Bartolomea de Parixio e la sua famiglia da Cellore a Verona nel XIV secolo

 

Il testamento medievale ci tramanda immagini della morte, pratiche funerarie, indirizzi spirituali e consuetudini devote, ma anche le fortune economiche, i legami di parentela, la biografia delle persone. Il testatore infatti vi manifesta l’intenzione di fare un bilancio della propria vita prima di morire, di sistemare i beni terreni, di dare concretezza ai legami familiari attraverso la trasmissione ereditaria, di guadagnarsi il perdono dei peccati attraverso i lasciti pii e la richiesta di celebrazioni di messe e di recite di preghiere per la sua anima. 

Nel caso delle donne questo tipo di documentazione è particolarmente importante perché ci permette di orientare le indagini verso lo spazio ‘realmente vissuto’ dalle donne i cui ‘margini di libertà’ sul piano strettamente giuridico possono sembrare assai ristretti e ridotti alla sola ‘dimensione domestica’, limitazione che viene però abbondantemente superata nella realtà dei fatti.

Indagini effettuate in varie città italiane per i secoli XIV e XV tendono a dimostrare che le donne godevano di una certa autonomia di gestione del patrimonio familiare sia in vita che post mortem e potevano disporre di beni e di denaro con i quali talvolta beneficiavano chiese, monasteri, ospedali o singole persone[2]. Procede in tale direzione anche la ricerca condotta su una donna veronese, Bartolomea de Parixio che ci ha lasciato un testamento e la relativa esecuzione testamentaria.  

Vissuta nella prima metà del Trecento e morta nel 1359, Bartolomea apparteneva ad una ricca famiglia residente ed operante a Verona e nel suo territorio di cui è possibile tracciare un profilo attraverso una serie di documenti reperiti nei fondi archivistici dei due principali ordini mendicanti della città[3]. 

La famiglia de Parixio trae probabilmente origine dal capostipite Parisio, di professione notaio[4], originario di Cellore, attuale frazione del comune di Illasi, una località a nord-est di Verona, distante circa venticinque chilometri dalla città. Abbiamo sue notizie per il periodo che va dal 1255 al 1280. Egli, infatti, in quegli anni è attivo in compravendite e locazioni di terreni ubicati nel suo paese natale, attestate in pergamene conservate nel fondo archivistico di San Domenico d’Acquatraversa.

Il primo documento a noi noto in cui compare un Parisius notarius de ora Çellorarum è un livello ventinovennale di una terra in Illasi[5] al quale seguono alcuni acquisti di terreni siti nella medesima località[6]. Sul versante più propriamente familiare sappiamo che prima del luglio 1270 egli sposa una compaesana, Armerina, figlia di Giordanino del fu Bartolomeo. In quella data, infatti, ad Illasi, in casa di Bonifacio da Brognoligo, il suocero gli cede due appezzamenti di terra, uno arativo e l’altro prativo, siti in paese, in soluzione della dote di sua figlia[7]. Da Armerina Parisio ha un figlio, l’unico di cui conosciamo l’esistenza: Bartolomeo. 

Non abbiamo notizie certe sulla data della morte di Parisio ma sappiamo che egli è ancora vivo il 6 maggio 1274 quando compra da Oltremarino filarolo un appezzamento di terra prativa nel suo paese natale per un valore di 16 lire[8]. La morte è databile, però, certamente prima del 16 marzo 1281 quando Bartolomeo viene definito figlio del fu Parisio notaio al momento di cedere in locazione ventinovennale a Signa di Thomeo di Illasi un terreno con viti situato in paese, in cambio di un canone annuo di una gallina e 12 uova[9]. 

Alcuni atti notarili rogati tra il 1280 e il 1301 ci permettono di ricostruire qualche tratto della vita e dell’attività di Bartolomeo che risiede ad Illasi dove gestisce i suoi affari[10] sia pure coltivando contatti con la città e con gli esponenti della signoria[11]. I rapporti con la famiglia dominante veronese sono confermati il 25 febbraio 1292, giorno in cui egli riceve in feudo alcuni terreni situati a Mezzane[12] da Alberto della Scala definito capitaneum generallem populli Verone. 

Dal 1300 Bartolomeo può disporre di case anche a Verona nelle contrade dell’Isolo Inferiore e di San Salvar, dove verosimilmente risiede quando si reca in città per lavoro[13]. Anche se la documentazione pervenutaci riguarda principalmente locazioni e compravendite di terreni situati a Illasi[14], è ragionevole pensare ad una frequentazione piuttosto assidua della città che offriva maggiori possibilità professionali. La documentazione ci presenta un buon numero di compravendite e locazioni di immobili effettuate mediante speculazioni finanziarie. Bartolomeo concede prestiti di denaro a compaesani di Illasi i cui debiti vengono successivamente saldati tramite l’alienazione a titolo di datio in solutumdi appezzamenti di terra a favore del prestatore[15]. 

