La visita pastorale del vescovo Luigi Lippomano nel 1553

 

Dopo essere stato a Castelvero, il vescovo di Verona Luigi Lippomano[1] arrivò a Tregnago nel pomeriggio di venerdì 1 settembre 1553. Subito visitò la chiesa parrocchiale si Santa Maria dove celebrò le funzioni e impartì le cresime[2].

Durante il successivo incontro con i sacerdoti, don Marco di Giovanni Benedetto del fu Cristoforo da Tregnago, rettore della chiesa di S. Biagio di Cogollo,  interrogato, disse che ipsa ecclesia est parochialis curata, plebs nuncupata, habens capitulum dominorum clericorum.

Commendatario perpetuo della pieve era il vescovo Vincenzo Duranti da Brescia, vescovo di Termoli. 

Le rendite della chiesa ammontavano a circa 300 ducati in tutto. Il rettore non svolgeva il suo servizio pastorale in prima persona, ma con l’ausilio di due curati: il già citato don Marco e don Francesco Sorio di Marcemigo, pagati con 28 ducati ciascuno. 

I sacerdoti provvedevano all’olio delle lampade delle cappelle di Cogollo e Centro, il rettore a quelle delle pieve il cui fabbisogno era di 8 bacede annue. Le spese della pieve erano sostenute dall’arciprete e dai chierici. 

Nella chiesa di Santa Maria c’erano tre altari: due consacrati – il maggiore e quello di San Giovanni Battista – e l’altare della famiglia Casari, non consacrato ma dedicato dapprima a Tutti i Santi e, intorno alla metà del XVI secolo a San Nicola o a San Zeno. L’altare fruttava al clero locale poco più di due minali di frumento annui in cambio di un paio di messe distribuite nei giorni da loro scelti ogni settimana. 

Nella pieve avevano sede le Confraternite del Corpo di Gesù e del Santo Monte di Pietà.

Nella contigua chiesa di San Martino, fabbricata per commune et homines sive restaurata per eos, cuius nescit dotem esistevano alcuni altari consacrati e non dotati: l’altare di San Martino, di Santo Stefano, di San Giovanni evangelista e quello dedicato alla Madonna, non consacrato ma mantenuto dall’omonima società che lo avrebbe voluto consacrare.

L’altra chiesa tregnaghese, quella di Sant’Egidio, era communis et hominum e custodiva tre altari consacrati: il maggiore dedicato a sant’Egidio, quello di San Michele arcangelo e quello delle Sante Lucia ed Agata.

Alla Pieve erano soggette la cappella di San Biagio di Cogollo e quella dei Santi Ermagora e Fortunato di Centro, provvisionate dai chierici; la cappella dei Santi Dionigi ed Eleuteria di Marcemigo, non curata perché gestita dal comune, avente un solo altare e sede della societas di San Dionigi. 

Nell’elenco delle chiese del territorio Tregnaghese troviamo ancora la chiesa di Scorgnano,  gestita da Cogollo; quella di San Valentino sul monte poco lontano da San Leonardo di Saline, non curata ma soggetta alla pieve tregnaghese e la chiesa della Trasfigurazione e di San Biagio di Castelvero, che prendeva i sacramenti da Tregnago. Alla pieve facevano capo circa 800 persone che potevano fare la comunione.

Sempre il primo settembre don Giovanni del Bene visitò, su mandato del vescovo: la chiesetta di Marcemigo il cui cappellano era don Antonio, figlio di Pietro Lupato da Tregnago, che celebrava ogni giorno eccetto i lunedì e i mercoledì e la seconda domenica del mese. In quei giorni le celebrazioni venivano effettuate a Scorgnano. Don Antonio percepiva 20  ducati annui dal Comune.

Il delegato vescovile visitò anche la chiesa di S. Biagio di Cogollo retta indirettamente dal cappellano don Marco, curata in sua vece da don Giovanni Maria, della diocesi di Reggio Emilia, con provvisione percepita dalla pieve. La chiesa era sede della confraternita della Beata Maria Vergine e in essa le persone idonee a ricevere la comunione erano 206.

Il giorno seguente, sabato 2 settembre, il vescovo in persona fu a Sant’Egidio in medio villae Treniaci dove celebrò messa, cresimò e benedisse due campane della chiesa di Centro che proprio in quelle ore era visitata da don Giovanni del Bene. Rettore di Centro era don Antonio de Figariis di Verona.

In occasione della visita, il vescovo o il suo delegato erano soliti dare delle direttive su quello che avrebbe dovuto essere fatto nelle chiese sia dal punto fi vista materiale, sia da quello spirituale. Nella pieve fu chiesto di non interrompere la consuetudine dei cappellani di recarsi in chiesa il sabato santo, il giorno del Corpus Domini  e il giorno di San Martino. Si ritenne necessaria la realizzazione di due porte con chiave e serratura, una sopra il campanile e l’altra per la porta che dà accesso dalla chiesa maggiore alla chiesa di San Martino. Fu chiesto di  recintare il cimitero e di collocare delle tende sul coperchio del battistero. Ai cappellani venne ribadito di osservare le indicazioni impartite dal vescovo Gian Matteo Giberti qualche decennio prima.

Per quanto riguarda la chiesa di Sant’Egidio, fu evidenziata la necessità di riparare il campanile e il tetto; mancava la pala all’altare di San Michele e a quello delle Sante Lucia ed Agata; mancavano vetro e telaio ad una finestra, occorreva sistemare il cimitero che necessitava di essere chiuso agli animali.

 

[1]Nacque a Venezia nel 1496, figlio illegittimo del banchiere veneziano Bartolomeo e, probabilmente, di una sua serva di nome Marta.

Fu nunzio in Portogallo e, in seguito, fu consacrato vescovo coadiutore della diocesi di Bergamo.

Nel 1544 gli fu affidato l’incarico di vescovo coadiutore della diocesi di Verona, e il 9 agosto 1548 succedette a Pietro Lippomano a capo della sede episcopale veronese.

Ricevette poi l'incarico di legato in Germania e successivamente, nel 1555, divenne nunzio apostolico in Polonia.

Nel 1558 gli fu assegnata la guida della diocesi di Bergamo.

Morì a Roma il 15 agosto 1559, all'età di 59 anni, e fu sepolto nella chiesa di Santa Caterina dei Funari. Cfr. http://www.treccani.it/enciclopedia/luigi-lippomano_(Dizionario-Biografico)/.

[2]   Cfr. A.S.C.Vr.(a cura di), Luigi Lippomano. Visitationum libri Dioecesis veronensis annorum 1553 et 1555. Trascrizione dei Registri X – XI – XII delle Visite Pastorali, coll. «Studi e documenti di storia e liturgia» vol. XIV, A.S.C.Vr., Verona 1999, pp. 210-11. Una prima annotazione della visita si trova anche nei documenti dell’Archivio di San Nazaro: Archivio di Stato di Verona, San Nazaro e Celso, busta 29 carta 196.