Aspetti di vita religiosa a Tregnago nel Quattrocento: appunti dai testamenti

 

Dai testamenti dettati da persone residenti a Tregnago o originarie del paese, fonte documentaria principale per la mia ricerca[1], è possibile ricavare alcuni importanti indizi, oltre che su alcuni aspetti di vita sociale[2], sulle abitudini locali in materia religiosa. Infatti, dai documenti dettati da chi sta per morire o pensa di correre un grosso pericolo in tempi immediati ed è intenzionato a mettere ordine tra i suoi beni materiali e a fare in modo che tra i discendenti non sorgano liti, si può evincere qualche informazione anche sul modo in cui queste persone si disponevano ad incontrare la morte come inizio di una nuova vita ultraterrena. In questo senso, secondo Ariès, il testamento esprime un uguale attaccamento dell’uomo medievale all’al di qua e all’aldilà e gli permette di congedarsi con serenità da questa vita per intraprenderne un’altra, certo del perdono dei peccati da parte di Dio[3]. Per raggiungere un tale scopo, prima di distribuire i beni tra gli eredi, in genere, il testatore destina i lasciti pro anima sua et in remissione suorum peccatorum, ossia per la sua anima e per il perdono dei suoi peccati. Occorre tener presente, però, che il documento che oggi viene studiato non riporta le dirette parole del testatore ma è il risultato di una mediazione tra la sua volontà e il linguaggio ‘formalizzato’ del notaio che lo scrive, senza contare che la presenza di altre persone  – religiosi, parroci, parenti – può avere influenzato l’atto: le indicazioni dei testamenti sono, dunque, solo un parziale riflesso delle attitudini religiose delle persone.

Guardiamo tuttavia ai documenti. Le formule standardizzate usate dai redattori non offrono particolari informazioni sulla religiosità dei testatori se non nella parte della raccomandazione dell’anima, la commendatio anime, in cui però le sequenze sono molto ripetitive e richiamano una forma di religiosità tipicamente medievale: viene dichiarata la propria fede e si invoca Dio, la Vergine Maria e la curia celeste a riunirsi al capezzale del testatore. Le uniche variazioni riscontrate riguardano perciò i destinatari della raccomandazione. Alcuni testatori si rivolgono solo a Dio, altri solo a Gesù Cristo, altri a Dio e alla Vergine Maria, altri ancora ricordano la schiera dei santi senza nominarne alcuno in particolare. In questa parte dei documenti, dunque, viene manifestata, anche se non dalle dirette parole del testatore, la sua fede e la sua speranza di raggiungere la vita eterna[4] secondo il modo di pensare tipico dell’epoca.

Addentrandoci nella documentazione, tuttavia, qualche informazione sulla religiosità dei testatori emerge in maniera più esplicita dalla scelta del luogo in cui le persone chiedevano di essere sepolte, dalle disposizioni per lo svolgimento dei funerali e dai legati pro anima distinti in richieste di celebrazioni di messe e in lasciti per elemosine o in favore dei poveri, delle chiese e delle confraternite.

Interessante sarà anche cercare di capire, per quanto possibile, che tipo di rapporto si attuava tra la popolazione tregnaghese e il clero che gestiva la pieve e la vicina abbazia di Calavena: clero, in genere, non originario del posto ma proveniente da Verona o da altre città.

 

La scelta del luogo di sepoltura

 

I testatori, prima di destinare agli eredi i loro beni, esprimono la loro preferenza riguardo al luogo dove desiderano essere sepolti, secondo una prassi molto comune[5]. Solo tre documenti tra quelli da me esaminati non riportano questo tipo di disposizioni: uno di essi è una donazione post mortem[6] e due sono codicilli[7]. In genere i testatori desiderano avere come ultima dimora cimiteri o chiese ben determinati, solo uno dichiara di voler essere sepolto nel cimitero del luogo in cui morirà[8].

Tra i sessantasei residenti a Tregnago, ventotto desiderano essere sepolti nel cimitero di Sant’Egidio, trentaquattro in quello della pieve di Santa Maria, una donna indica il cimitero di San Martino (che in realtà doveva essere sempre quello della pieve essendo le due chiese adiacenti), due infine preferiscono l’interno della chiesa di Santa Maria e uno l’interno di quella di Sant’Egidio. I dieci residenti a Marcemigo, non avendo a disposizione un cimitero vicino alla loro chiesa, dispongono di essere sepolti nel cimitero della pieve che è il più vicino. Non sembra quindi che i Tregnaghesi preferiscano una chiesa anziché un’altra delle due presenti in paese: la decisione viene presa in base alla zona di residenza, si preferisce il cimitero più prossimo alla casa dove si vive e alla chiesa che si frequenta abitualmente.

La pieve non pare avere predominanza assoluta nelle scelte dei testatori. Vi erano limiti oggettivi alla sua tradizionale importanza, dovuti al fatto che il centro amministrativo del comune e del vicariato fosse proprio nei pressi della chiesa di Sant’Egidio: la piccola cappella soggetta alla pieve e officiata da un cappellano della stessa pieve poteva trarre vantaggio da questa ubicazione tanto da diventare  un luogo di culto importante per i Tregnaghesi che risiedevano nelle sue vicinanze. La sede plebana tuttavia – si deve avvertire – non aveva perso la sua posizione di centro religioso, come vedremo in seguito, in molti legati pii.

I testatori residenti nelle altre frazioni dell’attuale comune, allora comuni autonomi o comunque non dipendenti da Tregnago, ma dal vicariato, dispongono la loro sepoltura in cimiteri vicini alla loro residenza: dei due abitanti a Cogollo, l’unico che esprime una preferenza sceglie la chiesa dei Santi Vito e Modesto di Calavena; i due abitanti a Scorgnano optano per il cimitero della chiesa dei Santi Brigida e Severo di Scorgnano; degli otto residenti a Centro sette preferiscono il cimitero della chiesa di San Fortunato di Centro e uno il cimitero della chiesa di San Mauro di Saline, paese limitrofo che viene scelto anche da un testatore di Pernigo, località anch’essa vicina. A Cellore vi è un caso che dimostra come permanga in qualche modo il legame con il centro ecclesiastico più importante: uno dei due testatori che vi si sono trasferiti chiede di essere sepolto nel cimitero della pieve mentre l’altro indica quello della chiesa di San Felice di Cellore.

Qualche osservazione, inoltre,  può essere fatta sulla scelta della chiesa per la tomba. Coloro che dispongono la loro sepoltura in chiesa non richiedono mai un’ubicazione precisa, magari vicino ad un altare, ma esprimono solamente il desiderio di avere l’ultima dimora in ecclesia. La collocazione della tomba in un luogo anziché in un altro, come si è visto, viene dunque determinata in base a diversi criteri. Oltre alle motivazioni della designazione appena viste, si può constatare, ad esempio, che  è molto forte il desiderio di riunire la famiglia, dopo la morte, nello stesso sepolcro, nello stesso cimitero o nella stessa chiesa. In molti documenti, infatti, viene esplicitata la volontà di essere sepolti vicino ai propri cari o una persona cara in particolare: si concretizzava così il forte sentimento affettivo che legava il testatore ai familiari già defunti, prosecuzione di sentimenti vissuti[9]. Vediamo qualche esempio.    

Il vincolo coniugale trova espressione nelle ultime volontà di Margherita del fu Zeno da Illasi[10], abitante a Tregnago, vuole essere sepolta vicino al secondo marito così come Iacopo del fu Enrico da Marcemigo[11], che vuole essere inumato accanto alla moglie; Domenica del fu Francesco Benedetti da Castelcerino designa in un primo tempo[12] come ultima dimora la tomba fatta costruire dal secondo marito ma, nel secondo testamento[13], dice di voler essere sepolta nel cimitero della chiesa di Sant’Alberto di Castelcerino dove riposano “i suoi cari defunti”.

