Libri nelle chiese della Lessinia al tempo delle visite pastorali del vescovo Gian Matteo Giberti (1525-1541)

 

Un’importante fonte di documentazione storica, a partire dal XV secolo, è costituita dai volumi che raccolgono le visite pastorali dei vescovi alle località della diocesi di cui erano titolari. Come scrive Angelo Torre, «si tratta di una fonte che permette di contestualizzare e comparare nel tempo e nello spazio sia elementi oggettivi (lo stato degli edifici sacri, gli oggetti di devozione ecc.), sia l’identità e gli obiettivi delle autorità ecclesiastiche e dei loro interlocutori»[1]

Negli ultimi decenni gli studiosi di storia veronese hanno utilizzato spesso questo tipo di documenti  per le loro ricerche riguardanti la città e la provincia nel tardo Medioevo e nell’Età Moderna. I verbali delle visite pastorali dei vescovi che si sono succeduti alla guida della diocesi o dei loro incaricati sono disponibili, infatti, per Verona a partire dall’episcopato di Ermolao Barbaro, nella prima metà del Quattrocento. Si tratta di una documentazione ricca di informazioni sulle chiese visitate, sui loro corredi descritti in minuziosi inventari, ma anche sulla popolazione del posto i cui modi di vivere venivano spesso riferiti al visitatore che chiedeva informazioni in merito. Compaiono così anche i nomi delle persone, la loro situazione economica, le loro abitudini di vita. Importanti sono anche le notizie legate in modo specifico alla storia della Chiesa e del clero di cui vengono segnalati i modi di reclutamento, la preparazione e il metodo pastorale nella cura d’anime.

Nelle righe che seguono parlerò anch’io dei resoconti di alcune visite pastorali, quelle effettuate dal vescovo Gian Matteo Giberti e dai suoi delegati nella prima metà del XVI secolo, per vedere una parte del corredo delle chiese della Lessinia: i libri.

Questi oggetti sono solitamente relegati alla fine dell’inventario degli arredi ma, da un elenco talvolta compilato in modo alquanto vago, si può risalire al tipo di testi che venivano utilizzati e alle motivazioni che avevano portato al loro acquisto, senza trascurare le caratteristiche fisiche del manufatto.

Prima di parlare di libri, però, sono necessarie alcune note biografiche sul vescovo che promosse e condusse le visite in questione.

Giberti nacque a Palermo nel 1495, si iscrisse ai corsi di diritto dell’Università di Padova ma non li frequentò e, dopo aver concluso gli studi alla scuola di Mariangelo Accursio e di Gian Battista Pio all’Università di Bologna, fu avviato dal padre alla carriera diplomatica. Fu segretario del cardinale Giulio de’Medici e percorse poi una rapida e brillante carriera fino a diventare datario del papa dopo l’elezione di Clemente VII. Nel frattempo ricevette gli ordini sacerdotali e continuò a svolgere incarichi diplomatici soprattutto dopo l’ordinazione episcopale  e la nomina a vescovo di Verona avvenute tra il 1524 e il 1525. Per i molti impegni, venne a risiedere in città e prese effettivamente possesso della diocesi solo nel 1528.

Nell’anno successivo iniziò personalmente il ciclo delle visite pastorali che in precedenza aveva delegato ad alcuni collaboratori. Il vescovo era uomo di cultura, amico di umanisti e di personaggi di rilievo del suo tempo tra cui Pietro Bembo ma a Verona il livello di cultura del clero secolare era piuttosto modesto. Egli volle accrescerlo operando in prima persona: nello stesso 1528 fece arrivare in città i tipografi veneziani Nicolini da Sabio e diede loro l’opportunità di impiantare nel palazzo vescovile una stamperia dotata di caratteri greci e latini che avrebbe operato fino al 1532. In seguito i Nicolini tornarono a Venezia, la stamperia fu chiusa e Giberti si rivolse a stampatori veneziani per le sue pubblicazioni. Nel 1539 la stamperia in vescovado riprese l’attività gestita da Antonio Putelleto e il vescovo riprese la sua attività diplomatica che lo portò di nuovo a viaggiare e ad occuparsi di importanti questioni tra cui l’organizzazione di un Concilio che si sarebbe svolto a Trento a cui egli non riuscì a partecipare perché morì il 30 dicembre 1543.

