Aspetti di vita sociale a Tregnago nel Quattrocento: appunti dai testamenti

 

Fin dall’alto Medioevo, la Val d’Illasi era stata considerata una via, sia pure impervia, per le comunicazioni tra territorio veronese e territorio trentino e la sua posizione aveva permesso anche a popolazioni di origine germanica di stabilirsi nei suoi territori. In quella che oggi è la zona di Badia Calavena, a nord di Tregnago e Marcemigo, cioè il territorio dipendente del monastero dei Santi Pietro, Vito e Modesto di Calavena, vivevano nel Quattrocento tre comunità: la popolazione di origine germanica di Spreacumprogno - l’attuale Badia Calavena - e due comunità che in precedenza facevano parte della ormai soppressa Fattoria Scaligera, ossia la comunità dei Sàmbari che ritornò poi a far parte del comune di Tregnago e la comunità del Cengio che ritornò al comune di Marcemigo[1]. Di quest’ultimo faceva parte anche Pernigo, resosi autonomo alla fine del Quattrocento. Frequenti, dunque, dovevano essere anche i contatti dei Tregnaghesi con le comunità di origine germanica che abitavano i territori a nord. A Tregnago, infatti, erano presenti persone originarie “de Alemania” di cui compare traccia anche nei documenti[2] da me studiati.        

Nei primissimi anni del Quattrocento - epoca in cui Verona e la sua provincia, passarono sotto il dominio della Repubblica di Venezia - Tregnago e il confinante comune di Marcemigo occupavano insieme un territorio con una superficie di circa cinquanta chilometri quadrati[3]. In una notissima carta topografica del territorio veronese disegnata - secondo Roberto Almagià che nel 1923 la studiò per la prima volta e che da lui prende il nome – verso il 1439-40, il paese è rappresentato con la pieve di Santa Maria, il castello e alcune abitazioni. Il castello ha proporzioni enormi rispetto alla piccola chiesetta, segno dell’importanza attribuitagli dall’autore che lo ritiene simbolico per il paese. La pieve sembra, dunque, solo relativamente degna di nota. In realtà, come si avrà occasione di vedere in seguito, da quanto emerge dai documenti in mio possesso essa rivestiva un ruolo primario nella vita del paese che risultava, tuttavia, strutturato in maniera particolare, ossia con due centri – uno religioso e l’altro politico e sociale – ugualmente importanti per la vita dei residenti.

I due centri della vita del paese

 

Il territorio del comune di Tregnago si estendeva, nel Quattrocento come oggi, principalmente nella valle da nord a sud cosicché l’agglomerato urbano presenta ai giorni nostri e più ancora in passato una forma allungata e stretta che ha permesso il suo particolare sviluppo bipolare. Il polo religioso si trovava sul luogo dove tuttora esiste la chiesa parrocchiale e il polo politico e sociale si trovava circa un chilometro più a sud. I due centri distavano tra loro circa un chilometro ed erano collegati da una via comunis.

Dai documenti da me reperiti[4] è possibile fare qualche considerazione più specifica sulla struttura del paese nel XV secolo. Le contrade che componevano il centro politico-sociale erano Vigo di sotto o Sant’ Egidio dal nome della chiesa che qui sorge e, più a sud, la contrada Ortelle dove ancora oggi esiste una via Telle. Nella contrada Vigo di sotto c’era la casa del comune dove aveva il suo ufficio anche il vicario, che abitava però presso la fontana e sotto il castello[5], a est del paese e, mandato dal comune di Verona sotto la cui giurisdizione era la zona, sovrintendeva all’attività dei comuni ad esso soggetti, i quali gli pagavano una somma annua.     

Sull’esatta ubicazione dell’edificio comunale non si hanno certezze: il Cipolla[6] afferma che l’antica sede del comune è stata del tutto abbattuta nel XIX secolo. L’ipotesi è confermata anche da alcune planimetrie[7] disegnate da Giuseppe Scudellari nel 1820, che localizzano la casa comunale accanto alla chiesa di Sant’Egidio sul suo lato nord dove ora non è più visibile, luogo dove la colloca anche il Ferrari specificando che era stata demolita nel 1853[8];  Mantovani[9] recentemente, invece, la identifica con un edificio ancora esistente nella parte nord-est della piazza, sul lato est della strada centrale del paese che fa angolo con una via che tuttora è nominata vicolo Vicariato. Vicino alla chiesetta di Sant’Egidio - all’epoca di dimensioni inferiori rispetto all’attuale settecentesca - c’era una cappellina dedicata a sant’Antonio, che era sede della confraternita dei Disciplinati. Sul lato sud della chiesa sorgeva un cimitero che molti testatori dell’epoca sceglievano come luogo della loro ultima dimora. In questa zona, forse la più abitata del paese, risiedeva, infatti, una parte di coloro che chiedevano a un notaio di redigere il testamento.

Passando al centro religioso, esso era costituito dalla pieve di Santa Maria che era l’ente religioso più importante della zona, e dalla piccola e antica chiesetta di San Martino[10] denominata “della Disciplina” dopo che, nel corso del XVI secolo i Disciplinati vi stabiliranno la loro sede. Davanti e intorno alle due chiese sorgeva il cimitero oggi non più esistente, in cui chiedevano di essere sepolti anche i testatori di Marcemigo. A ben guardare, sia nel caso di Sant’Egidio sia in quello della pieve, troviamo una chiesa e un oratorio adiacenti, con un cimitero. I due centri della vita del paese avevano dunque una struttura simile.

Al di fuori di questi due nuclei centrali, esistevano delle località più isolate in cui le abitazioni erano circondate dai campi. I loro nomi in alcuni casi sono tuttora in uso: cito, ad esempio, Saline ad est, Castalzè o Castalzedi, Pagnaghe, Montecchio, Croce Molinara nella zona sud-ovest e Campagnola a sud-est[11].  

Nel complesso Tregnago aveva le caratteristiche tipiche di un piccolo comune rurale, la cui relativa importanza era data dalla sua posizione centrale nella valle, che gli permetteva di essere a contatto, a sud, con Illasi: un centro con ruolo “strategico”per l’intera zona[12] per la sua funzione di porta d’accesso verso i territori dell’alta valle abitata in parte da popolazioni di origine germanica, quelle popolazioni che ancora oggi si definiscono con orgoglio Cimbre.

