Carlo Cipolla                                                                         

 

In una prima conoscenza di  Carlo Cipolla, la caratteristica che balza subito in evidenza è la vasta gamma dei suoi interessi: egli fu – come dice Giuseppe Biadego – nella commemorazione post mortem letta il 24 dicembre 1916 nella sala del Consiglio Provinciale di Verona, “un erudito, un paleografo, un glottologo “ e molto altro. Sempre Biadego, curandone la bibliografia nel 1917, elenca 575 pubblicazioni che suddivide in due parti: la prima costituita da 427 tra “volumi, opuscoli, articoli in giornali e riviste ed estratti” – ossia opere originali di varia lunghezza – la seconda contenente 148 “cenni biografici, recensioni e critiche” di opere altrui. Sono scritti, e cito le parole di Biadego, “disseminati in volumi ed opuscoli, anche d’occasione, anche fuori commercio, in Atti d’Accademie, in riviste storiche e letterarie e in giornali”. Pino Simoni, nel 1994, sulla rivista del Curatorium Cimbricum Veronese, Cimbri-Tzimbar, aggiornò tale bibliografia aggiungendo 46 titoli tenendo conto di alcuni scritti non citati da Biadego e di ristampe pubblicate nei decenni successivi alla morte dell’autore.

In questa sede citerò una piccolissima parte di tali scritti, ma andiamo con ordine.

Carlo Cipolla nacque il 26 settembre 1854 a Verona da Giulio e da Laura Balladoro, in una nobile ed antica famiglia comitale; aveva un fratello, Francesco, che era nato nel 1848 e si era laureato in Lettere a Padova.

Carlo, dopo gli studi compiuti nella città scaligera, si laureò anch’egli all’università di Padova dove fu allievo di due maestri insigni: lo storico Giuseppe De Leva e il paleografo e diplomatista Andrea Gloria.

Da essi acquisì la capacità critica e la sensibilità verso i problemi di natura politica e documentaria. De Leva, in particolare, lo spinse ad interessarsi delle problematiche relative all’Italia tra la fine del Medioevo e l'inizio dell’età moderna, tanto che la sua prima pubblicazione di un certo rilievo  è Fra’ Girolamo Savonarola e la costituzione veneta del 1874.

Subito dopo la laurea dimostrò quella varietà di interessi di cui ho parlato, che resterà uno dei tratti caratteristici della sua fisionomia di erudito, prima ancora che di storico. Lui intendeva la storia come una disciplina globale che raccoglie politica e gesta dei grandi, ma anche i mutamenti sociali, culturali e artistici dei popoli.

Nel medesimo periodo, infatti, si interessò, di una lapide a Villafranca e dei Dicta Catonis in un manoscritto della Biblioteca capitolare di Verona, del giudizio di Petrarca su Dante e di istituzioni veneziane. Si tratta di contributi particolari che mostrano, comunque, quanto egli avesse bene appreso la lezione del suoi maestri mantenendo, però, una sua libertà di scelta sugli argomenti da trattare, pur ricordando che si tratta di lavori svolti da un ragazzo tra i diciotto e ventidue anni.

Negli anni successivi, Cipolla si dedicò fra l’altro all’opera che, per taluni aspetti, e da molti considerata la più importante, la Storia delle Signorie italiane dal 1313 al 1530 pubblicata a Milano nel 1881: è uno dei volumi della prima serie di quella che sarà, successivamente, nelle varie redazioni, la Storia d'Italia scritta da un gruppo di docenti ed edita da Francesco Vallardi.

L’opera è ancora oggi apprezzabile per le informazioni che contiene,  per il rigore nell’esposizione, per la segnalazione di diversi aspetti politici e diplomatici caratterizzanti due secoli fra i più complessi nella storia del nostro Paese. La ricchezza di dati e di vicende rende tuttavia complicato il racconto.

Benedetto Croce, nella sua Storia della storiografia italiana nel secolo XIX pubblicata nel 1921, rileva nella Storia delle Signorie quell’insistenza moralistica che spesso caratterizza il giudizio di Cipolla sui fatti. A tal proposito, però, va ricordata l’influenza del suo maestro che lo porta a raccontare le vicende politiche e diplomatiche senza tralasciarne i precedenti e le conseguenze.  

