La pieve di Tregnago e la sua biblioteca nel 1460:

Note a margine di una visita pastorale

 

Una importante fonte di documentazione storica, a partire dal Quattrocento, è costituita dai volumi che raccolgono le visite pastorali dei vescovi alle varie località comprese nella diocesi di cui erano titolari. Come scrive Angelo Torre trattando delle visite pastorali nel Piemonte dal Cinquecento in poi, «si tratta di una fonte che permette di contestualizzare e comparare nel tempo e nello spazio sia elementi oggettivi (lo stato degli edifici sacri, gli oggetti di devozione ecc.), sia l’identità e gli obiettivi delle autorità ecclesiastiche e dei loro interlocutori»[1]

Negli ultimi decenni anche gli studiosi di storia veronese se ne sono serviti spesso per le loro ricerche riguardanti il territorio della città e della provincia nel tardo Medioevo e nell’Età Moderna. I verbali delle visite pastorali dei vescovi che si sono succeduti alla guida della diocesi, sia pure non sempre effettuate personalmente, ma spesso per mezzo di alcuni loro incaricati sono disponibili, infatti, per Verona e il suo territorio a partire dall’episcopato di Ermolao Barbaro, nella prima metà del XV secolo e costituiscono una documentazione ricchissima di informazioni sulle chiese visitate, sui loro corredi descritti in minuziosi inventari, ma anche sulla popolazione del posto i cui modi di vivere venivano spesso riferiti al visitatore che chiedeva informazioni in merito. Compaiono così anche i nomi delle persone, la loro situazione economica, le loro abitudini di vita che talvolta possono sembrarci alquanto lontane dal nostro quotidiano ma sono importantissime per chi incontra il loro mondo dopo secoli. Importanti sono anche le notizie legate in modo specifico alla storia della Chiesa e del clero di cui vengono segnalati i modi di reclutamento, la preparazione e il metodo pastorale nella cura d’anime. 

Dei verbali delle visite pastorali del Barbaro ho voluto occuparmi anch’io esaminando in modo particolare una parte del corredo della pieve di Santa Maria di Tregnago che ci viene presentato in occasione della visita del delegato vescovile Matteo Canato, vescovo titolare di Tripoli di Siria e rettore della chiesa di San Lorenzo di Verona, il 28 agosto 1460: quella costituita dai libri. La biblioteca della pieve tregnaghese, come si vedrà in seguito, risulta essere abbastanza fornita se si tenta un confronto con la quantità senz’altro inferiore di libri posseduti dalle chiese delle località vicine e custodisce testi utilizzabili per le celebrazioni liturgiche ma non solo. 

Potrà sembrare di scarsa utilità l’interesse per questo tipo di oggetti spesso relegati alla fine dell’inventario degli arredi ma da un elenco di libri talvolta compilato, come si vedrà, in modo alquanto vago, si può risalire al tipo di testi che venivano letti o utilizzati in un particolare periodo storico e in una specifica istituzione, in questo caso religiosa, e alle motivazioni che avevano portato al loro acquisto, senza trascurare le caratteristiche fisiche di un manufatto che ci permette di ricostruire un momento, sia pure circoscritto, della cultura locale.

 

La pieve di Santa Maria di Tregnago a metà del Quattrocento

 

Nell’agosto del 1460 – quando venne compilato il verbale della visita pastorale del vescovo Matteo a Tregnago – arciprete della pieve era don Antonio, coadiuvato dal cappellano don Benedetto. Entrambi – secondo le testimonianze dei parrocchiani chiamati a testimoniare alla redazione del documento e ad esprimersi sul modo di vivere dei sacerdoti – conducevano vita retta ed onesta. D’altro canto, in paese non sembravano esserci usurai, eretici o persone di malaffare.

In quel periodo la pieve era il fulcro della vita religiosa non solo di Tregnago ma di tutta l’alta Val d’Illasi, data la sempre più grave crisi dell’abbazia della Calavena che nei secoli precedenti aveva svolto un ruolo assai importante da un punto di vista sia religioso che sociale: basti pensare alle sue vaste proprietà terriere anche a Tregnago date da lavorare ai contadini del posto in cambio di affitti in denaro o in prodotti agricoli.

Nel Quattrocento, infatti, il monastero dei  Santi Pietro, Vito e Modesto di Calavena era in piena decadenza tanto che nel corso del secolo passò per due volte alla congregazione di Santa Giustina di Padova: la prima volta tra il 1433 e il 1443 e la seconda nel 1498[2].