 

Le abitazioni

 

Sebbene i testamenti siano – com’è noto – espressione di una piccola parte della popolazione e, in molti casi, di quella più abbiente, essi ci danno la possibilità di conoscere almeno parzialmente le abitazioni. Ciò vale in genere e vale ovviamente anche per la Val d’Illasi.  

  Si trovano spesso nominate case in muratura, con tetto di coppi e dotate in genere di aia e orto, di dimensioni piuttosto ampie e a più piani[13]. Nella fonte, di solito, questo tipo di abitazioni e il terreno dove sorgono sono descritti come “appezzamento di terra casaliva con case in muratura, coppate e con solaio, aia e orto ...”[14].  Vicino a queste si potevano trovare, però, case con tetto di paglia, più povere, anche se circondate da orto e da terreni coltivabili.

Talvolta si trova citato anche il curtivum, ossia uno spazio chiuso adiacente alla casa e separato dalla via. Nel  curtivum si possono trovare stalle e colombaie: ecco qualche esempio. Lucia del fu Giovanni de Pasquetis di Tregnago, moglie del maestro Giacomino de Laude del fu Florio di Tregnago[15]lascia al marito un appezzamento di terra casaliva con case con coppi, tramezzi e solai con una colombaia, aia e orto, terra prativa e con viti maggiori, di circa mezzo campo e più, situato a Tregnago, in località Sant’Egidio, per il quale deve essere pagato alla pieve di Santa Maria di Tregnago un minale[16] e mezzo di frumento. Bartolomeo Ricio del fu Zeno di Marcemigo[17], invece, lascia alla figlia un appezzamento di terreno con casa con coppi, solai, cortile, orto e stalle situato in pertinenza di Marcemigo, in località Celle. Il territorio periferico del comune di Tregnago, come ho detto in precedenza, era costituito da varie contrade in cui le abitazioni erano lontane tra loro e circondate dai campi. Le case in maggioranza erano costruite anche qui in muratura, a due piani e coperte di coppi, ma si poteva trovarne ancora qualcuna con tetto di paglia.

Per quanto riguarda in particolare la struttura architettonica delle abitazioni, a Centro[18], a Marcemigo[19]e a Tregnago[20]viene nominato il portico: elemento tipico delle case rurali non solo in Val d’Illasi ma anche nella relativamente vicina Valpolicella[21], tanto nelle case che si affacciano su un cortile, quanto in quelle isolate. 

I testamenti permettono di vedere dove il testatore detta le sue ultime volontà e anche come egli pensa alla “sua” casa. Scorgiamo così la camera da letto[22] e la cucina[23], le due stanze più frequentemente citate. Singolare è il caso di Iacopo del fu Galvano di Marcemigo[24] che testa in camera da letto dove tiene anche il torchio per produrre l’olio.

Altre volte si indica l’ubicazione della camera da letto che può essere al piano terra mentre per la cucina, generalmente al pianterreno, può essere utile segnalare Bartolomeo del fu Giovanni detto Garuela di Tregnago[25] che chiede ai figli, eredi universali, la costruzione di una cucina sotto il portico della casa dove egli abita dopo aver raccomandato loro di rispettare sempre la madre e di fornirle vitto e alloggio.

La struttura architettonica delle case tregnaghesi sembra essere, dunque, piuttosto complessa e rafforza l’impressione che almeno una parte dei residenti fosse in condizioni economiche non del tutto precarie. Occorre dire tuttavia che talvolta le abitazioni non erano di proprietà ma prese in affitto da qualche ente religioso locale insieme al terreno da coltivare.

 

La società tregnaghese del XV secolo

 

Dai testamenti si può ricavare qualche notizia su alcune caratteristiche della società di cui facevano parte le persone che dettavano le loro ultime volontà[26] e sulle attività lavorative svolte poiché – non sempre ma abbastanza frequentemente – le persone sono indicate anche con la loro professione. Se si aggiunge che i testimoni in ogni documento sono, in genere, non meno di sette, anche se spesso compaiono in più di un testamento; dato il buon numero di documenti esaminati, si può avere un piccolo quadro delle attività economiche del luogo.

La posizione collinare di Tregnago, allora come oggi, favoriva senza dubbio lo sviluppo dell’agricoltura e soprattutto la coltivazione di viti e alberi da frutta. Tuttavia, negli atti testamentari compaiono professioni diverse e non sempre legate alla terra.

Innanzitutto, si può osservare la presenza in paese di alcuni notai qui residenti o presenti per motivi familiari o professionali. Sono originari di Tregnago ma residenti a Verona Filippo e Bartolomeo Moscardini, probabilmente nonno e nipote, e Simone del fu Guglielmo Cavicchia[27]; Bonaventura Arduini, invece, è di Cogollo. Notai de Tregnago sono, inoltre, Antonio Brunacci, Iacopo del fu Guglielmo, Giovanni de Olivetis, Pietro Pinamonti, mentre qualche altro, come Domenico da Montorio, proviene dalla città ma abita a Tregnago.

Il più presente nei testamenti è Filippo Moscardini[28] ma molto attivo è anche Bartolomeo[29]. Entrambi sono legati al paese – come dirò in seguito - per motivi familiari. Con una certa frequenza si trovano anche Giovanni de Olivetis, Iacopo Duxati e Bonaventura  Arduini.

Sui notai della famiglia Moscardini è possibile dire qualche parola in più grazie ad alcune pergamene reperite nel fondo archivistico del monastero di San Nazaro e Celso che contiene, tra l’altro, documenti riguardanti l’abbazia di Calavena. Giovanni de Frasenedo da Padova, abate del detto monastero, infatti, il 14 dicembre 1412, cede in affitto per dieci anni a Pietro del fu Filippo Moscardini di Tregnago, padre di Filippo, e ai suoi eredi di un appezzamento di terra con casa in muratura, con coppi e tramezzi, con aia e orto situato in pertinenza di Tregnago, in località Ortelle[30]; cinque giorni dopo, inoltre, Pietro riceve in affitto dal medesimo abate un appezzamento di terra con casa in muratura, coppi e tramezzi, con aia e orto, situato nella stessa località[31]. Che Pietro risieda effettivamente a Tregnago risulta anche da alcuni testamenti in cui viene nominata la sua casa senza specificare, però, in che località si trovi. Il figlio Filippo e Bartolomeo, invece, pur trovandosi spesso in paese per motivi di lavoro e familiari, abitano in città dove hanno la loro stacione scriptoria.  

