Marcemigo 

 

Marcemigo, situato alla destra del Progno, a nord ovest di Tregnago, è un piccolo borgo di antiche origini che si è sviluppato attorno alla chiesetta dedicata ai santi Dionigi ed Eleuterio posta a mezza costa della collina e ha conservato il suo aspetto di antica borgata rurale con viottoli delimitati da alti muri di recinzione in pietra dei broli e con le corti che testimoniano come, soprattutto in passato, i residenti fossero dediti all’agricoltura. Particolare è la disposizione delle strade principali che spesso sono sopraelevate rispetto ai campi circostanti – dalle forme piuttosto squadrate ma quasi mai ad angolo retto – circondati da alti muri in pietra perché seguono il percorso di piccoli torrentelli che conducono l’acqua nel Progno in caso di piogge abbondanti.

 

Vercelloni in un articolo del 1961 scriveva: “La frazione di Marcemigo si presenta ancora oggi come un complesso organico e non ancora manomesso, di eccezionale valore urbanistico”. E definiva la località un “raro esempio di tessuto di borgo rurale”.

Anche ai nostri giorni chi arriva a Marcemigo ha quasi l’impressione che il tempo si sia fermato: Le case antiche conservano il loro aspetto originario ottenuto nei secoli con il susseguirsi delle costruzioni di singole parti aggregate tra loro fino a formare i nuclei abitativi attuali. Paradossalmente, il lungo periodo di quasi abbandono durato fino agli anni ’90 del secolo scorso ha permesso la conservazione di queste corti e di queste abitazioni, ora in parte restaurate, che, però, mantengono la loro aura antica.

   

paesaggio di Marcemigo è caratterizzato anche dalla presenza di due ville il cui nucleo abitativo si è accresciuto nel tempo su parti di abitazioni precedenti ben visibili in un attento esame delle strutture murarie ed architettoniche: villa de Winckels e villa Ferrari dalle Spade che, come tutte le ville del circondario, sono disposte con la facciata verso sud.

 

Marcemigo: origini di un nome

 

Marcemigo è attestato in documenti del 1140 come Marseminico, nel 1188 come curia Marsemimici e nel corso del XIII secolo come Marsemigo. In successivi documenti testamentari del XV secolo è citato nel 1408 come Marcemico, nel 1411 ancora come Marsemigo per poi diventare Marcemigo nel 1455 a prova di una variabilità dovuta al singolo redattore dell’atto che si basa sulla pronuncia orale del toponimo. Nel testamento di Francesco Casari del 1630 si parla ancora di Marcemigo. Secondo lo studioso Giovanni Rapelli la genesi del toponimo fa sorgere alcuni dubbi dovuti alla presenza di una sillaba in più nelle prime due attestazioni che non può essere dovuta esclusivamente ad un errore del redattore del documento. Rapelli ipotizza che all’origine del nome ci siano dei terreni di proprietà di un colono romano del tardo impero, Maximīnus. Dal nome dell’antico colono sarebbe derivato Maximinīcus, ossia “podere di Massimino” che avrebbe dato origine a Marseminígo, contrattosi poi in Marsemígo. La seconda attestazione avrebbe m al posto di n per un errore di scrittura. L’attuale grafia con c risentirebbe dell’influsso di forme come marso/smarso derivanti dal toscano marcio.

 

L’antico comune di Marcemigo nel XIV secolo

 

Già nel XIV secolo Marcemigo era comune autonomo, sia pure soggetto al monastero cittadino di San Giorgio in Braida che ne possedeva gran parte dei terreni coltivabili. L’unità amministrativa, tuttavia, comprendeva anche Scorgnano, Centro e Pernigo. Il periodo più florido della vita del comune fu proprio tra il Trecento e il primo Quattrocento, anche grazie all’inserimento nel sistema della transumanza del bestiame che percorreva la via Cara, collegamento con i pascoli della Lessinia e al controllo di tale percorso.

