Il monte Belloca 

 

Il monte Bellocca è caro ai Tregnaghesi per ragioni storiche: per esso si sono battuti in passato e per mantenerne la proprietà all’interno del comune qualcuno ha anche perso la vita. È rappresentato con il toponimo Beloca nella mappa realizzata da Giovanni Battista Bressi nel 1618 [1] ed è citato in opere poetiche e leggende locali.  

Belloca, secondo don Basilio Finetto dei Rosini, sacerdote, storico e poeta veronese vissuto tra il 1840 e il 1905, deriva da belluæ loca, luoghi della guerra[2]. L’etimologia del termine fornita da Finetto ha senza dubbio un fondo di verità se si pone in relazione alle lotte che ebbero luogo nei secoli proprio in quella zona per questioni di proprietà e di confine tra Tregnago e San Giovanni Ilarione. La contesa aveva come oggetto soprattutto l’attribuzione ad uno dei due comuni del fianco orientale del monte.

Le cronache riportate dagli storici locali – tra cui Ciro Ferrari che si basa su testimonianze precedenti [3]- narrano che nel 1224 la Belloca divenne di proprietà del comune di Tregnago, ma nel 1429 il confinante San Giovanni Ilarione, allora sotto giurisdizione vicentina, la rivendicò come sua poiché lo era stata in tempi antichi fino a quando, a suo dire, era stato costretto a venderla ad Ezzelino da Romano.

Tale vendita, comunque, non era considerata valida poiché anche i Tregnaghesi ritenevano il monte di loro proprietà. Le circostanze diedero il via alle diatribe – oltre che tra i comuni – anche fra gli agricoltori e i pastori che operavano sul monte e nelle sue vicinanze. Questi ultimi, infatti, ingaggiarono tra di loro una vera e propria guerra con rapimenti di bestiame.

Gli scontri tra le due fazioni, tuttavia, si fecero particolarmente aspri nel primo decennio del XVI secolo. In particolare, nella primavera del 1507, i Tregnaghesi tagliarono le biade seminate lassù dai vicentini. Lo fecero in ottemperanza ad una deliberazione della vexinanza composta da 63 capifamiglia che vietava la semina nei terreni di confine. L’episodio diede inizio ad una serie di rappresaglie che durarono circa un anno, da una e dall’altra parte, con catture di prigionieri, diversi feriti ed alcuni morti. Il 9 novembre 1508 la questione venne risolta con la conferma dei confini esistenti che avrebbero dovuto essere indicati da cippi o termini in pietra.

Ferrari scrive: «Uno dei vecchi termini, rimesso a posto in tale circostanza, portante la data MCCCCLXXII VI IVNII col leone di S. Marco e le armi di Verona, Vicenza e Padova e con una iscrizione quasi completamente erosa, è ancora in piedi; si trova poco lungi da Gategnan sul versante a mattina della Belloca» [4].

Più di un secolo dopo, intorno al 1660, Giovanni Ambroso Fasse, perito incaricato dal Magistrato de’ Beni Comunali della Serenissima di realizzare una mappa del territorio collinare di Tregnago, censì ben 695 campi nella zona tra le terre a pascolo e i boschi dati in affido al comune [5].

   

Della Belloca parla Basilio Finetto dei Rosini in un componimento poetico dialettale in cui descrive le sue passeggiate sul posto in compagnia del padre. Prendendo spunto da un dialogo con quest’ultimo, l’autore racconta come la tradizione popolare attribuisca l’origine dei sassi vulcanici al diavolo, di ciò è convinto anche il genitore che afferma [6]:

 

[…] E tuti sti preòni che chi gh’è,

el diaolo, i dise, ch’el ghe j à portè.

 

L’è vera, i pesa poco, ma j è tanti,

che un diaolo solo el g’à metù çent’ani;

e se i rompì, sentì che j è spuzzanti

de sòlfaro; e po, el dì de San Giovàni,

i sciòca, i scota, e roti, te l’interno

j è rossi, come quei che gh’ è a l’inferno. 

 

Per contraddire la teoria paterna, il poeta cita il noto studioso locale Abramo Massalongo[7]:

 

Ma no, pupà. G’ à dito el Professor

Abramo Massalongo, che sti sassi

dal peso, da la spuzza e dal color,

i se ritien de çerto, che i sia massi

stanzàdi dal vulcan de la Beloca,

quando la butàa fogo da la boca.