Nei documenti si trova inoltre un numero abbastanza consistente di maestri (magistri), vale a dire di artigiani che gestivano delle proprie botteghe, svolgendo attività lavorative atte a soddisfare i bisogni della popolazione locale e talvolta le richieste del mercato cittadino. Vediamo pellettieri; conciapelli; tessitori di lino o di lana; drappieri produttori e talvolta anche commercianti di stoffe; sarti; fabbricanti di brente; fabbri e lapicidi; oltre agli allevatori di animali – capre, pecore, mucche – e ai coltivatori di terreni di proprietà o presi in affitto. Vi è dunque una certa stratificazione sociale visibile nelle qualifiche che contraddistinguono, ad esempio, gli artigiani.

Tra i testatori artigiani ricordo, ad esempio, il maestro Antonio del fu Pietro de Olivetis di Tregnago[32], che svolge la professione di fabbro, come anche il maestro Martino del fu Bartolomeo Ravanelli - di cui parlerò più avanti - e il maestro Giovanni del fu Simeone da Marcemigo[33], che è un costruttore di brente. Sono invece semplici artigiani, senza il titolo di maestro, il tessitore Michele del fu Giovanni da Selva, abitante a Cogollo[34] e il mugnaio Oliveto del fu Giovanni di Tregnago[35].

I testamenti non chiariscono sempre la loro situazione economica; tuttavia, qualche indicazione è indirettamente ricavabile. Il mugnaio Oliveto del fu Giovanni, ad esempio, che detta le sue ultime volontà il 20 giugno 1411, deve aver goduto di una posizione economica discreta, dato che dichiara di possedere denaro per l’importo di cinquanta ducati, quattro fiorini, due lire e dieci soldi e lascia eredi il fratello e il nipote di un mulino in muratura situato a Cazzano di Tramigna – per il quale paga un affitto di trentacinque lire annue alla famiglia Capodiferro – e di tutto l’occorrente per la macina; alla figlia, infine, assegna un appezzamento di terra di sua proprietà e dei capi di biancheria per la casa, senza specificare se si tratta della dote.

Diverso e più modesto sembra essere lo stato economico del tessitore Michele del fu Giovanni che, testando il 25 giugno 1496, può destinare alle figlie e ai nipoti solo piccole somme di denaro. Nello stesso documento compare un altro dato sulla situazione economica non florida della famiglia: una figlia nubile lavora come serva a Cogollo.

Un discorso a parte può essere fatto, infine, per quanto riguarda coloro che dalla città si trasferiscono in paese per svolgere la loro attività e, in seguito vi rimangono. A Tregnago, infatti, risiedono nel secolo preso in esame esponenti di prestigio della classe dirigente cittadina che, oltre ad esercitare la funzione vicariale, hanno la casa d’abitazione e ottengono in affitto beni fondiari[36]. Qualche vicario, dopo aver svolto qui la sua professione, decide di non tornare più in città: è il caso di Lombardo Lombardi, esponente di spicco della società veronese, che si fa seppellire in una tomba tuttora visibile nella parte esterna della chiesa di San Martino ora detta “della Disciplina”, sulla quale compare il suo nome[37]. Negli ultimi decenni del Quattrocento, dunque, anche in questa zona si assiste all’intensificarsi della presenza di proprietà fondiarie di persone qui trasferitesi dalla città: premessa dell’arrivo, agli inizi del secolo successivo, di importanti famiglie urbane come i Fracanzana e i Cipolla che qui costruiranno le loro ville.

 

L’organizzazione della terra

 

In una zona rurale come quella in questione è molto forte il legame dell’uomo con la sua terra, che è anche, se non principalmente, fonte di sostentamento. Qualche notizia sull’organizzazione delle attività agricole è reperibile anche nei documenti da me visti. Nelle sezioni riguardanti i lasciti a familiari e non, infatti, il testatore si preoccupa di descrivere la posizione esatta dell’appezzamento di terra che intende lasciare in eredità indicando anche le colture che vi sono praticate e i confini. Innanzitutto merita un cenno la pratica del terrazzamento che avviene - come in Valpolicella nel medesimo periodo[38] - mediante la costruzione delle marogne, ossia dei muretti a secco talvolta addossati al fianco della collina come sostegno della stessa, ma impiegati anche per delimitare il confine di una pecia, cioè di un appezzamento di terreno in zone pianeggianti. Le colture più praticate nella media Val d’Illasi erano in quest’epoca principalmente quelle della vite e dell’ulivo. La viticoltura è testimoniata nei testamenti dai lasciti di appezzamenti con viti che sono di due tipi. Ci troviamo di fronte a viti schiave e maggiori, entrambe assai diffuse nel Veronese: le prime venivano coltivate basse e producevano uva bianca e le altre sembra fossero coltivate alte[39].  Le viti sono talvolta provviste di pontezarii, cioè di sostegni; occorre, però, dire che dalla fonte non appare chiaro se essi siano vivi o morti, cioè se la vite venga appoggiata ad alberi vivi o a pali perché il termine è generico e può indicare entrambi i tipi di sostegno[40]. Il termine pontezarius, tuttavia, nel basso medioevo indica più frequentemente il sostegno vivo che, in genere, è costituito dall’acero campestre[41]. 

Di frequente sul territorio sono presenti gli appezzamenti con viti e olivi, cioè l’olivicoltura associata alla viticoltura. Questa consociazione, pur ritenuta dannosa dagli agronomi, appare spesso praticata sulle colline del Veronese nel basso medioevo e, nella Val d’Illasi, è incrementata non poco dalla determinazione degli enti ecclesiastici della zona, proprietari delle terre fin dal XII secolo[42]. 

Numerosi sono anche i terreni arabili di solito adibiti alla cerealicoltura. Il cereale più diffuso a partire dal XII secolo è senza dubbio il frumento, utilizzato anche come merce con cui vengono pagati gli affitti, ma si coltivano anche cereali inferiori che sono utilizzati per preparare pane, zuppe e focacce[43] e legumi come ceci, fave, piselli e fagioli.