Per ciò che riguarda l’ambito familiare, Bartolomeo è sposato con Dialor ed è padre di otto figli: cinque maschi – Parisio, Ugo, Andronico, Gilberto e Bartolomeo – e tre femmine, Fiordalisa, Armerina e Bartolomea, la testatrice di cui parlerò[16]. Armerina entrerà nel monastero di San Domenico d’Acquatraversa e ne diventerà per un certo periodo la priora. Probabilmente grazie ad alcuni legati effettuati alla stessa Armerina e al monastero da parte dei familiari, inclusa la sorella Bartolomea, i documenti di famiglia sono entrati a far parte del fondo archivistico di San Domenico d’Acquatraversa.

Nel marzo del 1302 Bartolomeo è già deceduto e, prima del 1304, è scomparso anche il figlio Bartolomeo, mentre Andronico, Gilberto, Armerina e Bartolomea non sono ancora maggiorenni[17]. Dopo la morte di Bartolomeo, gli interessi di famiglia vengono curati dal figlio Parisio. I documenti non forniscono date precise sulla sua nascita e sulla sua morte, ma la sua attività è collocabile nei primi 30 anni del XIV secolo. Si può supporre che Parisio sia il primogenito di Bartolomeo e Dialor e che a lui spetti il compito di amministrare il patrimonio fondiario accumulato dal padre e dal nonno.  Dal 1302, anno in cui acquista con i fratelli e la madre un terreno con case a Illasi, egli agisce in numerosi contratti di compravendita e di affitto[18]. Nel primo decennio del Trecento viene coinvolto, insieme alla sorella Bartolomea, in una causa civile da un tale Enrico di Cellore. Quest’ultimo sporge querela per presunta appropriazione indebita di un carro di fieno. Parisio respinge le accuse sostenendo che il terreno da cui ha prelevato il fieno appartiene alla madre Dialor e alla sorella Bartolomea. Nel 1315, durante una pubblica assemblea del comune di Verona, i giudici Marco e Corrado e il notaio Nicola de Terçanis sanciscono la legittimità di quell’azione di Parisio emettendo una sentenza di assoluzione sia per lui che per la sorella[19]. 

Per quanto riguarda l’attività professionale, Parisio, seguendo le orme del nonno paterno, diviene notaio. In questo ruolo, nel 1304, redige un atto riguardante la divisione di una parte dell’ingente eredità lasciata da suo padre Bartolomeo ai figli e alla moglie e di lì a qualche giorno stila un altro documento attestante la soluzione di alcuni debiti contratti da un compaesano con alcuni suoi familiari. Circa 10 anni dopo lo troviamo testimone di un atto di locazione effettuato da sua madre a un Tregnaghese e nel 1318 si occupa di una compravendita di terreni per conto di Dialor[20]. 

Probabilmente per svolgere la professione di notaio, Parisio si trasferisce stabilmente a Verona, nella contrada di San Salvar e con lui, sicuramente fino al 1306, dimora anche la madre rimasta vedova[21]. Dialor si risposerà con Facino originario di Monselice e residente in contrada Braida[22]. Nella medesima contrada risiede anche Pietro de Broilo, figlio del fu Ubaldo e nipote di Facino, che sarà il futuro secondo marito di Bartolomea, sorella di Parisio. 

Pietro, esponente di una famiglia piuttosto importante ed influente nella vita cittadina, è originario di Monselice ed esercita la professione di giudice raggiungendo una autorevole e stimata posizione sociale. Nonostante ciò, però, sembra che non goda del favore della suocera. Dialor, infatti, nel giugno del 1328, detta il suo testamento chiedendo la sepoltura nella chiesa di San Salvar in Corte Regia e designando erede unversale e fedecommissaria la figlia Bartolomea, a condizione che nulla dei suoi beni possa essere ereditato o venduto al genero[23]. 

Non conosciamo con certezza l’anno del matrimonio di Bartolomea con Pietro che è già padre di due figlie, Aquilina[24] e Iacoba[25], ma si sa che nel 1317 compra un terreno situato a Illasi anche a nome di Dialor, moglie di suo zio, e che nel 1324 Pietro riceve dalla suocera e dalla moglie una ricca dote del valore di 800 lire di denari veronesi piccoli, alcuni beni stimati e cinque appezzamenti di terra del valore di 200 lire[26]. 

Un discorso a parte per concludere la sia pure breve presentazione della famiglia de Parixio merita la già nominata Armerina, sorella di Bartolomea e monaca a San Domenico di Acquatraversa, se non altro perché una rendita di 25 lire annue predisposta dalla madre in suo favore sembra essere il motivo per cui molti documenti riguardanti la famiglia de Parixio sono conservati tra quelli del monastero domenicano. Fino al 1320 ella è una religiosa come le altre del suo convento[27] ma circa 40 anni dopo, ricopre la carica di priora, come si evince dalla lettura del testamento della sorella Bartolomea che, nel 1359, la nomina erede universale insieme a Pietro e le lascia in particolare alcuni terreni situati a Illasi e 24 minali di frumento annui ricavati da altri poderi, stabilendo – come vedremo in seguito – che, alla morte di Armerina, questi beni debbano rimanere di proprietà del monastero.  

 

Il testamento di Bartolomea: aspetti devozionali e caritativi

Il testamento di Bartolomea de Parixio è un documento interessante sotto vari punti di vista, non ultimi quelli che riguardano devozione religiosa e carità verso i poveri e gli ospedali che li accolgono. Le molteplici disposizioni della testatrice in merito, infatti, riflettono aspetti ben consolidati nella mentalità tardo medievale influenzata dall’azione e dalla predicazione degli ordini mendicanti.  

