariato Distrettuale e il giorno seguente alla Pretura la nomina del suoi periti per il medesimo scopo: erano Bartolomeo o Bortolo Lavagnoli, agente comunale, e Agostino Massalongo, membro della Fabbriceria della chiesa parrocchiale[10]. 

L’11 agosto dello stesso anno la Pretura sollecitò l’intervento del Commissario Distrettuale per la definizione della questione pendente tra questo Comune e Gio Batta Salgari di Tregnago in ordine a chi debba sostenere l’importo delle cose mancanti o danneggiate appartenenti alla redazione del beneficio dallo stesso parroco goduto stato rilevato mediante atto di stima dei periti Antonio Maimeri e Giuseppe Aldegheri[11], al fini di procedere all’aggiudicazione dell’eredità.

Ebbe così inizio un lungo periodo di diatribe tra il Comune e Gio Batta Salgari, unico erede del defunto parroco, sui rispettivi doveri, anche economici, per il finanziamento di eventuali lavori che si sarebbero resi necessari in canonica dopo anni di assente o scarsa manutenzione: chi avrebbe dovuto pagare la ristrutturazione della casa?

Il 13 settembre 1833 la Deputazione Comunale scrisse al Commissariato Distrettuale per comunicare che l’obbligo di ristaurare la casa ad uso del parroco di Tregnago sembrava incombere certamente al Comune patrono della chiesa e casa parrocchiale. A sostegno di tale tesi si ricordava il contratto del 30 dicembre 1774 in base al quale – come si è detto in precedenza – l’ente avrebbe dovuto fornire al parroco una casa e una congrua[12]. Nello stesso documento si accennava anche a restauri effettuati nel periodo in cui era stato parroco don Santo Salgari, tutti a spese del Comune: nel 1816 erano stati eseguiti il rimaneggiamento del tetto ed acconci ad un tavolato per una spesa di 69 lire; nel 1828 erano state stanziate 39 lire per altri urgenti ristauri e, nello stesso anno, il 18 aprile, era stata approvata la spesa di 780 lire per ristauri alla chiesa e casa parrocchiale. In seguito, nel 1831, era stata preventivata la somma di 85,68 lire per altri urgenti ristauri[13].

Nell’autunno del 1833, il 6 novembre, la Pretura inviò al Comune che l’aveva richiesta una copia dell’atto di stima e due giorni dopo, l’8 novembre, il Comune scrisse alla Regia Delegazione annunciando che – in seguito alla morte del parroco – il 17 giugno era stato redatto l’inventario dei beni presenti in canonica ed erano stati notati varii deperimenti nella casa canonica e nel muro di cinta del brolo stimati in 1492,71 lire. Veniva posta inoltre la questione dell’eredità e il dovere del Comune di fornire al nuovo parroco una casa in buon essere. Non si voleva però abbandonare l’idea di intraprendere un’azione verso l’eredità del defonto che qual usufruttuario avrebbe forse avuto l’obbligazione di non lasciare deperire di sifatta guisa la sostanza[14].

Nella primavera successiva il dubbio non era ancora stato risolto poiché il 24 aprile 1834 la Deputazione Comunale si espresse formalmente sul voto sull’assunzione dei ristauri della Canonica Parrocchiale stimati £ 1492,71, votando però contro tale provvedimento: su 25 votanti, infatti, solo sei furono a favore ritenendo che le spese dovessero essere a carico del defunto parroco, ossia dell’unico nipote ed erede, Gio Batta Salgari[15].

Questa soluzione, però, non pareva essere l’ideale. L’ingegnere in capo, infatti, il 20 giugno scrisse alla Deputazione Provinciale ritenendo che fosse dovere del Comune stesso pagare i restauri. Citava a suffragio della sua affermazione – oltre alla consuetudine del passato – un Decreto 8 giugno 1780 emanato dal Veneto Dominio[16].

La questione non era di semplice soluzione e si protraeva nel tempo. Il 27 gennaio 1835 il Consiglio Comunale si espresse nuovamente con un voto sulla competenza dei ristauri occorrenti alla canonica parrocchiale per i quali la somma prevista era ora di 1669,01 lire. Il voto fu anche questa volta negativo: solo tre consiglieri si espressero a favore, 14 furono i contrari e venne registrata l’astensione di Salgari, membro del Consiglio oltre che erede del parroco deceduto[17].

Nel corso del 1835, comunque, si decise di procedere con la redazione del progetto per i lavori che fu affidata ad Antonio Maimeri, lo stesso che due anni prima aveva eseguito la perizia dei beni di don Salgari e la stima dei restauri necessari alla casa parrocchiale[18].

Il problema di chi avrebbe dovuto pagare, tuttavia, rimaneva, come si evince anche da quanto scrisse il Comune alla Delegazione Provinciale nel dicembre dello stesso anno: la Deputazione, l’Amministratore ecclesiastico, l’I. R. Ingegnere in Capo tengono fermamente che tutti indistintamente incumbano al Comune proprietario dello stabile e gius patrono della parrocchia. Il Consiglio persiste nel sentimento contrario come dall’annessa parte, tenendo che una porzione dei medesimi all’eredità incumba del defunto paroco Salgari Sante, siccome quegli che qual usufruttuario del fondo avesse obbligo di praticare di mano in mano delle piccole riparazioni, trascurate le quali succedono i grandi deperimenti[19].

Il 19 giugno 1836 intervenne la Delegazione Provinciale che impartì al Commissariato Distrettuale di Tregnago alcune direttive scrivendo: incomberà al parroco di Tregnago di conservare la canonica praticandovi le riparazioni ordinarie o minori e ciò per le massime di civile diritto per quelle fissate dai regolamenti politici. Se le ha trascurate debbono i suoi eredi soggiacere alli conseguenti risarcimenti. Al Comune, però, continua la Delegazione, viene ordinato di a) di separare dalla perizia i ristauri incombenti al proprietario da quelli spettanti all’usario o suoi eredi. b) Si diffiderà giiudiciariamente questi ultimi a far eseguire le riparazioni relative. c) In caso non vi si prestino il Comune avrebbe ad effettuarli in via regolare domandandone poscia il rimborso agli eredi stessi. d) In quanto ai primi lavori dovrebbero essere assunti dal Comune preparando all’uopo gli occorrenti fondi[20]. 

Il Comune, seguendo le direttive, procedette alla separazione delle spese per i restauri resisi necessari per mancanza di cura da parte del parroco da quelle per i lavori non dipendenti dalla carenza di manutenzione ordinaria, perciò il 3 dicembre 1836 l’ingegner Tommaso Ederle inviava alla Deputazione Comunale da cui aveva avuto l’incarico, il riparto della spesa fra il patrono e l’usufruttuario per ristauri da eseguirsi nella canonica di Tregnago che teneva conto anche dell’aumento dei prezzi intercorsi nei tre anni precedenti[21].

Si trattava in sintesi di una nuova perizia dei lavori necessari che contemplava una notevole differenza di spesa. Secondo la perizia di Ederle, infatti, a Salgari dovevano essere addebitate 886,04 lire e al Comune 1695,70 lire per un ammontare totale di 2581,82 lire[22] e i lavori da eseguire avrebbero dovuto essere più consistenti rispetto alle stime precedenti.

L’avvocato Gerolamo Franchini il 30 marzo 1837 descriveva alla Deputazione Comunale i lavori da fare e le differenze tra le due stime: Ederle richiedeva il rimaneggiamento di tutto il coperto della Canonica quando nella stima Maimeri è ordinato in alcune parti soltanto. Costruzione di metri 9,50 di muro nel cortile quando nella stima Maimeri non è ordinata se non la demolizione della superior parte deperita anche levarne la soverchia altezza. Impiego di sassi di cava nei muri quando nella stima Maimeri sono ordinati sassi di progno, ragionevolmente perché di simili sassi sono formati tutti li muri esistenti.

Ederle, inoltre, ha incaricato l’usofruttuario dell’intonaco gregio a muri esterni della casa ed il proprietario di simile intonaco a muri di cinta incaricando l’usofruttuario dell’innalzamento e ricostruzione dei muri stessi nella parte deperita o crollata[23].

Poco dopo, il 5 aprile 1837, la Deputazione Comunale scrisse al Commissario Distrettuale ricordando di aver mandato una diffida a Gio Batta Salgari perché contribuisse al pagamento dei restauri, diffida rispedita al mittente dalla Pretura che non era competente per l’intimazione. Il Comune, del resto, pur essendo intenzionato a ricorrere in giudizio contro Salgari, non sapeva se prendere in considerazione la perizia Maimeri o Ederle. Le due differivano sia nella spesa finale, sia nel tipo di lavori ritenuti necessari. Alla fine decise di attenersi alla stima Ederle e lo comunicò a Salgari[24].

Intanto, anche il nuovo parroco don Lorenzo Zanoni, presente in paese da pochi mesi,[25] decise di agire e il 7 aprile 1837, scrisse alla Deputazione Comunale esprimendo il suo rammarico per il massimo disordine e lo stato di assoluta rovina in cui è posta per ogni parte la casa parrocchiale  e per il muro che cigne la pezza di terra dovuta al beneficio parrocchiale il quale in grandissima parte è decaduto e nell’altra minaccia rovina[26]. In seguito, data la mancata collaborazione del Comune, decise di invitare li parrocchiani a comparire colle volontarie offerte pel restauro di questa canonica ma, come comunicò alla Deputazione, da quel giorno festivo 25 giugno p. p. al giorno presente 5 luglio 1837 non è comparso alcuno offerente.