 

Libri in chiesa: non solo messali

 

I verbali delle visite patorali gibertine sono conservati nell’Archivio Storico della Curia Vescovile di Verona. Sono diciassette volumi del Fondo Visite Pastorali i cui redattori sono vari e non tutti noti[2]. Parte integrante è costituita dagli inventari dei beni mobili presenti nelle chiese e nelle abitazioni dei sacerdoti ufficianti.  

Tra gli oggetti elencati ci sono i libri che, tuttavia, non sono presenti in tutte le chiese. Talvolta non se ne trovano soprattutto in cappelle e pievi di campagna o di montagna, come sono quelle del territorio lessinico. Quando ci sono, in genere si tratta di uno o più messali talvolta accompagnati da pochi testi utili per la celebrazione degli uffici divini, ma occorre tener presente che il vescovo visitava anche le piccole cappelle lungo il tragitto da una pieve all’altra. In queste non veniva celebrata la messa, quindi i libri non erano necessari. Il diffuso analfabetismo, inoltre, ne  giustifica la scarsa diffusione tra le popolazioni rurali.

Parlando di libri, negli inventari vengono preferite le caratteristiche fisiche e non sempre si riesce ad identificarne il contenuto. Talvolta si dice la quantità sorvolando sull’opera contenuta e soffermandosi invece sulla natura del materiale, cartaceo o membranaceo, di cui il libro è costituito.

Troviamo, ad esempio, libri septem inter parvos et magnos in carta membrana desuper tecti chorio nigro nella chiesa parrocchiale di Prun.

Una tale modalità di descrizione è frequente se il redattore dell’inventario è un notaio, come nel caso della documentazione in oggetto. Infatti, come affferma Scalon, «Si può in genere osservare che gli inventari compilati direttamente da bibliotecari, collezionisti e bibliofili tendono a privilegiare il testo con una descrizione esenziale ridotta al nome dell’autore e al titolo dell’opera, mentre i notai sono attratti per lo più dalle caratteristiche fisiche esterne del libro»[3].

Nelle chiese della Lessinia il testo più nominato è il messale (missale), ma si trovano di frequente anche il breviario (breviarium), l’antifonario (antiphonarium), i libri per l’amministrazione dei sacramenti (liber pro baptismo e sacramentorum/pro sacramento/pro administratione sacramentorum), il salmista (psalmista), il dottrinale (doctrinale), il libro delle omelie (liber de homelie), i libri per il canto liturgico (libri de cantu e graduale), il libro per la celebrazione dei funerali e dei suffragi per i defunti (liber pro mortuis), il lezionario (lectionarius). La Bibbia è presente solo nella chiesa di San Vitale di Roverè Veronese.

Molti libri cathecumenorum e libri pro baptismo/baptismales, usati per il conferimento dei sacramenti, sono secundum ritum curiae romanae o secundum Romanam Curiam o ancora secundum normam et regulam Romanae curiae, ossia scritti da principio ad uso della curia papale che, fin dall’epoca di Innocenzo III, aveva avvertito la necessità  di una liturgia più semplice e pratica rispetto a quella in uso fino ad allora e, in seguito, diffusi anche fuori Roma fino a diventare pratica comune della Chiesa. I libri secundum curiam presenti nelle chiese dei nostri monti sono quelli utilizzati per celebrare i sacramenti ma la curia romana aveva fatto riscrivere anche i messali, i breviari e i pontificali che acquistarono una più accentuata tonalità pastorale[4].

Negli elenchi, i libri vengono citati di frequente con il termine generico liber utilizzato per indicare l’elemento intellettuale, cioè il testo. Uno o più sostantivi che seguono lo identificano. Ad esempio, unus liber pro baptismo si trovava il 10 giugno 1530 nella chiesa di Sant’Anna di Sant’Anna d’Alfaedo.

I notai utilizzano l’aggettivo breve – non strettamente riferito alle dimensioni ma al testo contenuto che, essendo breve, fa pensare a un opuscolo di poche pagine – come nel caso del Breve ricordo consegnato dal vescovo ai sacerdoti, di cui parlerò più avanti.