Compare così il legame che unisce i testatori con la famiglia d’origine: nesso rintracciabile in molti documenti. Ecco qualche esempio. Simone detto Mono del fu Bartolomeo da Centro[14] vuole essere sepolto vicino al padre oltre che ai parenti così come Bartolomeo del fu Giovanni detto Garuela[15] indica la tomba del fratello Oliveto dove è già sepolto quest’ultimo; infine, Bartolomea del fu Bono da Centro[16] chiede di essere sepolta nella tomba di un parente che la sta ospitando a Verona. 

L’importanza dei vincoli familiari si nota, dunque, nelle ultime volontà di coloro che testano e rispecchia un sentimento comune, frequentemente riscontrato dagli studiosi[17]. 

I testatori, in genere, non danno disposizioni precise su come dovrà essere l’ultima dimora, ma qualcuno accenna alla “sua” tomba facendo così capire di aver già provveduto a costruirla. Nel testamento di Oliveto del fu Giovanni di Tregnago[18], ad esempio, si legge la disposizione di deporre il suo corpo nel cimitero della pieve di Santa Maria, nella sua tomba costruita da poco.

Dai testamenti emerge, dunque, il desiderio dei residenti in paese di essere sepolti in un posto ben preciso da loro stabilito in base ai criteri di unità familiare e di vicinanza al luogo di residenza, desiderio espresso, tuttavia, anche in documenti del medesimo tipo redatti nei paesi delle vicine montagne[19]. 

 

Le disposizioni per i funerali

 

Nei documenti che ho esaminato ho trovato pochissime disposizioni particolari per lo svolgimento dei funerali. Solo Antonio del fu Zenario detto Volpe[20] designa il luogo della sepoltura con probabili intenti devozionali nel cimitero di Sant’Egidio, lungo il percorso per entrare in chiesa dove si trova un dipinto raffigurante Sant’Agata.

Qualche testatore, invece, si preoccupa dell’illuminazione della chiesa durante lo svolgimento dei suoi funerali: è il caso, ad esempio, di Andrea del fu Iacopino da Gazzolo ma abitante a Tregnago[21], che chiede al suo erede universale di comperare per questo scopo un doppiere del valore di un ducato.

In tutti gli altri testamenti esaminati non ci sono riferimenti alle modalità di sepoltura. I Tregnaghesi sembrano, dunque, poco preoccupati di dare indicazioni per i loro funerali: di questi si occuperanno gli eredi. Sono invece più interessati a garantirsi suffragi per l’anima e ad assicurare lasciti alle chiese e ai poveri per avere il perdono dei peccati commessi in vita.

 

I legati pro anima

 

Nella maggior parte dei documenti, dopo la raccomandazione dell’anima e la scelta della sepoltura, troviamo i legati che vengono definiti pro anima e in remissione peccatorum. In questa categoria si possono raggruppare le richieste di messe e suffragi, i lasciti alle chiese, le caritates o elemosine e i legati a singole persone sempre sotto forma di elemosine.

Si trova chi dispone solo lasciti alle chiese, chi solo elemosine e chi solo richieste di messe, non sempre cioè appaiono in un unico documento tutte le categorie di legati pii. Nell’intenzione dei testatori le disposizioni che, secondo Gatti costituiscono la “variante cristiana della materia successoria”[22], servono ad alleviare il peso dei peccati commessi e a garantire la salvezza eterna della propria anima e, talvolta, di quella dei parenti. Può capitare, quindi,  che un testatore disponga parte dei lasciti pii in suffragio di un parente: si trovano in particolare citati i genitori[23], la madre[24], la moglie[25].

Non tutti i testatori, però, pensano ai lasciti pii. Ognibene del fu Giovanni da Tregnago,[26] Nicola detto Trosannato del fu Tura di Pernigo,[27] Antonio detto Bevilaqua del fu Bonifacio di Tregnago,[28] Benvenuta del fu Iacopo da Marcemigo,[29] Antonio del fu Giovanni da Tregnago,[30] Mattea del fu Giovanni da Tregnago,[31] Domenico del fu Antonio da Vendri di Centro,[32] Margherita del fu Antonio del Lorio,[33] Ognibene del fu Pietro del Cremona[34] e Michele del fu Giovanni da Selva di Progno ma abitante a Cogollo,[35] nelle loro ultime volontà non accennano a lasciti pii. Tutti questi testatori rivolgono il proprio interesse alla divisione dei beni tra i familiari, mentre sembrano assenti preoccupazioni religiose di qualche peso.  

 

Le richieste di messe e suffragi                          

 

A differenza di quanto emerge da studi su altre zone del Veronese e del Veneto[36] in cui il desiderio dei testatori di far celebrare messe e di far recitare preghiere per la propria anima e per quella dei cari defunti è assai documentato, la maggioranza dei testamenti da me presi in esame non riporta richieste di messe e suffragi. Richieste di tal genere si leggono solamente in poco più di una cinquantina di documenti dei centotrentasette studiati.

Il tipo di lascito più frequente, comunque, consiste nel destinare una certa somma di denaro a un sacerdote o a una chiesa perché vengano celebrate alcune messe. Il loro numero non sempre è indicato e, quando viene espresso, varia da quattro a dieci a dodici. Un caso singolare è quello di Iacopo del fu Enrico da Marcemigo[37], che destina una parte dei quattro ducati e ventisei fiorini che dichiara di possedere per la celebrazione di cento messe.

C’è chi chiede preghiere oltre alle messe, come Bartolomeo del fu Zenario di Marcemigo[38], che destina venti soldi all’arciprete della pieve di Santa Maria per la celebrazione di messe e la recita di preghiere. Pasqualino detto Baco del fu Antonio Leoni da Tregnago, ma abitante a Illasi[39], invece, specifica di volere la celebrazione di suffragi di settimo e trigesimo oltre alla trentina gregoriana.

L’unica richiesta di messe cantate, più costose delle altre, è quella di Bartolomeo del fu Bartolomeo de Zatanis di Tregnago[40], che lascia al cappellano della pieve di Santa Maria dieci soldi per cinque anni affinché vengano celebrate messe cantate in suffragio dell’anima propria e di quella del padre, della madre e degli altri defunti della famiglia.

Molti testatori esprimono la loro preferenza per una chiesa e precisano il periodo in cui vogliono che le messe siano celebrate. Iacopo del fu Pietro Bonsignori di Tregnago[41] richiede la celebrazione di otto messe in breve tempo dopo la sua morte. Bartolomea del fu Bono da Centro[42] chiede agli eredi di far celebrare ogni anno per dieci anni dopo la sua morte quattro messe e di far recitare preghiere adeguate; lo stesso periodo di tempo è indicato da Domenica del fu Francesco Benedetti da Castelcerino, moglie di Giovanni Alberti di Tregnago[43], che chiede ai suoi eredi di consegnare un minale[44] di frumento ogni anno per dieci anni alla chiesa di Sant’Alberto di Castelcerino affinché vi sia celebrata una messa il giorno dell’Assunzione, in agosto.

Qualcuno desidera che le messe in suo suffragio vengano celebrate ogni anno, senza limiti di tempo: è il caso di Giovanni detto Rossino del fu Pietro di Centro[45] che chiede agli eredi di spendere venticinque lire per l’acquisto di un appezzamento di terra il cui ricavato, o l’affitto riscosso per esso, andrà al sacerdote della chiesa di San Fortunato di Centro affinché, in perpetuo, celebri una messa il giorno di san Giovanni, sull’altare dedicato al santo. Anche Bartolomeo del fu Giovanni di Tregnago[46] chiede agli eredi di far celebrare annualmente, alla fine del mese di ottobre, quattro messe nella chiesa di Sant’Egidio di Tregnago e di distribuire negli stessi giorni un’elemosina di due minali di frumento alle persone che partecipano alle messe, associando così i riti di suffragio ad un’altra pratica pia. Diverse, ma nell’analoga direzione della ricerca del suffragio e del ricordo da parte dei vivi, sono le disposizioni di Vitale del fu Filippino di Tregnago[47], il quale vuole che sia consegnata una candela a tutti coloro che parteciperanno alla messa di anniversario nei primi tre anni dopo la sua morte.