Del documento sono stare reperite due versioni: oltre a quella integrale custodita all’Archivio di Stato di Verona nel fondo del convento cittadino di San Domenico d’Acquatraversa[28], infatti, ci è pervenuto un estratto o particula, conservato nel fondo di un altro ente religioso veronese: quello di San Fermo Maggiore[29]. Se leggendo quest’ultimo possiamo avere l’impressione di un totale interesse della testatrice verso gli ordini mendicanti presenti in riva all’Adige ed in particolare per i Minori; leggendo il testo integrale, ben più lungo e complesso, si scopre una vastità di legati corredati da clausole piuttosto articolate e rivolti ad istituzioni religiose laiche e non, ai poveri, agli ospedali e, naturalmente, ai familiari.

La particula, infatti – redatta probabilmente per volere del convento minoritico a propria tutela – riporta unicamente le disposizioni riguardanti il convento di San Fermo e quelle che lo riguardano insieme agli altri ordini mendicanti presenti a Verona: Domenicani, Servi di Maria, Eremitani e Carmelitani, ma il complesso dei legati è ben più ampio e variegato.

 Il 4 febbraio 1359, Bartolomea – malata e consapevole della morte imminente – detta le sue ultime volontà al notaio Giovanni figlio del fu Bonomo di Pigna, mentre si trova nella residenza di famiglia situata nella contrada cittadina di Ponte Pietra. Ad assistere alla stesura sono presenti diversi notai – Bonaventura del fu Dolzano di San Matteo Concortine, Aspetatino del fu Giacomo di Mercatonovo, Gabriele figlio di Chiaromonte di Ponte Pietra, Antonio del fu Veronesio Schachi di Isolo Inferiore, Gilberto de Fidenciis del fu Nicolò di San Paolo, Leonardo figlio del fu notaio Allegro di Ponte Pietra e Pietro del fu Benvenuto di Ponte Pietra – e uomini appartenenti alla famiglia de Broilo: Nicolò, fratello del marito della testatrice, e Giovanni del fu Bartolomeo di Pigna. Una così ampia presenza di personaggi legati alle professioni giuridiche è collegabile all’attività del secondo marito[30] di Bartolomea, Pietro de Broilo, giudice piuttosto noto in città, membro di una prestigiosa famiglia che si era elevata socialmente grazie alle professioni giuridiche svolte da molti dei suoi componenti[31].  

La testatrice, egra corpore tamen sane mentis et puri intellectus – nell’imminenza della morte, prima di nominare eredi universali il marito Pietro e la sorella soror Armerina – raccomanda l’anima al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo, alla Madonna e all’intera Corte Celeste seguendo un formulario notarile standardizzato presente nei testamenti dell’epoca ma aggiunge una personale menzione a San Pietro Martire.

L'attenzione di Bartolomea verso gli ordini religiosi mendicanti presenti in città e stimati nel tardo Medioevo in modo particolare dalle classi sociali più elevate prosegue con la scelta del luogo di sepoltura: ella chiede che la sua tomba sia collocata all’interno della chiesa dei Minori di San Fermo, dove riposa anche la madre Dialor, nonostante questa avesse designato come ultima dimora la chiesa di San Salvar in Corte Regia. La volontà di Dialor non era stata rispettata dagli eredi, forse perché, dato l’alto livello sociale raggiunto dalla famiglia, una tomba in San Fermo era senz’altro più prestigiosa. In un’altra parte del documento che stiamo esaminando, la testante ci fa sapere che il padre Bartolomeo, primo marito di Dialor, è sepolto nella chiesa di San Tommaso dei Carmelitani. 

Una devozione tendente a richiedere la preghiera a frati e suore appartenenti ad istituzioni mendicanti non è eccezionale, né casuale, se si pensa che un ruolo significativo nelle scelte dei testatori del tardo Medioevo è senza dubbio quello assunto da tali ordini – soprattutto i Minori e i Predicatori ma anche i Carmelitani – che, a Verona come in altre città italiane ed europee[32],  esercitavano una grande attrattiva dovuta alla loro attività pastorale fatta di costante assistenza, presenza e predicazione evidente anche tramite l’organizzazione di gruppi di penitenti, confraternite, congregazioni pie tesi ad orientare con organicità la pratica religiosa dei fedeli. Ai loro insegnamenti si ispiravano soprattutto le classi nobiliari e mercantili delle città, le più propense ad accettare l’opera di educazione cristiana portata avanti grazie alla capacità di «stabilire rapporti più intimi e personali con i loro fedeli, non solo la grande predicazione dalla cattedra e dal pulpito, ma il consiglio preciso, individuale, legato ad una pratica della confessione costante, sovente presso lo stesso frate, un rapporto favorito anch’esso dall’immancabile costituirsi presso i conventi di confraternite laicali e di congregazioni pie»[33].