Nelle chiese della Lessinia non ci sono libri decorati ma i verbalizzatori prestano attenzione all’età del libro e al suo stato di conservazione, soprattutto se non è buono. Per quanto riguarda l’età, scrivono se è novus, de media vita o vetus. A San Floriano di Valpolicella sono segnalati, ad esempio, missalia quatuor, duo antiquissima et alia duo, unum novum et aliud in carta pecorina, a Padenghe c’è unum missale scriptum in membranis, vetustum mentre a Romagnano il messale è impressum mediae vitae

Frequentemente compare la descrizione del supporto: carta o pergamena. Molti libri sono definiti in carta bona che – come afferma Scalon per quanto riguarda alcuni inventari friulani del basso Medioevo – è un altro modo per indicare il supporto membranaceo[5]. I libri in carta bona sono manoscritti e vecchi come quello segnalato nella pieve di Santa Maria a Tregnago il 3 settembre 1525: un missale in bona carta, veccio.

Il termine carta/cartha/charta non è utilizzato solo con l’accezione odierna, ma indica il supporto su cui è posta la scrittura in senso lato, si trova quasi sempre accompagnato da un aggettivo che ne specifica la qualità. La carta/cartha/charta bombicina/bombasina o papiro bombicino, detta anche carta papirea o carta comuni si distingue dalla pergamena. L’aggettivo bombasina o bombicina indica la carta fatta di stracci utilizzata frequentemente per i libri stampati. È interessante sottolineare la sostanziale sinonimia tra i termini carta e papiro per indicare il supporto su cui molto spesso il libro è impressum, cioè stampato. A Grezzana, per esempio, è annotato unum missale in carta papiracea; a Roverè duo missalia: unum papiri, aliud manu scriptum ex pergamento. I redattori, quindi,  utilizzano le due diverse espressioni carta e papiro attribuendo loro un significato identico utile a distinguere la carta dalla pergamena.

Un altro elemento presente nella descrizione libraria è la coperta che può essere di diversi materiali: in cuoio, in tessuto, con tavole lignee, in vari colori. Nel 1527 nella chiesa dei Santi Ermagora e Fortunato di Centro di Tregnago viene segnalato unum missale novum, cohopertum tella azura.

Nelle chiese sono presenti anche libri di proprietà delle numerose confraternite sostenute dal Giberti nella loro attività caritativa ma soprattutto di diffusione di uno stile di vita cristiano[6]. La loro sede era di solito in una cappella.

I libri utilizzati dai confratelli sono esclusivamente messali dei quali viene specificata la proprietà. Il 14 aprile 1529, ad esempio, la confraternita della Beata Vergine Maria che ha sede nella chiesa parrocchiale di Sant’Osvaldo di Cerro Veronese possedeva unum missale novum.

 

Leggii e contenitori per i libri

 

Seguendo le indicazioni fornite dal formulario predisposto per la stesura dei verbali, i notai elencano gli arredi delle chiese e, tra questi, gli sgabelli e i leggii dove sono appoggiati i libri, le casse e gli armadi che li contengono. Si apprende così che il messale è appoggiato su uno sgabello in legno (scabello ligneo) o sul leggio in legno (lectorile o lectorino) oppure su un cuscino (cossineto o pulvinar) rivestito in cuoio o in tessuto. A Velo Veronese, ad esempio, viene menzionato sull’altare di San Rocco un missale a stampa con lo suo scabello.

Talvolta lo sgabello viene coperto da una tovaglietta (tobalea o panno o coperta) che può essere anche ornata: a San Vitale di Roverè è nominato uno sgabello da missale cum una toalia de sopra. La toalea è presente spesso sul leggio: a Tregnago ci sono una toalia da letorino con diversi fresi e nove toalie pizole da letorino.

Talvolta il redattore del verbale ci indica il luogo preciso dove si trovano gli oggetti. Apprendiamo quindi che il 29 agosto 1525, a Velo Veronese, un messale è sull’altare di San Rocco e un altro su quello dedicato al Corpo di Cristo.