Talvolta vengono nominati alberi da frutto senza specificare che tipo di frutta essi producono. Si parla, tuttavia, di castagni a Centro[44], di noci[45], mandorli[46]e peri[47] coltivati a Tregnago e a Marcemigo, ma le citazioni sono alquanto scarse come lo sono quelle di terreni boschivi attestati a però a Centro[48], a Cogollo[49], a Scorgnano[50] e a Tregnago[51] principalmente sulle pendici delle colline meno coltivabili.

Un altro aspetto interessante del rapporto tra l’uomo e il suo territorio è senza dubbio l’organizzazione delle proprietà. Dalle fonti a disposizione si può conoscere il nome di alcuni dei possessori di terreni lavorati dai Tregnaghesi e identificare qualche fittavolo. Sono, infatti, presenti nei documenti testatori proprietari delle terre che coltivano, ma non tutti i contadini tregnaghesi lavorano terre di loro proprietà. Molti prendono appezzamenti in affitto da privati o da strutture religiose che, pur essendo in decadenza – come l’abbazia di Calavena – , figurano tra i più grandi proprietari del luogo[52]. Nell’area tregnaghese, tuttavia, mantengono possedimenti anche tre istituzioni ecclesiastiche cittadine: la chiesa di Santo Stefano[53], il monastero della Santa Trinità[54] e quello di San Giorgio in Braida[55]. Questi enti, dunque, sono i grandi proprietari che fanno coltivare le loro terre ai contadini, i quali spesso le conducono e vi abitano con la famiglia.

Tra coloro che coltivano i terreni dati in affitto dall’abbazia dei Santi Pietro, Vito e Modesto di Calavena ci sono: Gaspare del fu Giovanni di Cogollo[56], che paga otto soldi annui per un terreno casalivo in località Castelli, e Lucia del fu Giovanni, moglie del fu maestro Giacomino di Tregnago[57], che corrisponde un’identica somma per un terreno prativo nella medesima località. L’ente monastico ha proprietà anche a Tregnago, come dimostrano - oltre ai molti contratti di locazione stipulati tra gli abati e i contadini tregnaghesi per terreni situati in paese reperibili nel fondo archivistico del monastero di San Nazaro e Celso - le ultime volontà di Giovanni del fu Delavancio de Dulzonibus di Tregnago[58], che versa all’abbazia l’affitto di tre quarte di frumento annue per un terreno casalivo situato in località Sant’Egidio, nel centro del paese.

Sono invece livellari della pieve di Santa Maria Giovanni del fu Bartolomeo detto de la Vicaria di Tregnago[59], che paga quindici soldi annui per un terreno arabile con viti in località Zonere; Pietro de Paoli del fu Pietro di Tregnago[60], che versa un minale di fieno annuo per un terreno vicino alla sede plebana; e Ventura del fu Ognibene Cavicchia[61] che, nel terzo dei suoi quattro testamenti, lascia al nipote Matteo – pro indiviso – un terreno in località Campagnola per cui deve essere corrisposto un affitto di due lire al medesimo ente ecclesiastico.

Tuttavia il livellario, specialmente il piccolo, non sembra presentare una situazione economica e patrimoniale tra le più redditizie. Può accadere, infatti, che egli debba indebitarsi a causa di un raccolto rovinato, come testimoniano alcuni testamenti in cui viene ricordata la mancata riscossione di somme di denaro o di prodotti chiesti in prestito[62]. Può essere questa una delle ragioni che spingono i contadini a farsi affidare delle terre appartenenti a più proprietari. Ho potuto trovare così uomini che coltivano terre di più enti religiosi e di più privati. Un esempio ci è fornito da Bartolomeo del fu Giovanni del fu maestro Bonaventura de Bonturis di Tregnago[63], che paga quindici soldi annui alla pieve di Santa Maria per un terreno arabile situato in località Croce Molinara, a sud del paese, e venti soldi e una spalla di maiale annui all’abbazia di Calavena per un terreno prativo in località Castelli a Cogollo. Lo stesso Bartolomeo, inoltre, corrisponde un affitto annuo di quindici soldi alla chiesa di San Matteo Concortine di Verona per un terreno arabile con viti e alberi da frutta in località Prati.

Interessante è anche il caso di Facio del fu Veronesio de Manariis di Tregnago[64], che corrisponde una quarta di frumento annua all’abbazia di Calavena per un terreno arabile situato a Tregnago in località Casalechi e un affitto annuo di una quarta di frumento e una gallina agli eredi del fu Novello di Isolo Inferiore per un terreno arabile con viti e alberi da frutta in località Signoli sempre a Tregnago. Il testatore, inoltre, lavora terre del monastero della Santa Trinità di Verona e altre di privati e abita in una casa in località Vigo di sotto o Sant’Egidio di proprietà degli eredi di Margherita, moglie del maestro Dalfino di Verona, ai quali paga un affitto annuo di due minali di frumento e una gallina.

È possibile trovare, poi, qualche livellario il quale, a sua volta, cede le terre in subaffitto: è il caso, ad esempio, di Lucia del fu Giovanni, vedova del maestro Giacomino di Tregnago[65], che lascia agli eredi quei terreni per cui paga affitti alla pieve di Santa Maria e all’abbazia di Calavena, ma per i quali percepisce canoni annuali dai contadini che li coltivano.

Una parte dei testatori abitanti a Tregnago e zone limitrofe è proprietaria di qualche appezzamento di terreno di piccole dimensioni che lavora personalmente o affida ad altri in cambio di un canone annuale. Coltiva le sue terre, ad esempio, Ognibene del fu Ventura di Tregnago[66], che destina ai figli – oltre ai campi – anche le attrezzature per lavorarli: un paio di buoi con carro, versoio e accessori; mentre il fabbro Leonardo del fu Dalfino di Tregnago[67] è proprietario di un terreno arabile con viti, concesso in affitto per tre minali di frumento annui.