Anche la Fabbriceria della chiesa parrocchiale, il 7 luglio, affermò di non poter concorrere in nessun modo alle spese per i restauri della casa, non avendo disponibilità economiche sufficienti nemmeno per il culto[27].

Nella mattina di quello stesso 5 luglio, però, finalmente la Deputazione Comunale decise di sostenere tutte le spese delle opere – salvo esito diverso della causa indetta contro l’erede di don Salgari – e di distribuirle nei tre anni successivi[28].

Un nuovo colpo di scena era però all’orizzonte: Gio Batta Salgari – a quanto si apprende da una proposizione del Consiglio di Tregnago probabilmente della fine del 1837 o dell’inizio dell’anno seguente[29] - decise di contribuire alle spese sborsando 300 lire e il Comune accettò.

 

La demolizione della scala esterna e costruzione di una scala interna che porti al piano nobile, sottomurazione del lato sud, completo restauro della canonica parrocchiale (1839-1842)

 

Il 1838 iniziò con l’intenzione di procedere con l’indizione dell’asta per l’assegnazione dell’appalto per i lavori: la data stabilita fu il 23 gennaio e l’avviso fu inviato nei primi giorni di gennaio ai Comuni di Badia Calavena e Selva di Progno[30].

Il 23 gennaio, alle 10 di mattina, nel locale dei pubblici incontri, si svolsero le procedure per l’asta di cui è stato possibile reperire il verbale[31]. Fatto precedere il solito segno della campana, letto il capitolato relativo ed il progetto dei lavori, venne ordinato al cursore comunale di bandire l’asta partendo dalla somma preventivata di 2412,43 lire. Le offerte pervenute furono cinque ma ben presto quattro furono ritirate e la quinta non venne accettata. Il 6 febbraio successivo ebbe luogo una seconda asta che determinò l’esecutore dei lavori: Gio Batta Chiarenzi di Tregnago se li aggiudicò per 2098 lire, con un notevole risparmio per il Comune che, tuttavia, non sembrava avere particolare premura di darne l’avvio.

Lo stesso Chiarenzi, tempo dopo, ebbe modo di esporre il proprio disappunto alla Deputazione Comunale che non solo non aveva dato il via alla ristrutturazione, ma non aveva anco consegnato i lavori da eseguirsi[32] e, in seguito, chiese al Comune un risarcimento dei danni arrecatigli dalla mancata partenza dei lavori negli otto mesi successivi alle procedure d’asta, finché nel maggio del 1839 rifiutò di presentarsi alla stipula del contratto. Nel mese successivo Domenico Bonomi, mastro muratore di Illasi, si presentò alla Deputazione Comunale intenzionato ad eseguire i restauri a cui Chiarenzi aveva rinunciato[33].

Dal processo verbale di consegna delle opere di ristauro alla Canonica di Tregnago in appalto a Bonomi Domenico – redatto il 22 luglio 1839 dall’ingegnere delegato dalla Deputazione Comunale – si possono trarre importanti informazioni: si voleva costruire una scala interna alla canonica che metta al piano nobile, restando a suo beneficio i materiali ricavabili dalla demolizione dell’attuale esterna ma più urgente era la sottomurazione del lato di sud della casa determinando l’origine della sottomurazione a mt. 1,70 sotto il davanzale della finestra della rimessa. A tale scopo dovevano essere utilizzati sassi di cava. Importante si riteneva anche la ricostruzione del muro esterno di cinta del brolo da fare con qualsiasi tipo di sassi ma preferibilmente con quelli di torrente.

La proposta venne accettata dalle parti che stabilirono in quattro mesi il tempo per l’esecuzione dei lavori ai quali doveva essere aggiunta la costruzione delle indispensabili ante al portone per l’assicurazione della canonica[34].

Entro il 1840 i lavori vennero eseguiti e il 19 marzo 1841 Bonomi sollecitò il Comune per avere il pagamento del saldo, non prima, però, che fosse eseguito il collaudo richiesto dallo stesso fin dal luglio 1840.

Questi, però, furono solo i primi interventi necessari, ma non tutti. Nel dicembre del 1841, infatti, il Comune bandì una nuova asta per un ulteriore appalto partendo dall’importo di 1514 lire. Il giorno fissato era dapprima il 4 gennaio 1842, poi il 25 gennaio, l’11 febbraio e il 25 dello stesso mese. Al quarto tentativo d’asta, i lavori furono assegnati a Giacomo Bussinello per 1373 lire e il 5 aprile venne stipulato il contratto concernente la esecuzione dei lavori occorrenti a completo ristauro della canonica parrocchiale[35] dei quali, però, non è stata reperita alcuna descrizione. E’ comunque durante questi lavori di ristrutturazione che viene demolita la scala esterna ed inserito un vano scala interno. La documentazione specifica esistente non ci permette di conoscere maggiori dettagli sul ciclo di ristrutturazioni dell’edificio canonicale effettuato negli anni Quaranta del XIX secolo, anche se qualcos’altro si può evincere tra le righe di altri documenti del medesimo ente. Nelle carte della Fabbriceria Parrocchiale esiste una lettera indirizzata al Commissariato Distrettuale datata 4 agosto 1848 – sei anni dopo l’avvio dell’ultima fase di restauri di cui si è parlato – che risulta essere piuttosto eloquente.

I lavori erano andati molto a rilento o erano stati del tutto sospesi, poiché vi si legge: le opere di ristauro, di costruzione e modificazione preventivate per la canonica erano indispensabili ed urgenti. Urgenti in modo che non ammettevano dilazioni come venne chiaramente dimostrato nel verbale 15 gennaio 1848. Senza l’esecuzione di tali opere la canonica era inabitabile perciò il parroco aveva dovuto trasferirsi in un’altra casa lontana dalla chiesa quasi mezzo miglio[36]. Una tale sistemazione, però, non era idonea per il regolare svolgimento delle attività parrocchiali. Il nuovo parroco, don Antonio Chiamenti[37] , aveva perciò fatto eseguire alcuni lavori a sue spese per una somma di 1200 lire e il Comune chiese un ulteriore progetto all’ingegner Diomiro Pieropan per il proposto ristauro ad una parte della casa parrocchiale ormai inabitabile. Il preventivo fu di 2898,67 lire[38] ma non è stata trovata ulteriore documentazione sull’argomento.  

 

Due inventari tra Settecento e ottocento

 

Finora abbiamo parlato della canonica come edificio in decadenza bisognoso di ristrutturazione e torneremo a parlarne in seguito, ma cosa c’era dentro a una casa tanto grande? Cosa vi custodiva il parroco oltre a ciò che poteva servire alla vita quotidiana? Una risposta a queste domande viene data, anche se in modo necessariamente parziale e in un tempo circoscritto, da due inventari di oggetti della Parrocchia redatti uno nel 1750 e l’altro a distanza di circa un secolo, nel 1844. Non sono gli unici reperiti: ne esistono altri della metà del XIX secolo che però non permettono di capire dove fossero custoditi gli oggetti appartenenti alle chiese quindi non è possibile risalire quelli presenti in casa piuttosto che in sacrestia o in chiesa.

L’1 giugno 1750 il parroco don Francesco Franco[39] compilò un inventario de beni mobili et suppelettili sacre inservienti a questa venerabile pieve di S. Maria di Tregnago[40] nel quale si legge che nella casa parrocchiale era presente un armaro grande fisso in sala con pomoli otton e sua serratura nel quale erano custoditi paramenti sacri, due cossini festivi bianchi e rossi damasco, una scatola con purificatoi, fazzoeti da calice, e corporali cinque ad uso, ma anche gli abiti della statua della Madonna tra cui un manto damascon a’ fiori con finta d’avanti celeste un riporto di pizzo d’argento, un habito simile per il Bambino, una scatoletta con entro la colanna a smaniglie di perle finte della Beata Vergine e una goletta perle piccole buone servono per colanna al Bambino donate da persona divota.

In casa, poi, erano segnalati anche altri arredi: una tavola nogara vecchia, due tavolini picoli, due careghini di stole antichi e vecchi, diverse presine di nogara, un tavolino da scrivere con calto, e scavecia sopra, un altro detto a scrittoio, un banco grezzo vecchio era in sagristia, un quadro Grande Martirio di S. Stefano, tre deca in asse, un inginocchiatoio nogara vecchio, un armaro di grezzo colorito et una scansia da piati in cucina.

L’elenco si conclude con la citazione di alcuni registri di anagrafe parrocchiale, i libri de Battezzati, Morti, e Matrimonij che costituivano quello che noi oggi definiamo Archivio Parrocchiale.

L’inventario, dunque, ci da un’dea piuttosto chiara anche se parziale su quello che c’era in casa del parroco. Si riferisce principalmente agli oggetti utilizzati per lo svolgimento delle attività di cura d’anime e delle celebrazioni liturgiche ma il redattore ci permette di sapere che in casa c’erano armadi, tavoli e perfino una scansia su cui in cucina venivano riposti i piatti, oltre a un quadro con raffigurante il martirio di Santo Stefano, il primo martire della cristianità.