In generale gli arredi che hanno attinenza con i libri non sono descritti o lo sono molto vagamente: cuscini e tovaglie sono in tessuto, mentre leggii e sgabelli sono in legno.

 

Il vescovo e la stampa

 

Incontrando i sacerdoti che risultavano essere alquanto ignoranti e talvolta non sapevano nemmeno leggere – il visitatore, nel 1530, affidò loro un opuscolo definito Breve memoriale o Breve ricordo o ancora libellum breve ‘a Ricordo’ nominatum con la preghiera di leggerlo. A Boscochiesanuova, caso fra i tanti, si ricorda che dimissum fuit eidem Memoriale pro istructione simplicium curatorum cum impositione quod illud declaret et insinuet capellano Herbeggi et Roveredi ut in cura animarum animosius et doctius se exerceant.

 In occasione degli incontri successivi, il prelato si accertò che fosse ancora presente in chiesa ma soprattutto che fosse stato letto.

Il Breve memoriale o Breve ricordo, era ritenuto molto importante pur essendo un opuscolo di poche pagine. Il testo fu scritto raccogliendo le esperienze della visita del 1529 e fu stampato l’anno seguente a Verona, nella stamperia del duomo, dai Nicolini da Sabio. Non è certo chi ne sia l’autore: Simoni afferma che «l’operetta venne sempre attribuita al Giberti, nome leggibile sul non chiaro frontespizio, ora invece è stato scoperto l’autore: si tratta di Tullio Crispolti (o Crispoldo o Crispoldi, 1510-1573, collaboratore del nostro Vescovo) come egli stesso lo dichiara nella prima pagina della sua opera Instruttione de’ sacerdoti edita a Venezia nel 1567 dal Giolito de’ Ferrari»[7]. La prima edizione è datata aprile 1530[8] ma fu successivamente ristampato nel 1535 a Bologna per volere del vicario generale di quella diocesi, Agostino Zanetti[9]. Il testo, secondo Prosperi, è un rifacimento di quello veronese[10], con il frontespizio pressoché invariato. Fu cambiato solo il nome del vescovo.

Il libretto delinea i compiti dei sacerdoti con avvertimenti sul comportamento da tenere e la richiesta di migliorare la loro preparazione culturale indicando i principali testi di studio oltre alla Bibbia. Tra i consigli per la predicazione, suggerisce ai cappellani di leggere e commentare il Vangelo ai parrocchiani e di insegnare loro i comandamenti, il Padre Nostro, l’Ave Maria e il Simbolum Apostolico, ossia il Credo. L’opuscolo era uno strumento di indottrinamento e di controllo religioso che, come sottolinea Prosperi, metteva insieme la parola predicata in modo tradizionale e la parola scritta con una tecnica relativamente nuova come la stampa[11]. In questo senso il Giberti fu un innovatore che intuì l’utilità di questa nuova ars scribendi, la promosse e se ne servì per la missione di evangelizzazione del popolo e, prima ancora, di coloro che dovevano attuarla a livello locale. Il vescovo, però, non si limitò a consegnare l’opuscolo e a raccomandarne la lettura,  ma nel giro successivo ne chiese conto e si accertò che i destinatari l’avessero letto sottoponendoli a dei veri e propri esami tesi a verificare il livello di preparazione dottrinale, i cui risultati venivano verbalizzati.

A partire dal 1541, come accade nella chiesa di San Giovanni Battista di Cerna,  compare la richiesta di lettura al popolo della Practica christiane vivendi durante la predicazione e dopo la recita del vespro domenicale, dando così l’avvio alla pratica della catechesi dei laici considerata importante dal Giberti e da altri vescovi che seguirono il suo esempio, tra cui Carlo Borromeo a Milano.

Nelle chiese doveva esserci inoltre il kalendarium secundum cathedralem ecclesiam Veronensem, detto anche Ordinarium missae, un libretto stampato in volgare fatto preparare dal Giberti inizialmente per la cattedrale e in seguito imposto a tutti i sacerdoti della diocesi per rendere ordinate e uniformi le celebrazioni. Altri libri raccomandati ai sacerdoti sono il Liber cathecumenorum, il libellum pro praedicatoribus  e il Concilium Coloniense, testi rivolti ancora una volta al clero per la sua preparazione culturale e pastorale.