In quest’ottica si spiegano, almeno in parte, alcuni legati pro anima rivolti a conventi cittadini e a singoli frati con lo scopo di assicurarsi una preghiera continua ed efficace per la salvezza dell’anima. Bartolomea infatti assegna ai conventi cittadini dei frati Predicatori, Minori, Eremitani, Carmelitani e Servi di Maria 50 lire di denari veronesi piccoli, ciascun lascito in cambio della celebrazione di messe e della recita di preghiere. Tale richiesta viene in seguito ulteriormente rafforzata tramite l’istituzione di benefici sacerdotali: allo scopo di ottenere un ricordo continuo nella preghiera per sé e per i familiari, ella assegna terreni al convento di San Fermo Maggiore, a quello delle sorores di San Domenico d’Acquatraversa, a quello dei Predicatori e alla chiesa di San Tommaso dove è sepolto il padre Bartolomeo[34]. 

Ma la testatrice si rivolge anche direttamente ai singoli religiosi accordando loro una piccola somma di denaro. A frater Zilio dell’ordine dei Predicatori di Verona e rettore del convento, vengono lasciate 10 lire con la richiesta di messe e preghiere per sé e per i familiari. Per il medesimo motivo il non meglio identificato frate Filippo di San Zeno riceve cinque lire.

Bartolomea, però, si ricorda anche delle sue origini. Al monastero di Santa Giustina di Illasi vengono destinati alcuni terreni situati in paese tra cui uno tenuto in affitto da Merzetus de Arano di Illasi per due bacede d’olio annue. L’olio dovrà essere utilizzato per tenere accesa una lampada nella chiesetta del monastero, davanti all’immagine della Vergine Maria che la testatrice stessa ricorda di aver provveduto a far realizzare dimostrando una particolare devozione verso la madre di Cristo, secondo canoni piuttosto diffusi nel basso Medioevo. 

Sempre a Illasi, Bartolomea destina a due confraternite – quella dei Disciplinati di San Fisio e quella definita di San Nicolò e done Zuile – alcuni terreni situati in paese e tenuti in affitto da contadini del posto. Alla societas di San Nicolò e done Zuile, in particolare, viene assegnato appezzamento di terra aratoria con viti maggiori situato in pertinenza di Illasi, in ora Sorzeti, tenuto in affitto da Lucia e Guglielmo o da suo figlio Paolo per cinque quarte di frumento annue. Con il frumento dovrà essere preparato del pane da distribuire ogni anno ai pauperes Christi di Illasi in occasione del banchetto annuale della societas.  

Quest’ultima disposizione ci introduce ad un aspetto della beneficienza particolarmente sentito nel tardo Medioevo: quella rivolta ai poveri. Le disposizioni della testatrice riguardanti i poveri intesi come singole persone e come ospedali dove essi vengono accolti sono molteplici e sono espressione di una mentalità ricorrente nel XIV e XV secolo fondata su alcune espressioni evangeliche riprese dalla predicazione degli ordini mendicanti tese a portare l’uomo alla redenzione dai propri peccati attraverso la carità verso il prossimo. Come scrive Miccoli, «Non si tratta più semplicemente dell’elemosina, dovere tradizionale dei ricchi verso i poveri, sia direttamente, sia per il tramite delle fondazioni monastiche, ma di forme di vera e propria assistenza organizzata che laici singoli, ordini ospedalieri e confraternite laicali assumono come compito e dovere specifico[35]». 

Bacci scrive che un tale modo di pensare ha radici evangeliche. Gesù, infatti, nel famoso Discorso della Montagna, aveva indicato esplicitamente a chi spettava la salvezza: il Regno dei Cieli sarebbe stato dei poveri e coloro che sulla terra avessero sofferto per mancanza di cibo, nell’aldilà sarebbero stati saziati. Al contrario, i ricchi avrebbero dovuto sopportare fame e dolore[36]. Per la loro condizione, quindi, i poveri erano ritenuti dalla società tardomedievale persone degne di una considerazione particolare in quanto «intercessori simbolici tra gli altri uomini e la clemenza divina»[37]. La loro esistenza offriva ai peccatori un’opportunità di riscatto perché rendeva possibile l’esercizio della carità, come aveva detto Cristo: «Date e vi sarà dato»[38]. 

In ossequio al messaggio di Cristo e alla mentalità del suo tempo Bartolomea dà disposizioni affinché ogni ospedale di Verona e del suo circondario abbia 10 soldi di denari veronesi piccoli da distribuire agli infermi e ai poveri ospitati. 

Gli ospedali medievali e della prima Età Moderna, fino a tutto il Cinquecento[39] erano istituzioni caritative, spesso di piccole dimensioni, preposte all’accoglienza dei poveri e dei viandanti. I poveri, infatti, erano numerosi nelle città e comprendevano, tra gli altri, orfani, vedove, ragazze da marito impossibilitate ad avere una dote e carcerati. 

Il povero per eccellenza era Cristo[40] e i mendicanti erano definiti pauperes Christi. La loro preghiera rivolta a Dio in favore dei morenti era ricambiata con un’offerta in denaro o in oggetti di uso quotidiano o ancora in capi di abbigliamento. 

I pauperes destinatari di lasciti spesso sono – come nel caso di Bartolomea – quelli scelti dai fedecommissari. Non sono tanto le singole persone ad essere importanti, ma è la categoria in generale ad essere utilizzata dai testanti come un mezzo per acquisire meriti di fronte all’Eterno. Bartolomea dispone che le persone povere e gli indigenti di Illasi scelti dai fedecommissari, abbiano la non trascurabile somma di 350 lire, mentre ai pauperes Christi di Engazzà, località della bassa veronese dove possiede dei terreni, assegna 50 lire. 