Lo scritto, tuttavia, fu accolto con generale favore e, nel 1882, valse al suo autore la cattedra universitaria di Storia Moderna a Torino come successore di Ettore Ricotti. Allora la storia moderna comprendeva anche il periodo medievale e la sede torinese era molto prestigiosa essendo la prima cattedra universitaria di Storia istituita in Italia dopo la Restaurazione.

Cipolla, nella prolusione che diede avvio al corso, tenuta il 16 novembre di quell’anno, dichiarò di voler continuare l’attività del predecessore con  spirito nazionale sorretto da un approccio critico alla storia.

Questa prolusione - uno dei pochi scritti teorici del Cipolla - intitolata I metodi e i fini nella esposizione della storia italiana è importante perché ci consente di capire la concezione che aveva della missione dello storico e dei modi di attuarla. Egli. dichiara, infatti, di voler continuare la tradizione culturale della storiografia romantica cattolica, tenendo presente soprattutto Balbo ma riconosce che il clima intellettuale nel quale egli vive ed opera, esige il racconto dei fatti.

Distingue perciò nell’attività storiografica tre momenti:

i primi due sono propri dello storico:

- la cronaca, ossia la raccolta dei dati che devono essere riordinati.

 - la storia, cioè l’utilizzo dei dati raccolti e lo studio dei collegamenti che intercorrono tra essi.

Il terzo momento è quello proprio del filosofo della storia:

- l’utilizzo dei dati storici per una sintesi universale.

Questa impostazione era piuttosto diffusa sul finire dell’Ottocento. Cipolla mise in atto i primi due momenti, tralasciando quello filosofico, e promettendo “l'indagine amorosa e sincera del vero e l'assiduità di lavoro”.

In questa prolusione egli inserisce i ricordi veronesi di Scipione Maffei,  quelli piemontesi del Balbo e degli altri studiosi che lo avevano preceduto sulla cattedra torinese, ma si avvicina anche alla personalità di maggiore importanza per la storiografia italiana dell’epoca, Pasquale Villari.

Cipolla dichiara di voler allontanarsi dal positivismo filosofico del Villari ma ne apprezza il valore di studioso. Questa prolusione è, comunque, interessante perché, più che esporre un metodo, indica i limiti entro i quali va collocata l’opera e l’attività del nostro studioso.

Della prolusione vorrei leggere un passo significativo. Lo studioso afferma:

“Se è bello richiamare cogli studi alla vita antichissimi popoli scomparsi da secoli e secoli, non è altrettanto utile e bello ricercare la storia di quei tempi e di quei popoli, dei quali l’azione non è ancora estinta, e di cui anzi proviamo tuttodì le conseguenze in noi medesimi? Le carte e i monumenti, che conservano le memorie del passato possono da un giorno all’altro scomparire nei turbini della vita. Affrettiamoci a prenderne possesso, e assicuriamo contro gli insulti del tempo e le contraddizioni degli uomini tanta parte di noi. Fiduciosi nelle leggi, che regolano la storia e confortano l’uomo, persuadiamoci che senza la base delle prove, e senza abbassarci a cercare queste prove sulle muscose pietre e nelle pergamene polverose, la storia mutasi facilmente in fantasmagoria, dove si suppone per leggerezza quello di cui dovremmo tacere per ignoranza. Mettiamo noi stessi alla luce le nostre ricchezze, e non permettiamo che tutte ce le rubino i numerosi e valenti stranieri, che pellegrinano ogni anno per la Penisola, scavando nei nostri archivi oggi quello che da tempo avremmo avuto il sacro dovere di conoscere noi medesimi. Scriviamo noi la nostra storia: pubblichiamo noi le nostre cronache, i nostri codici diplomatici”.

Negli anni successivi la sua biografia va colta più nelle pubblicazioni che nei pochi eventi della sua esistenza ai quali accennerò brevemente.

L’attività di studioso si articola in gruppi di lavori attestanti l’operosità del Cipolla che si muove su fronti diversi collaborando anche con studiosi stranieri, come avrò modo di dire in seguito.

Una parte importante del suo lavoro è rappresentata dall’edizione delle fonti, per le quali si preoccupò della metodologia di pubblicazione più opportuna, studiando nuove norme di edizione.

Occorre dunque distinguere nelle opere di Cipolla quelle di carattere narrativo da quelle documentarie.

