Cogollo

 

Risalendo la Val d’Illasi e percorrendo le strade dei paesi che man mano si incontrano, ci si ritrova immersi in un paesaggio diverso sia da quello cittadino che da quello dei centri più grandi della pianura. La collina del Veronese orientale, infatti, è rimasta finora pressoché lontana dalla grande urbanizzazione e dal turismo di massa: un territorio, perciò, da riscoprire e rivalutare in molti dei suoi aspetti ambientali e culturali.

Oltrepassato Tregnago, pochi chilometri a nord, troviamo Cogollo, antico borgo sorto ai piedi di un castello di cui oggi rimane solo qualche rovina. Il suo aspetto, con strade strette circondate da muri in pietra e piccole corti, rimane quello di altri tempi e ci rivela la storia di una piccola località i cui abitanti si sono dedicati, soprattutto in passato, alle attività agricole. Il suo sviluppo, però, nonostante la vicinanza, è avvenuto in maniera relativamente autonoma rispetto ai paesi circostanti.

Il nome di Cogollo è, oggi, senza dubbio legato all’artigianato del ferro battuto. A tutti è noto che nella seicentesca casa rossa che si affaccia su Piazza Lago, ornata da un balcone con ringhiera in ferro di gusto liberty, visse e lavorò Roberto Da Ronco, conosciuto in Italia e nel Mondo come Berto da Cogòlo, il più celebre battiferro nostrano del Novecento.

Dopo di lui nella valle sono sorte nuove botteghe: quelle degli ex allievi che sono diventati, a loro volta, maestri e, attraverso i loro lavori, hanno fatto conoscere la loro terra d’origine a livello mondiale.

 

Cogollo: qualche notizia

 

Cogollo o, usando l’espressione dialettale, Cogòlo, oggi è una frazione del comune di Tregnago situata circa tre chilometri a nord del capoluogo. Le sue origini si fanno risalire all’età romana quando in zona probabilmente fu costruito un accampamento per i soldati impegnati nelle campagne militari.

I documenti tardo-medievali riportano l’intestazione Cucullus, o identificano le persone come de Cucullo, termine che significa “cappuccio” o “cucuzzolo”, in questo caso probabilmente riferito alla forma del colle dove sorgeva l’ormai distrutto castello a ridosso del quale si formò il nucleo abitato o, secondo alcuni, derivante dal cappuccio che completava l’abito dei monaci Benedettini presenti nella vicina abbazia di Calavena e primi autori del dissodamento delle terre locali[1].

Il paese, dunque, si sviluppò ai piedi del colle del castello esistente fin dal XII secolo e voluto dai vescovi di Verona, possessori di molti territori nella zona avuti in dono dall’imperatore di Germania. La sua chiesa, dedicata a San Biagio, divenne parrocchiale nel 1450 circa ma in origine era dipendente dalla pieve di Santa Maria di Tregnago[2]. Nel corso della sua storia, la piccola comunità riuscì a mantenere una certa autonomia dai paesi vicini fino a quando, nell’epoca napoleonica, Tregnago, Cogollo e Marcemigo si aggregarono tra loro. Nel 1954 anche Centro entrò a far parte del comune di Tregnago come frazione. Le quattro comunità, però, avevano già avuto in passato molti contatti sia per la vicinanza territoriale sia per la presenza unificante prima dell’abbazia della Calavena e della pieve di Santa Maria e, in seguito, dal Quattrocento in poi, per la costituzione di un vicariato dipendente dal comune di Verona, comprendente, oltre a Tregnago, Marcemigo, Cogollo, Centro, Bolca, Vestena e Castelvero[3].

La floridezza di Cogollo, tuttavia, fu collegata per secoli alla vicinanza dell’abbazia della Calavena che nell’alto Medioevo godeva, oltre che di ampie ricchezze, del predominio sui territori dell’intera valle e, di conseguenza, la decadenza del sito iniziò con quella del monastero per giungere a un inesorabile declino e a un progressivo isolamento prima sotto la dominazione scaligera e poi sotto la Repubblica di Venezia.

Gli abitanti del posto vissero per secoli al di fuori del grande contesto storico, coltivando una terra talvolta piuttosto avara e dedicandosi all’artigianato. Il relativo isolamento spinse le persone a costruirsi tradizioni locali e leggende popolari legate al proprio ambiente e alla cultura contadina che si  perpetuò nei secoli senza essere mutata da significative novità.

Nel corso della seconda metà del XX secolo, infine, Cogollo ebbe un notevole sviluppo edilizio che, però, non intaccò le sue caratteristiche principali: oggi è un fiorente centro artigianale dove operano molte officine in cui viene lavorato il ferro battuto ma rimane un luogo in cui, come afferma Volpato, ”la valle è ancora verde di campagna circostante, ma già si respira l’odore del monte; fioriscono i ciliegi, ma si sente la neve vicina, si guardano le cime appena sovrastanti e pare, quasi, di essere già molto lontani dalla civiltà urbana; è un luogo di silenzio dove la quiete ha il significato originario, eppure è un passaggio obbligato verso le Prealpi della Lessinia”[4].  

 

[1] D. NORDERA, La parrocchia di S. Biagio di Cogollo, Verona 1950,  pp. 19-20.

[2] Ibidem,  p. 90.

[3] G. M. VARANINI, Il distretto Veronese nel Quattrocento. Vicariati del comune di Verona e vicariati privati, Verona 1980, p. 183.

[4] G. VOLPATO, Una vita per il ferro battuto. Berto da Cogòlo e la sua opera, Verona 1977, p. 10.