Un caso singolare è quello di Martino del fu Bartolomeo Ravanelli di Tregnago[48] che lascia ai Disciplinati, vale a dire a una confraternita laicale, il compito di far celebrare ogni anno un anniversario di quattro messe nel tempo di Quaresima, nella chiesa di Sant’Egidio, in suffragio della sua anima e di quella dei suoi defunti.

Interessanti sono le disposizioni che, in un testamento, vincolano i lasciti agli eredi alla celebrazione di messe di suffragio: Matteo del fu Bartolomeo de Bosariis di Tregnago[49] chiede alla moglie, in cambio dei legati di cui beneficia, di distribuire offerte ai poveri e di far celebrare messe e recitare preghiere per la sua anima.

Abbastanza richieste sono, inoltre, le trenta messe gregoriane che garantiscono una preghiera ogni giorno per trenta giorni consecutivi in suffragio del defunto.[50] Qualcuno desidera far celebrare più serie di messe gregoriane: ad esempio, Iacopo del fu Desirino de Farinis di Tregnago[51] ne chiede una serie da celebrare nel primo anno dopo la sua morte e una serie per l’anima della madre da celebrare nel secondo anno dopo la sua morte. Di solito viene disposta una certa somma di denaro o un’offerta in prodotti della terra a un sacerdote o si lascia agli eredi o i fedecommissari il compito di ordinarne la celebrazione. Le messe vengono fatte celebrare nella chiesa più vicina al luogo di residenza: a Tregnago la chiesa di Santa Maria – dove c’era la possibilità di celebrare  quotidianamente – e di Sant’Egidio in cui officia un cappellano della pieve,[52] nei centri limitrofi nelle chiese locali. La chiesa di San Martino, molto ricordata in altre categorie di lasciti pii, non viene mai nominata in questo tipo di richieste perché già in quest’epoca ha funzione più di oratorio che di chiesa vera e propria.

Un esempio piuttosto singolare di devozione è quello di Paganotto del fu Gerardo da Marcemigo, abitante a Centro[53], che – testando nel 1455 – dispone che gli eredi facciano celebrare le messe gregoriane a un anno dalla sua morte nella chiesa di Santa Maria di Arcarotta[54] dai frati di san Francesco oppure nella chiesa di San Domenico di Verona probabilmente per una certa simpatia nei confronti di questi ordini religiosi cittadini.

Un’eccezione è costituita da Pietro detto Perono del fu Bonifacio di Centro[55] che – dettando il suo testamento nel 1457 – chiede a uno dei suoi figli di recarsi in pellegrinaggio a Roma per adempiere un voto. Una tale richiesta potrebbe essere collegata al fatto che, sette anni prima, il 1450 era stato proclamato anno giubilare, ma occorre considerare che la pratica del pellegrinaggio ai vari santuari delle città vicine, a Roma ma anche a Santiago di Compostella e in Terra Santa – durante i giubilei e non solo – è piuttosto frequente in tutto il Medioevo e documentata anche dai testamenti di coloro che si accingevano a intraprenderne uno o che ‘delegavano’ altri a compierlo. La testimonianza tregnaghese appare dunque in linea con tale tendenza[56].

 

Le elemosine

 

“Per l’uomo del Medioevo”, scrive Ariès, “l’avaritia era una passione devastatrice, in quanto esponeva lui, cristiano, all’eterna dannazione, ma anche perché l’idea di perdere le sue ricchezze al momento della morte lo metteva alla tortura. Perciò ha afferrato la mano che la Chiesa gli tendeva; l’occasione della morte fu dunque scelta per adempiere attraverso il testamento la funzione economica svolta in altre società dal dono o dalle liturgie curiali. In cambio dei suoi legati otteneva l’assicurazione dei beni eterni e, al tempo stesso, ed è il secondo aspetto del testamento, i temporalia si trovavano ad essere rivalutati e l’avaritia retrospettivamente giustificata”[57]. In quest’ottica si possono inquadrare le caritates o elemosine, lasciti in genere sotto forma di prodotti alimentari o somme di denaro da distribuire alla comunità, tesi a perpetuare o comunque a mantenere vivo il ricordo del testatore e allo stesso tempo, come tutti i legati pii, a garantirgli dei meriti di fronte a Dio. Una simile consuetudine è molto presente nel Veronese ed è documentata anche dai testamenti della Valpolicella[58] e della montagna veronese[59].

Gli atti da me esaminati riportano molto frequentemente la distribuzione di elemosine alla comunità, qualche volta di casa in casa o in una, due o tre vie. Ne parlano talvolta come di una consuetudine del posto sia i testatori che abitano a Tregnago e zone limitrofe, sia quelli che risiedono in città.

Le elemosine sono costituite di solito da quantità variabili di pane di frumento, di vino rosso o bianco e di sale da dispensare alla comunità di cui fa parte il testatore oppure ai poveri una volta oppure per qualche anno (da uno a venti) o in perpetuo. Spesso viene lasciata libertà agli eredi di distribuirle quando essi preferiranno: gli eredi e i fedecommissari, infatti, sono in genere gli incaricati del compito. Si trova però anche qualche caso particolare. Un testatore[60], ad esempio, lascia ai massari che si succederanno al comune di Tregnago un terreno casalivo con casa in muratura, con coppi e solai, aia e orto situato a Cellore, per il quale egli riscuote un affitto che dovrà servire per comprare pane da distribuire in elemosina senza specificare, però, per quanto tempo. 

Talvolta nei documenti troviamo indicato il giorno in cui devono essere effettuate le distribuzioni. La scelta è spesso legata ai santi dedicatari delle cappelle locali oppure alla fiducia nell’efficacia della protezione di un santo particolare per le attività agricole e per le diverse vicende della vita quotidiana[61]. Osserviamo il riflesso locale a tale consuetudine. Una festa molto sentita dai Tregnaghesi, soprattutto nella prima metà del secolo preso in esame, e quella di Tutti i Santi. Infatti Oliveto del fu Giovanni di Tregnago[62], nel 1411, chiede, ad esempio, al fratello di distribuire pane in questa occasione; e così fanno anche Giovanni del fu Veronesio[63] e Lucia del fu Giovanni de Pasquetis[64] di Tregnago (nel 1429), Pietro detto Perono del fu Bonifacio di Centro[65] (nel 1457) e Striabona del fu Ventura da Marcemigo[66] (nel 1419).

Piuttosto ricordata è anche la festa del Corpus Domini, in sintonia con l’andamento della devozione[67] sia in città che nel contado. Questo giorno, in cui in paese si svolgeva una processione, viene nominato, però, soprattutto nella seconda metà del Quattrocento. Scelgono questa occasione per far distribuire elemosine Iacopina del fu Filippo, moglie di Leonardo del fu Cristoforo di Tregnago[68], che, nel 1464, lascia agli eredi il compito di donare alla pieve di Santa Maria, nel primo anno dopo la sua morte, un secchio di vino rosso per rifocillare i partecipanti alla processione; ancora ai fedeli dopo la processione Giovanni del fu Simeone di Marcemigo[69], nel 1487, fa dispensare vino nei tre anni successivi alla sua morte; e così pure Martino del fu Bartolomeo Ravanelli di Tregnago[70] e Iacopo del fu Desirino de Farinis di Tregnago[71], che chiedono l’elargizione di pane e vino, il primo nel 1492 e il secondo nel 1499.

Talvolta, invece, vengono scelti i santi dedicatari delle cappelle locali: san Fortunato a Centro e san Dionigi a Marcemigo. È il caso di Pasqualino del fu Pietro Ruero di Centro[72], che indica il giorno di san Fortunato (12 luglio) per far distribuire un minale di pane nel periodo di dieci anni; un abitante di Marcemigo, Bartolomeo Ricio del fu Zeno[73], invece, assegna un’elemosina di tre minali di pane di frumento annui per quindici anni dopo la sua morte nel giorno di san Dionigi (8 aprile).