Da quanto ho potuto osservare nei documenti trovati, perciò, è abbastanza frequente tra i Tregnaghesi l’usanza di prendere in affitto terreni sia da privati che da enti ecclesiastici del luogo e della città e di lasciarli agli eredi che potranno coltivarli continuando a pagare lo stesso affitto già pattuito. Pochi proprietari appaiono nei documenti da me esaminati, e per lo più piccoli. Sebbene i testamenti diano scarsi indizi della reale situazione economica dei testatori, il clima generale sembra caratterizzato dalla frammentazione delle terre e dai redditi piuttosto modesti. 

 

I Tregnaghesi in famiglia

 

Se in qualche caso è possibile identificare con precisione i componenti di una famiglia, avendo trovato le ultime disposizioni di più di uno di essi, per tutti gli altri casi si può tentare di capire, sia pure in modo generico, da quali persone è attorniato un testatore e quali rapporti si instaurano all’interno del nucleo familiare.

Molti studi, di recente, hanno cercato di tratteggiare le caratteristiche della famiglia rurale del basso medioevo. In sintesi si può affermare che questo tipo di famiglia ha generalmente dimensioni più ampie di quella urbana[68]: formata dal capofamiglia, dalla moglie e dai figli, talvolta sposati; comprende spesso anche i nonni. Le varie generazioni convivono sotto lo stesso tetto[69], che nella maggior parte dei casi è di proprietà del capofamiglia. 

Venendo al territorio oggetto della mia indagine, anche i documenti esaminati mostrano la presenza di famiglie polinucleari  in cui i figli maschi, pur sposati, continuano a vivere nella stessa casa del padre, che mantiene la sua autorità; mentre le figlie femmine, al momento del matrimonio, lasciano la casa paterna per entrare in quella della famiglia del marito, apportandovi una dote[70]. La sposa, infatti, deve essere “dotata”, cioè fornita dal padre di beni mobili – per una certa  somma  variabile e a seconda delle possibilità economiche della famiglia[71] – che al momento del matrimonio vengono consegnati al marito o al suocero. I testatori con figlie o nipoti nei testamenti, in genere, ricordano il valore della dote loro assegnata: in molti casi essa costituisce l’unica eredità che le donne acquisiscono dal padre.

Se la ragazza è orfana di padre, il nonno paterno o materno nel testamento si ricorda di accordarle beni mobili per una certa somma: beni che le saranno attribuiti al momento del matrimonio. Anche per la Val d’Illasi gli esempi non mancano. Si può citare al riguardo il caso di Antonio del fu Antonio de Bachis[72] di Tregnago, il quale divide fra i tre nipoti rimasti orfani – due femmine e un maschio, figli della figlia – la dote della madre defunta e poi assegna a ciascuna delle ragazze altre cento lire, specificando che la somma è stata stabilita in precedenza in un documento ufficiale.

Comunemente viene incaricato della consegna uno degli eredi del testatore o un fratello della ragazza, il quale però deve approvare le nozze. Vitale del fu Filippino di Tregnago[73], ad esempio, destina alle due nipoti – figlie del figlio defunto – duecentocinquanta lire ciascuna che esse avranno, però, solo se si sposeranno con il consenso del loro fratello.

Poiché la dote è fondamentale per la donna che deve sposarsi, può accadere di trovare tra i lasciti pii di qualche persona particolarmente attenta ai problemi sociali una certa somma di denaro destinata alle ragazze povere, perché possano contrarre matrimonio. Cortesia del fu Bartolomeo da Marcemigo[74] e Giovanni del fu Simeone di Marcemigo[75], si ricordano di queste donne assegnando loro l’una dieci lire e l’altro, sia pure in seconda istanza, una somma non precisata. 

Una figura che viene sempre ricordata dal testatore è la moglie alla quale, di solito, egli restituisce la dote, concedendo di frequente l’usufrutto della casa dove abita e di alcuni terreni di sua proprietà, con la duplice clausola che ella potrà disporre dei beni se non si risposerà e se vivrà onestamente, e che alla sua morte tutto passerà ai figli. La moglie può essere nominata espressamente amministratrice del patrimonio di famiglia[76].

Sui reali poteri della vedova nell’amministrazione dei beni lasciati dal marito si possono trovare pareri discordanti tra gli studiosi: c’è chi ritiene che i reali poteri della vedova siano limitati alla “routine quotidiana”[77] e chi afferma che la donna “quando restava sola, per la morte del marito o durante una sua assenza prolungata, ... assumeva, nell’amministrazione del patrimonio domestico, un ruolo di guida quale non poteva essere svolto da nessun altro familiare”[78]. Da quanto posso capire leggendo i testamenti dei Tregnaghesi, sarei d’accordo con la seconda ipotesi, perché la moglie ha un ruolo preminente nelle ultime volontà del marito: egli la tiene in grande considerazione nel distribuire i beni, sta attento che abbia un alloggio e ciò di cui potrà avere bisogno per tutta la vita e le concede l’amministrazione del patrimonio. Se i figli della coppia sono minorenni, la vedova è designata spesso loro tutrice dal testatore, da sola o con un parente. Un esempio tra i molti possibili: Iacopino de Coretis di Tregnago[79], ad esempio, desidera che la moglie Bona sia onorata e riverita da parte del figlio Antonio, che inoltre dovrà ospitarla in casa sua.

Alla morte del marito di solito la donna non torna nella famiglia d’origine ma rimane nella casa del coniuge. Si può trovare, tuttavia, anche una figlia che continua a vivere nella casa paterna con il marito[80], o un testatore che si preoccupa di assicurare l’alloggio in casa sua alla madre e alla sorella – entrambe vedove – almeno fino alle seconde nozze di quest’ultima[81]. 

L’usanza che vuole i figli maschi abitanti nella casa paterna è documentata, come ho detto, anche da alcuni testamenti da me studiati, in cui il testatore ormai anziano lascia la casa dove vive con la famiglia a uno o più figli, magari con l’obbligo di fornire vitto, alloggio e abbigliamento alla madre se manterrà la sua condizione di vedova. Alla moglie, comunque, spetta l’usufrutto dei beni o la proprietà di alcuni di essi. Se il testatore prevede che essa potrà avere discordie con gli eredi, dichiara tra le sue volontà anche quella di affidarle una parte della casa perché possa vivere in modo autonomo. È quanto accade, ad esempio, a Pietro de Paoli del fu Pietro di Tregnago[82] che lascia alla moglie Lucia, nel caso che essa non voglia o non possa restare in casa con gli eredi del testatore, un appezzamento di terreno casalivo situato a Tregnago in località Ortelle con orto, terra prativa e arabile, dove ora abita con il testatore e un appezzamento di terreno vicino alla chiesa di Santa Maria di Tregnago per cui il marito paga un affitto di un minale di frumento fieno l’anno alla chiesa di Santa Maria di Tregnago, a condizione che Lucia continui a versare l’affitto che però verrà dimezzato.