Nello stesso periodo la pieve di Santa Maria conservò ancora il suo ruolo preminente nella cura d’anime come nella riscossione delle decime sia a Tregnago che nelle zone circostanti. Sotto la sua giurisdizione c’era un territorio piuttosto vasto che si estendeva da Tregnago a San Mauro di Saline a Castelvero[3]. Altre cappelle soggette alla pieve, ma con un rettore, erano quelle dei Santi Ermagora e Fortunato di Centro e quella di San Biagio di Cogollo[4].

Per un breve periodo – durante la costruzione più a valle della sede dell’abbazia che prima era sul colle di San Pietro e poi venne trasferita dove oggi si trova la canonica del parroco di Badia Calavena – la pieve tregnaghese divenne sede dell’abbazia stessa e ospitò i monaci, oltre a divenire punto di raccolta degli affitti in prodotti della terra e dell’allevamento degli animali, destinati ad entrambe le istituzioni religiose.

Adiacente alla chiesa plebana e alla piccola chiesetta di San Martino c’era la schola sacerdotum, una scuola di preparazione per il clero della zona e la domus in cui i sacerdoti conducevano vita comune. Entrambe avevano sede nell’edificio ancora esistente, noto come vecchia canonica, ormai pressoché diroccato dopo decenni di abbandono e di incuria, sorte toccata del resto a gran parte del patrimonio storico-culturale del paese.

Gli edifici della pieve – come osserva puntualmente il redattore del verbale della visita pastorale del Canato – risultavano essere, nell’estate del 1460, in uno stato non proprio ottimo: il visitatore, infatti, chiedeva, sotto pena di scomunica, che venisse riparato il tetto soggetto ad infiltrazioni d’acqua in caso di pioggia e che nella casa di abitazione del cappellano venisse costruita una camera, affinché egli potesse risiedervi più comodamente. I lavori avrebbero dovuto essere svolti entro il novembre successivo e la festa di san Martino e – nel caso che la camera non fosse stata realizzata – i sacerdoti non avrebbero più celebrato le messe.

Il vescovo notava poi la presenza di un bel campanile e affermava che la sacrestia era ben tenuta anche se bisognosa di qualche manutenzione.

All’interno della chiesa veniva segnalata la presenza di un fonte battesimale pulito e ben conservato. Tale battistero era stato costruito da pochi anni in marmo rosso e porta incisa la data di costruzione: D. O. M. P. Iacobus Rubeus de Verona archipresbiter huius ecclesiae fieri fecit 1438 V Iulii[5], è tuttora esistente e si trova nella chiesa costruita al posto della precedente negli ultimi anni del XIX secolo ed inaugurata nel 1880 per essere poi ampliata nella forma attuale entro il 1922.

Il corredo della chiesa, per l’occasione sistemato in sacrestia, sebbene non particolarmente ricco, era piuttosto ampio e comprendeva oggetti per la celebrazione delle funzioni religiose e paramenti sacerdotali ornati – in parte donati dall’arciprete Antonio – oltre ai libri presenti, come ho già avuto modo di dire, in numero maggiore di quanti ne vengano segnalati negli elenchi relativi alle chiese delle località limitrofe e nello stesso monastero della Calavena. Quest’ultimo, al momento della visita del Canato, ne possedeva un numero inferiore, sia pure di maggior pregio: taluni avevano anche coperture in cuoio rosso[6].

Alla costituzione del corredo della chiesa di Santa Maria, come di quello delle altre presenti sul territorio, collaboravano anche gli abitanti di Tregnago, almeno nelle intenzioni, disponendo nei loro testamenti qualche lascito in suo favore. Un drappo per coprire un'immagine della Madonna che si trovava sopra l'altare di Tutti i Santi nella chiesa di Santa Maria, ad esempio, compare tra i lasciti pro anima nelle ultime volontà di Gemma del fu Vitale, moglie di Ognibene del fu Ventura di Tregnago dettate il 25 febbraio 1411[7] e Desirino del fu Bonaventura di Marcemigo il 21 maggio 1420 destinava alla medesima chiesa due ducati d’oro da spendere per comprare un calice o un paramento o altri oggetti necessari[8]. Molti testatori, inoltre, lasciavano qualche lira per il restauro o la riparazione della chiesa che, tuttavia, non era l’unica ricordata nei lasciti testamentari: compaiono infatti anche l’adiacente chiesa di San Martino e quella comunale di Sant’Egidio molto nominata da coloro che risiedevano nelle contrade a sud del paese.

