La chiesa di San Martino o della Disciplina

 

La chiesa di San Martino, nota come chiesa della Disciplina dal nome di una confraternita che qui aveva sede, era probabilmente in origine sede della pieve della Calavena e risale all’VIII secolo, come attesta l’intitolazione al santo di origine franca.

Il trasferimento della sede plebana all’attigua chiesa di Santa Maria avvenne alla fine del XII secolo probabilmente a causa delle conseguenze dei terremoti del 1117 e del 1183 che danneggiarono l’antica pieve.

Le prime visite pastorali alla chiesa sono quelle del vescovo Gian Matteo Giberti che il 26 giugno 1530, dopo essere passato nella adiacente pieve di Santa Maria, si recò ad ecclesiam, praedictae plebi contiguam, sub vocabulo sancti Martini, nullius valoris in qua est societas in honore beatae Virginis, valoris annui ducatorum 15, quae et habet paramentum unum tamtum album, quam mandavit idem dominus reverendissimus massario et gubernatoribus eiusdem bene regi et gubernari; quorum precibus inclinatus, uti legatus sanctae sedis apostolicae et episcopus, indulgentiam 80 dierum in qualibet secunda dominica cuiuslibet mensis et in singulis festis eiusdem beatae Virginis, sancti Martini, perpetuis futuris temporibus duraturam, generose condonavit[1].  

Giberti tornò il 9 e 10 giugno 1532 e visitavit etiam ecclesiam Sancti Martini […] in qua est societas hominum in honorem beatae Virginis; in qua iussit fieri duo pallia lignea cum suis bredellis ad duo altaria sita in dicta ecclesia et quod tollatur una crux existens sculpta super una sepultura in medio dictae ecclesiae[2].   

Il medesimo vescovo visitò la chiesa per la terza volta il 18 luglio 1541 e formulò i seguenti ordini: ingressus per quem itur in ecclesiam Sancti Martini, dealbetur per illlos de Casaliis; rastella fiant ad cimeterium ad ingressum magnum et iuxta campanile; porta ad ostium cimiterii post ecclesiam et terrenum versus montem ammoveatur vel fiat fovea propter aquam pluvialem, quae penetrat in capellam maiorem et sacristiam; cimiterium mundetur in anteriori parte; domuncula lignea seu parapetum fiat ante necessarium domus; sedilia chori instaurentur vel de novo fiant; duo arcus in ecclesia pro ea amplianda; sperae duae vitrae, magna scilicet et parva ad capellam maiorem; crux apponatur in vertice tabernacoli ex ottono Sacramenti; altare portatile in altari maiori Sancti Martini adequetur; bradellae latiores et longiores, palium unum oblungetur et alterum fiat ad altaria a lateribus altaris maioris in ecclesia Sancti Martini; item in Sancto Martino fiant duo paria candelabro rum ex ferro; item pala ad altare Sancti Iohannis; lampas aenea ante sanctum Martinum; statua Sancti Martini deformis in altari Sancti Ioannis amoveatur[3]; statua beatae Virginis deformis in altero altari amoveatur; sperae vitrae vel ex tela ad fenestras ecclesiae Sancti Martini (sunt ex tela); crux lignea depicta pro altari Sancti Martini.[4]

Incaricata dell’esecuzione degli ordini fu la Disciplina sub titulo Sancte Marie.[5]

La posizione degli altari è più chiara nel verbale della visita compiuta da Alvise Lippomano l’11 settembre 1553. La chiesa risulta essere fabricata per Commune et homines sive restaurata per eos ma non se ne conosce la dotazione. All’interno di essa c’erano tre altari consacrati e non dotati disposti sulla parete che ospitava il presbiterio: l’altare di San Martino, quello di Santo Stefano e quello di San Giovanni Evangelista; un altro, dedicato alla Beata Maria di Tregnago e Marcemigo, non consacrato, era mantenuto dalla confraternita che voleva consacrarlo ed era collocato sulla parete settentrionale dove è tuttora.

Il visitatore ordinò che fossero acquistati una croce per l’altare di San Martino, due candelieri di legno, due di latta e due di ferro, un pallio di cuoio dorato per l’altare della Madonna. Dovevano inoltre essere collocati due veli, uno al capo e l’altro ai piedi della Madonna[6].

