Federico Gaetano Battisti: da Tregnago al Monte Grappa

 

Negli ultimi anni sono venuti alla luce documenti finora tenuti nelle soffitte di molte famiglie anche del nostro territorio, riguardanti soldati che parteciparono alla Prima Guerra Mondiale e talvolta non tornarono più a casa. Piuttosto particolare è stato il ritrovamento di un vecchio libro con una croce nera sulla copertina grigia che riguardava un ragazzo tregnaghese, Federico Gaetano Battisti, morto sul Grappa nel dicembre 1917. Il libro fu pubblicato in poche copie nel 1918 per volere dei genitori e raccoglie una biografia del giovane soldato, alcune sue lettere ai familiari scritte dal fronte, le condoglianze inviate al padre allora sindaco del paese e ai congiunti da parenti, conoscenti, Ufficiali dell’Esercito e Personalità della società civile, testimonianze varie e articoli di giornali dell’epoca che lo riguardano. Tutto ciò permette di ricostruire, a distanza di un secolo, le vicende di questo ragazzo a cui è intitolata la scuola primaria del paese.

Federico Gaetano Battisti, chiamato in famiglia Gaetano, nacque a Tregnago il 13 novembre 1894[1], figlio di Costantino e della moglie Elvira Zavarise. Gaetano era il secondogenito: nel 1893 era nato Michelangelo Paolo, futuro avvocato. Nel 1896 nacque Maria Teresa Luigia e, infine, nel 1902 nacque Bruno Giuseppe che sarebbe diventato medico.

Gaetano fu battezzato due settimane dopo, il 27 novembre, da don Giuseppe Morini, sacerdote cooperatore di Illasi. L’atto di battesimo[2] ci fornisce qualche indicazione sulla famiglia: Costantino Battisti era figlio di Michelangelo e di Luigia Cracco ed Elvira Zavarise era figlia di Michele e di Teresina Ciccheri.

Gaetano compì gli studi elementari in paese per poi essere iscritto al Ginnasio presso il collegio Don Bosco e al Liceo Classico Maffei di Verona. Dai voti riportati nell’ultimo anno di liceo[3], si comprende come egli preferisse le materie letterarie: aveva voti alti in italiano, latino e greco, mentre arrivava alla sufficienza in fisica e storia naturale. Ottenne il diploma nel 1912.

In una lettera indirizzata al fratello minore Bruno dalla Zona di Guerra [4], Il 2 maggio 1917 accennava al tempo trascorso sui libri per essere all’altezza delle aspirazioni dei genitori nei suoi confronti: “Quanto allo studio, caro Bruno, ti raccomando di fare quanto ti è possibile: tu sai che anch’io in Ginnasio non mi sono risparmiato e fu per farmi un corredo di cognizioni fondamentali, utili e necessarie per il Liceo e anche perché vedevo con quanta ansia il papà e la mamma seguivano il cammino nostro. Sai pure che i nostri genitori ci vogliono bene anche troppo: se li potessi confrontare con quelli di qualche mio amico! Credi noi siamo fortunati con tali tesori: noi abbiamo il dovere di non amareggiare la loro esistenza non solo, ma di ricambiarli almeno di qualche soddisfazione. E per loro questa è la migliore. Coll’età poi verrai a capire quanto valga la tenerezza di una mamma come la nostra e la bontà di un papà come, per fortuna, è il nostro”.

Al momento di iscriversi all’Università scelse la facoltà di Medicina dell’Università di Padova.  

Continuando a leggere il ritratto che ci presenta Luigi Carcereri nel libro di cui si è detto, scopriamo che Gaetano aveva buona voce, conosceva la musica e suonava il pianoforte.

Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, il 24 maggio 1915, mentre frequentava il terzo anno di Medicina, egli si arruolò volontario e subito fu assegnato alla Sanità Militare: si occupò degli ammalati del Collegio Agli Angeli di Verona e dei feriti dell’Umberto I di Mantova. 

Nel frattempo continuò gli studi frequentando un corso di Batteriologia a Firenze e alcuni corsi presso l’Università Castrense[5] finché, con il grado di sergente, dopo aver sostenuto gli esami del quarto e quinto anno, nell’aprile 1917 fu promosso aspirante ufficiale medico.