Il luogo della distribuzione non viene quasi mai indicato: solo Giovanni detto Rossino del fu Pietro di Centro[74] chiede ai suoi eredi di dispensare un’elemosina di un minale di pane di frumento ogni anno in perpetuo nella chiesa di Centro, mentre il già citato Martino del fu Bartolomeo Ravanelli indica la chiesa di San Martino.

Si trova anche chi destina ad elemosine il ricavato da affitti[75] o da vendite[76] di alcuni terreni come, ad esempio, Giovanni del fu Delavancio de Dulzonibus[77] di Tregnago, che chiede ai suoi fedecommissari di vendere due appezzamenti di terreno e di utilizzare metà del ricavato per l’acquisto di sale e l’altra metà per l’acquisto di frumento da trasformare in pane da distribuire agli abitanti del paese. Le stesse indicazioni vengono date ai fedecommissari anche da Flora del fu Iacopo, vedova di Giovanni di Tregnago.[78] Una richiesta diversa è quella della già nominata Iacopina del fu Filippo, moglie di Leonardo di Tregnago, che chiede agli eredi di comprare un terreno entro tre anni dalla sua morte per poi cederlo a livello e ricavare due quarte di frumento annue, da consegnare al comune di Tregnago che dovrà provvedere a distribuirle in paese.  

Qualche testatore associa alcuni lasciti all’assegnazione di elemosine. Antonio detto Stinabello del fu Gabriele di Marcemigo,[79] ad esempio, lascia un appezzamento di terreno casalivo alla nipote se lei dispenserà del pane in paese; se questa condizione non verrà rispettata, il terreno passerà all’erede universale. Il già nominato Giovanni del fu Delavancio de Dulzonibus di Tregnago vincola i legati ai nipoti all’elargizione di elemosine, altrimenti tutto andrà al comune di Tregnago che dovrà rispettare le stesse condizioni.

In conclusione si può affermare che anche i Tregnaghesi come tutti gli uomini e le donne del loro tempo si preoccupavano, attraverso le elemosine, di fare in modo di essere ricordati per la loro generosità nei confronti della comunità e di non apparire avari, sperando nel contempo di acquisire nuovi meriti di fronte a Dio[80]. Queste almeno erano le intenzioni poiché non ci è dato di sapere se i desideri dei testatori venissero rispettati o meno da chi avrebbe dovuto attuarli. 

 

I lasciti ai poveri

 

Alcuni testatori residenti a Tregnago ma anche in città, nel distribuire i legati pro anima, si ricordano dei poveri e destinano loro prodotti alimentari come pane, vino e sale o somme di denaro o ancora capi di abbigliamento della cui distribuzione incaricano eredi o fedecommissari. I poveri sono detti pauperes Christi e spesso vengono nominati in modo generico senza altre specificazioni. Talvolta i testatori ricordano i pauperes Christi dicte ville intendendo solamente coloro che vivono in paese e che magari conoscono personalmente. Zilia del fu Antonio Zachagia di Tregnago[81] generalizza ancor più lasciando ai commissari la facoltà di scegliere a quali poveri l’erede universale dovrà distribuire una pezza di panno basso della lunghezza di ventiquattro pertiche[82]. Una simile disposizione è anche quella di un’altra testatrice originaria di Tregnago ma abitante a Bussolengo[83].

In genere, dunque, non ci vengono fornite informazioni precise sulla categoria delle persone povere che si intendono beneficiare. Avendo così poche informazioni, è molto difficile capire chi siano effettivamente coloro che sono definiti genericamente pauperes Christi ai quali i testatori lasciano qualcosa sia in prima istanza sia in caso di estinzione della propria discendenza o delle persone da essi designate come eredi[84].

Povero è l’indigente ossia colui, secondo De La Roncière “che manca del necessario per sopravvivere, incapace com’è, con le sue sole risorse, di nutrirsi (al livello del minimo vitale), di vestirsi (nel modo più semplice), di trovare un alloggio (fornito di un posto ove dormire in un ricovero individuale o collettivo).”[85] Dai tipi di lasciti destinati loro sembra proprio che i testatori si riferiscano a questo tipo di povertà, nominando i pauperes. Vi è qualche indicazione più precisa. Altrettanto povere, ad esempio, sono le ragazze che non riescono ad avere una dote in vista del matrimonio o le serve che vivono e lavorano in casa dei testatori. Di solito ad esse vengono assegnati soldi o biancheria per la casa o ancora capi di abbigliamento. Striabona del fu Ventura da Marcemigo e moglie di Aimo di Centro,[86] ad esempio, chiede al suo erede universale di dare a una donna povera una camicia e una veste della medesima testatrice, e Cortesia del fu Bartolomeo detto Peloso da Marcemigo[87]  lascia al suo erede universale il compito di distribuire dieci lire alle ragazze povere di Tregnago per il loro matrimonio. L’accostamento tra i pauperes Christi e le ragazze da marito è stato riscontrato, peraltro, un po’ dovunque in questo tempo: non solo nei testamenti da me esaminati, ma anche il quelli di altre zone del Veronese[88].

 

I lasciti alle chiese

 

Un’altra categoria di lasciti pii frequentemente inserita nelle ultime volontà degli uomini e delle donne del Quattrocento[89] è quella che raggruppa tutto ciò che i testatori intendono donare alle chiese: somme di denaro – sia pure modeste – da usare per la loro riparazione ma anche per la costruzione di nuove cappelle o altari e donazioni di icone, croci e paramenti sacerdotali. Le chiese più ricordate, oltre alle tre esistenti a Tregnago[90], sono quelle di Centro, Marcemigo, Cogollo e Scorgnano; qualche testatore di Centro nomina quella di San Leonardo e uno quella di San Valentino di Pernigo[91] – oggi la prima nel comune di San Mauro di Saline e la seconda in quello di Badia Calavena – e di San Pietro di Badia Calavena[92].

Parlando di Tregnago, non si può prescindere dall’esistenza della pieve di Santa Maria e, anche se in misura molto minore, del monastero dei Santi Pietro, Vito e Modesto di Calavena – nell’attuale Badia Calavena – qualche chilometro più a nord. Le due istituzioni religiose hanno infatti permeato della loro presenza tutto il territorio in cui sono situate o da cui provengono i testatori oggetto del presente lavoro.

Nel Quattrocento il monastero dei  Santi Pietro, Vito e Modesto è in piena decadenza mentre la pieve di Santa Maria conserva ancora il suo ruolo preminente nella cura d’anime come nella riscossione delle decime sia a Tregnago che nelle zone circostanti. Altre cappelle soggette alla pieve, ma con un rettore, sono quelle dei Santi Ermagora e Fortunato di Centro e quella di San Biagio di Cogollo.[93]

L’edificio della pieve non doveva, tuttavia, essere in ottimo stato se anche il vicario del vescovo Ermolao Barbaro nell’agosto del 1460 ordina, pena la scomunica, di riparare il tetto per evitare infiltrazioni d’acqua[94]. La chiesa possedeva un fonte battesimale, che il visitatore raccomanda si tenga pulito: ancora oggi esistente e funzionale, era stato costruito da poco in marmo rosso e porta incisa la data di costruzione: D. O. M. P. Iacobus Rubeus de Verona archipresbiter huius ecclesiae fieri fecit 1438 V Iulii (Iacopo Rubeo infatti è arciprete della pieve già nel 1434 e nel 1436, quando il suo nome è tra quelli dei testimoni presenti alla dettatura di due testamenti da me trovati[95]).

 Da quanto risulta dagli atti testamentari, tuttavia, i Tregnaghesi che offrono denaro per la riparazione o l’ampliamento delle loro chiese non sono molti, ma coloro che lo fanno decidono personalmente la cifra – da qualche soldo a dieci lire – e la destinazione: di solito vengono nominate tutte le tre chiese del paese.

Due testatori, in particolare, dimostrano interesse per i lavori di ristrutturazione della chiesa pievana ed in particolare per la costruenda cappella di San Giovanni Battista: Giovanni del fu Antonio de la Vechia di Tregnago[96], nel 1478, chiede ai suoi eredi di consegnare venti soldi per quest’opera e Giovanni del fu Simeone di Marcemigo[97], nel 1487, dona un carro di calce e uno di mattoni per la medesima causa.