 

El g’à trovà dei sassi, come sponghe,

e po, el fasea vedér la tera sèndre;

e el concludéa cossì il discorso: dònche,

el primo erùto piere dure, tendre

quele che è del secondo eruto, lava,

la tera çendre, che anca ancò se sçava.

 

Finetto descrive anche il panorama che si può contemplare da lassù[8]:

 

[…] – Che arieta fresca! Esclama me pupà.

Guardè! … a matina el mar…, a sera el lago…,

quela è Viçenza, Padoa, e quel? … Legnago.

 

E quei là in fondo i monti modenesi…,

e quel biancheto l’à l’è el gran Milan – .

 

Le pendici della Belloca sono costituite da rocce basaltiche che hanno dato origine a diverse leggende. Quella sotto narrata è riportata Da Giuseppe Rama in una raccolta di racconti popolari[9].

Un tempo la Belloca era un’alta montagna: le sue creste si ergevano fino a sfiorare le nubi, ai suoi piedi scorrevano torrenti impetuosi e nelle gole fra i boschi si rifugiavano lupi ed orsi. Gli uomini evitavano di sceglierla come dimora; solo un cavaliere scellerato aveva deciso di costruire il suo castello sulla guglia più alta. Da lassù egli partiva per saccheggiare e derubare i viandanti con l’aiuto di alcuni briganti che licenziava di volta in volta dopo la spartizione del bottino.

Un giorno, durante una rapina, il gruppo si imbatté in una squadra di armigeri che ingaggiarono uno scontro in cui i saccheggiatori ebbero la peggio e si salvò solo il cavaliere. Questi, però, si sentiva in pericolo e, non sapendo cosa fare per salvarsi, ripensò alle parole della sua vecchia nutrice: “Le streghe possono tutto. Anche rendere invisibili… si chiamano a mezzanotte presso un quadrivio”.

Si recò allora all’incrocio tra due strade più vicino, la Croce del Vento, e vi giunse proprio mentre il campanile della chiesa di Campiano terminava i dodici rintocchi. Sul posto non c’era nessuno, allora, disegnato per terra un cerchio con un ramo, vi si pose dentro, sputò tre volte alle spalle rinnegando Dio e invocò l’aiuto di una strega.

Al nono tentativo apparve una vecchia che si offerse di aiutarlo proponendo uno scambio: l’anima per la vita. Il cavaliere accettò. La strega prese una pergamena, scrisse il patto con una penna nera di gallina intrisa nel sangue e poi scomparve. Il cavaliere divenne invisibile e si salvò.

Da quel giorno intraprese uno stile di vita esemplare e riparò i suoi sbagli tanto che venne considerato quasi un santo. Rimaneva però il patto: quando ci pensava egli diventava triste. Cinquant’anni dopo, prima di morire, quando la febbre lo assalì, tornò ad essere allegro; licenziò i suoi servi, prese in mano il crocifisso e attese la sua ora. Nella zona scoppiò un forte temporale e sulla porta della casa del moribondo si affacciò la strega che stringeva in mano la pergamena e reclamava la sua anima. Il cavaliere la sfidò a cercarla e ad inseguirla in quel bosco dove l’aveva lasciata tanto tempo prima e si portò il crocifisso al cuore. La pergamena si strappò e la strega fuggì su un fulmine mentre l’ammalato moriva.

Alla strega non piacquero le parole dell’uomo e, agitata, con una forca scagliò sul castello una serie di fulmini. Le saette furono così forti che fecero crollare le guglie della Belloca le cui pendici furono sommerse dalle acque. In tre notti fuoco e lava diedero al monte la forma attuale e lo ricoprirono di basalto scuro.

 

[1] La mappa è riportata in P. MANTOVANI, Il comune di Tregnago. La sua storia, Tregnago 1998.

[2] Cfr. B. FINETTO DEI ROSINI, Ai Fineti. Un toco de storia de Tregnago, Giazza-Verona 1991, p. 46.

[3] Cfr. C. FERRARI, Com’era amministrato un comune del Veronese al principio del sec. XVI. Tregnago dal 1505 al 1510, Verona 1903, pp. 50-57.

[4] Ibidem, p. 57.

[5] Cfr. E. FILIPPI, L’antico comune di Tregnago nei primi decenni del Seicento in Cimbri-Tzimbar», n. 16 (1996), p. 96.

[6] B. FINETTO DEI ROSINI, Ai Fineti, p. 86.

[7] Ibidem.

[8] Ibidem.

[9] Cfr. G. RAMA, Leggende di streghe veronesi, Bussolengo (VR) 1994, pp. 18-20.