Interessante per il tema qui trattato, infine,  è notare che i testamenti dettati nel corso del Quattrocento da persone residenti o originarie di Tregnago – da me esaminati qualche anno fa[9] – non parlano mai di lasciti in libri o in denaro finalizzato al loro acquisto probabilmente perché tali oggetti non erano di uso comune in una società pressoché analfabeta che doveva fare i conti con la povertà quotidiana. Bisogna, però, dire, a onor del vero, che quanto era richiesto dai testatori non sempre veniva eseguito dagli incaricati, pertanto è difficile trovare un’effettiva traccia degli oggetti destinati alla pieve per via testamentaria.  

                                        

La fonte documentaria

 

Prima di proseguire nel trattare in modo specifico dei libri presenti a Tregnago mi permetto un’ulteriore divagazione perché ritengo che sia utile conoscere il tipo di documentazione da cui vengono tratte le notizie così da poter capire anche alcuni caratteri non secondari della modalità di descrizione dei libri.

 Il Liber Visitationum di Ermolao Barbaro, vescovo di Verona dal 1453 al 1471, custodito presso l’Archivio della Curia di Verona, è un codice cartaceo con copertura membranacea di centoquarantaquattro fogli scritti – come hanno appurato alcuni studi calligrafici – dai fratelli Zuino e Giacomo Dal Borgo, originari di Cremona e titolari del tabellionato di curia ai quali si deve, come afferma anche Marianna Cipriani, «sia il resoconto della visita pastorale, sia la redazione del Liber Collationum in un momento in cui, grazie anche alla loro attività, l’ufficio notarile della curia veronese poteva senz’altro dirsi ormai efficiente e qualificato»[10] Il codice fu trascritto per la prima volta nel 1904 da monsignor Giuseppe Crosatti e, in seguito, don Silvio Tonolli lo riprese e lo trascrisse di nuovo, alla luce del lavoro del Crosatti, per inserirlo nella sua tesi di laurea discussa nell’anno accademico 1966-67[11]. Il lavoro di Tonolli – pubblicato in edizione a stampa nel 1998 – è quello utilizzato come fonte documentaria per il presente contributo.

Tornando al manoscritto originale, dunque, è da rilevare il fatto che gli autori siano dei cancellieri abituati ad utilizzare un particolare formulario standardizzato come, del resto, accade  quasi sempre per la redazione di documenti formali. Per quanto riguarda la citazione dei libri è particolarmente importante distinguere il modo neutro di descriverli di un notaio o di un cancelliere da quello che potrebbe utilizzare un bibliotecario o un bibliofilo che ha contatti quotidiani con l’oggetto libro e ne conosce bene le caratteristiche sia fisiche che testuali, come afferma anche Scalon occupandosi di descrizioni librarie del territorio friulano nel basso Medioevo. Egli infatti scrive: «Si può in genere osservare che gli inventari compilati direttamente da bibliotecari, collezionisti e bibliofili tendono a privilegiare il testo con una descrizione esenziale ridotta al nome dell’autore e al titolo dell’opera, mentre i notai sono attratti per lo più dalle caratteristiche fisiche esterne del libro»[12].

L’elenco oggetto del presente lavoro essendo una parte di una lista di oggetti di vario genere di proprietà della pieve, presenta le caratteristiche tipiche di un manoscritto notarile in cui prevale la descrizione esterna dell’oggetto, ma l’osservatore, in questo caso, è piuttosto attento anche ai testi contenuti nei volumi dando prova di una buona familiarità con gli oggetti di cui deve indicare l’esistenza.

Il redattore dell’inventario ci segnala così, ad esempio, la presenza di un bel messale, ossia di un Missale pulcrum; così come di un antifonario grande e bello, antiphanarium unum, magnum et pulcrum e parla anche di un altro mal ridotto, missale unum, caducum in aliquibus locis ma poi entra nel merito dei contenuti di altri libri di cui ci fornisce l’incipit ossia le prime parole del testo in essi contenuto che servivano per identificarlo quando non era ancora prassi comune dare un titolo al libro.

 

L’elenco dei libri

 

Nella pieve di Tregnago, come ho già detto, si trovava a metà Quattrocento un numero piuttosto cospicuo di testi la cui presenza è molto probabilmente dovuta alla coesistenza in loco di vari rappresentanti del clero e della schola a cui però non si accenna nella documentazione della visita pastorale. Quanto alle materie contenute, i libri sono tutti di argomento liturgico e teologico, come ci si aspetta, in effetti, di trovare in una tale sede, ma non sempre il loro stato è buono, tanto che alcuni non sono volumi interi ma parti di essi. Prima di inoltrarci in un sia pur breve commento, è utile, però, vedere l’elenco completo che riporta le voci, ognuna introdotta dall’avverbio item, “cosi pure”, scritte in un latino piuttosto formale servendosi di espressioni standardizzate ricorrenti negli inventari notarili dell’epoca stilati per i motivi più vari e allegati talvolta ai testamenti, trattandosi, nel caso dei libri, di beni di valore piuttosto considerevole ed in possesso di pochi. Le voci sono venticinque e sono estratte, come torno a ripetere, dall’inventario generale dei beni mobili della chiesa di cui costituiscono la parte finale. Qui di seguito verranno riportate nell’ordine originario di stesura[13].