Alcuni testatori, anziché somme di denaro, preferiscono donare paramenti sacerdotali[98] o arredi sacri. Anche in questo caso si possono distinguere i differenti destinatari. Scelgono la pieve: Gemma del fu Vitale, moglie di Ognibene di Tregnago[99], che, nel 1411, le destina un drappo di tessuto per ricoprire l’immagine della Madonna posta sull’altare di Ognissanti (edificato da poco, secondo Pasa)[100]; Ventura del fu Ognibene Cavicchia di Tregnago[101], che assegna una somma, ricavata dalla vendita di un appezzamento di terreno, da utilizzare per comprare un corporale del valore di sei ducati da donare alla stessa chiesa e per costruirvi all’interno un tabernacolo; Paolo del fu Giovanni de la Vechia di Tregnago[102], che lascia ai suoi eredi il compito di spendere un ducato per far costruire un crocifisso da porre nella medesima.

Altri pensano alla chiesa di Sant’Egidio e – si deve sottolineare – le destinano lo stesso tipo di oggetti. Bartolomeo del fu Bonaventura di Tregnago[103], infatti, nel 1481, le dona un’ancona per l’altare del valore di dieci lire chiedendo, eventualmente, di unire tale somma ai soldi offerti da altri Tregnaghesi per il medesimo scopo. Domenica del fu Francesco Benedetti da Castelcerino, moglie di Giovanni Alberti di Tregnago, nel suo primo testamento datato 7 maggio 1476[104], si ricorda della piccola cappella e chiede anch’essa agli eredi di far dipingere una ancona di legno con le figure dei santi ai quali sono devoti e con l’immagine di san Martino come lei stessa desidera: l’ancona, poi, dovrà essere posta sull’altare maggiore. Dispone, inoltre, che venga costruita una bella croce in legno da mettere sullo stesso altare e specifica che il valore di entrambi gli oggetti – da far costruire un anno dopo la sua morte – sarà di cinquanta lire.  

Pietro del fu Franceschino di Marcemigo[105], invece, si ricorda della piccola cappella del suo paese dedicata a san Dionigi e dispone che, se i suoi figli ed eredi moriranno senza figli, dodici ducati dovranno essere impiegati per l’acquisto di una campana per la chiesa: un complemento importante dell’edificio che mostra come il processo verso la parrocchialità fosse in atto.

La gran parte dei testatori prevede lasciti per l’illuminazione delle chiese consistenti in candele, ceri e olio per le lampade, lasciti consistenti in somme che variano da pochi soldi a qualche lira o in ceri di vario peso per un numero precisato di anni o in perpetuo. Le chiese prescelte sono quelle precedentemente nominate; l’unica eccezione è rappresentata da  una testatrice[106] di Tregnago che, nel 1465, chiede venga acceso un cero o un doppiere nella chiesa di San Giacomo al Grigliano, situata a Vago di Lavagno[107]. A tal riguardo, occorre dire che c’è particolare attenzione per l’illuminazione durante le messe e, in alcuni casi, specialmente durante l’elevazione dell’ostia, secondo una tendenza della devozione eucaristica molto diffusa.

Qualcuno dice anche in quale festa liturgica devono essere accesi il cero o la lampada e su quale altare della chiesa. Tra i giorni prescelti figura la festa di Tutti i Santi nominata da Nascimbene del fu Giovanni di Centro[108] che testa nel 1410; Bartolomeo del fu Giovanni Garuela di Tregnago[109], che detta le sue ultime volontà nel 1426, invece, desidera che i suoi eredi universali tengano accesa una lampada sull’altare di Ognissanti, confermando la tendenza a onorare questa festa particolarmente visibile nella zona nella prima metà del Quattrocento[110].

Nella seconda parte del secolo, invece, si preferisce che il cero o la lampada vengano accesi nel giorno del Corpus Domini e si nomina, di preferenza, l’altare ad esso dedicato. Se si esclude, infatti, Leonardo del fu Dalfino di Tregnago[111]che, testando nel 1429, chiede al nipote di accendere un cero del valore di venti soldi nella chiesa di Sant’Egidio, durante le messe, in questo particolare giorno, tutti coloro che esprimono un simile desiderio testano dopo il 1450. Tra questi cito, a titolo di esempio, Bartolomeo del fu Giovanni de Bonturis di Tregnago[112], il quale, dettando le sue ultime volontà nel 1463, dispone che quattro lire vengano utilizzate per comprare due ceri da accendere, uno all’anno, in questa festa. 

Le altre feste nominate, in tutto l’arco del secolo, sono quelle tipicamente liturgiche: Natale[113], Pasqua[114] e l’Annunciazione[115]. La vita religiosa delle popolazioni di queste località rurali appare, quindi, ben inquadrata nella pratica liturgica ufficiale[116]. Anche se non tutti i documenti da me esaminati riportano questi lasciti, essi corrispondono a direzioni della pietà più generali: sono molto comuni nel Quattrocento nel Veronese[117] ma anche in altre parti d’Italia[118], come dimostrano gli studi effettuati sull’argomento.

 

I lasciti alle confraternite

 

Le confraternite sono, com’è noto, istituzioni molto diffuse nel tardo Medioevo non solo nelle città, ma anche nelle campagne. Dedite ad opere pie di vario genere, esse appaiono talora anche nei testamenti come destinatarie di qualche lascito: proprio questi atti consentono talvolta di individuarne l’esistenza, colmando in tal modo il vuoto documentario che spesso le accompagna[119].

 Ho potuto trovare riferimenti a tali associazioni anche in qualcuno dei documenti che ho preso in esame. Alcuni testatori residenti in paese, infatti, nominano le due societates che sul finire del Quattrocento sono presenti a Tregnago: i Disciplinati[120], indicati nei documenti come Disciplina seu congregatio disciplinatorum[121], e la confraternita di Santa Maria e dei Santi Martino, Rocco e Sebastiano, citata come societas Sancte Marie sanctorumque Martini, Rochi et Sebastiani[122]. La prima ha sede in una cappellina dedicata a sant’Antonio adiacente alla chiesa di Sant’Egidio e svolge anche compiti assistenziali verso i poveri e la seconda ha sede nella chiesa di San Martino[123].

Leonardo del fu Dalfino di Tregnago[124], dettando il suo testamento il 24 aprile 1429, affida al genero il compito di consegnare il suo letto, una coperta imbottita e due lenzuola all’hospitale del comune di Tregnago[125] se questo verrà restaurato entro un anno dalla sua morte, altrimenti tutto dovrà essere dato al consortio discipline di Santa Maria di Tregnago. Il già più volte citato Martino del fu Bartolomeo Ravanelli[126], nel 1492, dona ai disciplinati di Tregnago alcuni appezzamenti di terreno siti in paese e a Marcemigo e chiede loro in cambio di far celebrare ogni anno un anniversario di quattro, messe nel tempo di quaresima, nella chiesa di Sant’Egidio per l’anima sua e dei suoi defunti. Antonio del fu Pietro de Olivetis[127] e Uguccione del fu Antonio del fu Prando di Marcemigo[128] – entrambi nel 1500 – ricordano invece la confraternita di Santa Maria e dei santi Martino, Rocco e Sebastiano: il primo dona venti soldi per l’ampliamento della chiesa di San Martino ospitante e il secondo offre un cero bianco di analogo valore.

I lasciti alle confraternite compaiono solamente nei documenti di cui ho parlato. Essi, pur essendo un’esigua minoranza, testimoniano la presenza di ben due associazioni di questo tipo in un territorio di campagna abbastanza circoscritto. Non ci si stupisce di ciò se si pensa al ruolo di queste associazioni di persone che offrono “una spiritualità completa in tutti i suoi aspetti coerente, insieme diversificata nell’applicazione (ospedaliera, funeraria, esclusivamente devozionale)”[129] molto importante soprattutto nelle zone più periferiche.