Simile all’elenco appena citato è anche quello che compilò diversi decenni dopo, il 2 dicembre 1844, don Lorenzo Zanoni, qualche giorno prima di rinunciare al Beneficio Parrocchiale, ossia all’ufficio di parroco di Tregnago[41]. L’inventario dei beni di chiesa tanto parrocchiale che di S. Egidio fatto e riconosciuto dai sottoscritti parroco, fabbricieri e Deputazione di Tregnago riporta anch’esso solo gli oggetti per il culto e gli armadi dove erano riposti.

Anche in questo caso è interessante notare la presenza di oggetti utilizzati per il culto custoditi in casa e portati in chiesa solo all’occorrenza. C’erano ancora paramenti sacri, camici, tovaglie per gli altari, fornimenti per candelieri, ostensori in ottone e in argento, turiboli, reliquari, una croce di ferro da usare per i funerali. In canonica erano riposti inoltre un canopeo violaceo e uno rosso, un drappo di seta fiorato a sette piccoli teli, un abito di seta bianco con qualche piccolo fiore e i vestiti della statua della Madonna. Tutto ciò doveva essere contenuto in alcuni armadi. Sono segnalati, infatti, un armadio grande in pizo nel muro a due partite in sala, un armadio grande pure a due partite, un armadio a sette calti per li paramenti, un piccolo armadio a due portelle pel tronetto, un piccolo cantonale per riporvi li vasi sacri, un armadio con calti e portelle e ripostigli per li calici.

I due inventari ora citati non riescono a darci un’idea esaustiva di quello che poteva essere l’arredamento di casa al momento della loro stesura, ma sono ugualmente di un certo interesse: leggendoli si comprende come gli oggetti ritenuti preziosi e di utilizzo saltuario non venissero lasciati in chiesa o in sacrestia dove molti potevano accedere, ma custoditi in casa del parroco, evidentemente ritenuta più sicura e protetta.

 

Chiesa e canonica tra fine Ottocento e primi decenni del Novecento

 

La canonica appare sempre collegata alla chiesa parrocchiale anche dal punto di vista strutturale. Le mappe ottocentesche del Catasto Austriaco ce la raffigurano sempre unita al tempio sacro e così è anche in quelle che per il Comune di Tregnago indicano il Tipo degli immobili soggetti al contributo di decima nella villa di Tregnago costituito da 12 fogli e datato 11 aprile 1870[42].

La chiesa di Santa Maria era rimasta nelle sue forme originarie per secoli finché si verificò un evento destinato a cambiarne totalmente le sorti.  Pioveva da diversi giorni quando, la sera del 28 novembre 1878, l’antica torre campanaria – collocata sul lato nord-ovest della chiesa – crollò su se stessa. Non esisteva più quel campanile che aveva la forma di grosso torrione, sul quale alla sommità si aprivano quattro grandi bifore, una per facciata, sostenute ciascuna da una rozza colonna mediana[43].

Anche oggi, a ricordo dell’episodio, sul muro esterno della navata di sinistra della chiesa è possibile leggere una lapide: qui si ergeva l’antica torre parrocchiale otto volte secolare che logora dal tempo la sera del XXVII novembre MDCCCLXXVIII rovinò dalle fondamenta. A. Maria SS. Assunta patrona di questa parrocchia sia perpetua riconoscenza perché restò intatta la chiesa intatte le campane e salva ogni vita umana. In realtà, pur non essendoci state vittime, la torre cadendo aveva sfondato una parte del muro della facciata della chiesa, aveva rovinato parzialmente il protiro sopra la porta e parte della navata sinistra e del tetto.

Dopo la rovinosa caduta del campanile, i Tregnaghesi si posero il problema di restaurare l’antico tempio o di costruirne uno nuovo, magari in una posizione più centrale. Alcuni avrebbero voluto costruire una chiesa nuova nella piazza del Mercato, l’attuale piazza Abramo Massalongo[44]. Altri vollero una costruzione nuova sul luogo della pieve tradizionale perché lì c’erano già l’oratorio di San Martino, la sacrestia e la canonica secolari. Prevalse quest’ultima soluzione. Angelo Gottardi, architetto di altre chiese nel Veronese, eseguì il progetto mentre alcune parti ornamentali furono disegnate dall’ingegner Giovanni Franchini.

Dapprima venne costruito l’edificio nel suo insieme, compreso l’altare della Madonna, patrona della pieve e della parrocchia, in posizione laterale così com’è oggi, poi si adattarono gli arredi precedenti che potevano servire ancora. Solo qualche anno dopo si iniziò a pensare ad un nuovo campanile il cui progetto fu affidato al tregnaghese Orseolo Massalongo, figlio del noto naturalista Abramo.

Alla fine dei lavori per la costruzione della chiesa, il 10 marzo 1880 la commissione nominata dalla Fabbriceria parrocchiale incaricò l’ingegner Giovanni Franchini di effettuare un sopralluogo per adempiere alla Nota Municipale notificata due giorni prima, per poter officiar la chiesa. L’ingegnere fece visita alla fabbrica e scrisse la relazione tecnica sulla stabilità e salubrità della nuova Chiesa Parrocchiale di Tregnago, datata 18 marzo[45], dalla quale si evince che il nuovo edificio sacro era stato costruito senza un progetto regolare poiché inizialmente si pensava al restauro del tempio preesistente nelle parti rovinate per il crollo del campanile. I disegni della pianta erano pochi e parziali ma a Franchini bastarono per giustificare la fedeltà dell’operato alle indicazioni del progettista.  

Nel complesso il nuovo tempio si fondava sui basamenti dell’antico per le mura perimetrali e il basamento delle colonne e dei pilastri; solo poche colonne erano su fondamenti nuovi ma si era provveduto ad allungarlo in direzione del monte retrostante.

In un primo tempo non venne costruita una facciata nuova, ma si adattò alla nuova chiesa, almeno nella parte inferiore, il muro antico. Si mantenne, cioè, la porta semplice e il soprastante protiro.

In seguito a un sopralluogo, il sindaco autorizzò l’apertura del nuovo tempio il 20 marzo 1880[46] e il parroco don Felice Panato[47] scrisse sullo stesso foglio come memoria: Col giorno 25 Marzo, festa dell’Annunciazione di Maria Santissima e Giovedì Santo 1880, fu benedetta la nuova Chiesa Parrocchiale nel dopo pranzo alle ore tre pomeridiane nel concorso d’immenso popolo, e col giorno 28 del mese medesimo, Pasqua di Risurrezione, si cantò la prima Messa Solenne alle ore 9. a.m. con musica e organo.

Qualche anno dopo, nel 1889, fu costruito anche il nuovo campanile sul quale si intendeva collocare le campane rimaste quasi intatte nella loro caduta insieme alla vecchia torre. La novità in questo caso fu la sua collocazione, non più dove era stato per secoli, bensì sul lato sud-est della chiesa, dove è ancora oggi.

In quei frangenti la casa parrocchiale divenne anche sede di importanti decisioni: fu qui, infatti, che si riunirono i capifamiglia tregnaghesi il 26 maggio 1889 per decidere dove costruire il nuovo campanile[48].

Nel giugno del 1891 nella zona ci fu un forte terremoto che danneggiò quasi tutti gli edifici del paese ma nelle cronache dell’epoca non esistono riferimenti a danni alla nuova chiesa e al campanile.

In seguito, dopo circa 45 anni dalla costruzione, si pensò di allungare le navate della chiesa e di costruire la facciata che prima era rimasta incompleta. I lavori terminarono nel 1922 e il 15 ottobre di quell’anno la fine dei lavori di ampliamento venne festeggiata con una nuova inaugurazione. Per l’occasione il vescovo arrivò qualche giorno prima e amministrò nelle giornate successive le cresime. Un giornale del tempo scriveva che il paese aveva accolto il prelato ornato con archi trionfali e con rose multicolori e all’arrivo del vescovo in canonica ebbe luogo un vermouth d’onore offerto dall’arciprete[49].

A ricordo dell’evento fu pubblicato un opuscolo di presentazione dove il parroco don Vittorio Costalunga afferma: Davanti alle belle opere compiute nella  nostra Chiesa – allungamento, costruzione della facciata, decorazione, trasporto dell’organo, apertura delle fenestre del coro, vetrate istoriate, liberazione da infarcimenti deturpatori, Crocifisso che magnificamente domina tutto l’ambiente — davanti a queste opere il mio primo pensiero sale a Dio, come inno di riconoscenza.

Nel medesimo opuscolo Pietro Toblini elenca così i lavori svolti: L’attuale Arciprete (dal 1900) M. R. D. Vittorio cav. Costalunga l’allungò di dieci metri, trasportando tecnicamente il protirino del 1300 sulla vicina Chiesa della disciplina, la irrobustì rinnovandole la facciata (opera del compianto ing. co. Gianni Franchini-Stappo); la decorò intieramente, affidando il lavoro agli egregi artisti Miolato e Rigodanzo di Verona, l’arricchì d’organo (lavoro moderno della Ditta Farinati di Verona) e le ridonò l’abside con nuove fenestre che ne illuminano il coro[50]. L’inaugurazione venne presentata in un articolo de L’Arena di qualche giorno prima che la prevedeva maestosa  e rallegrata dal suono della banda paesana.