In sacrestia erano dunque conservati:  

*    Missale unum pulcrum;

*    missale unum, caducum in aliquibus locis;

*    antiphanarium unum, magnum et pulcrum;

*    graduale unum, cum notis et litteris antiquis in mediocri volumine;

*    psalmista unum cum hymnario, cum litteris antiquis, non ligato;

*    librum unum de vitis sanctorum Patrum cum litteris antiquis et una tantum palmula;

*    librum unum expositionum Remigii super Apochalipsi beati Iohannis;

*    quinternum unum ad faciendum officium corporis Christi in cantu;

*    certa quinterna sine palmulis, incipientia De ampulis;

*    librum unum ad baptizandum, cum palmulis;

*    librum unum cum palmulis, incipientem Per hostium autem intrant;

*    pontificale unum cum palmulis;

*    libellum unum, incipientem In illo tempore et cetera;

*    unum omiliarum sive partem, sine palmulis, incipiens Omni tempore;

*    librum unum epistolarum Pauli, incipientem Paulus;

*    libellum unum de regula fratrum humiliatorum, incipientem Omnis boni principium Deus est;

*    libellum in cantu, incipientem Regem apostolorum;

*    librum unum de legendis sanctorum incipientem Ad omnipotentis Dei laudem et cetera;

*    librum unum cum palmulis, incipientem Statuta hora surgendi et cetera;

*    legendarium unum sine palmulis, magnum;

*    partem unius omeliari, sine palmulis, magni;

*    partem unius passionarii magni, sine palmulis;

*    Enchiridion Augustini;

*    quinternum unum epistolarum beati Iacobi;

*    librum unum epistolarum, incipientem de litteris rubeis Incipit prologus vel epistolas sequentis operis.

L’elenco prende il via dai libri che più comunemente si trovavano in una chiesa: quelli liturgici utilizzati per la celebrazione degli uffici divini e l’amministrazione dei sacramenti. Tra i testi di immediata identificazione troviamo, infatti, come ho già avuto modo di dire, due messali, libri che contengono i testi necessari per la celebrazione della messa. È appena il caso di ricordare in questa sede che i primi messali risalgono al X secolo e, a partire dal secolo XIII, sostituirono gradualmente più vecchi libri liturgici quali il direttorio, il sacramentario, l’antifonario, l’evangelario e l’epistolario: alcuni di questi, però, sono ancora presenti nell’elenco sopra riportato.

I due messali citati nella documentazione sono uno bello e l’altro piuttosto logoro in alcune parti: missale unum pulcrum e missale unum, caducum in aliquibus locis.

Altri testi liturgici sono il salmista comprendente oltre ai salmi anche gli inni ma non rilegato, psalmista unum cum hymnario, cum litteris antiquis, non ligato; un libro per l’amministrazione del battesimo con copertura lignea, librum unum ad baptizandum, cum palmulis e il pontificale – libro contenente gli uffici episcopali per la consacrazione delle chiese e la celebrazione dei sacramenti – con il medesimo tipo di coperta, pontificale unum cum palmulis.

Troviamo poi altri libri senza coperta ma di grande formato: legendarium unum sine palmulis, magnum; parte di un passionario,  partem unius passionarii magni, sine palmulis. Leggendario e passionario erano entrambi libri in cui venivano raccolte le varie trattazioni evangeliche della passione di Cristo o descrizioni dei sacrifici dei martiri o, ancora, la traslazione delle reliquie e i miracoli.

L’elenco prosegue con parte di un altro volume di grande formato, un omeliario, libro che raccoglie prediche e commenti degli antichi scrittori ecclesiastici, partem unius omeliari, sine palmulis, magni. Un altro omeliario, invece, viene descritto con il suo incipit: Omni tempore.

Scorrendo la lista si incontrano anche libri utilizzati per il canto durante le celebrazioni: il redattore ci parla di un graduale con notazione musicale in formato medio, graduale unum, cum notis et litteris antiquis in mediocri volumine, di un bell’antifonario di grande formato antiphanarium unum, magnum et pulcrum; di un quinterno per la celebrazione di messe cantate, quinternum unum ad faciendum officium corporis Christi in cantu e di un libretto per i canti che inizia con le parole Regem apostolorum.