A partire dall’ultimo decennio del XVI secolo gli abati del monastero di San Nazaro e Celso iniziarono a manifestare interesse per il territorio tregnaghese per consolidare la loro autorità sulla pieve e sull’intera area parrocchiale evocando a sé il giuspatronato anche delle chiese prima gestite dalla comunità. Forse in quest’ottica può essere vista l’apertura del corridoio di collegamento con la vicina chiesa di Santa Maria e la conseguente eliminazione dell’altare di Santo Stefano.

La chiesa di San Martino fu visitata dall’abate Pietro da Verona nell’aprile del 1594. Egli ordinò la riparazione dell’altare della confraternita del Santo Rosario, la copertura con tela cerata della pietra sacra dell’altare di San Martino. Impartì poi disposizioni per l’amministrazione della confraternita del Santo Rosario.

Il 25 novembre 1601 l’abate Ortensio ordinò di collocare una pietra consacrata di maggiori dimensioni sull’altare della Madonna mentre qualche anno dopo, il 10 febbraio 1609, l’abate Iacopo Piacentino visitò gli altari di San Martino, della Madonna e di San Giovanni.

Il 20 marzo 1611 l’abate Isidoro da Parma ordinò di collocare un portatile all’altare di San Martino e di allungare l’altare di San Giovanni Battista e il 19 novembre 1615 l’abate Ortensio constatò la buona gestione delle Compagnie della Beata Vergine e di San Rocco, del Santissimo Rosario e di San Martino della Carità[7].

In questo periodo la chiesa assunse la sua attuale configurazione e divenne sede delle confraternite locali.

Il 12 ottobre 1565 il vescovo Agostino Valier riconobbe che la chiesa di San Martino, come la pieve, era sotto la giurisdizione dei monaci di San Nazaro. Nel verbale della visita effettuata in quel giorno si legge: prope plebem est ecclesia Sancti Martini, quae regitur una cum plebe a dominis monacis, nullos habet introytus. In ea sunt quatuor altaria, tria sacrata, reliquum non, sed ad illudcelebratur cum altare portatili ut supra. In ea est societas beatae Maria, bene recta et administrata ut supra[8]. 

Un altro vescovo Valier, Alberto, giunse a Tregnago il 16 maggio 1620 ed entrò nella chiesa accompagnato dal parroco. Il verbale della visita racconta di un edificio profondamente cambiato. Mutata è la disposizione degli altari con la demolizione di quello di Santo Stefano per far posto alla porta di collegamento con la chiesa di Santa Maria. Vi erano tuttavia quattro altari: l’altare maggiore consacrato e dedicato a san Martino, quello di San Giovanni consacrato e gestito dai monaci della Congregazione Cassinese, entrambi collocati sulla parete orientale; l’altare della Beatissima Vergine del Rosario consacrato e ben tenuto dalla Compagnia del Santo Rosario a metà della parete meridionale; l’altare della Compagnia della Beatissima Vergine e di San Rocco, consacrato e gestito dall’omonima Compagnia con propri introiti posto sulla parete settentrionale. Nella chiesa avevano la loro sede diverse compagnie o confraternite: quella del Santissimo Rosario, della Beatissima Vergine e di San Rocco, quella della Carità o di San Martino, Il curato e Ortensio Sorio, massaro della Compagnia della Beatissima Vergine del Rosario, interrogati sull’amministrazione della Compagnia, risposero che era tutto esemplare. Furono poi interrogati il curato, Bonaventura Sorio e Antonio Trezza di Marcemigo, massaro uscente ed entrante della Compagnia della Beatissima Vergine e di San Rocco. Essi raccontarono che ogni anno, entro Pasqua, il massaro dell’anno precedente presentava il rendiconto e veniva nominato il nuovo massaro. La consuetudine era che per due anni i massari fossero eletti tra gli abitanti di Tregnago e il terzo anno fra quelli di Marcemigo. Sorio riferì che il banco della Compagnia era stato posto in precedenza in mezzo alla chiesa, di fronte all’altare, ma, in seguito, il parroco lo aveva spostato in capo alla chiesa in un luogo indecente riservato alle donne. Il parroco affermò, però, di averlo messo lì per liberare la chiesa e togliere gli abusi introdotti dagli uomini in occasione delle esazioni della Compagnia che si svolgevano al banco durante la celebrazione degli uffici divini. Il vescovo ordinò che gli introiti fossero posti in una cassa provvista di tre chiavi: una da consegnare al curato, una al massaro ed una ad un consigliere della Compagnia che non fosse dello stesso comune del massaro e che fosse riposta nel luogo precedente ritenuto più idoneo.

