Il terremoto raccontato da Gianfrancesco Cieno

 

Nel 1892 Gianfrancesco Cieno scrisse un opuscolo in cui racconta i giorni del terremoto nel suo paese: Badia Calavena, sei chilometri a nord di Tregnago, in Val d’Illasi.

“Alle ore una e minuti sette, poco tempo prima dell’urto tremendo, fu avvertita da molti una scossa tellurica di qualche potere, ma senza allarmi nel paese, provato alle maggiori, eppure innocue, del 29 Giugno 1873. Così tutti davansi, benché con più marcate inquietudini, all’ultimo riposo della notte, — tempo in cui il sonno più strettamente avvince le tempie dell’uomo, massime se gravato dalle fatiche del campo.

Qualche istante prima delle 2.4’ ant., ebbe principio il grande movimento. Si fece prima sentire un lieve tremolio seguito da altro più forte ; alle ore 2.4’ m. il fatale sussultorio, che durò 4 secondi, ed infine il vorticoso-ondulatorio in senso E . 0. — in tutto circa 10 secondi. Precedeva il movimento una vivissima luce sprigionata dalla terra, e lo susseguiva un fortissimo rombo veniente da Ovest, quale di una grossa batteria di cannoni sparata non lontano, ed un vento sottile, pauroso, ronzante da S. E . , come pure un cigolio stridulo facevasi sentire nell’aria tepefatta.

Si può immaginare, ma non al vero descrivere la scena spaventosa. I monti, gli alberi, le case, tutto era in moto ondeggiante, in traballamento sfrenato, in vorticosa agitazione da far smarrire ogni spirito in chi ebbe la dura sorte di trovarvisi in mezzo.

Le tegole dei coperti sconvolte e rotte giù scrosciavano in gran tempesta sui granai o nelle corti; gli intonachi sgretolati dei muri, i sassi, le travi, le intere pareti, le intere case giù cadevano nei sottoposti vani in un cumulo informe di rottami frammisti alle stoviglie, agli attrezzi di cucina, ai mobili spaccati od infranti. I muri di cinta, le muricele di sostegno nei colli, gli stessi massi di forte calcare negli alti monti giù precipitavano con fracasso assordante, — uno scompiglio, una scena, una catastrofe indescrivibile.

E i poveretti travolti nel grande eccidio? Al primo urto del terremoto gli uomini, ma più di essi le donne, trabalzati qua e là nel letto, in preda al massimo spavento, urlavano, piangevano, chiamavano con parola interrotta a nome i famigliari.

Nei maggiori sussulti del movimento fu tale il terrore da cui furono invasi che a tanti mancava affatto la voce, e, istupiditi, non potendo più gridare, gesticolavano come pazzi, o correvano per le stanze fra i sassi, i mobili capovolti e le travi cadute, senza alcuna direzione e pensiero.

Le madri, in modo speciale, erano in tale costernazione, che, quali frenetiche, cercavano i figli, che avevano tra le braccia, il marito, che era loro presente; ed anziché fuggire dal pericolo, come porta l’istinto, disperate dibattevansi smaniosamente nel letto stringendo al seno i bambinelli, che piangevano perduti.

Era un angoscia, una scena la più commovente!” [1]

Nei giorni che seguirono arrivarono in vallata le autorità per constatare di persona l’entità dei danni.

Cieno racconta il loro arrivo a Badia Calavena: “Accompagnato dalle autorità di Tregnago, il giorno 10 di Giugno giunse desideratissimo l’ill. Sig. Prefetto Comm. Conte Sormani Moretti. Con instancabile pazienza, unito alla rappresentanza comunale e parrocchiale, si fece su tutti i luoghi i più percossi. Visitò le contrade Lerchi, Trettene, Riva, Tessari, Piazza; s’introdusse senza tema nelle case pericolanti del povero e del ricco per constatarne de visu il danno. Diede ascolto alle parole di ogni disgraziato, a tutte le storie pietose del 7 Giugno; e solo dopo raccolte precise note d’ogni sventura, d’ogni lamento, prese commiato assicurando del suo appoggio presso il Governo e la Provincia in bene dei disgraziati, lasciando di se la più cara memoria.

Le visite del R. Prefetto e di tanti generosi personaggi nei comuni del disastro non riuscirono infruttuose. Compresi dall’entità delle gravi miserie che videro coi propri occhi, posero mano pietosa in sollievo delle medesime.

Fecero noti a S. M. il Re, al R. Governo, ai corpi morali, ai cittadini il grido di lamento che usciva dalla desolata valle di Tregnago; e il generoso appello fu dovunque sentito con profonda impressione, disponendo gli animi alla beneficenza. Anzi in Verona, con a capo il R. Prefetto, si costituì in comitato un eletto numero di cittadini per raccogliere il dono dei pietosi.

S. M. il Re, sempre benefico nella sventura, ebbe ad elargire una somma rilevante, seguito nell’esempio dalle loro A. R. i Duchi di Genova. L’eccelso Ministero, l’on. Deputazione Provinciale di Verona, il Comitato di Montevideo in America, la Cassa di Risparmio di Verona e le Società ferroviarie furono larghe di sussidio. I giornali L’Arena, L’Adige, la Gazzetta Piemontese, il Messaggero di Roma, il Resto del Carlino, il Secolo raccolsero vistose somme nelle rispettive città, commovendo col loro valido appello gli abbienti in soccorso dei fratelli nel bisogno. Così si ottenne una ragguardevole somma, invero non rispondente alle troppo gravi necessità, ma che pur, nelle generali miserie in cui è avvolta la nostra Provincia e le altre d’Italia, rivela il cortese spirito di beneficenza, ed il buon volere che informa i donatori.

Nel giorno 12 Giugno, dietro istanza di alcuni danneggiati, una squadra di soldati del Genio Militare venne ad abbattere gli edifici minaccianti, e provvedere alle necessarie puntellazioni. Quei baldi figli di Marte, dietro la guida del loro esperto tenente Biancolini in pochi giorni, con esemplare abilità e coraggio, eseguirono il pericoloso incarico, meritandosi l’ammirazione del pubblico. Le puntellazioni solo in poca parte furono eseguite dai soldati perché i proprietari stessi, vista l’urgenza del bisogno, avevano già provveduto col legname delle case rovinate, o tolto nei boschi, di cui per buona ventura va ricca Badia, ed anche con travi comperate dal Municipio. Così in pochi giorni ebbe termine l’ardua impresa di abbattimento e di puntellazione

con lode all’Esercito ed al popolo di Badia”[2].

 

[1] Cfr. G. F. CIENO, Il terremoto di Badia Calavena, Giazza 1980, pp. 16 – 18.

[2] Ibidem, pp. 37-39.