Ci viene poi segnalata la presenza anche di libri non strettamente liturgici ma di argomento teologico: librum unum de vitis sanctorum Patrum, ossia le vite dei Padri della Chiesa; il commento di san Remigio sull’Apocalisse di Giovanni, librum unum expositionum Remigii super Apochalipsi beati Iohannis; le lettere di San Paolo, librum unum epistolarum Pauli, incipientem Paulus e un testo di Sant’Agostino, l’Enchiridion Augustini.

Di altri libri ci viene fornito l’incipit: Per hostium autem intrant; In illo tempore; Ad omnipotentis Dei laudem; Statuta hora surgendi; prologus vel epistolas sequentis operis; senza riportare, tuttavia, ulteriori indicazioni sugli autori dei testi.

Volendo proseguire con qualche altra considerazione, la composizione della biblioteca quattrocentesca della chiesa tregnaghese – pur non contenendo opere particolarmente importanti o libri di grande valore artistico od economico – ci autorizza ad effettuare un confronto con un altro elenco di libri in possesso della medesima istituzione religiosa, posteriore di qualche decennio e assai più breve.

Sessantacinque anni dopo la visita effettuata dal delegato di Ermolao Barbaro, la pieve di Santa Maria accolse l’incaricato del vescovo Gian Matteo Giberti per la prima delle visite pastorali effettuate nel periodo in cui il grande prelato riformatore fu alla guida della diocesi veronese[14]. Il 3 settembre 1525 tra i beni della chiesa c’erano soltanto tri messali a stampa; un libro da sacramenti a penna; un missale in bona carta, veccio[15]. Erano dunque spariti tutti i libri presenti nel 1460 e i messali di allora erano stati sostituiti con altri tre che non erano più manoscritti ma stampati, a differenza del libro per la celebrazione dei sacramenti che era ancora manoscritto. C’era anche un messale costituito da fogli in carta bona che – come afferma anche Scalon per quanto riguarda alcuni inventari friulani del basso Medioevo – è un altro modo per indicare il supporto membranaceo[16]. Gli inventari medievali e della prima Età Moderna, infatti, specificano quasi sempre che i libri in carta bona sono vecchi.

La lista dei libri, come è facile constatare, si era molto ridotta e conteneva solo volumi di carattere liturgico, erano spariti tutti i testi teologici e quelli che non erano specifici per la celebrazione della messa e degli altri uffici divini o per la cura d’anime.

Ovviamente non è possibile sapere le motivazioni che hanno portato ad una così drastica riduzione dei libri di proprietà plebana. L’inevitabile usura del tempo e la probabile dispersione ne sono senza dubbio cause non secondarie, trattandosi di oggetti di uso frequente, ma appare piuttosto strana la presenza di una quantità così piccola di volumi considerando che la pieve mantenne una certa importanza anche nel XVI secolo e che continuava ad essere sede di un capitolo canonicale.

 

La descrizione dei libri

 

Se sui testi contenuti non abbiamo ulteriori specificazioni, dal verbale possiamo ricavare altre notizie riguardo ai libri visti come oggetti con delle precise caratteristiche fisiche anche se, come si vedrà, non ci vengono mai descritti, ad esempio, i materiali di supporto e i redattori della documentazione esaminata sono stati piuttosto avari di informazioni ma occorre ricordare che l’inventario non è un catalogo di una biblioteca e il suo scopo principale non è, quindi, l’esaustiva descrizione del libro ma solo quello di segnalarne la presenza.

Provando ad addentrarci nella descrizione dei libri da un punto di vista materiale, l’elenco ci permette innanzitutto qualche breve considerazione su alcune caratteristiche dei codici che vengono menzionati, in genere, con il sostantivo liber  riferito in prevalenza all’elemento intellettuale, ossia all’opera in esso contenuta. Il termine volumen, oggi spesso usato come sinonimo di libro, nell’inventario sopra riportato ha, infatti, il significato specifico di formato: troviamo così nella pieve tregnaghese un graduale in mediocri volumine descritto nel modo più utilizzato nella documentazione coeva.