Il vescovo ordinò inoltre che fosse acquisito un portatile per l’altare maggiore, che venisse inserito nella tavola di pietra e che vi fossero collocati una croce di legno dorata e dipinta ed un pallio di cuoio dorato; ordinò che fossero acquistati due candelieri di legno e due tovaglie per l’altare di San Giovanni; doveva essere fermato il cancello che chiudeva l’altare della Compagnia della Beata Vergine e di San Rocco; occorreva comprare una porta piccola da chiesa che doveva essere tenuta chiusa[9].

Nel 1646 furono intrapresi dal monastero di San Nazaro alcuni lavori di parziale rifacimento del tetto e nel 1655, dopo la visita dell’abate Teodoro Schilino, furono risistemati gli altari, venne collocata più profondamente la pietra consacrata dell’altare di San Martino o della Carità, fu costruito il nuovo altare della Beata Vergine e di San Rocco per sostituire il precedente rotto in corrispondenza della pietra sacra; fu fermata la pietra sacra dell’altare del Rosario.

In quel periodo, inoltre, venne ampliata l’area delle sepolture all’interno della chiesa verso l’altare della Vergine e di San Rocco[10].

Quando il 16 aprile 1657 il delegato del vescovo Sebastiano Pisani, Vanto, visitò la chiesa tregnaghese, non esisteva più l’altare di San Giovanni ma c’erano quello maggiore dedicato a san Martino decentemente ornato e mantenuto dalla Compagnia della Carità retta dal massaro Andrea Carteri. Vi si faceva celebrare ogni quarta domenica del mese, oltre ad una messa in suffragio di ciascun defunto della Compagnia il mercoledì successivo alla morte. Se gli introiti, pur non essendo fissi, avessero superato le spese, la Compagnia avrebbe dovuto distribuire cinque ducati a tre fanciulle prossime al matrimonio, estratte a sorte tra quelle presenti tra i Disciplinati.

C’era poi l’altare del Santo Rosario abbellito con marmi e molto elegante, disegnato da Prospero Schiavi. Vi si celebrava con il portatile, aveva un adeguato corredo ed era gestito dall’omonima Compagnia, disponeva di alcuni legati in cambio della celebrazione di quattro messe annue. Con le elemosine si facevano celebrare quattro anniversari per i confratelli; i massari predisponevano i bilanci in presenza del curato.

Esisteva inoltre l’altare della Beata Maria Vergine e dei Santi Rocco e Sebastiano in una cappella le cui immagini venivano utilizzate come icone. Vi si celebrava con il portatile ed era decentemente ornato. Una Compagnia provvedeva alle necessità e disponeva di una rendita di 13 minali di frumento e di 29 ducati annui. Vi si celebravano alcuni anniversari per un totale di 18 messe annuali e altre due messe mensili. Venivano distribuiti ai poveri 15 minali di frumento trasformato in pane. Il massaro era Giuseppe Masorgo e portava i bilanci al curato.

Il visitatore dispose che il portatile dell’altare del Santo Rosario fosse rialzato rispetto alla superficie della mensa e che fossero chiusi i luoghi circostanti, in modo da mantenerlo pulito dalla polvere e dalle immondizie e che a sua protezione fosse costruito un baldacchino tanto largo da contenere l’altare e il sacerdote celebrante.

Per quanto riguardava l’altare della Beata Maria Vergine, raccomandò al massaro della Compagnia che curasse con diligenza la riscossione degli affitti. Osservando quindi che il pavimento aveva bisogno di riparazioni, chiese di provvedervi sotto minaccia di sospensione a divinis della chiesa e del curato[11].

Nel 1673 la chiesa fu visitata dal vicario del vescovo Sebastiano Pisani. Gli altari erano sempre tre: l’altar maggiore con il portatile a cui provvedeva la Compagnia della Carità; l’altare della Beata Maria Vergine e di San Rocco, col portatile, gestito dalla Compagnia omonima che con propri redditi soddisfaceva in parte anche alle necessità dell’oratorium disciplinatorum sub nomine Jesus sito vicino alla chiesa di Sant’Egidio; l’altare del Santo Rosario, con il portatile, al quale provvedeva la Compagnia omonima[12].