Intanto il conflitto continuava e Gaetano chiese di essere inviato in Zona di Guerra. Fu assegnato agli Alpini come raccontava egli stesso in una lettera del 26 aprile: “Finalmente sono a destinazione, dopo un rigiro di più giorni, da un comando all’altro per Desico, Bribano, Feltre, Canal S. Bovo ecc. Sono già un alpino equipaggiato, in pieno assetto di guerra. […]La mia destinazione fissata dalla Divisione per la 76° tale e quale vi telegrafai da Desico; il maggiore però mi volle alla 20a priva, ossia mai assistita finora da medici”.

Proseguendo con la lettera, Battisti descrive positivamente la nuova vita da alpino: “La vita di prima linea è però piena di emozioni e anche non meno sicura poiché noi si vive in gallerie straordinarie scavate dai nostri Alpini, quasi tutti friulani. Gallerie che s’addentrano per decine di metri nelle roccie in luoghi ove il cannone non può arrivare. L’allegria non manca, se vedesti gli Ufficiali Alpini che facie! E la mensa! Io sono persuaso di ingrassare come un maialetto in poco tempo”.

Le lettere e i telegrammi inviati dal fronte sono datati dal 26 aprile 1917 al 10 dicembre dello stesso anno, il giorno prima del ferimento che lo condurrà a morte e fanno parte di quella documentazione che è di primaria importanza per lo studio della Prima Guerra Mondiale. La corrispondenza tra la Zona di Guerra e l’Italia – così veniva indicato il territorio lontano dal fronte – era molto fitta anche se doveva attenersi alle regole ferree della censura e impiegava settimane, se non mesi, a giungere a destinazione. Il controllo delle comunicazioni, come scrive Fabio Caffarena, era una pratica che si diffuse durante la Grande Guerra, “certamente per non far trapelare attraverso la corrispondenza particolari sulla conduzione del conflitto, ma anche e soprattutto per arginare la comunicazione di pensieri e commenti critici o disfattisti”[6].

Battisti cercava di fornire ai familiari una visione del conflitto piuttosto rassicurante anche se le montagne dove ora si trovava gliene ricordavano altre vicine a casa per le quali prova nostalgia.  Il 2 maggio scriveva alla madre: “Io sto benissimo, il clima è ottimo quantunque si stia un po’ altini. Questi monti mi rammentano molto la linea che da Revolto va lungo la valle dei Ronchi, assai più pittoreschi e grandiosi: il ricordo tuttavia mi dà l’illusione della vallata nostra il che se è doloroso è pur anche un po’ dolce”.

Al fronte, come comunicava a suo padre il 6 maggio, Battisti svolgeva l’attività di medico. “Sono medico nella 20° Compagnia: ecco il mio ufficio. Passo le visite al mattino alle 6 e mezzo e compio tutto quello che è inerente al mio servizio: la maggior parte della giornata mi resta libera sicché posso dedicarmi alla lettura, allo studio, a tutto quello che voglio, essendo completamente libero. Meglio di così non potevo finire; del resto questo è proprio di tutti i medici di Compagnia non di me solo: è una condizione rispettabilissima e quieta nello stesso tempo. Ho l’incarico della mensa degli Ufficiali di Compagnia il che non porta nessun peso”.

Le missive, in generale, parlano delle attività al fronte senza drammatizzare. Il 19 maggio, rivolgendosi alla madre, scriveva: “la vita qui di fronte e, si può dire, facia a facia col nemico, non è dessimile della vita solita, comune. La guerra si vive nella realtà non nella poesia, in quelle pose romantiche, che veramente si vede quanto siano inverosimili e sciocche. - Si mangia, si dorme, si parla, si sta in compagnia come è nelle abitudini solite: quella che la distingue forse del tutto è la grande vigilanza e basta. Per quel che è pallottola o proiettile di cannone, di bombarde, di fucile, di granate a mano, non si bada ormai più: il concerto che ci circonda non ci interessa quasi più. Quando il nemico sta né suoi buchi e non attacca direttamente è come la cosa non fosse nostra. Io, per quel che mi riguarda, sono meravigliato tuttavia di me stesso, in quanto che non credevo di possedere tanta calma e tanto sangue freddo; anche gli scoppi, e sono tremendi, di grossi calibri che arrivano dai forti oltre Pedrasso e Cavalese mi lasciano del tutto indifferente. - Ho sparato anch’io colla mitragliatrice: è una delizia”.