 

L’edificio canonicale invece, in quel periodo non subì grossi interventi e scarsa fu anche la manutenzione ordinaria, ne è prova il fatto che il 25 luglio 1889 il parroco decise di scrivere al Comune per denunciare lo stato deplorevole e pericoloso del tetto della casa che manda acqua nei sottostanti locali. Il Consiglio Comunale due mesi dopo, il 28 settembre, deliberò di affidare l’incarico all’ingegnere comunale di predisporre i lavori occorrenti[51] che vennero eseguiti nei mesi seguenti. Il 28 maggio 1890, infatti, la Giunta dichiarò ufficialmente al Consiglio che il coperto della canonica è pienamente riparato con una spesa di 485,50 lire[52], probabilmente fu in quell’occasione che l’edificio venne sopraelevato al livello attuale e venne posto un ulteriore vano scala all'interno, ma nei documenti tale intervento non compare.

Nel 1896 la casa compare in una delibera di Consiglio Comunale che respinse la richiesta del parroco don Pietro Cavallini[53] di farsi pagare le imposte relative dal Comune proprietario[54]. In quell’estate, inoltre, ci fu la necessità di far costruire alcuni serramenti per un valore di 171,80 lire. In quell’occasione la Giunta Municipale deliberò di lasciare al parroco la scelta del falegname di fiducia.[55] 

Poche sono anche le notizie sui primi decenni del Novecento. Quelle trovate sono tratte da descrizioni piuttosto generiche e frettolose che il parroco don Vittorio Costalunga[56] presentò alla Curia Vescovile di Verona su richiesta di quest’ultima.

Procedendo nel tempo, quando, nel 1929, il parroco don Vittorio Costalunga fu chiamato a rispondere a un questionario proposto dalla Sacra Congregazione del Concilio, Della casa “parrocchiale” scrisse che era attigua alla chiesa parrocchiale e che veniva detta “canonica”. Il parroco trascurò poi il quesito n. 61 che recitava: Il titolo di proprietà della casa parrocchiale è la donazione o l’acquisto, e con quale atto e data? ma scrisse che la canonica confinava ad est e a sud con la prebenda parrocchiale, ad ovest con la piazza comunale e a nord  con la chiesa; era sita in via Bandi al n. 87 o 4; nella Mappa era collocata nell’appezzamento numero 506 della Sezione Censuaria a X;  era composta di tre piani con quindici vani e granai[57].

Proprio in quegli anni, tra il 1930 e il 1931, vennero eseguiti alcuni lavori di manutenzione alla chiesa e alla casa canonica. I lavori riguardarono la costruzione di un tratto di soffitto in sacrestia; la posa del cancelletto ai gabinetti esterni; la demolizione e ricostruzione dell’intonaco e malta per uno spessore di quindici centimetri con asfaltatura interna per levare l’umidità a tutto lo zoccolo della Chiesa per l’altezza di tre metri circa e altri piccoli lavori con imbiancatura e tinte; il rimescolamento di un tratto del tetto; il pavimento con sottofondo alla vecchia segrestia, imbiancatura e tinteggiatura[58]. Furono inoltre eseguiti la tinteggiatura del basamento, il restauro del fregio sotto le finestre, la tinteggiatura delle pareti e delle colonne, la verniciatura delle porte, la tinteggiatura della sacrestia e del tinello della canonica. La spesa complessiva fu di 385,60 lire[59].

Il 30 gennaio 1930, rispondendo ad un questionario proposto dalla Sacra Congregazione del Concilio, don Costalunga descrisse la casa composta di 15 vani e granai mentre interessante per noi è la risposta alla richiesta di descrivere le riparazioni fatte eseguire dal parroco. Egli risponde di aver fatto sistemare un pavimento a mattonelle, due a tavolato e di aver fatto tinteggiare sei stanze.

Uno Stato patrimoniale redatto nel 1931 dal medesimo sacerdote riporta invece una descrizione più accurata anche se breve. Vi si legge: canonica – posta attigua alla chiesa parochiale, via Bandi, al numero civico 87 e di mappa 506, sezione censuaria AX, reddito imponibile £ 426,70. Piani 3, vani 17, di proprietà comunale e usufrutto del parroco pro tempore in perpetuo. La data di costruzione non si conosce. Non ha servitù attive né passive. La condizione statica e conservativa è buona. L’obbligo della riparazione spetta al Comune. Le ultime riparazioni furono eseguite nel dopoguerra, con la rinnovazione del tetto pericolante. Avrebbe bisogno di essere meno trascurata nelle parti accessorie, come porte e finestre e di imbiancatura interna ed esterna. È assicurata presso la Società Cattolica col premio annuale di £ 19,70. Il valore di detta fabbrica con annessi è di circa 60000 lire[60].

Una successiva descrizione del 1935 redatta durante un’ispezione ordinaria degli addetti della Curia Vescovile ci permette di sapere che i locali dell’ultimo piano della casa – definita in buone condizioni – erano adibiti a scuole di religione[61].

Anni dopo, anche la seconda guerra mondiale lasciò i suoi segni su un vecchio edifico non in ottime condizioni: il vescovo di Verona Girolamo Cardinale inviò il 3 luglio 1945 una lettera ai parroci della diocesi chiedendo una relazione dei danni causati dall’evento bellico alle chiese, alle canoniche e ad altri locali annessi alle chiese. La lettera di risposta allegava una perizia dei danni arrecati agli edifici parrocchiali dai bombardamenti del 4 gennaio e del 25 aprile 1945 che riguardavano, anche per la canonica, quasi esclusivamente il tetto e i vetri delle finestre[62].

Il 26 ottobre 1945, l’allora parroco don Ernesto Dalle Pezze[63] inviò al vescovado di Verona un inventario dei danni subiti dalla canonica in occasione dei bombardamenti aerei del 4 gennaio e del 25 aprile di quell’anno. Su richiesta del vescovo Girolamo Cardinale, il capomastro Gaetano Beccherle, incaricato di eseguire le riparazioni, elencò una lunga serie di vetri delle finestre che avevano dovuto essere sostituiti: erano ben 59 di diverse dimensioni[64]. I danni dunque, nonostante tutto si limitavano alla rottura di vetri, come del resto accadde per la chiesa alla quale, però, vennero sostituite anche alcune tegole del tetto.

Don Dalle Pezze abitò in quella casa per tutto il periodo in cui fu parroco di Tregnago, ma il successore, don Luigi Aldrighetti[65], al suo arrivo nel 1970, decise di stabilire la sua residenza al primo piano di un edificio adiacente che ospitava e ospita tuttora il teatro parrocchiale: la canonica, infatti, era ritenuta inagibile e bisognosa di lavori di manutenzione straordinaria per poter essere abitata.

Fu così quasi del tutto abbandonata ma, anche se pericolante, per qualche anno fu utilizzata per il catechismo di bambini e ragazzi che dovevano fare i conti con i pavimenti mobili e non solo.

 

Un nuovo interesse per la canonica e l’avvio della ristrutturazione attualmente in corso

 

Dal 1970 in poi, con l’arrivo del nuovo parroco don Luigi Aldrighetti, rinacque l’interesse per lo storico edificio della canonica, dato che, come ebbe modo di scrivere il medesimo sacerdote, in una lettera inviata alla Curia Vescovile di Verona il 25 agosto 1980, dopo la presa di servizio in paese l’8 marzo 1970, egli per tre mesi rimase ospite presso l’asilo delle suore Orsoline di Tregnago, perché la casa canonica era stata giudicata da Mons. Carraro[66] inabitabile e poi rese abitabile l’edificio delle scuole di religione (era rimasto per trent’anni allo stato di semplice muratura) ed ivi stabilì l’abitazione del parroco. La soluzione, proseguiva il parroco, doveva essere provvisoria, in quanto l’Amministrazione Comunale di Tregnago, proprietaria della casa canonica, sì era impegnata con il Vescovo, nella persona del sindaco architetto Pellegrini, a restaurare in breve tempo l’edificio canonica per renderlo agibile. Infatti l’Arch. Franco Spelta nel febbraio 71, per incarico dell’Amm. Comunale preparò il progetto che prevedeva lo svuotamento dell’edificio con il mantenimento dei muri perimetrali[67]. Don Luigi continuava: il progetto fu presentato alla sovrintendenza e fu bocciato. Il sindaco Pellegrini fece rifare dì sua iniziativa il progetto dì semplice restauro (1972) e attraverso la sovrintendenza lo inviò al Ministero della Pubblica Istruzione con la domanda dì finanziamento. Tale domanda, però, venne respinta.