Nel prosieguo del testamento vengono ricordati alcuni familiari ai quali sono destinate poche lire pro anima sua e delle due famule[41], servitrici che l’hanno aiutata ed assistita durante la malattia. 

Degno di nota, infine, è un legato a due persone povere, stavolta indicate con i loro nomi: Gerardino da Cogollo e una pauper mulier, Flora, abitanti nel cortile della casa che Bartolomea possiede ad Illasi. Ad essi vengono lasciate 10 lire di denari veronesi piccoli ciascuno, somma irrisoria che dimostra però un’attenzione della testatrice nei loro confronti.  

 

L’esecuzione testamentaria

L’esecuzione testamentaria – scritta in due differenti momenti il 5 e il 9 novembre 1359 dal notaio Omnebono figlio di Bartolomeo de Omnibono di San Vitale, pochi mesi dopo la redazione del testamento di Bartolomea – attesta l’avvenuta morte della testatrice e la volontà dei fedecommissari ed esecutori testamentari – frate Filippo da Illasi dell’ordine dei Predicatori, Corradino figlio di Rigo della residente nella contrada cittadina di San Paolo e frate Guglielmo, converso del convento di San Domenico di Acquatraversa e procuratore di Armerina, sorella della testatrice e suora nel medesimo convento – di mettere in atto le ultime volontà della defunta. 

In una prima fase, il 5 novembre, vengono distribuite 50 lire a ciascuno dei conventi citati nel testamento. Quel giorno frate Giuliano, professo, e frate Gerardino, converso, ricevono la somma a nome dei Domenicani veronesi e così fa anche il priore degli Eremitani di Santa Eufemia, Daniel da Verona, che si trova nella sacrestia del suo convento quando riceve gli ospiti che gli recano il denaro.  

Gli esecutori testamentari di Bartolomea si spostano poi nella sacrestia del convento di Santa Maria della Scala per consegnare 50 lire al priore dei Servi di Maria, Benvenuto da Verona, e successivamente si recano a San Fermo dai Minori, dove vengono accolti da frate Bosio. Il giro di distribuzioni si conclude, infine, nella sacrestia di San Tommaso Cantuariense, dove, a nome dei Carmelitani, il priore Moreto da Venezia riceve la medesima somma. 

Il denaro viene consegnato sempre in presenza di alcuni testimoni segnalati nel documento. L’atto notarile prosegue quindi con un’altra sezione riguardante il legato di 10 lire che la testatrice ha predisposto per tutti gli ospedali cittadini. 

Quattro giorni dopo, il 9 novembre, gli esecutori testamentari frate Filippo, Corradino e frate Guglielmo a nome di suor Armerina, sorella della testatrice, dunque, convocano 

gli interessati presso il convento di Santa Anastasia e portano a compimento le volontà della defunta assegnando quanto stabilito a ciascuno di essi. I riceventi sono: 

-       Beatrice, servitrice dell’ospedale dell’Arcarotta; 

-       frate Boninsegna, priore dell’ospedale di Sant’Alessio;

-       frate Giovanni, priore dell’ospedale di San Barnaba; 

-       frate Giovanni, priore dell’ospedale di Santa Maria della Misericordia; 

-       frate Giovanni, priore dell’ospedale di San Giorgio; 

-       frate Martino, priore dell’ospedale di Santo Stefano; 

-       frate Gabriele, priore dell’ospedale di San Gregorio; 

-       suor Diambra, priora dell’ospedale di Santa Apollonia; 

-       Bonaventura, figlio di Gerardo, nuncius di frate Bertramus, priore dell’ospedale del Santo Sepolcro; 

-       frate Francesco, priore dell’ospedale di Sant’Apollinare; 

-       Pandetus per l’ospedale di San Michele in Campagna; 

-       frate Giovanni, priore dell’ospedale di San Fermo Minore; 

-       frate Andrea, priore dell’ospedale di Santa Maria a Domo Vetere; 

-       frate Gerardo, priore dell’ospedale a Stella; 

-       frate Guidonus, priore dell’ospedale di Sant’Anna; 

-       frate Guglielmo per l’ospedale di Santa Lucia di San Michele alla Porta; 

-       frate Redulfus, priore dell’ospedale del maestro Gaifferius; 

-       frate Alberto, priore dell’ospedale di Santa Maria della Valverde; 

-       frate Giovanni di Ognissanti per l’ospedale di Ognissanti; 

-       Criscimbenus, famulo del priore dell’ospedale di San Zeno; 

-       ser Bello, priore dell’ospedale di San Giovanni alla Ghiaia; 

-       suor Margherita di San Daniele per l’ospedale della Domus Dei; 

-       frate Guglielmo, priore dell’ospedale di Monte Oliveto;

-       frate Florio, priore dell’ospedale della Santa Trinità;

-       frate Giovanni per l’ospedale di San Luca; 

-       ser Nicolaus, rettore dell’ospedale di San Omobono. 