Insomma, cercava di tranquillizzare i genitori, soprattutto la mamma. Il 3 agosto si rivolgeva a lei da Campo Coldole: “Come vedi ti scrivo dalla località situata sotto la cima, località per modo di dire, perché si tratta solo di pini, estremo limite di vegetazione (2000 metri) che ci serve da luogo di riposo. Posizioni dal punto di vista della natura in sé splendide. Il Cecchino però le rende non tanto ospitali - quantunque la differenza di vita fra la primissima linea e qui sia enorme, almeno si dorme quanto si vuole, senza preoccupazione. Qui appunto mi sono arrivate le tue due lettere, ieri sera quella in data del 29, stamane quella assicurata del 25 luglio. Scrivimi sempre quanto più a lungo puoi, giacché, in questa maniera, mi dai l’illusione di trovarmi vicino a te, che tu sai quanto ti ami. Ti raccomando nello stesso tempo di amare la tua salute: non pensare troppo né preoccuparti tanto delle condizioni mie, giacché esse sono quanto migliori puoi immaginarti. Pensa solo che presto, molto più presto di quello che puoi sperare io tornerò in Italia”.

Tuttavia, in agosto Gaetano fu costretto ad arrendersi: si ammalò di “angina austa”, come egli definiva un’infezione alla bocca e alla gola.

Il 19 agosto scrisse “dall’ospedale someggiato 131 il più prossimo alla linea nostra, ove fui ricoverato tre giorni or sono per angina austa e per un conseguente ascesso. Ho resistito due giorni nella mia branda in linea, ma ho dovuto arrendermi poi alla stessa necessità e pensare a casi miei: 86 ore senza una goccia d’acqua e solo la fortuna volle risparmiarmi dall’operazione ormai inevitabile - L’ascesso si è aperto da sé poche ore prima del momento stabilito per l’atto operativo, ora che vi mando queste poche righe posso dirmi guarito. In pochissimi giorni ritornerò in compagnia. Vi faccio sapere questo piccolo incidente solo perché non abbiate a pensare male del mio ritardo di questa settimana nello scrivere. Ho passato in verità dei brutti quarti d’ora; e adesso che tutto se ne è andato, non posso a meno di ridere del caso buffo toccatomi. Alle due del mattino essere ancora alzato, stava benissimo, al mattino trovarmi coll’esofago completamente chiuso e con una febbre altissima e con limitazione esagerata di respiro. Come dico 1’ascesso si è aperto all’interno da sé; senza concorso alcuno né di medici né di ferri chirurgici”.

L’ultimo periodo trascorso in famiglia iniziò la sera di giovedì 25 ottobre 1917. Egli aveva ottenuto una breve licenza fino al venerdì successivo per sostenere un esame per il quale, però, non si sentiva preparato. Preferì non presentarsi all’Università.

Intanto si compì la disfatta di Caporetto e, il sabato cominciarono ad essere diffusi i primi bollettini. Battisti, sebbene  la sua licenza durasse fino al venerdì successivo, decise di partire il lunedì perché non voleva abbandonare i suoi alpini.

In quel novembre Gaetano vide molti amici morire, in particolare in una lettera del 19 di quel mese racconta alla madre la morte di uno di loro. “[…] ho avuto la triste sorte di vedermi capitare al posto di medicazione un mio caro amico di Verona, certo Cacciatori, che si trovava prima con me agli Angeli, in condizioni pietosissime, con ferite orribili al ventre e alla faccia. Questa fu la scena più commovente che abbia provato in tutti questi giorni: prima di morire, ebbe la forza di riconoscermi, quantunque non mi avesse veduto da due anni e mi trovassi anch’io dopo sei giorni di vita di stenti, di intense emozioni, in condizioni più da bestia che da uomo. Mi chiamò per nome, stringendomi la mano strettamente. Dopo pochi momenti era già spirato; ed io pensavo al dolore della mamma sua, una buona signora, che egli mi aveva presentato pure a Verona”.

Chiudendo la lettera, tuttavia, egli assicurava: “La salute è sempre in condizioni ottime: non avrei creduto di possedere una tale fibra”.

La situazione, però, mutò qualche giorno dopo. L’11 dicembre gli alpini di Cividale marciavano verso lo Spinoncia quando Gaetano, in coda alla ventesima compagnia, venne gravemente ferito da una granata. Fu portato all’ambulanza chirurgica di Crespano dove spirò il 14 dicembre alle tredici del pomeriggio.

