Orazio Sorio, l’autore de I forestieri

 

La favola pastorale I forestieri fu pubblicata nel 1612 in un piccolo libretto stampato dall’editore Angelo Tamo di Verona. Quella conservata presso la Biblioteca Civica di Verona è una delle pochissime copie di cui si ha notizia: le altre si trovano a Bologna, alla Biblioteca Vaticana e a Rovigo.

Negli ultimi anni l’operetta è stata oggetto di ricerche più o meno precise  - soprattutto per quanto riguarda l’autore e i suoi rapporti con Tregnago - da parte di alcuni studiosi come Regina Grazia Lana Zardini[1]e Lorenzo Carpanè[2]. La Zardini ha ipotizzato che Sorio, secondo lei vicentino, avesse ambientato l’operetta a Tregnago per la sua vicinanza a Schio. L’ipotesi è  piuttosto fantasiosa ma è suffragata, secondo l’autrice, oltre che dalla dedica a un sacerdote di Schio, dalla collocazione di Sorio fra gli autori vicentini da parte di Paolo Calvi, mentre Scipione Maffei nella Verona Illustrata lo elencava tra quelli veronesi[3].  

Calvi scrive: Sorio Orazio di Cristoforo. Gli alberi lo dicono notaio di collegio nel 1563, ma questo non deve essere che un titolo che assumevano in quel tempo i cittadini che volevano essere della casta più elevata nell’ordine municipale. Orazio militò in Picardia , ed in Piemonte. Fu poscia capitano di fanteria per la Repubblica veneta, e un suo Colonnello sotto Castelnuovo. Fu alla battaglia delle Curzolari nel 1571[…][4]. Ma il nome Horatius, Orazio, era molto frequente nella famiglia Sorio, perciò non si sa se il nostro autore sia nato o risiedesse a Tregnago anche se è molto probabile ed è nota la presenza in paese in quegli anni di una famiglia con quel cognome. 

Il 12 ottobre 1565, in occasione della prima visita pastorale in paese del vescovo Agostino Valier, capellanus curatus della locale pieve di Santa Maria era don Francesco Sorio[5]. Un altro esponente della famiglia, Tebaldo figlio del fu Pietro Sorio di Marcemigo, invece, il 14 novembre 1582, durante un’altra visita pastorale a Tregnago del medesimo prelato, è citato tra i testimoni che rispondono sul comportamento del cappellano di Marcemigo e sull’esecuzione di alcuni legati testamentari[6]. In seguito, nei suoi due testamenti, Carlo Sorio, figlio di Girolamo, nel 1614 e nel 1623 viene definito de Marcemigo, località dove dice di avere una villa[7].

Nell’Archivio Parrocchiale tregnaghese, inoltre, è segnalata la presenza di un bambino di nome Orazio Carlo Sorio figlio di Girolamo e di sua moglie Isabella, battezzato l’8 aprile 1563 dal già nominato don Francesco Sorio. Un altro Orazio Sorio è indicato come padrino di battesimo di alcuni bambini tra cui Angela figlia di Francesco Dal Fornonel 1609 ma i due non sono la stessa persona perché il secondo è figlio di Pietro. Altre notizie dall’Archivio Parrocchiale non è possibile averne perché mancano i registri di matrimoni e morti per quegli anni. 

Un Orazio Sorio, poi, fu interrogato il 16 maggio 1620 dal vescovo di Verona Alberto Valier, a Tregnago durante una visita pastorale. Sorio era il modernus massarius supradictae societatis beatissimae Virginis rosarii, massaro della confraternita della Beata Vergine del Rosario e rispose sulla gestione della stessa. Della confraternita facevano parte uomini e donne di Tregnago e Marcemigo[8]. 

Anche se le date potrebbero essere pertinenti, non è detto che uno o l’altro sia il nostro autore. Sicuramente chi ha scritto I forestieri conosceva bene il territorio e lo ritenne adatto come locationdi un’opera teatrale di genere pastorale e arcadico.  Tuttavia, l’Arcadia, anticamente una territorio greco in letteratura considerato mondo idilliaco, perde la sua aura favolosa e assume caratteri identificabili con il reale. La regione, montuosa e abitata prevalentemente da pastori, divenne il simbolo del luogo dove non era necessario lavorare la terra per mantenersi, la natura provvedeva a donare all’uomo il necessario per vivere. 