Proseguendo in tale direzione appare, tuttavia, subito evidente la mancanza di alcuni dati per noi importanti: innanzitutto, come ho sopra accennato, non ci è mai dato di sapere se il supporto scrittorio fosse membranaceo o cartaceo, particolare non secondario per l’epoca in questione in cui i libri potevano essere formati da fogli di pergamena o di carta, materiale, quest’ultimo, già piuttosto diffuso in Italia. La, pergamena ricavata da una particolare lavorazione delle pelli di animali era molto più costosa della carta derivata dalla macerazione di stracci, anche se, in ogni caso, il libro nel XV secolo continuava ad essere un oggetto di valore e di scarsa diffusione, almeno fino all’affermazione di quella innovativa tecnica di produzione che fu la stampa a caratteri mobili che, tuttavia, a Verona comparve solo verso il 1470[17]. Nel nostro caso, dunque, sarebbe più corretto parlare, più che di libri, di codici manoscritti, come risulta evidente dalla stessa indicazione del redattore dell’inventario che di alcuni volumi specifica che sono scritti cum litteris antiquis. Una tale dicitura, secondo Scalon, «dovrebbe riferirsi sia ai codici in carolina fino a tutto il XII secolo, sia alla scrittura libraria degli umanisti»[18]che alla scrittura carolina si ispiravano nel secondo Trecento e primo Quattrocento per scrivere le loro opere giunte a noi attraverso preziosi e bellissimi codici talvolta miniati. Il redattore del verbale, segnalando il tipo di scrittura, vuole dare l’idea di una certa preziosità dei libri che dovevano essere piuttosto eleganti[19].

Un graduale – libro contenente, come ho già avuto modo di dire, i canti per la messa: antifona d’introito, primo versetto della salmodia ed, eventualmente, il versus ad repetendum – risulta essere cum notis, riporta cioè la notazione musicale mentre più elegante ed elaborato sembra essere l’ultimo codice in elenco, librum unum epistolarum, incipientem de litteris rubeis Incipit prologus vel epistolas sequentis operis che riporta le prime parole del testo in rosso ma il cui incipit ci lascia con la curiosità di sapere quali erano le opere contenute.

In precedenza ho già accennato al formato e all’aspetto dei volumi ma vorrei ora puntare la mia attenzione su alcuni particolari e su qualche termine specifico utilizzato da colui che ha stilato l’elenco. Infatti il redattore in più di un caso ci segnala le grandi dimensioni del libro usando l’aggettivo magnum ma usa il sostantivo libellum per indicare che il libro in questione è piccolo. Per darci l’idea della bellezza ma anche della preziosità usa pulchrum, bello ma, al contrario, un messale piuttosto mal ridotto in alcune sue parti è caducum in aliquibus locis. In più di un caso, invece, viene specificato che non si tratta di un liber ma di un quinternum, ossia non di un libro vero e proprio ma di un fascicolo formato da cinque fogli di carta o di pergamena. Un numero non specificato di quinterni non rilegati forma il codice il cui incipit è De ampulis e un quinterno contiene le lettere di San Giacomo. 

Un discorso a parte può essere solo abbozzato, infine, per quanto concerne la legatura dei volumi che risulta essere di fattura piuttosto modesta, senza l’utilizzo di pelli o stoffe per le coperte che, quando sono presenti e descritte, sono sommariamente definite cum palmulis, cioè costituite da assi di legno che formano i piatti. Un tale tipo di legatura, definita anche monastica, è per lo più tipica dei libri che costituivano le biblioteche dei monasteri[20], ma c’è anche un libro non ligato, ossia privo di legatura e altri sono sine palmulis, senza i piatti della coperta, presumibilmente anch’essi non rilegati.

 

La regola degli umiliati

 

Tra le tante voci dell’elenco, una ci segnala la presenza tra i libri della pieve di Tregnago di libellum unum de regula fratrum humiliatorum, incipientem Omnis boni principium Deus est. Si tratta di un libretto particolare per il testo che contiene: la regola degli umiliati e precisamente la prima, scritta nel XIII secolo. La sua presenza nell’elenco, piuttosto inconsueta per il luogo e il periodo in questione, mi induce a tracciare una sia pur breve nota su questo ordine religioso, soppresso nel Cinquecento, che nei secoli della sua esistenza fu considerato dapprima eterodosso ed addirittura eretico, ma che in seguito ottenne l’approvazione della Chiesa ed ebbe una certa diffusione anche nel territorio veronese ma – da quanto è emerso dagli studi finora effettuati – non nel territorio di cui tratta il presente contributo.