Uno dei medici che lo ebbero in cura, il prof. Bartolo Nigrisoli, raccontò a Costantino Battisti gli ultimi momenti di vita del figlio:

“Il povero suo Federico fu colpito la sera dell’11 mentre usciva dal posto di medicazione. Una granata scoppiò fra lui ed un suo porta feriti, che rimase morto all’istante. Federico invece fu investito (ma quasi in pieno) dai sassi che lo scoppio avvenuto fra roccie, aveva sollevato con estrema violenza, e con uguale violenza fu esso stesso lanciato lontano, riportandone commozione e molte gravi ferite. Tutto il dorso (in particolare le natiche, e il contorno del retto ed il perineo) costellato di ferite lacere di ogni dimensione, dalle quali furono poi qui estratti sassi di misura e forma svariata, terriccio e brandelli di stoffa. Ferite anche le braccia: una ferita al gomito in particolare diede notevole emorragia. Il bravo collega arrivò a Crespano alla Ambulanza Chirurgica, bene medicato alle ore 9 di sera dello stesso giorno 11; bene medicato, ripeto, ma in condizioni gravissime, freddo e senza polso. Per tutta la notte parve in pericolo imminente di vita; ma poi al mattino si riebbe: e quando io mandai a lei la prima cartolina, c’era luogo a sperare, tanto che io feci alle mie aggiungere anche poche parole dal ferito. Egli prese la cartolina, la lesse e scrisse speditamente dopo avermi chiesto, “se avevo scritto la verità circa alla guarigione” Il miglioramento non fu duraturo: ed a poco a poco riapparvero segni di prostrazione allarmante, poi di vero collasso. Le condizioni diventarono disperate ed allora fu spedita a lei la seconda cartolina annunziante lo stato gravissimo. Il valoroso non comprese il suo stato; non ebbe mai fortunatamente, ne dolori, ne sofferenze speciali, venne meno tranquillamente ad ore l° pom. del 14. È sepolto nel Cimitero civile di Crespano (non nel nuovo militare aperto oggi): e sulla Tomba è una croce di legno con le generalità del povero defunto. Quando il ferito arrivò alla ambulanza fu accolto dai miei bravi colleghi, prof. Vignatti e dottor Sevra di Bologna: io lo vidi un po’ dopo.

Il ferito non è mai stato in condizioni da poter essere senza danno trasportato a Cittadella. Secondo mia coscienza è stato curato bene ed assistito con ogni amore e carità, ed anche con quei riguardi speciali che si debbono usare verso un medico. Avvenuta la morte, le mandai due cartoline, nel dubbio che una potesse andare smarrita: non scrissi a lungo, perché in quel momento ero oppresso dal molto lavoro. La ho informata con verità, com’è, e fu sempre mia abitudine”.

Il corpo fu sepolto nel cimitero di Crespano del Grappa, dapprima in una tomba improvvisata e successivamente in un’altra messa a disposizione dal comune.

Il giorno di Natale, Nigrisoli descrisse a Michelangelo Battisti, fratello di Gaetano, come era avvenuta la sepoltura: “Ad ore 8 e mezzo di stamane nel Cimitero civile di Crespano si è proceduto al collocamento della salma del povero suo fratello Federico in cassa di lamiera zincata, e di questa zincata in altra di legno. Il cadavere era benissimo conservato e composto ed è stato riconosciuto da me sottoscritto e dal sacerdote Don Giovanni Vergoni di questa Ambulanza; (sulla cassa era il nome). Presente alla funzione era anche il Sig. Dottor Gian Jacopo Mantovani - Orutti, Chirurgo ed Ufficiale Sanitario di Crespano. Della esumazione sarà redatto un atto da lasciare in Municipio: se perciò vi saranno spese, saranno a lei notificate. Entro la cassa di zinco sono stati posti i ritratti ed i fiori da Lei consegnatimi giorni sono, ed una targhetta di latta in cui sono bullonate le generalità del povero morto (Aspirante medico Federico Battisti Battaglione Alpini Cividale - m. 14 Dicembre 1917). Eguale targhetta è saldata sul coperchio di lamiera, una terza sul coperchio più esterno di legno, ed una quarta sulla croce. La tomba corrisponde al N. 14 - secondo rettangolo a destra. Ho creduto bene di lasciare il nome Federico semplicemente, senza aggiungere anche quello di Gaetano, perché il misero ferito arrivò a noi col nome di Federico (da lui stesso così dichiarato) e per tale fu scritto e denunciato. Aggiungendo ora Gaetano ho temuto potesse nascere confusione. La cassa l’ho fatta fare qui dai miei uomini con materiale prelevato dal Genio Militare.