 

I testatori e il clero

 

A Tregnago, come ho già detto[130], parlando del clero non si può prescindere dall’esistenza della pieve di Santa Maria e del monastero dei Santi Pietro, Vito e Modesto di Calavena. Le cappelle delle località vicine sono soggette alla pieve ma hanno un rettore. A Tregnago sono, dunque, presenti l’arciprete e i cappellani della pieve: questi ultimi celebrano le messe anche nella chiesa di Sant’Egidio che è il luogo di culto più frequentato dagli abitanti del posto per la sua posizione centrale in paese[131].

Durante la visita del vicario del vescovo Ermolao Barbaro svoltasi nel 1460, gli uomini interrogati sul comportamento dei sacerdoti affermano che essi conducono una vita conforme al loro ministero eccetto il rettore della chiesa di Cogollo, Cristiano de Alemania. Egli, infatti, a quanto riferiscono i compaesani, ha un’amante – una sua parrocchiana, che oltre tutto è sposata – e fornisce un cattivo esempio inseguendola per i prati e in altri luoghi. L’interessato ammette il fatto e il vescovo lo invita a comparire alla sua presenza per un accertamento sulla sua condotta[132].    

Nelle visite vescovili, in ogni caso, i Tregnaghesi non sembrano particolarmente legati ai sacerdoti presenti in paese e si limitano a constatare che essi vivono onestamente e danno un buon esempio ai fedeli[133]. D’altra parte, come dice anche Cherubini, il popolo svolge un ruolo di controllo sul prete e sulla sua moralità creando legami ma anche conflitti[134]. Almeno per chi abita vicino alla pieve, però, sembra che ci sia una certa familiarità con i presbiteri se il vescovo ordina all’arciprete, sotto pena di scomunica, di non lasciare entrare nessuna donna in casa sua con la scusa di prendere dell’acqua dalla fontana esistente nel cortile[135].

Tornando ora ai testamenti da me esaminati, è interessante approfondire, per quanto possibile, i legami esistenti tra la popolazione, o almeno quella parte che ha dettato le ultime volontà, e i sacerdoti presenti nella zona. Alcuni di essi sono presenti alla dettatura dei testamenti come sottoscrittori[136] degli atti ma vi sono anche preti come testimoni[137]. Sebbene venga spontaneo pensare a una funzione di confessori, si deve osservare che tale qualifica non è mai esplicitata. Il sacerdote può essere chiamato quando il malato sta per morire, come accade nel caso di Ventura del fu Ognibene Cavicchia di Tregnago[138], che testa di notte con la presenza di Iacopo Rubeo arciprete della pieve di Santa Maria e del rettore della chiesa di San Zeno Oratorio; oppure la presenza è motivata da una relazione particolare improntata a stima, secondo quanto sembra accadere nel caso di Giovanni del fu Uguccione di Marcemigo[139] che chiama accanto a sé Giovanni da Praga, abate dell’abbazia dei Santi Pietro, Vito e Modesto di Calavena, e Iacopo Ferrari arciprete della pieve di Santa Maria di Tregnago, ossia un monaco e un prete di ampio prestigio.

In altri testamenti[140] i rappresentanti del clero sono nominati piuttosto raramente e quasi sempre in modo generico nella richiesta di messe e preghiere in suffragio dell’anima. Pochi testatori esprimono una preferenza specifica per un sacerdote residente in paese con il quale evidentemente hanno intessuto un legame più stretto che con altri. Ricorro ancora a qualche esempio. Giovanni del fu Corradino di Tregnago[141] chiede in modo specifico a Iacopo da Piacenza, arciprete della pieve di Santa Maria, di celebrare alcune messe e gli destina due lire; e così fanno anche Simone detto Mono del fu Bartolomeo da Centro abitante a Tregnago[142], che gli destina un ducato perché celebri le messe gregoriane, e Ventura del fu Ognibene Cavicchia di Tregnago[143] che per lo stesso motivo gli lascia dieci lire. Striabona del fu Ventura da Marcemigo, moglie di Aimo di Centro[144], chiede ad Alberto da Piacenza, rettore della chiesa di San Fortunato di Centro, di ricordare la sua anima durante la celebrazione degli uffici divini e gli lascia per questo un ducato. Andrea a Lana del fu Iacopino da Gazzolo, abitante a Tregnago[145], chiede al suo erede universale di consegnare a don Domenico, arciprete della pieve di Santa Maria, quattro minali di frumento perché vengano celebrate da lui le messe gregoriane. Solo Nascimbene del fu Giovanni di Centro[146] destina due lire a Federico prete della chiesa di San Fortunato di Centro senza chiedergli messe o preghiere. Nei sacerdoti i testatori vedono coloro che amministrano i sacramenti e pregano Dio per l’anima dei defunti[147]. La figura del prete è, dunque, quella che unisce i due mondi: terreno e ultraterreno.

Dei sacerdoti nominati purtroppo non si hanno notizie specifiche; solo Iacopo Rubeo, arciprete della pieve di Santa Maria, viene tuttora ricordato per l’iscrizione del suo nome sul battistero della chiesa parrocchiale di Tregnago da lui fatto costruire nel 1438, come ho avuto occasione di dire in precedenza[148].

È abbastanza interessante, tuttavia, verificare la provenienza dei sacerdoti presenti a Tregnago nel Quattrocento. Alberto, rettore della chiesa di San Fortunato di Centro[149] nel 1419, Iacopo Ferrari[150], arciprete della pieve nel medesimo periodo, (1415 - 1424) e Giorgio del fu Iacopo[151], cappellano della stessa (nel 1414) sono di Piacenza. In seguito (nel 1434, 1436 e1438), è arciprete Iacopo Rubeo da Verona[152]; nel 1444 la stessa carica è ricoperta da Domenico del fu Iacopo de Guaretis di Cologna Veneta[153]. Verso la fine del secolo, sono cappellani della pieve due bresciani: Francesco de Boiacho da Salò[154] (1487) e Pietro del fu Antonio da Tuscolano[155] (nel 1494 e nel 1499). Nel 1500, la medesima carica viene ricoperta, infine,  da Leone da Santo Stefano di Verona[156]. Troviamo, dunque, tre sacerdoti di Piacenza, due di Verona, due della zona di Brescia, oltre a Cristiano de Alemania che, al tempo della visita pastorale del vicario di Ermolao Barbaro, è rettore della chiesa di Cogollo. Facendo riferimento ai luoghi di provenienza dei sacerdoti presenti a Tregnago e nelle località limitrofe, dunque, si può notare un buon numero di preti forestieri, fatto non isolato ma abbastanza frequente in molte comunità rurali del Veronese nel XV secolo[157].

In conclusione, è possibile affermare che la religiosità della popolazione tregnaghese del Quattrocento presenta le caratteristiche tipiche dell’epoca e si manifesta – almeno da quanto appare dalla fonte documentaria esaminata – tramite un legame piuttosto marcato con le chiese e le cappelle presenti in paese e nelle località limitrofe che vengono spesso ricordate sia come destinatarie di lasciti, sia come luoghi dove si desidera che vengano recitate preghiere di suffragio. Un tale vincolo si protrae anche dopo la morte tramite la richiesta di sepoltura nei cimiteri adiacenti o addirittura all’interno di esse. Un altro aspetto degno di nota è quello della richiesta da parte dei testatori di distribuzioni di elemosine nell’intento di beneficiare il prossimo ma anche di guadagnare meriti che, uniti alla preghiera dei vivi, consentono a chi pensa di essere vicino alla morte di guardare con una maggiore serenità all’aldilà.  

 

Ringraziamenti

Ringrazio vivamente la professoressa Giuseppina De Sandre Gasparini dell’Università di Verona per i preziosi consigli che mi ha dato anche in occasione della stesura del presente articolo.