L’origine degli umiliati è da collocarsi in Lombardia tra la fine del XII secolo e l’inizio del Duecento dove, come scrive, l’anonimo scrittore del Chronicon universale di Laon, vi furono «alcuni cittadini che, rimanendo nelle case con le loro famiglie, sceglievano un modo di vivere religiosamente, si astenevano da menzogne, giuramenti e liti, contenti di una veste semplice, difendendo la fede cattolica»[21]. Nel 1184 gli umiliati furono, però, dichiarati eretici da papa Lucio III con la decretale Ad abolendam, probabilmente per la loro insistenza nell’esercizio non autorizzato della predicazione  e, in seguito, Innocenzo III li riaccolse nell’ortodossia cattolica. Si diffusero nell’Italia settentrionale e anche nel Veronese dove se ne ha precoce documentazione a Zevio, Cerea e Porto di Legnago prima del 1220[22]. Dapprima fratres e sorores erano laici ma poi fu costituito anche un ordine di chierici, tutti avevano lasciato ogni cosa per Cristo, vivevano del lavoro delle loro mani ascoltavano e predicavano la parola di Dio seguendo una regola precisa.

Tornando alla Omnis boni principium, dunque, è importante sottolineare che si tratta, come ripeto, della prima regola che si diedero gli umiliati e che – essendo unica per i primi due ordini della congregazione, quello laicale e quello clericale – univa esigenze proprie della vita canonicale regolare, cui sembrano ispirarsi prevalentemente le comunità del secondo ordine, a istanze tipicamente monastiche presenti nel primo ordine, composto unicamente da fratres laici, i quali professavano di seguire una regola senza accedere agli ordini clericali. La differenza tra i due rami del medesimo Ordine si rifletteva anche nell'appellativo usato per designare i superiori delle rispettive case chiamate domus,: i prelati, con carica annuale o biennale, governavano le comunità del secondo ordine; i prepositi, il cui ufficio, invece, era vitalizio, quelle del primo.

Tornando al nostro caso specifico, bisogna dire che non ci possibile conoscere il motivo per cui questo particolare testo si trovasse tra quelli che l’inventario segnala tra i beni della pieve: poteva essere lì per molte ragioni e potrebbe essere stato di proprietà di qualche sacerdote lì ospitato. Finora, dagli studi effettuati, non è emersa l’esistenza di nessuna casa di umiliati in Val d’Illasi o a Tregnago in modo particolare ma Pasa in un suo studio mai pubblicato integralmente ma molto interessante sulla storia di Tregnago e del territorio della Calavena collega l’esistenza del libretto alla presenza sotto la giurisdizione della pieve di Santa Maria della chiesa di San Leonardo, nota come chiesetta di San Moro, situata a San Mauro di Saline, fondata ed utilizzata nei secoli come romitorio[23]. 

 

[1] A. TORRE, Il consumo di devozioni. Religione e comunità nelle campagne dell’Ancien Régime, Venezia 1995, p. XII.

[2] Cfr. C. CIPOLLA, Le popolazioni dei XIII comuni veronesi, Venezia, 1882, p. 127; G. CIENO, I due monasteri di Badia Calavena,Verona 1905 (= Giazza VR 1980), pp. 28-29 e D. NORDERA, La parrocchia di San Biagio di Cogollo, Verona 1950, pp. 74-77.

[3]  Cfr. P. PIAZZOLA, La pieve di Tregnago e la chiesa di Centro nei verbali delle visite pastorali tra il XV e il XVI secolo, in «Cimbri-Tzimbar», n. 28 (2002), pp. 93-108.

[4] Cfr. S. TONOLLI (a cura di), Ermolao Barbaro visitationum liber diocesis veronensis ab anno 1454 ad annum 1460, Verona 1998, pp. 178-184.

[5] Iacopo Rubeo, era arciprete della pieve già nel 1434 come risulta dalla sua presenza come testimone alla stesura   del  testamento di Ventura del fu Ognibene de Chaviclis di Tregnago redatto nella notte fra il 3 e il 4 febbraio 1434 reperibile all’Archivio di Stato di Verona (d’ora in poi ASVr), Ufficio del Registro, Testamenti, mazzo 26 numero 25.                                                   

[6] Il verbale stilato il 27 agosto 1460 riporta per il monastero dei Santi Vito e Modesto di Calavena le seguenti voci che trattano di libri: missale unum pulcrum secundum curiam, cum palmulis rubeis; missale unum de litteris antiquis secundum patriarchatum, cum palmulis rubeis; unum graduale cum palmulis rubeis; unum antiphonarium, cum palmulis rubeis; librum unum pulcrum ad faciendum officium mortuorum cum cantu dono del cappellano dell’abbazia; breviarium unum monasticum; librum unum de vitis Patrum; 1 breviarium del cappellano dell’abbazia; librum unum sermonum, cohopertum de corio rubeo. Cfr. S. TONOLLI (a cura di), Ermolao Barbaro visitationum pp. 181-182.

[7] ASVr, Ufficio del Registro, Testamenti, mazzo 3 numero 20. 