Importante era anche l’utilizzo del Liber cathecumenorum e del Libellum pro praedicatoribus. Il primo è attribuito al Giberti e fu stampato a Venezia nel 1536 dai Nicolini da Sabio. In seguito una ristampa fu pubblicata nel 1573 sempre a Venezia per opera di Andrea Bocchino e fratelli[12]. È un Rituale scritto secondo il rito romano per Sant’Elena, chiesa battesimale annessa alla cattedrale di Verona, di cui il vescovo ordinava l’utilizzo a tutti i sacerdoti della diocesi per rendere uniforme il rito dell’amministrazione del battesimo[13].

 Il Libellum pro praedicatoribus forniva argomenti da trattare durante la predicazione nella diocesi veronese, secondo quanto afferma la Fragnito, «non risale agli anni 1540/41, ma fu scritto dal Contarini per la sua diocesi di Belluno alla fine del 1538 e circolò per opera del cardinale Ercole Gonzaga e del Giberti nelle diocesi di Mantova e di Verona»[14]; certo è, comunque, che fu stampato a Verona da Antonio Putelleto nel 1540.   

Il vescovo ordina, dal 1541, come accade ad esempio a Velo Veronese e a Boscochiesanuova, lo studio dei Canones del concilio di Colonia, detto anche Concilium Coloniense. Il libro ebbe due edizioni veronesi stampate da Antonio Putelleto: una in quell’anno e l’altra nel 1543[15]. Entrambe le edizioni uscirono con allegato l’Enchiridion Christianae Religionis di Johan Gropper per far fronte al bisogno fortemente sentito dal Giberti di strumenti adeguati per arginare la crisi religiosa in atto. L’opera, definita anche Concilium Provinciale per curatum, è costituita da due parti: la prima, relativa ai Canones del concilio provinciale di Colonia, ha carattere disciplinare e normativo mentre l’Enchiridion è un manuale di dottrina cristiana ad uso del clero. 

Il 23 luglio 1541, nella chiesa di San Pietro di Torbe, il visitatore chiede l’acquisto dell’Edictum hereticorum emanato nel 1541dal Giberti con lo scopo di arginare le eresie e le forme di religiosità eterodossa diffuse soprattutto nelle campagne.  

Sono libri fatti stampare o addirittura scrivere dal vescovo di Verona per il clero e il popolo della sua diocesi, inerenti la pastorale e l’evangelizzazione popolare, che dovevano contribuire a contrastare l’avanzare di dottrine eterodosse.

 

Libri negli ordinata dei visitatori

 

Le visite pastorali erano per il Giberti e per i suoi sostituti occasione di controllo sulla diocesi allo scopo di attuare il progetto di riforma e di miglioramento resosi necessario in un periodo particolarmente travagliato della storia della Chiesa. Oltre ad osservare quanto avveniva nelle parrocchie e il comportamento dei preti, nonché della popolazione, il vescovo proponeva quanto secondo lui sarebbe servito a cambiare in meglio le singole realtà locali. Perciò ordinava al notaio di  stilare delle vere e proprie liste di oggetti presenti, mancanti e ritenuti inadeguati da cambiare o da acquistare ex novo per e singole chiese. Forniva poi istruzioni ai sacerdoti sul comportamento da tenere[16].

Tra gli ordini di acquisto figurava anche il messale, dove questo non era presente o era vecchio e mal ridotto. La richiesta generica di acquistarne uno compare in diversi casi, uno fra tutti il missale in maiori forma per la chiesa di Bolca nel 1541.  I motivi possono essere citati oppure no, ma sono facilmente intuibili date le cattive condizioni in cui versavano le chiese di campagna e i loro officianti per la carenza di risorse economiche. Come afferma Prosperi, un problema da risolvere per Giberti era proprio «quello della miseria del clero diocesano; i rettori di chiese parrocchiali non residenti riscuotevano i redditi e ne versavano solo una minima parte ai cappellani che li sostituivano»[17].