I legati vengono generalmente suddivisi tra figli maschi e figlie femmine e, se un figlio o una figlia sono già deceduti lasciando a loro volta dei figli, questi ultimi vengono ricordati dal nonno che dispone una parte di eredità anche per essi, specificando che ne beneficeranno sia i maschi che le femmine. Può, però, accadere che le donne vengano designate eredi solo in seconda istanza, come nel caso di Iacopa detta Dona del fu Alessandro e moglie di Nascimbene del fu Nicola di Tregnago, che nel suo secondo testamento datato 14 aprile 1437[83], designa eredi universali la figlia Bellissima e il nipote Nicola, ma dispone in modo piuttosto singolare i lasciti ai familiari: al figlio Sandro destina un appezzamento di terreno e, tralasciando la figlia, ne assegna un secondo al genero Cristiano; solo in caso di morte di Sandro senza figli anche Bellissima erediterà un appezzamento di terreno, ma quello del fratello, non già quello assegnato al marito, con l’obbligo di lasciarlo al figlio Nicola.

Si possono trovare testatori che desiderano cedere i loro beni – se si tratta di terreni o di fabbricati – ai fratelli o ai figli pro indiviso, per evitare così la frammentazione della proprietà[84] soprattutto se essa è abbastanza consistente, come accade nel caso del mugnaio Oliveto[85] che assegna in questo modo i terreni e il mulino al fratello e al nipote.

Gli eredi universali sono spesso maschi, ma si trovano anche molte donne, siano esse figlie, sorelle, nipoti o cugine. Dei testatori, alcuni stabiliscono che in caso di morte degli eredi maschi erediteranno le femmine. Piuttosto raramente, però, la moglie è designata erede universale.

Capita pure che un figlio o una figlia non conduca una vita pari alle aspettative paterne. Ho potuto trovare casi in cui le donne non hanno mantenuto un tipo di vita gradito al padre e questo si ripercuote sulle decisioni del genitore riguardo all’eredità o, prima ancora, riguardo alla dote, che non viene consegnata o è costituita da beni di valore irrisorio. Così la figlia di Giovanni del fu Antonio de la Vechia[86], che si è allontanata da casa per vivere in modo non onesto, viene esclusa dall’eredità, e la figlia di Pietro detto Perono del fu Bonifacio di Centro[87], essendosi sposata a sedici anni contro il volere del padre, riceve solo venticinque lire come dote. Ancora, Ricadona figlia di Paganotto del fu Gerardo da Marcemigo, ma abitante a Centro[88], riceve solo dieci soldi, comprensivi della dote, per essersi sposata contro la volontà paterna. 

Un caso particolare è quello di un genitore, Pietro del fu Giovanni Cremona di Tregnago[89], che raccomanda ai figli Iacopo e Ognibene di badare con amore al fratello Daniele sordo, muto e malato di mente e designa suoi eredi universali i tre figli in uguale misura.  

Talvolta i suoceri nominano tra i loro eredi anche le nuore, rimaste vedove, che continuano ad abitare in casa della famiglia del marito. Ad esempio, Vitale del fu Filippino di Tregnago[90] dispone che la nuora possa avere vitto e alloggio in casa del figlio di lei, nominato erede universale dei beni del testatore; mentre Dalfino detto Fante del fu Pietro di Scorgnano[91] restituisce alla nuora vedova la sua dote.

I familiari nominati più frequentemente, ad ogni modo, sono la moglie o il marito, i figli e le figlie, i nipoti, i fratelli e le sorelle, le nuore e i generi, in qualche caso i genitori e i figli dei fratelli.

Concludendo, si può affermare che i documenti disegnano un tipo di famiglia comprendente di solito tre generazioni e talvolta anche quattro, con la presenza di uno o di entrambi i genitori del capofamiglia, figura dominante e gestore degli affari e delle proprietà. I figli sembrano sottomessi all’autorità del padre, pur essendo sposati e avendo a loro volta dei figli, se non altro per il fatto che continuano a vivere nella casa paterna e potranno disporre dei beni di famiglia solo dopo la morte del genitore. In questo ambito, inoltre, anche le donne hanno un ruolo abbastanza importante, almeno secondo quanto fanno pensare le loro frequenti apparizioni tra i destinatari di lasciti sia in beni mobili che immobili; addirittura, la loro autorità aumenta se sono vedove e tutrici dei figli minori.

 

Martino da Tregnago e la sua famiglia

 

Un personaggio influente nella vita comunitaria del paese è il fabbro Martino del fu Bartolomeo Ravanelli, di cui ho trovato tre testamenti[92] ma anche altri documenti dell’epoca che riportano il suo nome e lo citano nella sua funzione di massaro[93]. Gli atti testamentari mi hanno permesso - almeno in parte e per poche generazioni - di ricostruire la sua famiglia.

Martino è figlio di Bartolomeo e di Zuana, figlia del fabbro Leonardo del fu Dalfino di Tregnago[94]. Dal nonno eredita il mestiere e anche gli arnesi per esercitarlo. Leonardo, infatti, nel suo testamento datato 24 aprile 1429, gli destina un appezzamento di terreno situato in pertinenza di Tregnago, in località Frasseni; in precedenza aveva inoltre provveduto a cedergli anche gli arnesi da fabbro[95]. 

Al momento della stesura del suo primo testamento, datato 7 marzo 1471, Martino abita nella contrada di Sant’Egidio nel centro di Tregnago ed è sposato con Caterina del fu Bartolomeo de Farinis di Tregnago, dalla quale ha cinque figlie: Angela, Maria, Domenica, Guglielma e Anna che risultano già sposate: Angela e Maria con due fratelli, Giovanni e Xaldo figli del fu Bartolomeo Gobo di Centro; Domenica con Ognibene del fu Pietro Cremona di Tregnago[96]; Guglielma con Dalfino de Bosariis di Tregnago; Anna, infine, è moglie di Geremia del fu Leonardo Alberti di Tregnago, ma figura già morta il 27 febbraio 1492, quando il padre detta il secondo testamento. Guglielma, che nel primo testamento di Martino è già madre di due figlie – Rosa e Bernardina –  nelle successive ultime volontà testamentarie del padre appare sposata in seconde nozze con Antonio del fu Giovanni di Colognola.