 

La decadenza del XV secolo

 

Nel corso del XV secolo il comune di Marcemigo dovette affrontare un periodo di decadenza dovuto alla crisi del monastero veronese di San Giorgio in Braida, proprietario di gran parte dei terreni situati all’interno dei confini comunali, alla crisi del settore della lavorazione della lana e alla progressiva crescita delle comunità vicine di Scorgnano, Centro e Pernigo che  rivendicavano ora una maggiore autonomia.

La chiesa di San Dionigi, prima autonoma, fu assoggettata alla pieve di Santa Maria di Tregnago.

Occorre però precisare che, comunque, Tregnago, Marcemigo, Cogollo, Centro, Bolca, Vestena e Castelvero costituivano un unico vicariato dipendente dal comune di Verona.

 

La separazione dalle comunità vicine e la perdita dell’autonomia

 

Nel corso del Cinquecento la crisi del comune di Marcemigo investì anche l’aspetto amministrativo: la comunità di Pernigo volle sempre maggiore autonomia e arrivò alla completa scissione nel 1509. Ma Marcemigo vide affievolirsi anche la propria autonomia dal vicino e più grande comune di Tregnago per la maggiore attrazione politica di quest’ultimo e per l’arrivo di alcune famiglie cittadine che avrebbero acquistato gran parte dei terreni prima di proprietà monastica.

In epoca napoleonica, nel 1807, infine Marcemigo si aggregò, con il vicino Cogollo, al comune di Tregnago e da allora ne costituisce una frazione.

 

La popolazione di Marcemigo nel 1616

 

Nel 1616 – secondo la relazione che Giovanni Contarini, capitano e vicepodestà di Verona presentò al senato il 20 ottobre 1616 quando uscì dalla carica – la popolazione di Marcemigo in quell’anno era composta da 352 persone:

-                25 “Vecchi da 50 anni in su”;

-                75 “Huomini da fatti”;

-                92 “donne”;

-                69 “Putti”;

-                91 “Putte”.

I “Vecchi” con oltre 50 anni, secondo Contarini, non erano più in grado di portare le armi e per questo ne era indicato il numero distinguendoli dagli altri più giovani mentre non si sa quante fossero le donne della medesima età, inserite nella categoria generale delle “donne”.

 

La peste del 1630

 

Nel 1630 scoppiò quella terribile epidemia di peste che fu resa celebre dal romanzo I promessi sposi di Alessandro Manzoni. Anche il nostro territorio ne fu gravemente colpito e la mortalità registrata fu molto elevata. Da quanto emerge dalla lettura dei dati rilevati dagli incaricati della Repubblica di Venezia – attraverso l’Ufficio di Sanità competente in materia – risulta che a Marcemigo i morti furono il 68% della popolazione residente. Nel gennaio del 1631 nel comune vivevano 26 bambini con meno di 12 anni; 43 uomini e 56 donne, 125 persone in totale ma nel periodo intercorso tra la pasqua del 1630 e il 22 gennaio 1631 erano deceduti per la peste e per cause naturali 266 persone: 97 bambini con meno di 12 anni, 84 uomini e 85 donne. 

 

L’economia locale nel XVII secolo

 

Dalla relazione stilata nel 1616 da Giovanni Contarini si può conoscere anche che tipi di animali venivano allevati in quel periodo a Marcemigo. Ebbene, mentre non risultano presenti cavalli da carrozza, cavalli da sella e ronzini, troviamo:

-                3 cavalle;

-                5 muli;

-                20 asini;

-                50 bovini;

-                355 piccoli animali.

Come mezzi di trasporto, non risultano utilizzate né carrozze, né carrette ma sono segnalati solo 13 carri. Occorre precisare, però, che le carrette e i carri erano censiti come mezzi di trasporto di uomini e materiali in caso di necessità o di eventi bellici e non come mezzi per trasportare merci a fini agricoli o commerciali.

