La canonica della pieve di Tregnago dalle origini al XVIII secolo

 

Fin dal loro sorgere, le pievi furono istituzioni ecclesiastiche e territoriali collocate nei centri più importanti di vasti territori soprattutto extracittadini. Da esse dipendeva un certo numero di cappelle minori e suffraganee della matrice ossia della principale[1]. Nella chiesa maggiore venivano battezzati i fedeli, si amministravano gli altri sacramenti e vi ufficiava un collegio di chierici, cioè di quei preti, diaconi e chierici – studenti che si preparavano al sacerdozio – che conducevano vita comune in una canonica e perciò erano detti anche canonici. Dalla pieve i vari chierici partivano per celebrare e predicare nelle cappelle circostanti ma la festa patronale, le grandi processioni e le funzioni della settimana santa si svolgevano solo nella chiesa matrice con il concorso dell’intero clero plebano e di tutti i fedeli. Un po’ alla volta, divenendo numerosi i chierici, si costituì una specie di gerarchia: a capo c’era l’arciprete, poi i presbiteri e i chierici ed allo stesso modo, in ordine di importanza, c’erano le chiese, poi le cappelle e gli oratori[2]. Il sistema entrò in crisi nel Trecento – periodo piuttosto difficile e caotico per tutta la gerarchia della Chiesa universale – quando il papa era ad Avignone ed ebbe luogo lo scisma d’Occidente.

Il disorientamento, lo spirito individualistico e l’ansia del nuovo avviarono il processo di disgregazione delle istituzioni plebane: i chierici non condussero più la vita in comune, ma alcuni di loro rimasero nella pieve come ministri di culto e gli altri si divisero tra le varie cappelle o divennero addirittura vaganti. I fedeli iniziarono a sentirsi, perciò, più legati alla chiesa dove avevano ricevuto il battesimo o a quella più prossima al luogo di residenza che alla pieve talvolta situata in una zona piuttosto lontana dal centro sociale del paese, come è il caso di Tregnago[3] in cui si svilupparono due centri: uno amministrativo posto più a sud di quello religioso. La struttura urbanistica del paese, infatti, risentiva nei secoli scorsi della presenza di questi due poli, uno politico e sociale e l’altro religioso, presenti a poca distanza l’uno dall’altro e ugualmente importanti per gli abitanti del posto. La pieve e il centro comunale distavano tra loro quasi un chilometro, ed erano collegati da una via comunis.  Tale struttura bipolare è tuttora evidente anche se meno marcata che in passato per il graduale sviluppo urbanistico che ha teso a unificare le varie zone del paese.

 

La domus ecclesie di Tregnago

 

Nel contesto generale sopra brevemente esposto è collocata, dunque, la pieve di Tregnago che, secondo alcuni studiosi, alle origini aveva sede nella piccola chiesa di San Martino – ora nota come chiesa della Disciplina per essere stata sede in epoca tardo medievale e moderna di diverse societates laicali tra cui la confraternita dei Disciplinati – la cui fondazione può essere collocata intorno al VII-VIII secolo, come attesta la titolarità al santo di Tours molto venerato dalle genti franche. In seguito – accanto al piccolo edificio romanico danneggiato dai due terremoti che colpirono la zona nel XII secolo – venne costruita una nuova chiesa, più grande, dedicata a Santa Maria, che acquisì il titolo plebano probabilmente nel 1183 e poco dopo ricevette la visita di papa Lucio III che nel 1185 era in zona per consacrare la chiesa di San Pietro sui monti dell’attuale Badia Calavena, nel sito che ospitò l’abbazia dei Santi Pietro, Vito e Modesto di Calavena.

La medievale chiesa di Santa Maria fu abbattuta negli ultimi anni del XIX secolo in seguito alla rovinosa caduta del campanile che le procurò gravi danni. Nel 1880 venne inaugurato l’attuale tempio parrocchiale che fu poi ampliato nel 1922, ma di questo si avrà modo di parlare in seguito.