 

[1]  Il presente saggio si basa principalmente sullo studio di centotrentasette testamenti dettati dai Tregnaghesi nel periodo tra il 1408 e il 1500, centotrentacinque di essi sono stati oggetto della mia tesi di laurea: P. MILLI, Aspetti di vita sociale e religiosa nella media Val d’Illasi (1408-1500): indagine su 135 testamenti, Università degli studi di Verona, facoltà di Lettere e Filosofia, a. a. 1998-1999 rel. G. DE SANDRE GASPARINI. I testamenti sono conservati presso l’Archivio di Stato di Verona, Antico Ufficio del registro, Testamenti, dove sono divisi in mazzi corrispondenti all’anno di rogazione e sono numerati in modo progressivo secondo la loro data cronica. L’Ufficio del registro fu istituito nel 1408 per cui il mazzo 1 contiene i testamenti di quell’anno.

Nelle note che seguono citerò i testamenti con la sigla T seguita dal numero del mazzo e dal numero che il documento riporta all’interno del mazzo.

[2] Cfr. P. MILLI, Aspetti di vita sociale a Tregnago nel 1400: appunti dai testamenti, in «Cimbri-Tzimbar», n. 25 (2001), pp. 75-98.

[3] Cfr. P. ARIÈS, L’uomo e la morte dal Medioevo ad oggi, Bari 1980, pp. 217-219.

[4] Cfr. M. RONCETTI, Testamenti al computer, in Nolens intestatus decedere. Il testamento come fonte della storia     religiosa e sociale, Perugia 1985, p. 36.

[5]  Cfr. A. RIGON, Pratica testamentaria a Padova nei secoli XII-XIV (prime ricerche), in Nolens intestatus decedere, p. 45-63 e G. FURIA, Società e religione in Valpolicella (1408-1500) Note dai testamenti con l’edizione di 206 testamenti, tesi di laurea, Università degli studi di Verona, Facoltà di Magistero, a. a. 1995-96, rel. G. DE SANDRE GASPARINI, pp. 49-55.

[6] T 30, 210.

[7] T 9, 73 e T 79, 107.

[8] T 88, 105.

[9] Cfr. anche G. FURIA, Società e religione, pp. 52-53.

[10] T 41, 65.

[11] T 67, 59.

[12] T 68, 47.

[13] T 68, 116.

[14] T 14, 64.

[15] T 18, 89.

[16] T 30, 154.

[17] Cfr. C. BONANNO-M. BONANNO-L. PELLEGRINI, I legati “pro anima” ed il problema della salvezza nei testamenti fiorentini della seconda metà del Trecento, in Nolens intestatus decedere, p. 216 e G.FURIA, Società e religione, p. 52.  

[18] T 3, 46.

[19] Cfr. G. M. VARANINI, Vita religiosa nella montagna veronese nel Quattrocento: appunti dai testamenti, in    «Cimbri-Tzimbar », n. 19 (1998), pp. 39-57.

[20] T 32, 25.

[21]  T 36, 53.

[22] G. GATTI, Autonomia privata e volontà di testare nei secoli XIII e XIV, in Nolens intestatus decedere, p. 22.

[23] T 7, 199.

[24] T 21, 169.

[25] T 67, 76.

[26] T 14, 49.

[27] T 19, 86.

[28] T 20, 105.

[29] T 31, 270.

[30] T 38, 87.

[31]  T 41, 104.

[32] T 47, 28.

[33] T 72, 100.

[34] T 88, 21.

[35] T 88, 105.

[36] Cfr. A. RIGON, Pratica testamentaria a Padova, pp. 47-49; G. FURIA, Società e religione, pp. 62-65 e G. M. VARANINI, Vita religiosa nella montagna veronese, pp. 53-54.

[37] T 67, 59.

[38] T 3, 78.

[39] T 87, 147.

[40] T 7, 199.

[41]  T 26, 20.

[42] T 30, 154.

[43] T 68, 116.

[44] Il minale è un’unità di misura usata per lo più per i cereali. Un minale ha quattro quarte; una quarta è suddivisa in quattro quartiroli. Il minale corrisponde a hl. 0, 3865.

[45] T 40, 82.

[46] T 73, 34.

[47] T 28, 50.

[48] T 84, 45 e T 84, 89.

[49] T 68, 72.

[50] Cfr. C. SIRNA, Messe gregoriane, in Enciclopedia cattolica, VIII, Firenze 1952, p. 790.

[51] T 91, 48.

[52] Il resoconto di una visita pastorale del vescovo Gian Matteo Giberti nel 1530 dice che la chiesa di Sant’Egidio era retta dagli uomini del luogo e che in essa veniva celebrata quotidianamente la messa da uno dei cappellani della pieve. Cfr. A. FASANI (a cura di), Riforma pretridentina della diocesi di Verona. Visite pastorali del vescovo G. M. Giberti 1525-1542, Vicenza 1989, p. 663.  

[53] T 47, 101.

[54] Il monastero di Santa Maria dell’Arcarotta, dei frati minori osservanti, era sorto prima del 1415 nella zona fuori dalle mura cittadine, nel luogo detto Arcarupta, in un antico edificio per qualche tempo abitato dai monaci benedettini riformati di Santa Giustina di Padova e poi da questi ceduto agli osservanti. In seguito, probabilmente per la ristrettezza degli spazi, si costruì un nuovo convento, corrispondente all’attuale di S. Bernardino. La prima pietra della chiesa e gli inizi di tutto il complesso risalgono al 1452. Cfr. G. B. PIGHI, Cenni storici sulla Chiesa veronese, vol. II, Verona, 1980, p. 167 e G. DE SANDRE GASPARINI, La parola e le opere. La predicazione di san Giovanni da Capestrano a Verona, in Predicazione francescana e società veneta nel Quattrocento: committenza, ascolto, ricezione, Padova 1995, p. 94.

[55] T 49, 33.

[56] Cfr. G. M. VARANINI, Vita religiosa nella montagna veronese, pp. 54-55.

[57]  P. ARIÈS, L’uomo e la morte, p. 223.

[58] Cfr. G. M. VARANINI La Valpolicella dal Duecento al Quattrocento, Verona 1985, pp. 257-260; G. DE SANDRE GASPARINI, Vita religiosa in Valpolicella nella visita di Ermolao Barbaro, in «Annuario storico della Valpolicella» (1986-87), pp. 87-90 e G. FURIA, Società e religione, pp. 57-61.

[59] Cfr. G. M. VARANINI, Vita religiosa nella montagna veronese, pp. 55-56.

[60] T 84, 45 e T 84, 89.

[61] Cfr. G. CHERUBINI, Parroco, parrocchie e popolo nelle campagne dell’Italia centro-settentrionale alla fine del Medioevo, in Pievi e parrocchie in Italia nel basso Medioevo (sec. XIII-XV), Atti del VI Convegno di Storia della Chiesa in Italia (Firenze 21-25 settembre 1981), I, Roma 1984, pp. 370-371.

[62] T 3, 46.

[63] T 21, 4.

[64] T 21, 202.

[65] T 49, 33.

[66] T 11, 70.

[67] Cfr. G. DE SANDRE GASPARINI, L’amministrazione pubblica dell’evento religioso: qualche esempio della Terraferma veneta del secolo XV, in La religion civique à l’epoque médiévale et moderne. (Chrétienité et Islam), Roma 1995, pp. 210-217.

[68] T 56, 19.

[69] T 79, 148.

[70] T 84, 45 e T 84, 89. Da questi documenti risulta che la processione del Corpus Domini si snodava per le vie di Tregnago partendo dalla chiesa di San Martino che era anche il punto di  arrivo dove venivano dispensati alimenti e bevande ai partecipanti.

[71] T 91, 48.

[72] T 49, 51.

[73] T 67, 76.

[74] T 40, 82.

[75] T 21, 72; T 21, 169; T 21, 240; T 24, 60; T 27, 58 e T 84, 45.

[76] T 26, 25.

[77] T 12, 5.

[78] T 21, 2.

[79] T 9, 87.