Lo scrivente spiegava poi che egli stesso radunò più volte i capi famiglia della Parrocchia e trattò con loro il da farsi e continuava: d’accordo con loro decisi dì acquistare l’unico lotto di terreno disponibile vicino alla Chiesa per costruirvi la nuova canonica. Il proprietario del terreno si mostrò disponibile, stabilì il prezzo, il sottoscritto l’accettò con la riserva di 15 giorni necessari per chiedere l’autorizzazione dell’Ufficio Amm.vo Diocesano. Dopo una settimana, senza nessun avviso il lotto fu venduto. Sfumò così la possibilità di costruzione di un nuovo edificio in quanto non rimaneva altro terreno adatto allo scopo. Di qui nuove pressanti sollecitazioni del sottoscritto a nome della comunità. In seguito, raccontò il parroco, si decise di avviare le pratiche di donazione della canonica alla Parrocchia che, dietro congruo contributo del Comune avrebbe pensato al restauro dell’edificio. Affinché il contributo del Comune fosse più cospicuo, si prospettò di cedere al Comune i diritti residui sul Legato Casari[68] di proprietà del Comune stesso con usufrutto spettante alla Cappellania di S. Egidio, su un vecchio edificio situato a due chilometri dalla Parrocchia e pressoché inabitabile con annesso circa 3000 mq. di terreno. Dopo interminabili scambi di lettere, sollecitazioni…, il 18.3.1977 il sindaco inviò al sottoscritto il progetto di restauro già redatto dall’Arch. Spelta nel settembre 1972 e inviato al Ministero per il finanziamento e dallo stesso respinto (ottobre 1974).

Il progetto, però, fu giudicato inadatto dal parroco che proseguiva nel suo scritto: finalmente il 3 febbraio 1978 il Consiglio Comunale di Tregnago approvò una delibera con la quale stabiliva di dare alla Chiesa un contributo di lire 30 milioni per il restauro della Canonica[69].[…] Nella stessa data con la seconda delibera consigliare si dava pieno mandato alla Giunta Comunale dì procedere a una permuta per cui la casa canonica passasse di proprietà della Prebenda[70] Parrocchiale e il Legato Casari dì piena disponibilità del Comune[71]. Di nuovo pratiche e rimandi al domani. Nei primi di febbraio del 1979 il sindaco Pellegrini si dimise e fu sostituito dal Dott. Ercole Alfonsino. La pratica fu ripresa subito[72].

Fin qui abbiamo seguito il racconto particolareggiato di don Aldrighetti di cui si trova conferma nella documentazione conservata nell’Archivio Parrocchiale ma la documentazione prosegue nel tempo e nelle carte si legge così che l’1 ottobre 1980 il parroco si ritrovò a sollecitare l’attuazione delle due delibere consiliari sopra citate ricordando la pericolosità dell’edificio e la necessità per la Parrocchia di poter utilizzare gli spazi per il catechismo dei ragazzi e le attività dei giovani[73].

I contatti con l’Amministrazione Comunale proseguirono senza esiti effettivi e nell’anno successivo quest’ultima chiese al parroco e alla Curia Vescovile le necessarie autorizzazioni per attuare quello che la Giunta Municipale si era proposta di presentare in Consiglio Comunale. Le intenzioni – come si legge nella lettera inviata al parroco – erano sintetizzabili in due punti:

La Parrocchia rinuncia volontariamente ai diritti sul Legato Casari e offre la possibilità di costruire sul terreno reso libero n°18 alloggi da parte dello IACP[74].

Il Comune, nell’ambito della ristrutturazione generale dell’edificio ad uso Canonica, provvederà entro breve tempo alla sistemazione di un idoneo alloggio e ne vincolerà la destinazione ad uso abitazione parroco pro-tempore di Tregnago[75].

Ora, dunque, il Comune proponeva di acquisire interamente i diritti sul Legato Casari per costruirvi 18 alloggi popolari, in cambio del restauro di parte della canonica.

La Curia Vescovile, interpellata sull’argomento, si dimostrò però scettica e preferì indicare come buona la vecchia strada della permuta[76]. Tutto si fermò nuovamente.

Alcuni mesi dopo, il 18 marzo 1982, la Giunta Municipale scrisse nuovamente al parroco proponendo altre soluzioni che potevano essere considerate in gran parte sintesi delle precedenti con qualche novità, ossia:

La rinuncia dei diritti reali sul Legato Casari da parte della Parrocchia o aventi diritto in cambio della sistemazione ad alloggio del primo piano della canonica, previo accordo sulla disposizione degli spazi e locali, e realizzazione di servizi sociali per la collettività al piano terra. Tali servizi e relativa gestione potrà essere concordata.

La rinuncia dei diritti reali sul Legato Casari e canonica con in cambio l’offerta di un lotto di terreno adeguato per la costruzione a cura della Parrocchia di una nuova canonica.

La rinuncia dei diritti reali sul Legato Casari e concessione in uso al Comune per finalità artistico-culturali della chiesetta “ Della Disciplina” in cambio della sistemazione ad alloggio del primo piano della canonica. L’uso della Chiesa della Disciplina verrà disciplinato da apposita convenzione onde evitare ogni pericolo di degrado e finalità in contrasto con la religione o la morale.

Viste le perplessità della Curia Vescovile[77], nessuna delle tre proposte fu accolta favorevolmente e intanto la canonica divenne sempre più pericolante al punto che il Comune proprietario il 9 luglio 1983 vietò l’utilizzazione in qualsiasi modo dell’edificio che, per il cedimento di una trave causato da infiltrazioni di acqua piovana, ha subito lesioni in alcune strutture orizzontali ed in particolar modo nel lato est del tetto[78].

Nel frattempo, però non si decise nulla e non era ancora chiara la questione della proprietà della casa. Accadde così che dopo nove anni, nel 1992, don Aldrighetti decise di esporre il problema alla comunità tramite una lettera indirizzata a tutte le famiglie di Tregnago nella quale si legge:  il parroco, desideroso di superare antiche difficoltà insorte in passato, spinto dalla necessità di disporre di spazi insistentemente richiesti per la pastorale giovanile, intende arrivare alla formalizzazione di un accordo con 1’Amministrazione Comunale che dovrebbe portare all’assegnazione della piena proprietà della casa canonica alla Parrocchia e del Legato Casari al Comune[79]. questa sarà la soluzione che verrà effettivamente attuata in seguito, come si vedrà, ma intanto, nel 1993 ci fu il cambio del parroco che contribuì a provocare uno stallo nelle trattative tra Parrocchia e Comune.

Nel periodo della sua permanenza a Tregnago, dunque, don Luigi Aldrighetti non riuscì mai a vedere la canonica restaurata né tanto meno poté abitarvi. Egli, infatti, risiedette – come già ho avuto modo di dire – dapprima al primo piano dell’edificio dove ha sede il teatro parrocchiale e dove avrebbero dovuto esserci le aule per il catechismo,. Solo nel 1987 si trasferì nella casa di fronte alla chiesa, acquistata dalla Parrocchia sul finire del 1986 per farne la canonica dopo che i tentativi messi in atto per recuperare quella storica non erano andati a buon fine. Quest’ultimo edificio sarà oggetto della permuta del 2010 di cui parleremo in seguito.

 

Negli ultimi decenni del Novecento, dunque, le sue condizioni della casa canonicale peggiorarono fino alla caduta del tetto e di parte dei solai ma nessuno si decise a intervenire. Le diverse Amministrazioni Comunali che si susseguivano – come abbiamo visto – si proponevano di agire ma non fecero nulla di concreto, anzi, talvolta dubitavano che l’immobile fosse di proprietà comunale.

Trascorsero così altri due anni dalle vicende sopra raccontate e, il 7 marzo 1995, la Giunta Comunale guidata allora dal sindaco Tosca Dal Forno decise di intervenire tramite una deliberazione che aveva come oggetto: lavori restauro e risanamento edificio ex canonica affidamento incarico arch. Guido Pigozzi approvazione disciplinare di incarico[80]. Ma l’ipotesi di effettuare i lavori rimase tale. Negli atti comunali, infatti, non si trova più accenno all’edificio fino all’1 giugno 2000 quando l’Amministrazione guidata dal sindaco Mario Zampedri portò in Consiglio la deliberazione: Indirizzi del Consiglio Comunale in merito alla cessione immobile comunale alla Parrocchia di Tregnago[81]. L’idea stavolta era quella di vendere la casa alla Parrocchia dopo che il parroco don Giuseppe Venturini[82], circa un anno prima[83], aveva scritto una lettera dichiarando di poter essere interessato a una trattativa per l’acquisto o la cessione in uso del fabbricato. Il verbale di quella seduta riporta una discussione piuttosto accesa che si concluse con la votazione favorevole della Maggioranza e contraria della Minoranza. Anche in quell’occasione, però, non venne concluso nulla e l’iniziativa, stando ai documenti reperiti, si fermò sulla carta.

Il Comune rimase proprietario dell’edificio fino al 2010 quando stipulò con la Parrocchia un atto di permuta a lavori di ristrutturazione già avviati: ormai il tetto era in gran parte caduto e rimanevano in piedi i muri, perciò fu deciso un intervento di restauro radicale che permettesse prima di tutto di salvare le strutture portanti e poi di far tornare l’edificio al suo antico splendore, almeno per quanto possibile, recuperando anche i lacerti di dipinti che ancora resistevano sulle pareti.