Martino, oltre alla sua officina di fabbro, possiede anche appezzamenti di terreno a Tregnago, Marcemigo e Cellore - alcuni dei quali sono dati in affitto a contadini della zona – e ricopre cariche pubbliche in paese. Nel verbale della visita pastorale del vicario del vescovo di Verona Ermolao Barbaro alla pieve di Santa Maria, effettuata il 28 agosto 1460, egli viene citato nella sua qualità di massaro tra i parrocchiani convocati per riferire sul modo di vivere di Antonio, arciprete della pieve, e di Benedetto, cappellano della medesima. Agli stessi parrocchiani viene chiesto, inoltre, se sanno della presenza in paese di concubinari, di usurai, di eretici e di persone che adottano comportamenti contro i buoni costumi[97], secondo una prassi abbastanza consueta nello svolgimento delle visite promosse da questo ordinario in tutta la diocesi veronese[98].

Le ultime notizie su Martino le troviamo circa trent’anni dopo quando egli, detta le sue ultime volontà in due testamenti, entrambi scritti nel 1492, in cui si dice di lui che è anziano e infermo[99]. Il ritratto che risulta dai testamenti, dunque, è quello di un uomo de Tregnago, abbastanza benestante, che ha trascorso tutta la sua vita in paese dove doveva occupare una posizione non del tutto secondaria.

In conclusione, da una attenta lettura dei testamenti mi è stato possibile capire che i testatori tregnaghesi del Quattrocento appartenevano a una società piuttosto vivace e dinamica. In paese risiedevano persone dedite a diverse professioni non esclusivamente legate alla coltivazione della terra. Abbastanza frequenti dovevano essere i contatti con l’ambiente cittadino testimoniati dalla presenza sul luogo di esponenti dell’aristocrazia veronese che decidevano di stabilire qui la loro dimora, premessa all’arrivo di importanti famiglie cittadine che, dall’inizio del secolo successivo, vi costruiranno le loro ricche ville di campagna.   

 

Ringrazio vivamente la professoressa Giuseppina De Sandre Gasparini dell’Università di Verona per i preziosi consigli che mi ha dato anche in occasione della stesura del presente articolo.  

[1]      Cfr. P. MANTOVANI, Storia di Badia Calavena comune cimbro, Giazza-Verona 1997, pp. 45-47.

[2]   Il presente saggio si basa principalmente sullo studio di centotrentasette testamenti dettati dai Tregnaghesi nel periodo tra il 1408 e il 1500, centotrentacinque di essi sono stati oggetto della mia tesi di laurea: P. MILLI, Aspetti di vita sociale e religiosa nella media Val d’Illasi (1408-1500): indagine su 135 testamenti, Università degli studi di Verona, facoltà di Lettere e Filosofia, a.a. 1998-1999 rel. G. DE SANDRE GASPARINI. I testamenti sono conservati presso l’Archivio di Stato di Verona, Antico ufficio del registro, testamenti, dove sono divisi in mazzi corrispondenti all’anno di rogazione e sono numerati in modo progressivo secondo la loro data cronica.. L’Ufficio del registro fu istituito nel 1408 per cui il mazzo 1 contiene i testamenti di quell’anno.

[3]      L’attuale comune di Tregnago si estende su una superficie di 38,70 kmq.

[4]   Nelle note che seguono citerò i testamenti con la sigla T seguita dal numero del mazzo e dal numero che il documento riporta all’interno del mazzo. Citerò inoltre il fondo archivistico di San Nazaro e Celso che si trova nell’Archivio di Stato di Verona con la sigla ASV, SNC e l’archivio della Curia di Verona con la sigla ASCV.

[5]      ASV, SNC, busta 22 perg. 1335. Il documento riporta la dicitura:apud fontanam et sub castellum.

[6]     Cfr. C. CIPOLLA, Ricerche artistiche in Tregnago, in «Madonna Verona» VII (1913) pp. 186-188.

[7]     Le planimetrie sono state reperite nell’archivio della Curia di Verona: ASCV, Amministrazione particolare della Diocesi (tit. XVII). Tregnago, b. 2, c. Tregnago – Dottrina Cristiana sec. XIX (1821).

[8]     Cfr. C. FERRARI, Com’era amministrato un comune al principio del sec. XVI (Tregnago dal 1505 al 1510), Verona 1903 p. 69 nota 4.

[9]     Cfr. P. MANTOVANI, Il comune di Tregnago. La sua storia, Tregnago 1998, p. 39.

[10]   Davanti a questa chiesetta già all’inizio del Cinquecento si svolgeva la fiera annuale di san Martino l’undici novembre e per partecipare ad essa i mercanti dovevano pagare una tassa al comune. Cfr. C. FERRARI, Com’era amministrato un comune, p. 26.

[11]    Vedere tavola 1.

[12]   Cfr. G.F. VIVIANI (a cura di), Illasi: una colonia, un feudo, una comunità, Illasi 1991, p. 55.

[13]   In T 26,19; T 28,50; T 47,85; T 65,85; T 67,76 T 82,36; T 86,54; T 90,76; T 92,116 si parla di una camera al piano terra; in T 41,65 si parla di una camera da letto al piano superiore.

[14]   T 1,6.

[15]   T 21,202.

[16]   Il minale è un’unità di misura usata per lo più per i cereali. Un minale ha quattro quarte; una quarta è suddivisa in   

      quattro quartiroli: Il minale corrisponde a hl. 0, 3865.

[17]   T 67,76.

[18]   T 11,70.

[19]   T 12,53.

[20]   T 18,89; T 21,2; T 21,72; T 34,20; T 40,22; T88,105.

[21]   Cfr. G.M. VARANINI, La Valpolicella dalDuecento al Quattrocento, pp.218

[22]   T 23,111; T 25,48; T 26,20; T 29,82; T 36,53; T 38,30; T 40,4; T 40,45; T 56,19; T 61;36; T 69,87; T 79,109; T 

       79,148; T 84,89.