I forestieri– dedicata a Paolo Sammartino, arciprete di Schio tra il 1587 e il 1618[9]–fu rappresentata per la prima e forse unica volta a Marcemigo nel giardino della villa allora di proprietà della famiglia Sorio – in seguito divenuta casa della famiglia De Winckels, attuale ristorante Villa de Winckels – forse per rispettare l’usanza del tempo che voleva la prima rappresentazione di uno spettacolo in casa di colui che lo aveva scritto. 

Sorio, nella dedica, scrive:

E M. REV. SIG.

& Patrone oss.

IL SIG. D. PAVLO 

SAMMARTINI.

QUELLA mia

Pastorale Favo-

Rita da V. Srg.

Molto Illustre, 

Et Reverenda

Con l’honorata preferenza, quan-

Do fu recitata in Tregnago,

viene hora in luce sotto il chia-

ro, et Ill. nome e protettione

di lei: vivo sicuro, che non

havendo risguardo al debil par-

to, e picciol dono, che riveren-

te gli offerisco; aggradirà V.

S. molto Ill. et Rev. l’animo,

et il desiderio mio pronto à

servirla; con che fine gli bacio

con ogni riverenza le sacrate

mani, e gli prego dal Signore

ogni contento.

Di Tregnago il dì 18. Fe-

braro 1612.

Di V. S. M. Ill. e M. R.

Devotiss. Servitore

Horatio Sorio[10]

La favola è l’unica fatica letteraria del suo autore, probabilmente un esercizio di svago, sia pure in presenza di una buona cultura attenta alle novità della favola pastorale, genere molto in voga tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo. Molti grandi scrittori vi si erano cimentati, uno fra tutti Torquato Tasso. Per ciò che riguarda I forestieri, sia la Zardini che Carpané hanno sottolineato l’originalità dell’opera ma anche le affinità con altre di genere arcadico pastorale veronesi e italiane, dalla Fiammella pastorale del veronese Bartolomeo Rossi, al Pastor Fido di Giovan Battista Guarini, all’Aminta del già nominato Torquato Tasso.  

La classicità è rappresentata dalla struttura del testo suddiviso in cinque atti più un prologo nel quale parla Ebe, dea della giovinezza, e nel rispetto delle unità aristoteliche di tempo, luogo e azione. L’originalità, invece, è data dalla presenza dei due forestieri, Pantalone e il suo servo Bragato, due maschere della commedia dell’arte giunte qui per caso. I due parlano un dialetto padovano che si discosta dalla lingua più elegante dei pastori e disturbano con la loro intromissione la quiete degli abitanti delle colline e dei boschi circostanti il giocondo Tregnago – come è definito nel prologo – del  bel Precastio e di Valle.  

Gli ultimi versi del prologo recitano:

In tanto almo Signore, 

Unico Sol de la achidiana gente,

Famosa lode, e fregio

Del SAMMARTIN casato, 

Piacciavi d’aggradire

Questa favola, c’hora

Dona chi v’ama, e riverente honora.

Partirò dunque à pien liet’, e contenta,

E me n’andrò à le piagge 

Del giocondo Tregnago

A goder lieta fra le frondi, e i fiori

I pregiati miei doni, i miei favori.

La dimensione favolistica incontra la realtà, l’Arcadia assume caratteri identificabili con luoghi reali e si trasferisce a Tregnago che nel XVII secolo era una piccola località con i suoi modi di vita ma anche sede di villeggiatura per molte famiglie nobili veronesi, come testimoniano le ville costruite proprio in quel periodo e tuttora esistenti. 