Il 29 luglio di quell’anno il  Consiglio Comunale approvò all’unanimità lo schema di contratto preliminare per la permuta di beni immobili tra Comune e Parrocchia Santa Maria Assunta di Tregnago[84]. A tale presa di posizione seguirono altri atti nel giro di pochi mesi: il 7 ottobre la Giunta deliberò l’autorizzazione al segretario comunale di avvalersi di un collaboratore esterno per la stipula del contratto di permuta[85]. Il 30 novembre seguì una determinazione dell’Area Amministrativa per la predisposizione degli atti necessari[86] e, infine, il 28 dicembre venne stipulato il contratto di permuta tra le parti[87]. L’edificio passava alla Parrocchia che in cambio cedeva la casa di abitazione del parroco situata di fronte alla piazza e un terreno posto a nord della chiesa da adibire ad uso parcheggio.

I lavori di ristrutturazione proseguirono e permisero di arrivare, nel 2014, alla completa agibilità di un edificio che appare rinato dalle sue ceneri, bellissimo e ricco di storia, come testimoniano i dipinti databili a varie epoche che si possono ammirare all’interno, nonostante le vicissitudini del passato.

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

DOCUMENTI INEDITI:

 

ARCHIVIO COMUNALE DI TREGNAGO (ACT)

ACT, Deliberazioni di Giunta 1891-28 maggio 1907.

ACT, Deliberazioni Consiglio Comunale di Tregnago dall’aprile 1885 a tutto 1897.

ACT, Cappellanie 1830-1890, cartella Atti concernenti la Canonica Parrocchiale di Tregnago.

ACT, Cappellanie 1830-1890, cartella Nomine parrochi.

ACT, Cappellanie 1830-1890, cartella Fabbricerie.

ACT, Deliberazione della Giunta Comunale n. 121 del 1995 del 7 marzo 1995.

ACT, Deliberazione del Consiglio Comunale n. 26 del 1 giugno 2000.

ACT, Deliberazione del Consiglio Comunale n. 23 del 29 luglio 2010.

ACT, Deliberazione della Giunta Comunale n. 143 del 7 ottobre 2010.

ACT, Determinazione n. 440 del 30 novembre 2010.

ACT, Determinazione n. 467 del 28 dicembre 2010.

 

ARCHIVIO PARROCCHIALE DI TREGNAGO (APT)

APT, cartella Fabbriceria.

APT, cartella Vecchia canonica-Legato Casaro.

APT, Elenco degli Arcipreti inseriti nei registri della Pieve di S. Maria Assunta di Tregnago.

 

ARCHIVIO STORICO DELLA CURIA VESCOVILE DI VERONA (ASCVr)

ASCVr, Tregnago, busta 334.1

ASCVr., Tregnago, busta 334.1 carta 1833

ASCVr., Tregnago, busta 334.1 carta 1847.

 

ARCHIVIO DI STATO DI VERONA (ASVr)

ASVr., Santi Nazaro e Celso, b. 16 c. 53.

 

FONTI EDITE E STUDI:

 

BIBLIOTECA CAPITOLARE DI VERONA, Gian Matteo Giberti. Vescovo di Verona 1524-1543, Verona 1989.

G. BORELLI, Aspetti e forme della ricchezza negli enti ecclesiastici e monastici di Verona tra sec. XVI e XVIII, in G. BORELLI (a cura di), Chiese e monasteri a Verona, Verona 1980.

V. CASAGRANDE, L’arte a servizio della Chiesa, Torino 1931, vol. I

D. CERVATO, Diocesi di Verona, Padova 1999.

C. CIPOLLA, La chiesa di Tregnago presso Verona, in Arte e storia a. IX/I della nuova se. (1890), no. 10 (20 aprile 1890), p. 79.

T. FANFANI, Chiese e monasteri del territorio in età moderna: aspetti e problemi economico-sociali, in G. Borelli (a cura di), Chiese e monasteri nel territorio veronese, Verona 1981.

M. MERIGGI, Il Regno Lombardo-Veneto in Storia d’Italia, UTET, Torino 1987, vol. XVIII.

A. FASANI,  (a cura di), Riforma pretridentina della diocesi di Verona. Visite pastorali del vescovo G.M. Giberti 1525-1542, Vicenza 1989, voll. I – II

P. MILLI, La pieve di Tregnago e la sua biblioteca nel 1460. Note a margine di una visita pastorale, in Cimbri-Tzimbar, n. 35 (2006), pp. 57-70.

P. MILLI, Il testamento del tregnaghese don Francesco Casari: un sacerdote, la sua famiglia, la sua casa, in Cimbri-Tzimbar, n. 37 (2007), pp. 31-50.

   M. PASA, Una regione ed un centro della Terraferma veneta: Tregnago e la Calavena (1200-1700), prima parte, Atti e memorie dell’Accademia di Agricoltura, Scienze e Lettere di Verona, vol.CLXXII, anno accademico 1995-96, pp.255-283.

   M. PASA, Una regione ed un centro della Terraferma veneta: Tregnago e la Calavena (1200-1700), parte seconda, in Atti e memorie dell’Accademia di Agricoltura, Scienze e Lettere di Verona, vol.CLXXIII, anno accademico 1996-97, pp. 107-129.

A. PROSPERI, Tra evangelismo e controriforma. G. M. Giberti ( 1495-1543),Roma 1969.

C. SCALON, Produzione e fruizione del libro nel basso medioevo. Il caso Friuli, Padova 1995.

P. SIMONI, Appunti sulle opere a stampa del vescovo Veronese G. M. Giberti in Studi storici Luigi Simeoni, 43, 1993, pp. 147-167.S.

S. TONOLLI (a cura di), Ermolao Barbaro visitationum liber diocesis veronensis ab anno 1454 ad annum 1460, Verona 1998.

 

SITI INTERNET:

 

http://www.ater.vr.it/

http://www.cattedralediverona.it/Vescovi-Elenco.html

http://www.treccani.it/vocabolario/congrua/

http://www.treccani.it/vocabolario/prebenda/

 

[1] Cfr. G. BORELLI, Aspetti e forme della ricchezza negli enti ecclesiastici e monastici di Verona tra sec. XVI e XVIII, in G. BORELLI (a cura di), Chiese e monasteri a Verona, Verona 1980, p. 152.

[2] Il monastero dei Santi Nazaro e Celso risulta già soppresso il 25 gennaio 1771 in forza della legge emanata dalla Repubblica Veneta il 10 settembre 1767. Cfr. D. CERVATO, Diocesi di Verona, Padova 1999, p. 539.

[3] Cfr. T. FANFANI, Chiese e monasteri del territorio in età moderna: aspetti e problemi economico-sociali, in G. BORELLI (a cura di), Chiese e monasteri nel territorio veronese, Verona 1981, p. 248.

[4] Il documento è reperibile presso l’Archivio Storico della Curia Vescovile di Verona (ASCVr), Tregnago, busta 334.2, cartella Tregnago - Dottrina Cristiana sec. XIX (1821). Una parte del documento è riportata anche in Archivio Comunale di Tregnago (d’ora in poi ACT), Cappellanie 1830-1890, cartella Atti concernenti la Canonica Parrocchiale di Tregnago.

[5] La congrua era – fino alla revisione del Concordato Stato-Chiesa del 1984 – il complesso dei redditi di un beneficio ecclesiastico necessari al conveniente sostentamento del chierico prepostovi. Cfr. il sito internet http://www.treccani.it/vocabolario/congrua/.

[6] Cfr. Archivio Parrocchiale di Tregnago (APT), Elenco degli Arcipreti inseriti nei registri della Pieve di S. Maria Assunta di Tregnago.

[7] Il 6 maggio 1433 venne notificata al vescovo la morte di don Santo Salgari e il cappellano Luigi Richelli venne nominato economo. Al concorso indetto per la sede vacante il 22 luglio 1833 nemo comparuit, non partecipò nessuno. Tre anni dopo, il 14 marzo 1836, don Richelli chiese due mesi di convalescenza in famiglia perciò 3 giorni dopo fu scelto al suo posto don Michele Angelo Zaccaria. Il 10 novembre 1836 tre candidati si presentarono per lo scrutinio di  nomina del nuovo parroco e il 15 novembre  fu scelto don Lorenzo Zanoni che fece il suo ingresso ufficiale in paese il 29 dicembre. Cfr. ASCVr, Tregnago, busta 334.1.

[8] ACT, Cappellanie 1830-1890, cartella Atti concernenti la Canonica Parrocchiale di Tregnago.   

[9] Alla metà del XIX secolo il Comune di Tregnago – come tutti quelli del Lombardo-Veneto – era amministrato in un modo molto diverso da quello attuale. La legge, infatti, dotava ciascun Comune di un organismo assembleare deputato all’autogoverno locale, il Convocato dei proprietari fondiari censiti. Il Convocato negli anni ordinari era chiamato ad approvare il conto preventivo e il conto consuntivo del bilancio comunale ma ogni tre anni doveva eleggere la Deputazione Comunale, l’organo di amministrazione locale. Quest’ultima era composta di tre membri, uno dei quali doveva essere uno dei tre maggiori estimati del Comune stesso, gli altri due, invece, potevano essere scelti dall’assemblea fra tutti gli estimati, indipendentemente dall’entità della loro proprietà. La Deputazione aveva l’incarico di amministrare i beni comunali e i bilanci, di nominare i funzionari locali ossia – tra gli altri – il segretario, l’agente, il cursore, la guardia comunale. Sull’amministrazione dei Comuni del Regno Lombardo-Veneto si può vedere: M. MERIGGI, Il Regno Lombardo-Veneto in Storia d’Italia, UTET, Torino 1987, vol. XVIII, pp. 60-62.