Il vescovo Giò Francesco Barbarigo visitò la chiesa il 16 luglio 1699 e riscontrò che era de ratione plebis et Clericorum Treniaci. Esaminò quindi gli altari: l’altare maggiore con il portatile presso il quale aveva sede la Compagnia della Carità che lo manteneva con le elemosine; l’altare del Santissimo Rosario mantenuto dall’omonima compagnia con rendite ed elemosine; l’altare di San Rocco con il portatile presso il quale era istituita la Compagnia della Beata Maria Vergine che lo manteneva con rendite ed elemosine. Oltre a questi, dopo diversi anni, tornò ad essere nominato l’antico altare di San Giovanni che risultava però sospeso dal culto. Il vescovo ordinò di eseguire alcuni lavori: la mensa dell’altare maggiore avrebbe dovuto essere chiusa da ogni parte in modo da non poter esservi collocato nulla sotto; dovevano essere collocate le tabelle e doveva essere chiusa anche la mensa dell’altare di San Rocco. L’altare di San Giovanni rimaneva sospeso al culto. Occorreva riparare il tetto della chiesa nelle parti in rovina e rifare le sfere alle finestre[13].

Il 17 ottobre 1719 fu il vescovo Marco Grandenigo a visitare la chiesa accedendovi dalla vicina chiesa di Santa Maria gestita dal monastero di San Nazaro e Celso e dai chierici della pieve di Tregnago. Vi si trovavano ancora tre altari: l’altare maggiore con il portatile dedicato a San Giuseppe e chiamato della Carità, mantenuto dalla Compagnia della Carità, nata in tempi antichi, aveva proprie suppellettili e godeva di elemosine e di un legato di quattro lire veronesi. I confratelli facevano celebrare messa nella prima e nella quarta festività immediatamente seguenti la morte di ogni confratello. C’era inoltre l’altare della Beata Maria Vergine del Santissimo Rosario, in marmo con il portatile, gestito dalla Compagnia del Santissimo Rosario con rendite ed elemosine. L’altare risultava ornato in maniera decente. Il massaro mostrò i libri inventari delle suppellettili al visitatore. Sussisteva l’obbligo di far celebrare un ufficio di quattro messe disposto dal defunto Valentino Gregori, oltre alle quattro messe in suffragio dei confratelli defunti nelle feste della Purificazione, dell’assunzione e della Natività della Beata Vergine Maria. Il vescovo esaminò quindi le bolle delle indulgenze per i confratelli e le consorelle.

L’altare di San Rocco era in marmo chiaro con il portatile e aveva l’immagine della Beata Maria Vergine in rilievo. Vi si celebrava per devozione e per disposizioni testamentarie elencate nella tabella pendente di cui venne mostrata copia con l’inventario delle rendite e delle suppellettili.

Era gestito dalla Compagnia della Beata Maria Vergine e San Rocco. In occasione delle messe i paramenti venivano portati dalla sacrestia della chiesa vicina. Il vescovo ordinò la riduzione dell’altare maggiore all’altezza del petto del sacerdote celebrante e che gli altri altari fossero provvisti di tela cerata[14].

Nel periodo immediatamente successivo, la chiesa di San Martino fu oggetto di alcuni interventi di ristrutturazione che presero il via su iniziativa del massaro della Compagnia di San Giuseppe della carità, Pietro Battisti, che a nome di tutti i reggenti della Compagnia, chiese di migliorare il proprio altare. Tale richiesta fu accolta favorevolmente dall’abate Alvise Murari.

Nel 1759 la Compagnia fece costruire con una spesa di oltre 502 troni la sua nuova cappella per la cui realizzazione si avvalse degli Abbassano per la pietra ed i capitelli dell’altare, del muratore tregnaghese Giovanni Trezza per le opere murarie. Con l’occasione si provvide a sistemare la pala di San Giuseppe.

Il 2 maggio 1765 la chiesa con i lavori in corso ricevette la visita pastorale del vescovo Nicolò Giustiniani che esaminò i suoi altari: il maggiore, in legno, dedicato a san Martino, con il portatile e l’immagine della Beata Vergine Maria conservata sotto alcuni cristalli, gestito dalla Compagnia della Carità dalla quale è mantenuto. Vi si celebrava una messa per ogni confratello defunto e disponeva di un’indulgenza di 70 anni. L’altare custodiva una piccola reliquia del mantello di san Giuseppe tenuta in una teca d’argento e riconosciuta come degna di culto dalla curia.