Il lungo elenco raccoglie istituzioni ospedaliere di vario genere ed offre lo spunto per qualche considerazione su di esse. Occorre innanzitutto ribadire che gli ospedali veronesi e di molte altre città italiane del Trecento, così come quelli del secolo successivo,[42] erano luoghi di ricovero di modeste dimensioni per indigenti, malati e pellegrini, disponevano di pochi posti letto e spesso venivano mantenuti da privati cittadini con offerte e legati. 

Tra gli ospedali nominati nell’esecuzione testamentaria alcuni sono classificati da Itala Campagnari come ospedali ‘di strada’[43] sorti lungo gli assi viari principali che collegano Verona con Trento a nord e con Vicenza a est. A sinistra dell’Adige erano situati in successione Sant’Alessio, Santo Stefano, San Gregorio, Santa Apollonia, Santo Sepolcro e Sant’Apollinare alla Peccana fuori Porta Vescovo; sulla strada che collegava Verona a Ostiglia si trovava San Daniele detto anche Domus Dei che nel 1356 era stato assegnato da Pietro Della Scala a un gruppo di sorores benedettine. Altri hospitales erano gestiti da confraternite: i disciplinati operavano in Santa Maria de Domo che aveva sede nei pressi della cattedrale e in Santa Maria della Misericordia presso San Zeno. Sant’Anna, infine, era stato edificato per volontà di un privato cittadino.   

La sensibilità della testatrice, dunque, non limita le sue scelte a un particolare tipo di ospedali ma si estende alla totalità di quelli cittadini dell’epoca, tutti bisognosi di aiuto economico per poter compiere le loro funzioni di accoglienza di malati ma anche di viandanti o di persone bisognose di aiuto. Un simile tipo di legato è quindi collegabile a quelli destinati da Bartolomea ai poveri e si inserisce tra i gesti di solidarietà che chi dettava le ultime volontà riteneva importanti per guadagnarsi la vita eterna.  

 

 

[1]   Cfr. A. RIGON, Orientamenti religiosi e pratica testamentaria a Padova nei secoli XII-XIV (prime ricerche), in Nolens intestatus decedere. Il  testamento come fonte della storia religiosa e sociale, Perugia 1985, p. 42.

[2]  Sulla libertà di agire delle donne nel  basso Medioevo e nella prima Età Moderna si possono vedere: L. GUZZETTI, Le donne a Venezia nel XIV secolo: uno studio sulla loro presenza nella società e nella famiglia, Pisa-Roma 1998 e S. FECI, Pesci fuor d’acqua. Donne a Roma in età moderna: diritti e patrimoni, Roma 2004. Per quanto riguarda Verona, è in corso la realizzazione di un database dei testamenti femminili del Quattrocento. La prima fase del lavoro è stata presentata in un convegno internazionale i cui atti sono stati recentemente pubblicati nel volume: M. C. ROSSI (a cura di), Margini di libertà: testamenti femminili nel medioevo. Atti del convegno internazionali (Verona 23-25 ottobre 2008),  Caselle di Sommacampagna (VR) 2010. 

[3] Mi riferisco al convento minoritico di San Fermo Maggiore e a quello domenicano di San Domenico d’Acquatraversa, entrambi oggetto di alcune tesi di laurea. In particolare, del fondo archivistico di San Domenico di Acquatraversa si sono occupate tra gli altri Elena Berardo e Arianna Negri. Cfr. E. BERARDO, Per la storia del monastero di S. Domenico d’Acquatraversa di Verona dalle origini al 1290, tesi di laurea, Università degli Studi di Verona, facoltà di Lettere e Filosofia, a. a. 1992-1993, rel. G. DE SANDRE GASPARINI e A. NEGRI, Per la storia del monastero di S. Domenico d’Acquatraversa di Verona (anni 1290-1320) con appendice di 241 documenti trascritti e regestati, tesi di laurea, Università degli Studi di Verona, facoltà di Lettere e Filosofia, a. a. 1998-1999, rel. G. DE SANDRE GASPARINI.

[4] Il titolo di notarius di Parisio è attestato dal 1255: ASVr, San Domenico (d’ora in poi SD), perg. 56. La matricola dei notai del 1268 (ASVr, Collegio dei Notai, reg. 1a), pubblicata dal Faccioli non riporta il nome di Parisio da Illasi. Cfr. G. FACCIOLI, Della corporazione dei notai di Verona e del suo codice statutario del 1268, Verona 1966, pp. 49-59.  

[5] ASVr, SD, perg. 56.  

[6] Compravendite di terreni effettuate da un Parisius notarius: ASVr, SD, pergg. 56, 65, 68, 103.

[7] ASVr, SD, perg. 90.

[8] ASVr, SD, busta 2 perg. 103.  

[9] ASVr, SD, perg. 120 in cui si riporta Bartholomeus filius quondam Parixii notarii. 

[10] I documenti che riguardano Bartolomeo di Parixio sono del periodo 1280-1301: ASVr, SD, pergg. 136, 150; ASVr, SD, busta 3 pergg. 159, 172; ASVr, busta 3 pergg. 161, 164, 166,168, 169, 170, 177, 179, 182, 183, 187, 188, 189, 190, 192, 194, 196, 197, 198, 202. 

[11] ASVr, SD, perg. 150. NEGRI, busta 3 perg. 159, 172; busta 3 pergg. 161, 164, 166,168, 169, 177, 179, 182, 187, 188, 189, 190, 192.  