Il vescovo, dunque, può richiedere che un libro malridotto venga rilegato o ricoperto di nuovo, come accade nella chiesa plebana di Santa Maria di Tregnago viene ordinato anche l’acquisto di un pulvinar ex corio pro missali, il Giberti ordina che duo missalia de novo cooperiantur et religentur.

Tra le richieste si può ricordare quella di una Bibliam et postillas super librum evangeliorum effettuata il 23 giugno 1530 nella chiesa di San Vitale di Roverè, ma l’attenzione del visitatore non è rivolta solo ai libri presenti o necessari in chiesa ma anche agli oggetti di arredamento che li contengono o dove essi sono appoggiati. Ad esempio, il 18 luglio 1541, nella chiesa plebana di Santa Maria di Tregnago manca un pulvinar ex corio pro missali e a San Floriano di Valpolicella era necessario un lectorile e una tobalia maior pro lectorili quia parva.

 

BIBLIOGRAFIA

 

A. FASANI,  (a cura di), Riforma pretridentina della diocesi di Verona. Visite pastorali del vescovo G.M. Giberti 1525-1542, Vicenza 1989, voll. I – II - III.

G. FRAGNITO, Intervento sulla relazione di Massimo Firpo, Valdesianesimo ed evangelismo: alle origini dell’Ecclesia Viterbiensis (1541) in Libri, idee e sentimenti religiosi nel Cinquecento Italiano, Atti del convegno (3-5 aprile 1986), Modena 1987, pp. 73-77.

B. NEUNHEUSER, Storia della liturgia attraverso le epoche culturali, Roma 1988.

A. PROSPERI, Le visite pastorali del Giberti tra documento e monumento, in A. FASANI (a cura di) Riforma pretridentina della diocesi di Verona. Visite pastorali del vescovo G.M. Giberti 1525-1542, Vicenza 1989, vol. I, pp. XXXIII-LX.

A. PROSPERI, Tra evangelismo e controriforma. G. M. Giberti ( 1495-1543), Roma 1969.

C. SCALON, Produzione e fruizione del libro nel basso medioevo. Il caso Friuli, Padova 1995.

P. SIMONI, Appunti sulle opere a stampa del vescovo veronese G. M. Giberti in Studi storici Luigi Simeoni, 43, 1993, pp. 147-167.

A. TORRE, Il consumo di devozioni. Religione e comunità nelle campagne dell’Ancien Régime, Venezia 1995

D. ZARDIN, Riforma e confraternite nella Milano di Carlo Borromeo in Il buon fedele. Le confraternite tra medioevo e prima età moderna, «Quaderni di storia religiosa» 1998 pp. 235-263.

 

[1] A. TORRE, Il consumo di devozioni. Religione e comunità nelle campagne dell’Ancien Régime, Venezia 1995, p. XII.

[2] La completa divisione delle visite pastorali è reperibile in: A. FASANI,  (a cura di), Riforma pretridentina della diocesi di Verona. Visite pastorali del vescovo G.M. Giberti 1525-1542, Vicenza 1989, vol. I, pp. LXXXIX-XCIII.

[3] C. SCALON, Produzione e fruizione del libro nel basso medioevo. Il caso Friuli, Padova 1995, pp. 123-124.

[4] B. NEUNHEUSER, Storia della liturgia attraverso le epoche culturali, Roma 1988, pp. 103-111.

[5] Cfr. C. SCALON, Produzione e fruizione del libro, p. 126.

[6] D. ZARDIN, Riforma e confraternite nella Milano di Carlo Borromeo in Il buon fedele. Le confraternite tra medioevo e prima età moderna, «Quaderni di storia religiosa» 1998, pp. 236-237.

[7] P. SIMONI, Appunti sulle opere a stampa del vescovo veronese G. M. Giberti in Studi storici Luigi Simeoni, 43, 1993, p. 151.

[8] Breve ricordo di quello che hanno da fare i Chierici, massimamente curati, fatto secondo la instruttione, et determinatione del Reverendissimo Signor, il S.Ioan. Matth. Giberto Vescovo di Verona in principio de la sua visita del anno Mille cinque cento e trenta, nel mese di Aprile. Co animo di quando sara finita la visita, ampliar piu le cose secondo il bisogno de lochi richiedera. In Verona, per Maestro Stephano Nicolini, et li Fratelli da Sabo, habita apresso il Domo, MDXXX nel Mese di Aprile. 4°, cc. 10 n.n.   