 

La chiesa di San Dionigi nella visita pastorale del delegato del vescovo Gian Matteo Giberti del 1525

 

Mentre nei verbali delle visite pastorali di Ermolao Barbaro effettuate nel Quattrocento non compare Marcemigo, la sua chiesa fu visitata, sia pure molto velocemente, dall’inviato del vescovo Gian Matteo Giberti il 3 settembre 1525 e il verbale descrive la chiesa o cappella di San Dionigi come membrum ecclesiae Tregniaghi. Il suo cappellano era don Antonio del Veccio che veniva pagato dai parrocchiani secondo il loro volere. L’arredo della chiesa era costituito da un gonfalone, una croce di legno, un messale stampato con il suo sgabello, un calice in rame con la coppa in argento, una pianeta ornata con gigli e con una croce di alessandrino, un camice nuovo fornito, sette tovaglie e 2 candelieri in ferro.

 

La chiesa di San Dionigi nella visita pastorale del Vescovo Gian Matteo Giberti del 1525

 

Il vescovo Giberti arrivò a Tregnago il 10 aprile 1529. in quel periodo la vicina pieve di Santa Maria di Tregnago riscuoteva la terza parte delle decime di Tregnago, Marcemigo, Centro e Cogollo. I Cappellani della pieve, don Donino de Alectis di Montecchio di Parma e don Pietro de Balestreriis gestivano la cura d’anime sia a Tregnago che a Marcemigo. Complessivamente le persone che accedevano alla comunione erano circa 450. Anche la chiesa di San Dionigi, dipendente dalla pieve, aveva un proprio cappellano, don Ventura, che, però non aveva la cura d’anime.

 

La chiesa di San Dionigi nella visita pastorale del delegato del vescovo Gian Matteo Giberti del 1530

 

(La visita del delegato vescovile Filippo Stridonio alla pieve di Tregnago si svolse il 26 giugno 1530. In quell’occasione venne visitata anche la chiesa di Marcemigo definita di nessun valore, dipendente dalla pieve di Tregnago e bisognosa di riparazioni e manutenzione, dato lo stato di rovina in cui versava.

 

La chiesa di San Dionigi nella visita pastorale del delegato del vescovo Gian Matteo Giberti del 1532

 

Il delegato vescovile Filippo Stridonio tornò nella nostra zona il 10 maggio 1532 e visitò di nuovo la chiesa di San Dionigi  che venne descritta come cappella della pieve di Tregnago, senza reddito il cui cappellano era ora don Donino de Alectis di Montecchio di Parma che percepiva dalla pieve un salario di 12 minali di frumento, 6 brente d’uva, 2 minali di legumi, 3 bacede d’olio. Il visitatore chiese che la chiesa venisse ampliata con il concorso sia dei chierici che del popolo,  sottolineando lo stato di povertà della popolazione. Il suo arredo era ora formato da un calice con il piede e la patena in rame e la coppa in argento, due pianete una vecchia e una nuova, un camice ornato, un messale stampato e un altro manoscritto, una croce in legno, due candelabri in ferro, tre tovaglie un pallio vecchio e una cotta. 

 

Un legato non eseguito

 

Durante la sua visita del 1532 alla chiesa di Marcemigo, il delegato vescovile don Filippo Stridonio chiese che si procedesse contro Geronimo da Legnago, abitante a Marcemigo, affinché fosse rispettata l’ultima volontà di Rizolina di Marcemigo che nell’ultimo suo testamento aveva espresso il desiderio che fossero distribuiti due minali di frumento fatto in pane e sette quarte di sale, di casa in casa a Marcemigo l’anno. Tale richiesta, però, non veniva esaudita da circa sei anni dall’erede della testatrice e risulta non eseguita anche anni dopo, nel 1582, da parte di un erede successivo.