L’altare della Beata Vergine e di San Rocco, marmoreo con il portatile, era gestito dalla Compagnia di San Rocco. Vi si celebrava nel giorno della Natività della Beata Vergine Maria, dei santi Rocco e Sebastiano e in altre festività. Sull’altare si trovava un’immagine della Beata Maria Vergine.

L’altare del Rosario, marmoreo con il portatile, era gestito dall’omonima Compagnia[15].

Nel 1786 la Compagnia della Carità aveva già perfezionato la propria cappella e tutti gli altari della chiesa chiesa di San Martino erano in marmo. Solo pochi anni dopo, tuttavia, con l’avvento di Napoleone e la soppressione delle Compagnie, la chiesa perse molta della sua importanza ma ben presto ritornò ad essere centrale per la vita religiosa. In un documento del 21 luglio 1875, infatti, si legge che essa tornò ad essere sede di una confraternita: la Compagnia del Santissimo Sacramento[16]. Nel 1878, a seguito del crollo del campanile dell’adiacente pieve di Santa Maria, si decise la costruzione di una nuova chiesa al posto di quella danneggiata, pertanto la chiesa di San Marino tornò ad assumere il ruolo di parrocchiale per qualche anno.

Attualmente l’edificio, che è in stile romanico con interno ad aula unica, è utilizzato come sala per conferenze e spettacoli. Interessante è la cappellina Casari, absidata, fatta costruire nel XV secolo dalla famiglia Casari, che ospita affreschi di Niccolò Golfino raffiguranti la Madonna delle Grazie con i Disciplinati e Sant’Apollonia e Sant’Agata. In una nicchia è posta una madonna lignea del XIV-XV secolo.

Il protiro esterno che conteneva una Madonna in trono con il Bambino è del XIV secolo e proviene dalla facciata della chiesa adiacente di Santa Maria. Si trova qui dal 1878, anno del crollo del campanile pievano, che ha dato il via alla costruzione della nuova chiesa di Santa Maria, oggi Santa Maria Assunta.

Nel corso degli ultimi restauri effettuati qualche anno fa, è venuto alla luce un lacerto di affresco che raffigura un santo, a probabile testimonianza della presenza, in passato, di altre figure, come nel caso di altre chiese vicine, ad esempio quella di San Dionigi di Marcemigo.

 

[1]A. FASANI, (a cura di), Riforma pretridentina della diocesi di Verona. Visite pastorali del vescovo G.M. Giberti 1525-1542, Vicenza 1989, vol. II pp. 662-663.

[2] A. FASANI, (a cura di), Riforma pretridentina, , vol. II p. 1005.

[3] Si tratta del san Marino tuttora presente in chiesa.

[4] A. FASANI, (a cura di), Riforma pretridentina, , vol. III p. 1443.

[5] A. FASANI, (a cura di), Riforma pretridentina, , vol. III p. 1444.

[6] Archivio Storico della Curia di Verona, Visite pastorali, vol. XI.

[7] Archivio di Stato di Verona, San Nazaro e Celso, busta XX, pergamene.81 e 82.

[8] ARCHIVIO STORICO DELLA CURIA DIOCESANA DI VERONA (a cura di), Agostino Valier. Visite pastorali a chiese della diocesi di Verona anni 1565-1589, Verona 2001, p. 24.

[9] Archivio Storico della Curia di Verona, Visite pastorali, vol. XIX.

[10] Archivio di Stato di Verona, San Nazaro e Celso, busta XX, pergamena 83.

[11] Archivio Storico della Curia di Verona, Visite pastorali, vol. XXI.

[12] Archivio Storico della Curia di Verona, Visite pastorali, vol. XXIX.

[13] Archivio Storico della Curia di Verona, Visite pastorali, vol. XXXIV.

[14] Archivio Storico della Curia di Verona, Visite pastorali, vol. L.

[15] Archivio Storico della Curia di Verona, Visite pastorali, vol. LXXVIII.

[16] Archivio Parrocchiale di Tregnago, Confraternita SS. Sacramento e registri vari anni dal 1700.