Fra le prime, degne di nota sono le Antiche cronache veronesi, pubblicate a Venezia nel 1890, per cui Cipolla si servì della collaborazione del fratello Francesco, anche se suo è il commento storico.

Per un attimo ora tralasciamo l’attività scientifica e ricordiamo che il 1890 fu importante anche per la vita privata del nostro storico: in quell’anno, infatti, egli sposò Carolina Vittone. Per l’occasione i colleghi gli dedicarono il libro Per le nozze del Conte Prof. Carlo Cipolla con la signorina Carolina Vittone. Cinque anni dopo, il 12 maggio 1895, a Torino nacque l’unica figlia, Enrichetta, quella che molti a Tregnago ricordano come la “contessa”. Pochi giorni prima, il futuro padre aveva annunciato al fratello Francesco il lieto evento scrivendogli: “Caro Checco, spero che farai da padrino al nipotino o nipotina che Iddio ti donerà…”

Ma torniamo ora all’attività di ricerca del Cipolla che tra il 1898 e il 1901 pubblicò i Monumenta Novaliciensa vetustiora, in due volumi e le Fonti per la storia d'Italia dell'Istituto storico italiano.

Per quanto riguarda l’edizione di fonti documentarie, senza tenere conto dei documenti isolati o particolari, occorre ricordare il Codice diplomatico del monastero di S. Colombo di Bobbio, pubblicato ancora nelle Fonti per la storia d'Italia, in tre volumi, nel 1918.

Ancora fonti archivistiche sono raccolte nei due volumi Documenti per la storia delle relazioni diplomatiche fra Verona e Mantova, nel secolo XIII del 1901, Documenti per la storia delle relazioni diplomatiche fra Verona e Mantova, nel secolo XIV, pubblicato in Miscellanea di storia veneta nel  1907.

A parte, per la sua importanza, va considerata l’ultima opera di edizione della sua vita e cioè Ferreto dei Ferreti Historia rerum in Italia gestarum, di cui l'ultimo volume è postumo, ancora una volta nelle Fonti per la storia d'Italia (1914-18), accompagnata da una raccolta di poesie riguardanti gli Scaligeri.

Le edizioni appena citate sono importanti perché sono testi nei quali Cipolla inserisce indicazioni sugli autori e sulle vicende che essi espongono, discutendo questa documentazione anche dal punto di vista storico-critico. I due volumi sulle Relazioni diplomatiche, ad esempio, costituiscono – oltre che una pubblicazione di documenti – anche un racconto delle vicende riguardanti i rapporti tra Verona e Mantova.

Nell’ambito delle pubblicazioni documentarie, occorre ricordare l’interesse che Cipolla dimostrò per l’epigrafia, alla quale dedicò diversi contributi talvolta trascurati dagli studiosi successivi anche perché l’autore non riuscì quasi mai a trarne delle conclusioni generali.

L’ingente quantità di dati particolari sembra indice di scarsa organicità ma è invece frutto di esperienza e di interesse, non solo di erudizione.

Uno dei suoi interessi principali è rivolto al mondo germanico e ai suoi rapporti con l’Italia: a questo proposito, tralasciando i contributi particolari, non si possono trascurare i lavori che egli raccolse nel volume già citato Per la storia d'Italia e de’ suoi conquistatori, dedicato al suo maestro, Giuseppe De Leva, dove, oltre alla prolusione già ricordata, sono raccolti due ampi studi Il diritto famigliare considerato quale criterio per giudicare della civiltà dei Germani antichi e Studi teodoriciani. Di questi ultimi è importante ancora oggi quello Per la leggenda di re Teodorico in Verona.

Si tratta di due lavori che in parte richiamano la tematica risorgimentale della condizione dei vinti Romani sotto i Longobardi e il problema della fusione dei due popoli ma si collegano anche al tentativo di affrontare il mondo germanico come civiltà indoeuropea nel rapporto con le altre, della stessa origine, per poi valutarne l’apporto all’interno dell’Italia romana.

Il problema è trattato in alcune note dal titolo: Della supposta fusione degli Italiani coi Germani nei primi secoli del Medio Evo, in Rendiconti della Regia Accademia nazionale dei Lincei pubblicati nel 1901, dove la questione viene integrata dal problema etnologico e culturale, così da diventare, in alcuni suoi aspetti, il punto di partenza per una storia dell’individualità nazionale italiana.