 

La chiesa di San Dionigi nell’ultima visita pastorale del vescovo Giberti

 

L’ultima visita di Giberti è del 1541: la chiesa di San Dionigi dipendeva ancora dalla pieve di Tregnago, don Ventura vi svolgeva l’attività di cappellano ed era pagato in parte dalla pieve e in parte dagli abitanti di Marcemigo. Vicino alla chiesa non c’era il cimitero, del resto mai esistito. Il redattore del verbale annotò che il massaro Pellegrino Sorio non voleva contribuire all’acquisto di un cero per la pieve come era consuetudine. Anche in questa occasione si evidenziava l’esecuzione di un lascito ai poveri di tre quarte di frumento destinate ai poveri.

 

La chiesa di San Dionigi nella visita pastorale del delegato del vescovo Luigi Lippomano del 1553

Venerdì primo settembre 1553 don Giovanni Del Bene, delegato del vescovo Luigi Lippomano, arrivò a Marcemigo. Il cappellano era Antonio figlio di Pietro Lupato di Tregnago.che riceveva venti ducati l’anno dal comune come stipendio.

 

La chiesa di San Dionigi nella visita pastorale del vescovo Agostino Valier  del 1565

 

Il vescovo di Verona Agostino Valier visitò la chiesa di Marcemigo il 12 ottobre 1565. La comunità in quel tempo sosteneva economicamente un cappellano – frate Fermo da Verona dell’ordine dei Francescani – assegnandogli un salario di 22 scudi annui ma esigeva dalla pieve 12 minali di frumento, 4 minali di legumi, 4 bacede d’olio e 6 brente di uva ogni anno. 

Quando egli tornò a Tregnago, il 14 novembre 1582, si limitò a chiedere ad alcuni testimoni notizie sulla chiesa di Marcemigo e la sua gestione. Tutti si dichiararono contenti del cappellano ma si lamentarono della mancata distribuzione di alcune elemosine di pane e sale destinate agli abitanti del comune da parte di alcune persone del luogo tramite lasciti testamentari. 

 

Un’ipotesi sull’ubicazione di un ipotetico castello

 

Data la mancanza di documentazione precisa su un eventuale castello di epoca medievale posto a Marcemigo, allo stato attuale delle ricerche si possono solo fare supposizioni sulla sua effettiva esistenza e localizzazione. Di un castrum di Marcemigo si parla in documenti del XII secolo: Federico I nel 1154 e nel 1185 assegnò e confermò come dipendenze del vescovo Adelardo II un locus qui dicitur valle Longazeria cum castris qui vocantur Caculo (Cogollo), Massemanitus (Marcemigo), Taureniacus (Tregnago). 

 Il sito più probabile per un castello potrebbe essere quello dove si trova ora la chiesa di San Dionigi. Qualche studioso ha creduto anche di poter scorgere nel basamento del campanile qualche traccia di una costruzione precedente. Il sito potrebbe essere il più indicato per posizionare un castello con scopi militari. Dal colle della chiesa, infatti, si può scorgere, oltre al castello di Tregnago, anche quello di San Pietro di Badia Calavena.

 

Un episodio della seconda guerra mondiale: la vicenda dei Löwenthal

 

La famiglia ebraica dei Löwenthal, originaria di Berlino, arrivò a Roma nel 1933 per sfuggire alle persecuzioni razziali. In Germania Robert, il capofamiglia, era sospettato di aver stampato manifestini comunisti nella tipografia di cui era titolare.

A Roma i  Löwenthal vissero clandestinamente fino al 1938, quando si trasferirono a Verona. Qui instaurarono buoni rapporti con un gruppo di giovani artisti antifascisti. Il gruppo si riuniva talvolta nello studio dello scultore Berto Zampieri che veniva aiutato da Brigitte, la giovane figlia di Robert, per la stampa e la diffusione di fogli che incitavano gli operai a rifiutare il lavoro nelle fabbriche tedesche. Nel frattempo Robert fu assunto presso la Mondadori di Verona, e ne ottenne la direzione tecnica.