[10] ACT, Cappellanie 1830-1890, cartella Atti concernenti la Canonica Parrocchiale di Tregnago.   

[11] ACT, Cappellanie 1830-1890, cartella Atti concernenti la Canonica Parrocchiale di Tregnago.   

[12] ACT, Cappellanie 1830-1890, cartella Atti concernenti la Canonica Parrocchiale di Tregnago.   

[13] ACT, Cappellanie 1830-1890, cartella Atti concernenti la Canonica Parrocchiale di Tregnago.   

[14]ACT, Cappellanie 1830-1890, cartella Atti concernenti la Canonica Parrocchiale di Tregnago.    

[15]ACT, Cappellanie 1830-1890, cartella Atti concernenti la Canonica Parrocchiale di Tregnago.   

[16] ACT, Cappellanie 1830-1890, cartella Atti concernenti la Canonica Parrocchiale di Tregnago.   

[17] ACT, Cappellanie 1830-1890, cartella Atti concernenti la Canonica Parrocchiale di Tregnago.   

[18] ACT, Cappellanie 1830-1890, cartella Atti concernenti la Canonica Parrocchiale di Tregnago.  

[19] ACT, Cappellanie 1830-1890, cartella Atti concernenti la Canonica Parrocchiale di Tregnago.   

[20] ACT, Cappellanie 1830-1890, cartella Atti concernenti la Canonica Parrocchiale di Tregnago.  

[21] ACT, Cappellanie 1830-1890, cartella Atti concernenti la Canonica Parrocchiale di Tregnago.  

[22] ACT, Cappellanie 1830-1890, cartella Atti concernenti la Canonica Parrocchiale di Tregnago.  

[23] ACT, Cappellanie 1830-1890, cartella Atti concernenti la Canonica Parrocchiale di Tregnago.  

[24] ACT, Cappellanie 1830-1890, cartella Atti concernenti la Canonica Parrocchiale di Tregnago.  

[25] Dopo più di tre anni di assenza di un parroco, il Comune decise finalmente di nominarne uno. Don Lorenzo Zanoni si presentò il 10 novembre1836 con altri due candidati per il posto vacante e cinque giorni più tardi ottenne la nomina. L’ingresso solenne avvenne il 29 dicembre 1836. Cfr. ASCVr., Tregnago, busta 334.1 carta 1833. In seguito don Zanoni si dimise per motivi di salute il 9 ottobre 1844 e il suo mandato si protrasse comunque fino al 31 dicembre dello stesso anno. Cfr. ASCVr., Tregnago, busta 334.1 carta 1847.

[26] ACT, Cappellanie 1830-1890, cartella Atti concernenti la Canonica Parrocchiale di Tregnago.  

[27] ACT, Cappellanie 1830-1890, cartella Atti concernenti la Canonica Parrocchiale di Tregnago.  

[28] ACT, Cappellanie 1830-1890, cartella Atti concernenti la Canonica Parrocchiale di Tregnago.  

[29] Cfr. ACT, Cappellanie 1830-1890, cartella Atti concernenti la Canonica Parrocchiale di Tregnago. Il documento non riporta una data ma ricorda un decreto del 16 novembre 1937 e gli atti seguenti.

[30] ACT, Cappellanie 1830-1890, cartella Atti concernenti la Canonica Parrocchiale di Tregnago. La cartella contiene le ricevute di invio ai Comuni di Badia Calavena e Selva di Progno datate 7 gennaio 1838.

[31] ACT, Cappellanie 1830-1890, cartella Atti concernenti la Canonica Parrocchiale di Tregnago.

[32] ACT, Cappellanie 1830-1890, cartella Atti concernenti la Canonica Parrocchiale di Tregnago. La lettera di Chiarenzi non ha data.

[33] ACT, Cappellanie 1830-1890, cartella Atti concernenti la Canonica Parrocchiale di Tregnago.

[34] ACT, Cappellanie 1830-1890, cartella Atti concernenti la Canonica Parrocchiale di Tregnago.

[35] ACT, Cappellanie 1830-1890, cartella Atti concernenti la Canonica Parrocchiale di Tregnago.

[36] ACT, Cappellanie 1830-1890, cartella Fabbricerie.

[37] Don Lorenzo Zanoni aveva rinunciato all’incarico di parroco nel 1844 e nel 1848 fu scelto come suo successore don Antonio Chiamenti. Egli era nato a Tregnago nel 1789, fu professore nel Ginnasio Municipale di Verona e prefetto nel medesimo Ginnasio. Divenne arciprete vicario foraneo del paese nativo nel 1848, incarico che mantenne fino alla morte avvenuta il 28 marzo 1852. Cfr. ASCVr, Tregnago, busta 334.1.

[38] ACT, Cappellanie 1830-1890, cartella Fabbricerie. Il documento è datato 15 gennaio 1848.

[39] Don Francesco Franco fu parroco di Tregnago dal 1730 al 1781. Cfr. APT, Elenco degli Arcipreti inseriti nei registri della Pieve di S. Maria Assunta di Tregnago.

[40] Archivio di Stato di Verona (ASVr), Santi Nazaro e Celso, b. 16 c. 53.

[41] ACT, Cappellanie 1830-1890, cartella Fabbricerie. Il documento è datato 13 dicembre 1844 e la rinuncia divenne effettiva col termine di quell’anno.

[42] L’intero gruppo di mappe è custodito nell’Archivio Parrocchiale tregnaghese.

[43] C. CIPOLLA, La chiesa di Tregnago presso Verona, in Arte e storia a. IX/I della nuova se. (1890), no. 10 (20 aprile 1890), p. 79. 

[44] La piazza del Mercato venne dedicata all’illustre naturalista tregnaghese nel 1911.

Il criterio di scelta di “accentrare” la chiesa rispetto al paese avrebbe assecondato il buon senso comune, riferito anche in V. CASAGRANDE, L’arte a servizio della Chiesa, Torino 1931, vol. I pp. 50-51: «Sarebbe desiderabile un paesaggio incantevole come facilmente si può trovarlo tra i monti, un piazzale spazioso e alquanto elevato dal suolo, asciutto e riparato dal vento, quieto, isolato dalle case e dalle vie rumorose e polverose, comodo e centrale per la popolazione, un suolo in cui si possano gettare facili e stabili fondamenta, che non richieda demolizioni costose o rilevanti sottomurazioni, e a cui si possa facilmente condurre il conveniente materiale da costruzione. Presso la chiesa, a seconda del bisogno, si può lasciar libera anche un’area conveniente di terreno per la futura canonica o per eventuali opere parrocchiali».

La pieve di Tregnago era stata vista come lontana dal paese dai residenti che di fatto si recavano abitualmente nella chiesa di S. Egidio, così l’argomento si riproponeva ora e fu senz’altro un’osservazione dibattuta in seguito: «fu detto che chi ha scelto il luogo ove erigere le chiese non fu il prete ma il popolo, e che specialmente nei siti montuosi la chiesa sorge quasi sempre in luogo bello ed eminente senza preoccuparsi troppo della comodità di accesso della popolazione» (cfr C. VALLE, Tregnago e la sua Pieve di Santa Maria in AA.VV. Una pregevole opera di stile romanico in provincia di Verona,  pp. 49-50). La discussione si era perciò ripresentata quando fu ampliata la chiesa di Santa Maria. Oggi anche se il centro abitato di Tregnago si è sviluppato prevalentemente da nord a sud, questa distanza è meno problematica che in passato.

[45] Cfr. APT, Fabbriceria, b. 2 c. 39.

[46] Cfr. APT, Fabbriceria, b. 2 c. 43.

[47]Don Felice Panato fu parroco di Tregnago dal 1854 al 1887. Cfr. APT, Elenco degli Arcipreti inseriti nei registri della Pieve di S. Maria Assunta di Tregnago.

[48] Cfr. APT, Fabbriceria, b. 2 c. 57.

[49] Il vescovo ausiliare era arrivato a Tregnago venerdì 13 ottobre alle ore 17.00. Ad accoglierlo c’era tutta la popolazione del paese: cfr. Corriere del Mattino, a. VI (1922), sabato 14 ottobre.

[50] P. TOBLINI, La nostra Chiesa, in AA.VV. Una pregevole opera di stile romanico, p. 22.

[51] ACT, Deliberazioni Consiglio Comunale di Tregnago dall’aprile 1885 a tutto 1897.

[52] ACT, Deliberazioni Consiglio Comunale di Tregnago dall’aprile 1885 a tutto 1897.

[53] Don Pietro Cavallini fu nominato parroco di Tregnago il 28 settembre 1857. L’Archivio Comunale conserva la documentazione in merito:  ACT, Cappellanie 1830-1890, cartella Nomine parrochi.

[54] ACT, Deliberazioni Consiglio Comunale di Tregnago dall’aprile 1885 a tutto 1897.

[55] ACT, Deliberazioni di Giunta 1891-28 maggio 1907.