[80] Sull’argomento si vedano: G. DE SANDRE GASPARINI, Vita religiosa, pp. 87-89; G. DE SANDRE GASPARINI-M. CIPRIANI, Il priorato di San Colombano di Bardolino e la vita religiosa della popolazione locale nel Quattrocento, in Il Garda. L’ambiente, l’uomo. Il priorato di San Colombano di Bardolino e la presenza monastica nella Gardesana Orientale. Atti del convegno (Bardolino 26-27 ottobre 1996), Verona 1996, p. 72 e G. FURIA, Società e religione, pp. 57-61.

[81] T 57, 14.

[82] Una pertica di sei piedi corrisponde a m. 2, 04.

[83] T 64, 7.

[84] L’incapacità di individuare i poveri è piuttosto comune ed è evidenziata anche in alcuni studi sulla Valpolicella. Cfr. G. DE SANDRE GASPARINI, Vita religiosa, pp. 90-91 e G. FURIA, Società e religione, pp. 66-68.

[85] Cfr. C. M. DE LA RONCIÈRE, Tra preghiera e rivolta. Le folle toscane nel XIV secolo, Roma 1993, p. 198.

[86] T 11, 70.

[87] T 19, 16.

[88] Cfr. G. DE SANDRE GASPARINI, Il priorato di San Colombano, p. 72; G. FURIA, Società e religione, p. 67 e G. M. VARANINI, Vita religiosa nella montagna veronese, p. 56.

[89] Cfr. G. CHERUBINI, Parroco, parrocchie e popolo, pp. 379-380 e G. FURIA, Società e religione, pp. 73-76.

[90] Cfr. P. MILLI, Aspetti di vita sociale a Tregnago, p. 77.

[91] Secondo Cieno, San Valentino è parrocchia nel XV secolo per bolla di Pio IV mentre in precedenza era sottoposta alla Calavena. Cfr. G. CIENO, Chiesa e monastero di San Valentino in Badia Calavena, Verona 1906 (= Giazza Vr 1980, p. 4. 

[92] Entrambe le chiese sono citate in T 90, 76.

[93] Cfr. S. TONOLLI, Ermolao Barbaro visitationum liber diocesis veronensis ab anno 1454 ad annum 1460, Verona 1998, pp. 178-184. 

[94] Nel verbale della visita pastorale si legge : … prelibatus dominus episcopus, attento quod tectum plebis non bene se habere et quod aqua, cum pluit, in ecclesia ipsa descendit et illam destruit, in hac eius visitatione ordinavit, iussit et mandavit predictis hominibus suprascriptis, sub excomunicationis pena, quod per totum mensem novembris proxime futurum debeant sic et taliter providere quod tectum ipsius ecclesie reparetur ita et taliter quod aqua in ecclesia ipsa descendere non possit. Cfr. S. TONOLLI (a cura di), Ermolao Barbaro visitationum, p. 186.

[95] T 26, 25 e T 28, 50. 

[96] T 70, 150.

[97] T 79, 148.

[98] T 12, 5; T 12, 53; T 26, 25; T 29, 110; T 34, 106; T 47, 101 e T 79, 109. 

[99] T 3, 20.

[100] Cfr. M. PASA, L’area collinare alla metà del 500: penetrazione fondiaria cittadina e persistenza di proprietà di gente del contado veronese (parte II), in «Studi storici veronesi Luigi Simeoni», XLVI (1996), p. 70 nota 64.

[101] T 26, 25.

[102] T 86, 54.

[103] T 73, 34.

[104] T 68, 47.

[105] T 30, 105.

[106] T 57, 14.

[107] Su San Giacomo al Grigliano si veda: G. DE SANDRE GASPARINI, Origine, ascesa e decadenza di un santuario medievale. San Giacomo al Grigliano presso Verona tra l’ultimo Trecento e i primi decenni del Quattrocento, in Studi di storia religiosa padovana dal Medioevo ai nostri giorni. Miscellanea in onore di mons. Ireneo Daniele, a cura di F. G. B. TROLESE, Padova 1997, pp. 115-119.  

[108] T 2, 35.

[109] T 18, 89.

[110] Si veda anche il paragrafo dedicato alle elemosine.

[111] T 21, 72.

[112] T 55, 99.

[113] T 47, 101; T 49, 51 e T 92, 164.

[114] T 4, 16; T 35, 36 e T 41, 65 (Natale o Pasqua); T 49, 33; T 65, 85 e T 68, 47.

[115] T 68, 116.

[116] Cfr. G. DE SANDRE GASPARINI, Vita religiosa, p. 89.

[117] Cfr. G. DE SANDRE GASPARINI, Il priorato di San Colombano, p. 71; G. FURIA, Società e religione, pp. 73-76.

[118] Cfr. G. CHERUBINI, Parroco, parrocchie e popolo, p. 363.

[119] Cfr. G. G. MEERSSEMAN, “Ordo fraternitatis”. Confraternite e pietà dei laici nel Medioevo, in collaborazione con G. P. PACINI, vol. III, Roma 1987 e G. DE SANDRE GASPARINI, Il movimento delle confraternite nell’area veneta, in Le mouvement onfraternel au Moyen Âge, Atti del convegno (Lausanne 9-11 maggio 1985), Roma 1987, pp. 361-394.

[120] Cfr. F. PELLEGRINI, Di una ballata funebre usata dalla confraternita dei “batui rossi” di Tregnago, in «Studi storici veronesi Luigi Simeoni», III (1951-52), pp. 93-99.

[121] T 84, 89.

[122] T 92, 164.

[123] Cfr. F. PELLEGRINI, Di una ballata funebre, p. 95.

[124] T 21, 72.

[125] Di questo hospitale non ho trovato riscontri in altri studi da me consultati.

[126] T 84, 89.

[127] T 92, 164.

[128] T 92, 216.

[129] C. M. DE LA RONCIÈRE, Tra preghiera e rivolta, p. 90.

[130] Si veda il paragrafo sui lasciti alle chiese.

[131] Si veda il paragrafo sulle richieste di messe e suffragi.  

[132] Cfr. S. TONOLLI, Ermolao Barbaro visitationum, p. 179. Ne parla anche P. PIAZZOLA in Le comunità religiose di Badia Calavena e di Cogollo tra i secoli XV e XVI in «Cimbri-Tzimbar», n. 25 (2001), pp. 69-70. 

[133] Cfr. S. TONOLLI, Ermolao Barbaro Visitationum, p. 186.

[134] Cfr. G. CHERUBINI, Parroco, parrocchie e Popolo, pp. 382-383.

[135] Cfr. S. TONOLLI, Ermolao Barbaro Visitationum, p. 187.

[136] I sacerdoti sono sottoscrittori di quattro documenti: T 7, 199; T 11, 70; T 12, 53 e T 16, 128.

[137] I sacerdoti sono testimoni in sedici documenti: T 7, 199; T 11, 98; T 14, 8; T 14, 64; T 16, 128; T 26, 25; T 28, 50; T 30, 286; T 36, 53; T 38, 30; T 65, 84; T 79, 107; T 79, 148; T 86, 54; T 91, 48 e T 92, 164.

[138] T 26, 25.

[139] T 14, 8.

[140] T 2, 64; T 3, 78; T 7, 199; T 18, 89; T 19, 16; T 28, 50; T 40, 82 e T 58, 63.

[141] T 4, 16.

[142] T 14, 64.

[143] T 26, 25.

[144] T 11, 70.

[145] T 36, 53.

[146] T 2, 35.

[147] Cfr. G. DE SANDRE GASPARINI, Il priorato di San Colombano, p. 70.

[148] Si veda il paragrafo sui lasciti alle chiese.

[149] T 11, 70.

[150] T 7, 199; T 12, 53; T 14, 8 e T 16, 128.

[151] T 7, 199.

[152] T 26, 25 e T 28, 50.

[153] T 36, 53 e T 38, 30.

[154] T 79, 148.

[155] T 86, 54 e T 91, 48.

[156] T 92, 164.

[157] Cfr. G. DE SANDRE GASPARINI, Vita religiosa, pp. 78-82.

 

(Il presente articolo è stato pubblicato in: Cimbri-Tzimbar, anno XII-n. 26, luglio-dicembre 2001, pp. 39-68)