Dopo l'8 settembre 1943 i Löwenthal lasciarono Verona. Zampieri procurò loro un rifugio sicuro a Marcemigo.

Robert, però, ben presto lasciò a Marcemigo la moglie e la figlia e si nascose in contrada Carbonari, sui monti a est di Tregnago.

La vicenda di questa famiglia è collegata anche all’episodio dell’assalto al carcere degli Scalzi di Verona avvenuto il 17 luglio 1944 per liberare il comunista Giovanni Roveda. In quell’occasione Roveda fu liberato ma ci furono dei morti. Berto Zampieri, ferito, si rifugiò anch’egli a Marcemigo.

Robert Löwenthal, la moglie Anna Rosenwald e la figlia furono arrestati il 28 febbraio 1945 in casa a Marcemigo. Quando capirono che sarebbero stati trascinati via con la forza, preferirono avvelenarsi con dei farmaci che diedero anche a Brigitte.

Trasportati all'ospedale di Tregnago su un carretto, Robert morì lo stesso giorno, Anna il 3 marzo mentre Brigitte riuscì a salvarsi, dopo la guerra sposò Berto Zampieri, ed ebbe da lui due figlie.

I corpi dei coniugi Löwenthal furono sepolti nel cimitero di Tregnago e nel 2001 furono trasportati al cimitero ebraico di Verona.

 

Il ponte

Il torrente Illasi, conosciuto come Progno, con il suo corso irregolare ha sempre rappresentato un ostacolo per la circolazione delle persone. Nel caso di Marcemigo tale ostacolo fu superato con la costruzione del ponte sul finire del XIX secolo. Per costruire il ponte, il comune di Tregnago sostenne spese ingenti, perciò nel 1885 con una delibera del Consiglio Comunale, fu deciso di far pagare agli abitanti dei paesi limitrofi che vi transitavano un “pedaggio sul ponte stesso con animali e ruotabili”. L’importo del pedaggio variava: lire 0,10 per un cavallo, un bue, una mucca, un asino, un mulo o un vitello sciolti; lire 0,15 per un paio di buoi aggiogati e rispettivo boattiere; lire 0,20 per un carretto sia vuoto che carico tirato da un solo animale; lire 0,25 per una carrozza tirata da due cavalli.

 

La torre del “castelletto”

 

Chi arriva a Marcemigo scorge sul colle, alla sinistra della chiesa, una torre restaurata da qualche anno. Per anni è stata considerata da alcuni – in modo piuttosto frettoloso e superficiale – una parte di un antico castello, uno dei tre che, secondo qualche studioso, danno origine al toponimo “Tregnago” con quello di Tregnago e quello di Cogollo. In realtà in un attento esame della mappa del catasto austriaco del 1845 che riporta le costruzioni allora presenti, la torre non compare. La sua costruzione è quindi più recente, forse di fine Ottocento o addirittura del primo Novecento.

   

La mappa dell’Almagià

 

Marcemigo è rappresentato in alcuni documenti cartografici del passato accanto al vicino comune di Tregnago: nella più antica carta che rappresenta il territorio veronese, la cosiddetta carta dell’Almagià, datata 1440, il borgo è indicato come Marcenigo ed è raffigurato con la chiesa e il campanile attorniati da due costruzioni più piccole, una a destra e una a sinistra, e con altre tre abitazioni.

 

La carta della Galleria delle Carte Geografiche dei Musei Vaticani

 

La carta della Transpadania Venetorum della Galleria delle Carte Geografiche nei Musei Vaticani, dipinta tra il 1580 e il 1583, riporta scritto Marcenigo due volte: una con caratteri più grandi indica probabilmente tutto il territorio del comune e una, con caratteri piccoli e difficilmente leggibili posta sotto il gruppetto di case disegnate addossate al torrente Progno, indica il centro abitato vero e proprio separato da Tregnago indicato con C. Tregnago scritto due volte.