Tornando alle origini, occorre sottolineare che la pieve di Tregnago aveva costanti rapporti con la vicina abbazia benedettina dei Santi Pietro, Vito e Modesto al punto che le vicende delle due istituzioni religiose appaiono spesso intrecciate.

Nell’ultimo decennio del XIII secolo e nei primi anni di quello successivo, infatti, l’abbazia della Calavena, sotto la guida dell’abate Giovanni, promosse una valorizzazione dei territori dell’alta Val d’Illasi, ed in particolare di Sprea cum progno, l’attuale Badia Calavena, abitata da genti locali e da popolazioni provenienti dal nord ma il medesimo abate e i suoi successori Giuliano e Castellano dimostrarono interesse anche per i territori a sud ed in particolare per la zona di Tregnago e per l’istituzione plebana che vi esisteva.

Gli abati della Calavena, quindi, elessero a polo organizzativo per la zona a sud proprio Tregnago e, in particolare, Giovanni fece erigere una domus plebis, ossia una casa della pieve identificabile con il nucleo più antico dell’edificio noto come “vecchia canonica” adiacente e collegato alla chiesa. Tale istituzione in un primo tempo era alternativa a quella già esistente nelle vicinanze del monastero ma in seguito divenne preminente a quest’ultima.

All’interno della domus vi risiedevano i sacerdoti ufficianti nel territorio della Calavena che esercitavano vita comunitaria, inoltre venne istituita una schola sacerdotum, in cui i futuri sacerdoti si formavano e si istruivano. L’abate stesso vi risiedeva per lunghi periodi come in una seconda residenza e nella canipa, i granai, venivano riposti i prodotti della terra proventi dei livelli che i contadini locali pagavano per poter coltivare le terre del monastero. Di un tale utilizzo ci viene data testimonianza dalla documentazione archivistica che ci permette di conoscere qualche vicenda della domus almeno a partire dal Duecento e fino al Quattrocento inoltrato.

Dai documenti contenuti nel fondo archivistico di San Nazaro e Celso di Verona, ente che incorporò il monastero della Calavena, veniamo quindi a sapere che il 29 giugno 1292 l’abate Giovanni e Garbeto figlio di Giovanni de Garbelis di Tregnago siglarono un contratto di livello per un terreno masivo comprendente aia, corte e orto situato in località Ortelle a Tregnago e il canone pattuito di un minale di frumento annuo avrebbe dovuto essere consegnato in occasione della festa di san Michele ad domun domini abbatis in villa Tregnagi[4] ma gli esempi di questo tipo sono moltissimi ed attestano l’importanza dell’edificio anche come sede di rappresentanza dell’abate oltre che come punto di raccolta dei prodotti della terra dovuti all’istituzione monastica che vantava molti possedimenti terrieri nella zona.

I canoni in denaro o in cereali, infatti, secondo una consuetudine comune a tutto il territorio veronese anche nei secoli successivi, dovevano essere consegnati o nella festa di Santa Maria di metà agosto o in quella settembrina di San Michele molto spesso espressamente in canipa o in domo abbatis situata a Tregnago ed identificabile con l’edificio della canonica.  

La stessa domus talvolta era anche sede di redazione di contratti. Ecco qualche esempio tra i molti che si potrebbero citare. Il 7 ottobre 1299 l’abate stipulò in villa Tregnagi in domo monasteri sancti Viti et Petri de Calavena un contratto di livello per un terreno con casa coperta di paglia, corte, orto con alberi da frutta situato a Tregnago in località Valle[5]. Così come, oltre un secolo dopo,  il 18 agosto 1427, a Tregnago in domibus canipe dell’abbazia di Calavena l’abate Maffeo Maffei rinnovava una locazione a Iacopo del fu Pietro de Modio di un terreno posto a Tregnago in località Campagnola[6]. 

Nel XV secolo, dunque, nella domus ecclesiae risedeva l’arciprete della pieve ma, spesso, anche l’abate del monastero della Calavena, due figure considerate importanti dal punto di vista spirituale e religioso tanto da essere talvolta scelte dai Tregnaghesi come testimoni alla dettatura delle loro ultime volontà[7].