[8] ASVr, Ufficio del Registro, Testamenti, mazzo 12 numero 53.

[9] Lo studio sui testamenti dei Tregnaghesi è stato oggetto della mia tesi di laurea: P. MILLI, Aspetti di vita sociale e religiosa nella media Val d’Illasi (1408-1500): indagine su 135 testamenti, Università degli studi di Verona, facoltà di Lettere e Filosofia, a.a. 1998-1999 rel. G. DE SANDRE GASPARINI sintetizzata in due articoli : P. MILLI, Aspetti di vita sociale a Tregnago nel 1400: appunti dai testamenti, in «Cimbri-Tzimbar», n. 25 (2001), pp. 75-98 e P. MILLI, Aspetti di vita religiosa a Tregnago nel Quattrocento: appunti dai testamenti in «Cimbri-Tzimbar», n. 26 (2001), pp. 39-68.

[10] M. CIPRIANI, Per lo studio della visita pastorale alla diocesi di Verona (1454-1460): note su alcune fonti integrative, in «Visite pastorali ed elaborazione dei dati. Esperienze e metodi. Annali dell’Istituto storico italo-germanico», quaderno 34.

[11] Cfr. S. TONOLLI (a cura di), Ermolao Barbaro visitationum, p. 9.

[12] C. SCALON, Produzione e fruizione del libro nel basso medioevo. Il caso Friuli, pp. 123-124.

[13] L’elenco dei libri è rintracciabile in S. TONOLLI (a cura di), Ermolao Barbaro visitationum, pp. 185-186.

[14] Su Gian Matteo Giberti e la sua azione riformatrice della diocesi di Verona si vedano: A. PROSPERI, Tra evangelismo e controriforma. G. M. Giberti ( 1495-1543),Roma 1969; P. SIMONI, Appunti sulle opere a stampa del vescovo Veronese G. M. Giberti in «Studi storici Luigi Simeoni», 43, 1993, pp. 147-167 e BIBLIOTECA CAPITOLARE DI VERONA, Gian Matteo Giberti. Vescovo di Verona 1524-1543, Verona 1989.

[15] I verbali delle visite pastorali del vescovo Giberti sono pubblicati a stampa in A. FASANI,  (a cura di), Riforma pretridentina della diocesi di Verona. Visite pastorali del vescovo G.M. Giberti 1525-1542, Vicenza 1989, voll. I – II – III e sono stati recentemente oggetto della mia tesi di Master: P. MILLI, Libri nelle chiese veronesi nella prima metà del XVI secolo. Appunti dai verbali delle visite pastorali del vescovo Gian Matteo Giberti (1525-1542), Università degli studi di Verona, facoltà di Lingue e Letterature Straniere, a.a. 2004-2005.

[16] Cfr. C. SCALON, Produzione e fruizione del libro, p. 126.

[17] La stampa giunse in Italia, precisamente nel monastero di Subiaco, per opera di due prototipografi tedeschi, Conrad Sweynheym e Arnold Pannartz, intorno al 1465. Il primo libro illustrato stampato a Verona, il De re militari di Roberto Valturio, è del 1472 e fu stampato dal tipografo Giovanni da Verona. Sull’argomento si possono leggere: L. FEBBRE-H.J. MARTIN, La nascita del libro, Bari 2005; M. SANTORO, Storia del libro italiano, Milano 1994; A. CONTÒ, Calami e torchi. Documenti per la storia del libro nel territorio della Repubblica di Venezia (sec. XV), Verona 2003. 

[18] C. SCALON, Produzione e fruizione del libro, p. 131.

[19] Per una storia della scrittura prima della stampa si può consultare: A. PETRUCCI, Breve storia della scrittura latina, Roma 1992.

[20] Sui vari tipi di legature nei libri antichi si veda: F. PETRUCCI NARDELLI, La legatura italiana. Storia, descrizione, tecniche (XV-XIX secolo), Roma, 1989.

[21] G. G. MERLO, Eretici ed eresie medievali, Bologna 1989, p. 57.

[22] Sugli umiliati in territorio veronese si veda G. DE SANDRE GASPARINI, Aspetti di vita religiosa, sociale ed economica di chiese e monasteri nei secoli XIII-XV in Chiese e monasteri nel territorio veronese, a cura di G. Borelli, Verona 1981, pp. 133-194.

[23] Cfr. M. C. MUELLER, Chiesa e società in Verona medievale, Verona 1993, p. 108.

 

(Il presente articolo fu pubblicato in: Cimbri-Tzimbar, anno XVII-n. 35, gennaio-giugno 2006, pp. 57-72)