Collegato in parte a Teodorico e al mondo gotico e longobardo, in parte agli studi di storia delle Signorie - e di quella Scaligera, in particolare – è il Compendio della storia politica di Verona pubblicato nel 1899, a cui si affiancano venti Note di storia veronese pubblicate nell'ambito del Nuovo Archivio veneto, tra il 1892 ed il 1907, Sempre di storia veronese sono le Briciole di storia scaligera, in tre serie, pubblicate nel 1889.

Accanto alla storia delle Signorie vanno collocati, oltre alle Briciole, i suoi studi relativi all’attività politica di Dante e di Petrarca, che Cipolla studiò  riferendosi al pensiero politico espresso nelle loro opere.

Cipolla fu, infine, un informatore di storia e di cultura italiana all’estero. Collaborò per molti anni ai Monumenta Germaniae Historica, alla Revue historique e non solo. Degna di nota è anche la bibliografa storica italiana, disposta anno per anno, ad uso degli studiosi tedeschi, continuata per oltre trent’anni, dal 1878 al 1911.

Il suo impegno di studioso fu molto apprezzato e, nel 1906 – quando Pasquale Villari lasciò la cattedra di Storia Moderna all’Istituto di Studi Superiori di Firenze per passare a quella di propedeutica storica – Cipolla fu chiamato a succedergli.

Continuò la ricerca fino al collocamento a riposo su sua richiesta nel settembre del 1916, poco prima della morte che avvenne la sera del 23 novembre dello stesso anno, nella villa di famiglia a Tregnago.

Da una così ampia attività di studioso emerge la sua dedizione agli studi non accompagnata, come accade per altri suoi colleghi, dall’interesse  per la politica, anche se tutta la sua opera è percorsa dalla consapevolezza della validità dell’impegno per la Nazione che aveva animato gli uomini del Risorgimento.

Egli unì il sentimento patriottico alla fede cattolica vissuta intensamente, come dimostra anche la sua partecipazione ad alcune iniziative che percorsero la cultura italiana agli inizi del Novecento. Ebbe parte alla Società Cattolica Italiana per gli Studi Scientifici che – per la varietà dei suoi interessi - non riuscì a collocarlo in uno specifico settore. Il suo nome, infatti, risulta fra gli “aderenti dei quali non si conoscono gli studi”.

In realtà, per Cipolla, come scrive Manselli tracciandone la biografia,  “il  lavoro di erudito diventava un impegno sacro, un dovere inderogabile, per l'affermazione della propria fede religiosa”.

Attualmente, presso la Biblioteca Civica di Verona è conservato un fondo pervenuto nel 1918 per lascito testamentario che raccoglie i manoscritti e il carteggio dello studioso, oltre alla biblioteca personale costituita da 5.639 volumi e 16.565 opuscoli. Altre carte dello studioso sono conservate presso la Biblioteca Capitolare di Verona e presso la famiglia Cipolla.

 

Cipolla e Tregnago

 

Un accenno, prima di concludere, va fatto ai rapporti di Cipolla con Tregnago.

La famiglia Cipolla possedeva in paese la villa che noi tutti conosciamo. Carlo veniva piuttosto spesso e si interessava dei suoi possedimenti locali, come dimostra la fitta corrispondenza epistolare con il fratello Francesco che qui risiedeva pressoché stabilmente.

Ovviamente, tra le sue ricerche si occupò anche di storia locale e pubblicò qualche nota su Tregnago. Quelle che elencherò sono datate dal 1882 al 1914.

Innanzitutto cita il paese nel libro Le popolazioni dei XIII Comuni veronesi. Ricerche storiche sull’appoggio di nuovi documenti, pubblicato nel 1882 e ripubblicato in edizione anastatica dalle Edizioni Taucias Gareida nel 1978. L’opera fa parte di un gruppo di lavori sulla storia dei Cimbri delle montagne veronesi ma parla anche di Tregnago che Cipolla descrive come “villaggio ricco e popoloso sin dai primi secoli dell’Impero” Romano, ne indica i collegamenti con l’abbazia della Calavena nel Medioevo, ricorda che il nome cimbro di Tregnago era Kalvain rimasto tuttora ad indicare la località Calavena a nord del paese.