Nello stesso periodo la canonica tregnaghese divenne sede dell’abbazia quando  l’abate Maffeo Maffei, in carica tra il 1424 e il 1433, avviò i lavori di costruzione della nuova sede del monastero che si trasferiva dalla sommità del monte ai piedi dello stesso, dove ora è situata l’abitazione del parroco di Badia Calavena[8].

L’edificio adiacente alla chiesa plebana, quindi, fu anche un piccolo convento di monaci ed in esso fu istituita, come ho già avuto modo di dire, una schola sacedotum attestata dalla ricca biblioteca presente nella pieve il 28 agosto 1460, data di redazione del verbale della visita pastorale di Matteo Canato, vescovo titolare di Tripoli di Siria, rettore della chiesa di San Lorenzo di Verona e delegato del vescovo diocesano Ermolao Barbaro[9].

Nel periodo in cui la pieve era soggetta ad una istituzione monastica – dapprima il monastero della Calavena e, in seguito, i vari enti veronesi e non che accorparono il monastero stesso[10] - l’arciprete era certamente un monaco, anche se a svolgere l’ufficio parrocchiale poteva essere anche un prete secolare. Non è semplice descrivere il tipo di vita e l’organizzazione a cui si attenevano i chierici di una pieve, neppure per quello che riguarda il periodo più tardo e di maggior decadenza di questo tipo di istituzione, cioè il Quattrocento e il secolo successivo.

Per quanto riguarda Tregnago, negli ultimi anni in cui la pieve fu commendataria – ne abbiamo attestazione in occasione della visita pastorale vescovile del 1553 – il rettore non risiedeva personalmente in canonica o nel territorio tregnaghese, ma amministrava il suo territorio tramite alcuni cappellani, ai quali attribuiva una provvisione, come accadeva anche nella vicina pieve di Illasi.

Come si è già accennato, è possibile avere notizie sull’edificio della canonica anche dalla lettura dei verbali delle visite pastorali compiute a Tregnago dai vari vescovi che si sono succeduti alla guida della diocesi veronese o dai loro vicari nel corso dei secoli. Tornando dunque alla già nominata visita pastorale del Canato, la prima di cui abbiamo notizie scritte, scopriamo che in quella circostanza venne rilevato che c’erano dei lavori da effettuare negli edifici della pieve: il visitatore, infatti, chiedeva, sotto pena di scomunica, che venisse riparato il tetto della chiesa soggetto ad infiltrazioni d’acqua in caso di pioggia e che nella casa di abitazione del cappellano venisse costruita una camera, affinché egli potesse risiedervi più comodamente. I lavori avrebbero dovuto essere svolti entro il novembre successivo e la festa di san Martino e – nel caso che la camera non fosse stata realizzata – i sacerdoti non avrebbero più celebrato le messe. Inoltre il prelato affermava che troppe donne si aggiravano per la casa dei sacerdoti con il pretesto di attingere l’acqua alla fontana; perciò, ancora sotto pena di scomunica, ordinava che non fosse permesso a nessuna donna di entrare in casa per prendere l’acqua[11].

Nell’area della pieve e della canonica c’era il cimitero,  uno dei due presenti in paese e probabilmente il più grande. Da una ricerca è emerso, infatti, che nel Quattrocento tra  sessantasei persone residenti a Tregnago che dettarono il loro testamento a un notaio, ventotto desideravano essere sepolte nel cimitero di Sant’Egidio, trentaquattro in quello della pieve di Santa Maria, mentre una donna indicava il cimitero di San Martino che in realtà doveva essere sempre quello della pieve. Due preferivano l’interno della chiesa di Santa Maria e uno l’interno di quella di Sant’Egidio. I dieci testatori residenti a Marcemigo, non avendo a disposizione un cimitero vicino alla loro chiesa, disponevano di essere sepolti nel cimitero della pieve che era il più vicino[12].