[9] Breve ricordo di quello che hanno da fare i Chierici, massimamente curati, fatto secondo la institutione et determinatione del Reverendo in Christo padre Monsignore Augustino Zanetto da Bologna, Vescovo Sebastense, del Reverendissimo et Illustriss. Signore il. Laurentio Cardinale Campeggio Locotenente , et Suffraganeo, Ridotto in Vulgare, per più comodita, et utilita di ciaschedun Curato. Impresso ne l’Anno. M.D.XXXV. alli tre di Agosto. Impresso in Bologna in la Contrada di san Bernardino delle Pugliole in lo edificio della Carta, per Vincenzo Bonardo da Parma, e Marchantonio da Carpi compagni, l’Anno del Signore. M.D.XXXV. alli tre di Agosto. 8° (sesto mm. 140x100 circa), cc. 15.

Unito a:

Constitutiones Synodales  Bononienses M.D.XXXV. Impressum Bononiae in Strata santi Bernardini de Pugliolis, per Vincentium Bonardum Parmen. Et Marcum Antonium de Carpo socios. Anno Domini M.XXXV. Die III. Augusti.

Le schede sono tratte da P. SIMONI, Appunti sulle opere a stampa, p. 154.      

[10] Cfr. A. PROSPERI, Tra evangelismo e controriforma. G. M. Giberti ( 1495-1543), Roma 1969, p. 236.

[11] A. PROSPERI, Le visite pastorali del Giberti tra documento e monumento, in A. FASANI (a cura di) Riforma pretridentina della diocesi di Verona. Visite pastorali del vescovo G.M. Giberti 1525-1542, Vicenza 1989, vol. I, p. LI.

[12] Cfr. P. SIMONI, Appunti sulle opere a stampa, p. 152.

[13] Liber Cathecumenorum ad usum Ecclesiae Cathedralis Veronen. Venetiis, in Aedibus Stephani Sabiensis, 1536 mense Octobris. In-4° piccolo, cc. 36. La scheda è tratta da P. SIMONI, Appunti sulle opere a stampa, p. 154. 

[14] G. FRAGNITO, Intervento sulla relazione di Massimo Firpo, Valdesianesimo ed evangelismo: alle origini dell’Ecclesia Viterbiensis (1541) in Libri, idee e sentimenti religiosi nel Cinquecento Italiano, Atti del convegno (3-5 aprile 1986), Modena 1987, pp. 74-75.

[15] Canones Concilii Provincialis Coloniensis. Sub reverendiss. In Christo Patre D. Hermanno S. Coloniensis Ecclesiae Archiepiscopo etc. anno MDXXXVI celebrati. Item Enchiridion Christianae Institutionis opus omnibus christianae pietatis cultoribus longe utilissimum. Diligentiam, qua nos in operis castigatione usi sumus, prudens lector per se ipse facile (si volet) animadvertet. Indicem in calce quaerito. Veronae, Apud Antonium Putelletum, 1541. 8°, cc. 323. [Prima edizione]

Canones Concilii Provincialis Coloniensis. Sub reverendiss. In Christo Patre D. Hermanno S. Coloniensis Ecclesiae Archiepiscopo etc. anno MDXXXVI celebrati. Cum formula visitationis Episcopalis. Item Enchiridion Christianae Institutionis opus omnibus christianae pietatis cultoribus longe utilissimum. Diligentiam, qua  in secunda hac nostra operis editione usi sumus prudens lector per se ipse facile (si volet) animadvertet. Indicem in calce quaerito. Veronae, Apud Antonium Putelletum, 1543. 4°, cc. I-48, [12], 49-299, [13].

[Seconda edizione]

Le schede sono tratte da P. SIMONI, Appunti sulle opere a stampa, pp. 154-155.    

[16] Sulle riforme attuate dal Giberti nella diocesi di Verona vedere: A. PROSPERI, Tra evangelismo e controriforma. G. M. Giberti ( 1495-1543), pp. 181-287.

[17] A. PROSPERI, Tra evangelismo e controriforma, p. 209.