La ninfa Amarilli vive sui monti con altre ninfe e in un monologo afferma: 

Quando via più di ricercar fui stanca

Questi del bel Precastio aprici monti,

Senza mai far questo mio stral vermiglio,

Nel sangue, over di lepre, ò di coniglio:

Ho ricercato le feconde piaggie

Di Valcella, di Vale, & Calcarara,

Di Fontana le ricche amene sponde,

E l’ombroso boschetto à loro à canto

Di Valbaroni, dilettevol tanto.

Né vedut’hò pur una fiera in corso;

Qual sorte iniqua, qual nimica stella

L’ha fatt’hoggi inselvar, hoggi ch’aponto

Non fù di ninfe belle

Né mai più bella, ò più leggiadra schiera;

Sono qui tutte unite 

Lasse, & afflitte, a la dolc’ombra intente,

Fra questi fiori, e queste herbette molli.

Voglio posar anch’io le lasse, e stanche

Membra, & alquanto racchetar distesa

L’affannato mio spirto, infin che l’ombra

Cada da i monti al tramontar del Sole.

Al dolce mormorar de le chiar’acque            

Vò darmi in preda al sonno.

In fondo, il tema trattato è il rapporto tra la popolazione locale e i nobili che periodicamente alloggiavano in paese, come probabilmente facevano anche alcuni esponenti della famiglia Sorio, originaria, questo sì, del Vicentino.

Un’ultima annotazione è quella sulla posizione sociale dei protagonisti: Amarilli e Fileno sono alla fine due proprietari di beni materiali. Amarilli è una donna indipendente, ha un gregge e tiene a servizio un capraio, Lupino. Fileno è proprietario di prati e greggi. Entrambi non hanno parenti perciò possono decidere liberamente di sposarsi senza imposizioni familiari, come invece accadeva all’epoca nelle famiglie ricche e nobili.

 

[1]Cfr. R. G. LANA ZARDINI, Tra pastorale e commedia dell’arte: li”Forestieri” di Orazio Sorio, in E. MOSELE, La commedia dell’arte tra Cinque e Seicento in Francia e in Europa: atti del convegno internazionale di studio. Verona-Vicenza, 19-21 ottobre 1995, Verona 1995, pp. 235-252.

[2]Cfr. L. CARPANÈ, “Nell’inclita città di Verona”. Momenti della letteratura veronese tra Cinque e Seicento, pp. 33-60.

[3]Scipione Maffei cita I forestieri nel capitolo sugli scrittori veronesi. Cfr.: S. MAFFEI, Verona illustrata, Verona 1732, parte II, pag. 243.

[4]P. CALVI, Biblioteca e storia di quelli scrittori così della Città come del Territorio di Vicenza, Vicenza. Mosca,  1772-1782, VI, p. 204.

[5]Cfr. A. VALIER, Visite pastorali del vescovo e dei vicari a chiese della città e diocesi di Verona anni 1605-1627. Trascrizione dei Registri XVII-XVIII-XIX delle Visite Pastorali a cura dell’Archivio Storico della Curia Diocesana di Verona, Verona 2000, p. 23.

[6]Ibidem, p. 492.

[7]Archivio di Stato di Verona (ATV), Ufficio del Registro, testamenti, mazzo 211 n. 433 e mazzo 220 n. 910.

[8]Cfr. A. VALIER, Visite pastorali del vescovo e dei vicari a chiese della città e diocesi di Verona anni 1605-1627. Trascrizione dei Registri XVII-XVIII-XIX delle Visite Pastorali a cura dell’Archivio Storico della Curia Diocesana di Verona, Verona 2000, pp. 274-275. 

[9]La Zardini scrive: la “Serie Cronologica dei predecessori e successori” conservata nell’Archivio e Biblioteca del Duomo di Schio, ci informa che “Paolo San Martino fu Arciprete a Schio dal 1587 al 1618. Il suo arcipretato è contrassegnato dalle laboriose, interminabili pratiche per il riconoscimento ufficiale della Collegiata scledense (Sentenza Rutilia 1590). R. G. LANA ZARDINI, Tra pastorale e commedia dell’arte, p. 236.

[10]Il testo va a capo riga e riporta le abbreviazioni come nel libretto originale.