L’annoso problema collegato alla presenza della fontana proprio davanti alla canonica venne rilevato circa settant’anni dopo anche dal vescovo Gian Matteo Giberti che visitò la pieve il 10 aprile 1529 e ordinò ai sacerdoti che risiedevano nella domus plebis di fare in modo che donne e animali non entrassero in casa per attingere acqua ma che un tale permesso fosse accordato solo agli uomini perché visum fuit indecens et periculosum[13] e anche i vescovi dei secoli successivi ne avrebbero accennato.

L’anno seguente, durante un’altra visita pastorale del Giberti, la canonica divenne teatro anche della soluzione di una questione che riguardava un matrimonio per cui gli interessati, Tommaso e Lucia, vennero convocati il 26 giugno 1530 in camera cubiculari del vicario don Callisto Amadei situata prope salam domorum ecclesiae existentem in villa Tregnagi, alla presenza di due testimoni[14].

Nel 1561 l’abbazia della Calavena e la sua area giuridica passarono sotto la giurisdizione della Congregazione Cassinese e dal 1562 la pieve di Santa Maria e le cappelle soggette divennero possesso del monastero veronese di San Nazaro.

Il 16 maggio 1620 arrivò a Tregnago il vescovo Alberto Valier accolto da don Carmiliano Coletto, cappellano della pieve. In quell’occasione il visitatore notò che i sacerdoti per entrare in casa passavano per comodità per l’attiguo cimitero e chiese allora  di recintarlo e di chiudere il cancello dopo il loro passaggio per evitare che vi entrassero animali. A tale richiesta padre Paolo Regio rispose che di ciò avrebbe dovuto interessarsi anche il comune ma che quest’ultimo non solo non se ne prendeva carico ma che addirittura si serviva del passaggio per prendere acqua della fontana[15].  

Un secolo dopo, nell’ottobre del 1719[16], il vescovo Marco Gradenigo visitò la chiesa parrocchiale e le chiese di San Martino, Sant’Egidio e San Dionigi di Marcemigo. Durante il soggiorno fu ospitato nella casa parrocchiale e ad accoglierlo ed ospitarlo accorsero i vari preti della pieve e un monaco di San Nazaro, essendo impossibilitato l’abate a rimanere con il visitatore.

La canonica venne in seguito menzionata in un inventario del 1798 in cui si elencavano come beni immobili della parrocchia la Casa Parrocchiale, un broletto ed un orto con un picciollo boschetto che renderà in tutto lire centonovanta il tutto di ragione della Comunità[17].

 

[1] Cfr. C. VIOLANTE, Sistemi organizzativi della cura d’anime in Italia tra Medioevo e Rinascimento. Discorso introduttivo al VI Convegno di storia della Chiesa in Italia, in Pievi parrocchie in Italia nel basso Medioevo (sec. XIII-XV), Atti del VI Convegno di Storia della Chiesa in Italia (Firenze 21-25 settembre 1981), I, Roma 1984, pp. 16-19.

[2] Cfr. G. FORCHIELLI, La pieve rurale. Ricerche sulla storia della costituzione della Chiesa in Italia e particolarmente nel veronese, Bologna 1938.  p. 123.

[3] Cfr. G. CIENO, La parrocchia di Badia Calavena, Verona 1901 (= GIAZZA VR 1980), p. 3; G. FORCHIELLI, La Pieve rurale, pp. 2-3.53-58; A. CASTAGNETTI, L’organizzazione del territorio rurale nel Medioevo. Circoscrizioni ecclesiastiche nella «Longobarda» e nella «Romania», Torino 1979; C. VIOLANTE, Sistemi organizzativi della cura d’anime, p. 30; G. CHERUBINI, Parroco, parrocchie e popolo nelle campagne dell’Italia centro-settentrionale alla fine del Medioevo, in AA.VV., Pievi e parrocchie in Italia nel basso Medioevo (sec. XIII e XV), Atti del VI convegno di Storia della Chiesa in Italia (Firenze 21-25 settembre 1981), vol. I, pp. 351-413; M. MALFER, La pieve di Cisano e le sue campane, Bardolino 1995, pp. 10-11.