Per avere una cassa da Padova o da Vicenza sarebbe stato necessario attendere parecchi giorni e non si sa che cosa intanto qui poteva capitare: poi il cadavere avrebbe potuto decomporsi. La cassa è ben fatta. Non era possibile date le circostanze del momento costruire attorno alla cassa la cella in muratura da lei desiderata; io non ho gli uomini per questo: né per altre ragioni potevo andarli a cercare”.

A Battisti furono assegnate due onorificenze post mortem per meriti militari: nel 1919 la Medaglia d’Argento al Valor Militare e nel 1923 la Croce al Merito di Guerra.

L’Università di Padova gli conferì la laurea ad honorem nel 1918.

Il Comune di Tregnago lo ricordò in due occasioni: il Consiglio Comunale,  il 25 maggio 1918 in una “Commemorazione del giovane Federico Gaetano Battisti caduto in guerra”[7].

Qualche anno dopo, il 20 ottobre 1921, la Giunta Comunale deliberò “l’acquisto di una corona per le onoranze funebri alla salma del volonteroso aspirante ufficiale Medico Gaetano Battisti”[8] in occasione del trasporto della salma dal cimitero di Crespano del Grappa a quello di Tregnago dove tuttora si trova.

 

 

[1] L’atto di nascita conservato presso l’Ufficio Anagrafe del comune fu redatto il 17 di quel mese, quando il neo padre si recò in Municipio per la registrazione.

[2] Il documento è conservato presso l’Archivio Parrocchiale di Tregnago.

[3] I documenti sugli studi di Federico Gaetano Battisti provengono dall’Archivio dell’Università di Padova.

[4] Le lettere sono tratte dal libro Federico Gaetano Battisti aspirante Ufficiale Medico negli Alpini nato a Tregnago il 13 novembre 1894 caduto sul Grappa il 14 dicembre 1917.

[5] L’Università Castrense, voluta dal Governo Italiano per far fronte all’emergenza sanitaria creatasi in prima linea, fu istituita nel gennaio del 1916 come Scuola medica da campo presso il Centro Ospedaliero della III Armata che era stato allestito in zona di guerra a San Giorgio di Nogaro, in provincia di Udine. Tra il febbraio del 1916 e la primavera dell’anno successivo, in questa sede si svolsero i corsi accelerati di medicina e chirurgia che furono frequentati da oltre mille studenti, aspiranti medici, del V e VI anno. I frequentanti erano temporaneamente allontanati dal fronte per proseguire gli studi e conseguire la laurea. Cfr. D. BALDO, M. GALASSO, D. VIANELLO, Studenti al fronte. L’esperienza della Scuola medica da campo di San Giorgio di Nogaro - L’Università Castrense, Gorizia 2010, p. 17.  

[6] F. CAFFERENA, Lettere dalla Grande Guerra. Scritture del quotidiano, monumenti della memoria, fonti per la storia. Il caso italiano, Milano 2005, p. 22.

[7] Archivio Comunale di Tregnago, Indice delle delibere del Consiglio dal 1895.

[8] Archivio Comunale di Tregnago, Registro delle deliberazioni di Giunta dal 16 ottobre 1920 al 22 ottobre 1922.

 

BIBLIOGRAFIA

AA.VV., Federico Gaetano Battisti aspirante Ufficiale Medico negli Alpini nato a Tregnago il 13 novembre 1894 caduto sul Grappa il 14 dicembre 1917, Tregnago 1918.

D. BALDO, M. GALASSO, D. VIANELLO, Studenti al fronte. L’esperienza della Scuola medica da campo di San Giorgio di Nogaro - L’Università Castrense, Gorizia 2010.

F. CAFFERENA, Lettere dalla Grande Guerra. Scritture del quotidiano, monumenti della memoria, fonti per la storia. Il caso italiano, Milano 2005.