[12] ASVr, SD, busta 3 pergg. 159.

[13] ASVr, SD, busta 3 perg. 196 (1300 aprile 28, Verona), ASVr, SD, busta 3 perg. 198 (1300 agosto 13, Verona), ASVr, SD, busta 3 perg. 194 (1300 marzo 9, Verona) in cui Bartolomeo è detto de Insulo Inferiori e non de Illaxio. In modo particolare, quest’ultimo documento venne rogato in Verona in Insulo Inferiori sub portichu habitationis domini Bertolamei quondam domini Parixii, come il documento ASVr, SD, busta 3 perg. 198 che fu scritto sub portichu habitationis domini Bertholamei quondam domini Parixii de Insulo. 

Che Bartolomeo non dimorasse a Verona stabilmente è attestato in ASVr, SD, busta 3 perg. 197 datato 3 maggio 1300, Illasi) dove è ancora detto de Illaxio. In ASVr, SD, busta 3 perg. 235  redatto nel 1306, quindi posteriore dopo la sua morte, viene ricordato come Bertholomeus quondam Parixii de Sancto Salvario. 

[14] ASVr, SD, busta 3 pergg. 166, 168, 169, 179, 188, 189, 190.

[15] ASVr, SD, busta 3 pergg. 161, 164, 172, 177, 179, 182, 183.

[16] ASVr, SD, busta 3 pergg. 205 e 220.

[17]ASVr, SD, busta 3 pergg. 205 e 220. In quest’ultimo documento figlio Bartolomeo si dice: … pro quondam Bertolameo filio quondam dicti Bertolamei mortuo post mortem dicti sui patre; mentre Dialor è … uxor dicti domini Bertolamei, tutrix Andronici, Gilberti, Armerine et Bartolomee.

[18] ASVr, SD, busta 3 pergg. 205, 222, 223, 225, 228, 233; ASVr, SD, busta 4 pergg. 243, 245, 249; ASVr, SD, busta 5 perg. 369. 

[19] ASVr, SD, busta 4 pergg. 268, 270, 290, 313.

[20] ASVr, SD, busta 3 pergg. 220, 221; ASVr, SD, busta 4 perg. 261 e ASVr, SD, busta 5 perg. 373. 

[21] ASVr, SD, busta 3 perg. 208. Su Parisio: ASVr, SD, busta 3 pergg.  208, 222, 225, 228, 235¸ASVr, SD, busta 4 pergg. 243e 249. Su Dialor: ASVr, SD, busta 3 pergg.  234, 236. 

[22] ASVr, SD, busta 4 pergg.  310, 312, 314; ASVr, SD, busta 5 pergg. 341, 343, 347, 348, 357, 369, 371, 372, 372, 380. Inoltre ASVr, SD, pergg. 399, 405, 406, 408.

[23] Il testamento di Dialor è reperibile in ASVr, SD, perg. 429. 

[24] Ad Aquilina la testatrice cede i diritti in piscariis presso il ponte Nuovo a Verona.

[25] Iacoba, al momento della redazione del testamento di Bartolomea, è madre di due figlie: Valeria e Grandilia, alle quali la testatrice lascia pro anima 50 lire ciascuna.

[26] ASVr, SD, busta 5 pergg. 348 e 380. Inoltre ASVr, SD, perg. 410[b].

[27] La presenza di Armerina nel monastero è individuabile fino al 1320, anno in cui le consorelle vengono convocate alla presenza del vescovo Tebaldo per eleggere una nuova priora per il monastero. ASVr, SD, busta 3 perg. 178; ASVr, SD, busta 4 pergg. 259, 260, 266, 267.

[28] Archivio di Stato di Verona (ASVr), San Domenico, busta 8, perg. 646. Del documento parla Stefania Bernardinelli in S. BERNARDINELLI, Un quadro d’insieme, il testamento di Bartolomea “de Parixio” in Gli scaligeri (1277-1386), a cura di G. M. VARANINI, p. 471. In particolare, il testamento di Bartolomea è stato oggetto di una tesi triennale: P. SARTORI, Per la storia della vita religiosa delle donne nel basso Medioevo: I testamenti di Bartolomea de Parixio (1359), , tesi di laurea, Università degli Studi di Verona, facoltà di Lettere e Filosofia, a. a. 2004-2005, rel. M. ROSSI.

[29] ASVr, San Fermo Maggiore, busta 5, pergamena 369. La particula del testamento è stata trascritta in M. TEMPORIN, Testamenti ed esecuzioni testamentarie nel secondo Trecento veronese: Comportamenti religiosi e caritativi. Con una silloge di 114 documenti e regesti (1339-1399), , tesi di laurea, Università degli Studi di Verona, facoltà di Magistero, a. a. 1987-1988, rel. G. DE SANDRE GASPARINI. Del documento parla Stefania Bernardinelli in S. BERNARDINELLI, L’esecuzione del testamento di Bartolomea “de Parixio” in Gli scaligeri (1277-1386), a cura di G. M. VARANINI, p. 471. 