[56] In seguito alla promozione a Monsignore Canonico della Cattedrale di Verona, nel 1899 don Cavallini lasciò vacante il posto di parroco di Tregnago che venne assegnato il 23 dicembre di quell’anno a don Vittorio Costalunga che sarebbe rimasto parroco fino al 1932. La documentazione in merito è custodita in: ACT, Cappellanie 1830-1890, cartella Nomine parrochi.

[57] A.P.T., b. Documenti amministrativi c. Risposte al Questionario proposto dalla S. Congr. del Concilio il 20 Giugno 1929.

[58]A.P.T., Fabbriceria, b. 2 c. 108. Nella documentazione dell’archivio parrocchiale di Tregnago è rintracciabile una buona quantità di notizie sugli ultimi lavori di manutenzione effettuati nell’edificio canonicale nella prima metà del Novecento.

[59] A.P.T., Fabbriceria, b. 2 c. 101

[60] Archivio Parrocchiale di Tregnago (d’ora in poi APT), cartella Fabbriceria.

[61] APT, cartella Fabbriceria, il documento è datato 23 luglio 1935.

[62]  Cfr. A.P.T.,  Fabbriceria, b. 2 c. 112.

[63] Don Ernesto Dalle Pezze fu parroco di Tregnago dal 1933 al 1970. Cfr. APT, Elenco degli Arcipreti inseriti nei registri della Pieve di S. Maria Assunta di Tregnago.

[64] APT, cartella Fabbriceria.

[65] Don Luigi Aldrighetti fu parroco di Tregnago dal 1970 al 1993. . Cfr. APT, Elenco degli Arcipreti inseriti nei registri della Pieve di S. Maria Assunta di Tregnago.

[66] Mons. Giuseppe Carraro fu vescovo di Verona dal 1958 al 1978. Cfr. il sito internet: http://www.cattedralediverona.it/Vescovi-Elenco.html.

[67] Il progetto e attualmente reperibile in APT, cartella Vecchia canonica-Legato Casaro.

[68] Con il nome di Legato Casari o Legato Casaro a Tregnago viene identificato un edificio di costruzione tardo medievale noto fino a qualche anno fa anche come “casa di don Marino” dal nome di un sacerdote che nel Novecento svolse la sua missione pastorale in paese ufficiando in modo particolare nella chiesa di Sant’Egidio e che qui abitava, come in passato avevano fatto molti altri cappellani della medesima chiesa. Con il tempo, per la scarsa manutenzione, il caseggiato era andato in rovina ma da qualche anno è stato ristrutturato, ora è sede di alcune associazioni locali e il suo brolo è diventato un parco giochi dedicato a papa Giovanni Paolo II.

Abbiamo conoscenza diretta e certa dell’esistenza di questa casa – di costruzione sicuramente antecedente, data la struttura architettonica equiparabile a quella di altri edifici della zona costruiti sul finire del Medioevo – a partire dal 1630, e precisamente da un documento testamentario di un sacerdote tregnaghese, don Francesco Casari, citato nell’atto alternativamente come reverendus dominus Francisco de Casariis e Casaro, che ne era allora il proprietario e la lasciò al Comune di Tregnago detentore tuttora della proprietà nonostante le varie vicende susseguitesi nel corso dei secoli. 

I Casari erano una importante famiglia tregnaghese di cui abbiamo notizie certe a partire dal Quattrocento soprattutto per la sua propensione a far costruire e a gestire altari nelle chiese locali. Francesco nacque molto probabilmente nel 1557 da Bartolomeo Casari e sua moglie Giulia. Da una ricerca effettuata nell’archivio parrocchiale, risulta, infatti, che un bambino con quel nome fu battezzato a Tregnago da don Francesco Sorio l’11 novembre di quell’anno  e, come si sa, il battesimo veniva amministrato in quell’epoca ai bambini molto piccoli. Casari era già cappellano della chiesa di Sant’Egidio nel 1588 quando, il 14 gennaio, gli venne rinnovata la licenza – in precedenza concessagli dal vescovo – di celebrare nelle sole chiese di Sant’Egidio e di San Martino. Qualche mese più tardi – il 13 novembre dello stesso anno – gli venne però imposto di dire messa solamente nella chiesa di Sant’Egidio e di non intromettersi nelle vicende della pieve.

Di lui si ha traccia ancora qualche decennio più tardi quando viene indicato come cappellano amovibile della chiesa di Sant’Egidio, eletto dal Comune, dal redattore del verbale che documenta lo svolgimento della visita pastorale in paese del vescovo Alberto Valier, capo della diocesi veronese dal 1606 al 1630.

Si legge, infatti, che sabato 16 maggio 1620 il vescovo Valier – accompagnato dall’arcidiacono Daniele Lisca e dal notaio della cancelleria episcopale Giovanni Francesco de Rotariis – arrivò a Tregnago dove fu ospitato, a spese del Comune, a casa di Antonio Sorio, notarius de Treniaco. Il giorno seguente il prelato si recò a visitare la chiesa di Sant’Egidio accolto da don Francesco Casari all’ingresso, sub umbrella .

Non si conosce la data precisa della morte del sacerdote ma il giorno della stesura del suo testamento, il 3 maggio 1630, egli si trovava a letto, sano per gratia di Iddio della mente, et del intelletto benché del corpo infermo e da altre fonti sappiamo che egli morì pochissimo tempo dopo aver fatto redigere l’atto contenente le sue ultime volontà.

Don Francesco, destinò al Comune di Tregnago la sua casa di abitazione dotata di cortile, orto, stalla, forno e brolo delimitato da un muro. Il legato, tuttavia, era gravato da alcune condizioni: il Comune avrebbe dovuto far celebrare in perpetuo, ogni venerdì, una messa sull’altare della Santa Concezione, nella chiesa di Sant’Egidio, in suffragio del testatore ed inoltre tutto ciò che sarebbe stato ricavato dall’utilizzo dell’immobile ricevuto in eredità, pagate le messe, avrebbe dovuto essere distribuito ai poveri di Tregnago, agli ammalati e a coloro che non fossero stati in grado di guadagnarsi da vivere. Su don Francesco, il suo testamento e il Legato Casari si veda: P. MILLI, Il testamento del tregnaghese don Francesco Casari: un sacerdote, la sua famiglia, la sua casa, in Cimbri-Tzimbar, n. 37 (2007), pp. 31-50.

[69] Della delibera consiliare si conserva il testo in APT, cartella Vecchia canonica-Legato Casaro.

[70] La Prebenda era una porzione di beni di un capitolo o di una collegiata, assegnata come dote a un ufficio canonicale.  comunemente il termine indica i beni costituenti il patrimonio dei benefici ecclesiastici minori, destinato a fornire un reddito a un ecclesiastico o a un laico che ne sia beneficiario. La definizione è tratta dal sito internet: http://www.treccani.it/vocabolario/prebenda/.

[71] Anche di questa delibera consiliare si conserva il testo in APT, cartella Vecchia canonica-Legato Casaro.

[72] APT, cartella Vecchia canonica-Legato Casaro.

[73] Cfr. APT, cartella Vecchia canonica-Legato Casaro. Il documento è datato 1 ottobre 1980.

[74] Lo IACP era l’Istituto Autonomo Case Popolari della Provincia di Verona che fu costituito nel 1939; il suo primo Consiglio di Amministrazione si riunì il 6 luglio 1939 e la prima Assemblea degli Enti conferenti ebbe luogo il 15 gennaio 1940 con la partecipazione dei rappresentanti dell'Amministrazione Provinciale e dei Comuni di Verona, Peschiera, Legnago, Sant’Ambrogio di Valpolicella, Tregnago, Zevio, Sanguinetto e Nogara.

Le notizie sono tratte dal sito internet http://www.ater.vr.it/.

[75] APT, cartella Vecchia canonica-Legato Casaro. Il documento è datato 2 luglio 1981.

[76] Cfr. APT, cartella Vecchia canonica-Legato Casaro. Il documento è datato 17 settembre 1981.

[77] Cfr. APT, cartella Vecchia canonica-Legato Casaro. Il documento è datato 6 aprile 1982.

[78] APT, cartella Vecchia canonica-Legato Casaro.

[79] APT, cartella Vecchia canonica-Legato Casaro. Il documento è datato 16 giugno 1992.

[80] ACT, deliberazione della Giunta Comunale n. 121 del 1995 del 7 marzo 1995.

[81] ACT, deliberazione del Consiglio Comunale n. 26 del 1 giugno 2000.

[82] Don Giuseppe Venturini fu parroco di Tregnago dal 1993 al 2005.

[83] La lettera è inserita tra gli allegati alla deliberazione del Consiglio Comunale n. 26 del 01-06-2000 e riporta la data di protocollo 6 febbraio 1999.

[84] ACT, deliberazione del Consiglio Comunale n. 23 del 29 luglio 2010.

[85] ACT, deliberazione della Giunta Comunale n. 143 del 7 ottobre 2010.

[86] ACT, determinazione n. 440 del 30 novembre 2010.

[87] Il contratto venne sancito dalla determinazione n. 467 del 28 dicembre 2010.

 

(La presente ricerca fu effettuata in occasione dell'inaugurazione della canonica svoltasi il 22 giugno 2014)