[23]    T 29,80; T 47,101; T 57,14; T 73,34; T 77,20; T 84,45; T 86,19; T 91,48.

[24]    T 90,34.

[25]    T 18,89.

[26]   Cfr. R. BRENTANO, Considerazioni di un lettore di testamenti, in Nolens intestatus decedere. Il testamento come fonte della storia religiosa e sociale, Perugia 1985, p. 4.

[27]   Del notaio Simone è stato reperito il testamento: T 30,286.

[28]   Filippo Moscardini è rogatario di sedici atti e sottoscrittore di tre tra quelli da me esaminati.

[29]  Bartolomeo è rogatario di dodici documenti e sottoscrittore di tre. 

[30]   ASV, SNC, busta 22 perg. 1327.

[31]   ASV, SNC, busta 22 perg. 1328.

[32]   T 92,164.

[33]   T 79,148.

[34]   T 88,105.

[35]   T 3,46.

[36]   Cfr. ASV, SNC,  b. 22 perg. 1335.

[37]   Ne parlano: C. FERRARI, Com’era amministrato un comune, p. 70 nota 1 e L. SIMEONI, Verona, Guida storico-artistica, della città e provincia, Verona 1909, p. 469.

[38]   Cfr. G.M. VARANINI, La Valpolicella, pp. 70-71.

[39]   Cfr. G. MAROSO, G.M. VARANINI (a cura di), Vite e vino nel medioevo, Verona 1984, p. 29.

[40]   Cfr. G. MAROSO, G.M. VARANINI (a cura di), Vite e vino, p. 21.

[41]   Cfr. G.M. VARANINI, La Valpolicella, p. 71.

[42]   Cfr. G.F. VIVIANI (a cura di), Illasi, pp. 45-47.

[43]   Cfr. G. F. VIVIANI (a cura di), Illasi, p. 48.

[44]   T 42,143.

[45]   T 16,41 e T 91,48.

[46]   T 73,34.

[47]   T 3,46.

[48]  T 2,64; T 14,64.

[49]   T 27,58.

[50]   T49,26.

[51]   T23,111.

[52]   Cfr. P. MANTOVANI, Il comune di Tregnago, pp. 77-78.

[53]   T 36,53.

[54]   T 16,41.

[55]   T 86,91.

[56]  T 86,91.

[57]   T 27,58.

[58]  T 12,5.

[59]   T 29,164.

[60]   T 11,98.

[61]   T 26,25.

[62]   T 11,98 e T 14,64.

[63]   T 73,34.

[64]   T 16,41. 

[65]   T 27,58.

[66]   T 1,6.

[67]   T 21,72.

[68]   Cfr. C. KLAPISCH – M. DEMONET, «A uno pane, a uno vino». La famiglia rurale in Toscana all’inizio del XV secolo, in I vincoli familiari in Italia dal secolo XI al secolo XX, a cura di A. MANOUKIAN, Bologna, 1983, p. 112.

[69]   Cfr. M. BELLOMO, Profili della famiglia italiana nell’età dei comuni, Catania 1986, pp. 17-35.

[70] Questa consuetudine locale trova almeno un riscontro regionale nell’Italia centro-settentrionale. Cfr. C. VIOLANTE, Alcune caratteristiche delle strutture familiari in Lombardia, Emilia e Toscana durante i secoli IX-XII, in Famiglia e parentela nell’Italia medievale, a cura di G. DUBY e J. LE GOFF, Bologna 1981, pp. 40-42.

[71]   Cfr. R. BELLOMO, Profili della famiglia italiana, pp. 143-191.

[72]   T 40,4.

[73]  T 28,50.

[74]   T 19,16.

[75]   T 79,148.

[76]   Nei documenti si trovano i termini massaria, domina, gubernatrix.

[77]   C. VIOLANTE, Alcune caratteristiche delle strutture familiari, p. 43.

[78]   Cfr. P. CAMMAROSANO, Aspetti delle strutture familiari nelle città dell’Italia comunale: secoli XII-XIV, in Famiglia e parentela nell’Italia medievale, a cura di G. DUBY - J. LE GOFF, Bologna 1981, p. 122.

[79]   T 24,60.

[80]  T 67,76.

[81]   T 29,82.

[82]   T11,98.

[83]   T 29,80.

[84]   Cfr. M. BELLOMO, Profili della famiglia italiana, pp. 70-72.

[85]   T 3,46.

[86]   T 70,150.

[87]   T 49,33.

[88]   T 47,101.

[89]   T 61,36.

[90]   T 28,50.

[91]   T 49,26.

[92]   T 63,22; T 84,45 e T 84,89.

[93]  Ferrari spiega che i massari venivano scelti dal vicario tra i membri del consiglio, restavano in carica un mese e venivano nominati generalmente intorno alla metà dell’anno per i 12 o 18 mesi successivi. Loro compito era: riunire gli uomini che potevano combattere per formare una milizia comunale; convocare la vexinanza, cioè l’assemblea dei capi di famiglia soggetti all’estimo comunale; controllare che venissero saldati i debiti nei confronti del comune e che venissero pagate le tasse; mantenere la sicurezza nel comune. Cfr. C. FERRARI, Com’era amministrato un comune, pp. 3-6.

[94]   Di Leonardo è stato reperito un testamento, T 21,72.

[95] Leonardo nel suo testamento afferma di aver dettato al notaio Filippo Moscardini, in data non precisata, un            documento di donazione dei suoi arnesi da fabbro in favore del nipote Martino.

[96]   Di Ognibene è stato reperito un testamento, T 88,21.

[97]   S. TONOLLI (a cura di), Ermolao Barbaro visitationum liber diocesis veronensis ab anno 1454 ad annum 1460, Verona 1998, p. 186. 

[98]   Cfr. G. DE SANDRE GASPARINI, Vita religiosa in Valpolicella nella visita di Ermolao Barbaro, in «Annuario storico della Valpolicella», Verona 1986-87, p. 77.

[99]   T 84,45 e T 84,89.

 

(Il presente articolo è stato pubblicato in: Cimbri-Tzimbar, anno XII-n. 25, gennaio-giugno 2001, pp.75-98)