Le prossime che nominerò, invece, sono brevi note che attestano ritrovamenti di reperti del passato o descrivono oggetti artistici.

- In La chiesa di Tregnago presso Verona, del 1891, tratta della costruzione della nuova chiesa dopo la caduta del campanile nel 1878. Si tratta della prima parte della chiesa parrocchiale attuale che in seguito fu allungata.

- In Tregnago. Un dipinto nella chiesa parrocchiale, del 1891, traccia una breve descrizione del dipinto collocato sull’altare del Sacro Cuore.

- In Castelli veronesi: Soave e Tregnago, sempre del 1891, descrive i due castelli e, in particolare, per quello di Tregnago accenna ad alcuni piccoli interventi fatti per evitarne la caduta dopo il terremoto di quell’anno.

- In Rudero del secolo VI-VII incirca trovato a Tregnago, del 1914,  riporta la notizia del ritrovamento di una piccola parte del pavimento dell’antica pieve e di una pietra ornata databile, secondo Cipolla, al VI secolo dopo Cristo.

- Infine, in Resti di rogo a Tregnago dell’età di Adriano incirca, del 1914, parla del ritrovamento nei pressi della località Pisocco della sepoltura di una donna di epoca romana.

Per chiudere vorrei proporvi una curiosità: a Tregnago, come sappiamo, esiste una via Carlo Cipolla. È interessante leggere la delibera comunale che la istituì.

Il 3 ottobre 1930, il podestà Riccardo Vinco deliberò di intitolare “la strada con inizio da Vicolo Vitelle alla strada del cementificio” allo storico che, si legge testualmente, nella delibera, “Ebbe profondo sentimento di italianità che lo animò sempre ed ai suoi allievi predicava: Mettiamo noi stessi alla luce le nostre ricchezze e non permettiamo che tutte ce le rubino i numerosi e valenti stranieri che pellegrinano ogni anno per la penisola scovando nei nostri Archivi quello che da tempo avremmo avuto il sacro dovere di conoscere noi medesimi, scriviamo noi la nostra storia”.

 

Bibliografia:

 

G. Biadego, Carlo Cipolla: Commemorazione letta il 24 dicembre 1916 nella sala del Consiglio Provinciale (Loggia di Fra Giocondo), Verona, 1917.

 

G. Biadego. Bibliografia di Carlo Cipolla, in Nuovo Archivio Veneto, XXXIV (1917), p.104-163

 

L. Schiaparelli, Necrologio di C. Cipolla, in Annuario del R. Istituto di studi superiori, pratici e di perfezionamento in Firenze, Firenze 1917, pp. 183-185.

 

R. Manselli, Carlo Cipolla, in Dizionario Biografico degli Italiani, 25, Roma 1981, p. 713-716;

 

P. Simoni, Appendice alla bibliografia di Carlo Cipolla, in Cimbri-Tzimbar, 5, n. 11 (gen-giu.1994), p. 199-206

 

G. M. Varanini, (a cura di), Carlo Cipolla e la storiografia italiana fra Otto e Novecento: atti del convegno di studio, Verona 23-24 novembre 1991; Verona 1994.

 

F. Seneca, In margine all'edizione d'"Anonimo Valesiano": lettere di Roberto Cesi e Carlo Cipolla, (1910-1913), in Anonimo Valesiano, n. 5, v. 161, 2003, pp. 125-148

 

 

Scritti di Carlo Cipolla su Tregnago

 

Le popolazioni dei XIII Comuni veronesi. Ricerche storiche sull’appoggio di nuovi documenti, Venezia 1882.

 

La chiesa di Tregnago presso Verona, in Arte e storia, IX, 1891, p. 79.

 

Tregnago. Un dipinto nella chiesa parrocchiale, in Arte e storia, X, 23, 1891, p. 184.

 

Castelli veronesi: Soave e Tregnago, in Arte e storia, X, 27, 1891, pp. 209-211.

 

Rudero del secolo VI-VII incirca trovato a Tregnago, in Madonna Verona, VIII, 1914, pp. 221-222.

 

Resti di rogo a Tregnago dell’età di Adriano incirca, in Madonna Verona, VIII, 1914, p. 68.