[4]  Archivio di Stato di Verona (d’ora in poi ASVr), San Nazaro e Celso, perg. 1284.

[5] ASVr, San Nazaro e Celso, perg. 1288.

[6] ASVr, San Nazaro e Celso, perg. 1337.

[7] Cfr. P. MILLI, Aspetti di vita religiosa a Tregnago nel Quattrocento: appunti dai testamenti in «Cimbri-Tzimbar», n. 26 (2001), pp. 39-68. 

[8] Cfr. M. PASA, Una regione ed un centro della terraferma veneta: Tregnago e la Calavena (1200-1700) in «Atti e memorie della Accademia di agricoltura, scienze e lettere di Verona», vol. CLXXII (1998), p. 275.

[9] I libri presenti nella pieve il 28 agosto 1460 sono: Missale unum pulcrum; missale unum, caducum in aliquibus locis; antiphanarium unum, magnum et pulcrum; graduale unum, cum notis et litteris antiquis in mediocri volumine; psalmista unum cum hymnario, cum litteris antiquis, non ligato; librum unum de vitis sanctorum Patrum cum litteris antiquis et una tantum palmula; librum unum expositionum Remigii super Apochalipsi beati Iohannis; quinternum unum ad faciendum officium corporis Christi in cantu; certa quinterna sine palmulis, incipientia De ampulis; librum unum ad baptizandum, cum palmulis; librum unum cum palmulis, incipientem Per hostium autem intrant; pontificale unum cum palmulis; libellum unum, incipientem In illo tempore et cetera; unum omiliarum sive partem, sine palmulis, incipiens Omni tempore; librum unum epistolarum Pauli, incipientem Paulus; libellum unum de regula fratrum humiliatorum, incipientem Omnis boni principium Deus est; libellum in cantu, incipientem Regem apostolorum; librum unum de legendis sanctorum incipientem Ad omnipotentis Dei laudem et cetera; librum unum cum palmulis, incipientem Statuta hora surgendi et cetera; legendarium unum sine palmulis, magnum; partem unius omeliari, sine palmulis, magni; partem unius passionarii magni, sine palmulis; Enchiridion Augustini; quinternum unum epistolarum beati Iacobi; librum unum epistolarum, incipientem de litteris rubeis Incipit prologus vel epistolas sequentis operis. Cfr.  S. TONOLLI (a cura di), Ermolao Barbaro visitationum, pp. 185-186.  

[10] Nel Quattrocento il monastero dei Santi Pietro, Vito e Modesto era in piena decadenza tanto che nel corso del secolo passò per due volte alla congregazione di Santa Giustina di Padova: la prima volta tra il 1433 e il 1443 e la seconda nel 1498; mentre la pieve di Santa Maria conservava ancora il suo ruolo preminente nella cura d’anime come nella riscossione delle decime sia a Tregnago che nelle zone circostanti. Altre cappelle soggette alla pieve, ma con un rettore, erano quelle dei Santi Ermagora e Fortunato di Centro, di San Biagio di Cogollo, e di San Dionigi di Marcemigo. 

[11]  Cfr.  S. TONOLLI (a cura di), Ermolao Barbaro visitationum, p. 187.

[12] Cfr. P. MILLI, Aspetti di vita religiosa a Tregnago nel Quattrocento, pp. 39-68.

[13] Cfr. A. FASANI,  (a cura di), Riforma pretridentina della diocesi di Verona. Visite pastorali del vescovo G.M. Giberti 1525-1542, Vicenza 1989, vol. I p. 398.

[14] Cfr. . A. FASANI,  (a cura di), Riforma pretridentina della diocesi di Verona, p. 664.

[15] Cfr. A. VALIER, Visite pastorali del vescovo e dei vicari a chiese della città e diocesi di Verona anni 1605-1627, Verona 1999.

[16] Archivio Parrocchiale di Tregnago (A.P.T.),  b. 334.1 c. 1841.

[17] Archivio Storico della Curia di Verona, Tregnago, b. 334.1, c. 1798.