[30] Dal testamento veniamo a sapere che il primo marito della testatrice era stato Nicola da Correggio, figlio del fu Gilberto da Correggio, esponente di una importante famiglia di Parma. Il padre di Nicola era probabilmente quel Gilberto che era  stato capitano generale di Parma, Cremona e di tutta la parte guelfa in Lombardia e che aveva condotto una guerra contro i ghibellini viscontei e scaligeri. Gli avvenimenti che erano seguiti lo avevano spinto a cercare alleanze con i Della Scala attraverso un’oculata politica matrimoniale. Nonostante ciò, però, le lotte politiche non cessarono e la famiglia Da Correggio fu bandita da Verona. Cfr. R. GRECI, Gli Scaligeri a Parma (1335-1341), in Gli Scaligeri (1277-1387), pp. 61-72 e G. MONTECCHI, Correggio, Gilberto da, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 29, pp. 439-444.

[31] Pietro de Broilo è presente all’ingresso del metropolita di Aquileia Bertrando di Saint-Geniés, quando tra gli astanti non figura nessun esponente della famiglia Della Scala e del suo entourage. Cfr. M.C. ROSSI, Bertrando di Saint-Geniés patriarca di Aquileia e il suo ingresso nella città di Verona (1334), in Chiesa, vita religiosa, società nel Medioevo italiano. Studi offerti a Giuseppina de Sandre Gasparini, Roma 2005, p. 582.  

Egli, inoltre, è menzionato insieme ad  altri giudici veronesi tra i testimoni presenti all’assunzione dell’arbitrium da parte di Cangrande II nel 1351. Cfr. S. A. BIANCHI – R. GRANUZZO (a cura di), Statuti di Verona del 1327, Roma 1992, p. 276.

[32] Per Verona nel Duecento e Trecento si vedano M,C. ROSSI, Orientamenti religiosi nei testamenti veronesi del Duecento: tra conservazione e ‘novità’, in «Quaderni di storia religiosa» , v 2, (1995) , pp. 107-147 e M.C. ROSSI, I frati Minori a Verona nel Trecento: da un’indagine sui testamenti, in «Franciscana. Bollettino della Società internazionale di studi francescani», VI, 2004. Fuori dall’Italia, Vovelle cita l’esempio della Tolosa quattrocentesca nella quale il 60% delle sepolture avviene nella parrocchia del defunto e le restanti si dividono soprattutto tra i quattro conventi degli ordini mendicanti che hanno ciascuno il proprio cimitero. Cfr. M. VOVELLE, La morte e l’occidente, p. 119.

[33] G. MICCOLI, Gli ordini mendicanti e la vita religiosa dei laici, in Storia d’Italia. Dalla caduta dell’Impero romano al secolo XVIII, 2 , L’Italia religiosa, Milano 2005, p. 800.

[34] Il beneficio alla chiesa di San Tommaso è collegato ai diritti sulla dote della testatrice. Se il marito Pietro vorrà acquisire tali diritti, a suo tempo assegnati al primo marito Nicolò, soror Armerina dovrà utilizzare la metà o una parte dei beni dotali per istituire un beneficio sacerdotale nella chiesa di San Tommaso secondo modalità e condizioni da lei stabilite.

[35] G. MICCOLI, Gli ordini mendicanti, p. 796.

[36] Cfr. il vangelo di Luca. Lc 6,20-21, 24-25.

[37] M. BACCI, Investimenti per l’aldilà, p. 81.

[38] Lc 6,38.

[39] Angelo Torre, parlando degli ospedali piemontesi del Cinquecento, ne evidenzia il carattere assistenziale per i malati ma anche di accoglienza per poveri e viaggiatori. Cfr. A. TORRE, Il consumo di devozioni. Religione e comunità nelle campagne dell’Ancien Régime, Venezia 1995, pp. 77-78.

[40] De La Roncière attribuisce l’accostamento della povertà di Cristo a quella degli indigenti alla predicazione degli ordini mendicanti ed in particolare a quella dei Domenicani. Cfr. DE LA RONCIÈRE, Tra preghiera e rivolta, p. 241.

[41] Le Famule e le pediseque erano ragazze che svolgevano lavori casalinghi nelle abitazioni di coloro che in cambio offrivano loro vitto e alloggio. In un suo saggio, Franca Leverotti definisce i famuli «apprendisti o servi domestici in città e nei centri borghigiani» e cita le differenti terminologie con cui le ragazze vengono designate – famule o pediseque – cogliendo tra i due termini una diversa accezione basata su «un differente impiego delle serve, o una variante terminologica legata all’età». Cfr. F. LEVEROTTI, Alcune osservazioni sulle strutture delle famiglie contadine nell'Italia padana del basso medioevo a partire dal famulato, in «Popolazione e Storia», II (2001), p. 19.

[42] Sulla storia degli ospedali veronesi si veda V. FAINELLI, Storia degli ospedali di Verona dai tempi di san Zeno ai giorni nostri, Verona 1962. Sugli ospedali cittadini quattrocenteschi si veda: G. M. VARANINI, La carità del municipio. Gli ospedali veronesi nel Quattrocento e nel primo Cinquecento, in L’ospedale e la città. Cinquecento anni d’arte a Verona, Verona 1996, pp. 13-41.

[43] Si veda I. CAMPAGNARI, Cenni sugli ospedali veronesi nel Trecento, in L’ospedale e la città, Verona 1996, pp. 58-59.