 

Le scuole di Marcemigo

 

Marcemigo, fino alla metà degli anni ’50 del secolo scorso, era sede anche di una piccola scuola elementare frequentata dai bambini del luogo. Se ne trova traccia ufficiale nella documentazione dell’archivio Comunale di Tregnago: una via Scuole era stata istituita nel 1921 e nella seduta del 10 maggio 1922 la Giunta Comunale di Tregnago trattò l’argomento della istituzione di una scuola elementare nella frazione di Marcemigo che nel 1946 risultava essere ospitata in un locale di proprietà di un privato a cui il comune pagava l’affitto. Nel 1950 la scuola fu trasferita in una stanza di una casa posta alla base del colle della chiesa, di proprietà del comune, in cui abitava anche una famiglia. Intorno al 1950 gli alunni erano circa una ventina, le classi erano miste ed erano quattro, dalla prima alla quarta. Le lezioni si svolgevano alternativamente per due classi al mattino e per le altre due al pomeriggio.

 

L’autoservizio di linea interna del comune di Tregnago del 1972

 

Nella seduta della Giunta Municipale di Tregnago del 31 marzo 1972 venne istituito un “autoservizio di linea interna nel comune per viaggiatori” , tale da permettere a lavoratori e studenti di arrivare agevolmente sul posto di lavoro o a scuola. Una linea di questo servizio collegava Tregnago a Marcemigo ogni giorno feriale con il percorso Tregnago – Marcemigo – Palazzin – Confine, con partenza alle 8,30  e alle 16,00  e arrivo alle 8,55 e alle 16,25.

 

La chiesa dei Santi Dionigi ed Eleuterio

 

La chiesa di Marcemigo è dedicata ai santi Dionisio ed Eleuterio. Il secondo dedicatario appare, però, molto raramente nei documenti. Con entrambi i nomi la chiesa viene identificata nel verbale della visita pastorale di Giovanni del Bene, delegato del vescovo di Verona Luigi Lippomano nel 1583 e in un elenco di oratòri soggetti alla parrocchia di Santa Maria di Tregnago nel 1738.

 

Una chiesa senza cimitero

 

Marcemigo è stato per secoli un comune autonomo dal punto di vista amministrativo ma la sua autonomia era più ridotta in ambito religioso. La sua chiesa è stata sottomessa all’autorità del monastero della Calavena prima e della pieve di Santa Maria di Tregnago poi. Questo ha reso possibile la mancata realizzazione di un cimitero ad essa collegato. Gli abitanti di Marcemigo, infatti, alla loro morte da sempre sono stati sepolti nel cimitero della vicina pieve. Una tale circostanza emerge anche dall’esame dei testamenti del XV secolo: tutti i testatori eleggevano come luogo di sepoltura il cimitero della chiesa di Santa Maria di Tregnago, la più vicina alla loro residenza terrena.

 

Lasciti alla chiesa

 

Alcune persone abitanti a Marcemigo nel Quattrocento ci hanno lasciato una traccia nei testamenti da loro dettati ad un notaio. Tra i destinatari dei lasciti c’era anche la chiesa di San Dionigi. Ecco qualche esempio: Desirino del fu Bonaventura di Marcemigo il nel 1420 chiede ai fedecommissari di spendere 2 ducati per comprare un camice per la chiesa mentre Pietro del fu Franceschino del fu Galvano abitante a Marcemigo, nel 1438 stabilì che se Iacopo, Pasqua, Ursolina e Francesca – figli suoi e della fu Lucia figlia di Antonio de Bachis di Tregnago – fossero morti senza figli, i 12 ducati dell’eredità a loro assegnata dal testatore avrebbero dovuto essere impiegati per l’acquisto di una campana per la chiesa.