Belloca: la montagna contesa

 

Tregnago, XV secolo

 Già dai primi secoli del Medioevo, la Val d’Illasi era stata considerata dalle autorità imperiali come una via, sia pure impervia, per le comunicazioni tra territorio veronese e territorio trentino e la sua posizione aveva permesso anche a popolazioni di origine germanica di stabilirsi nei suoi territori. 

In quella che oggi è la zona di Badia Calavena, a nord di Tregnago e Marcemigo, cioè il territorio allodiale del monastero dei Santi Pietro e Vito, vivevano nel Quattrocento tre comunità: 

la popolazione di origine germanica di Spreacumprogno (l’attuale Badia Calavena), che poi assorbirà anche i vassalli della Calavena e due comunità che in precedenza facevano parte della ormai soppressa Fattoria Scaligera: la comunità dei Sàmbari che ritornò al comune di Tregnago e la comunità del Cengio che ritornò al comune di Marcemigo.

Del comune di Marcemigo faceva parte anche Pernigo, resosi autonomo alla fine del Quattrocento e oggi ridotto a una contrada pressoché abbandonata. 

Frequenti, dunque, erano anche i contatti dei Tregnaghesi con le comunità di origine germanica che abitavano i territori a nord. A Tregnago, infatti, erano presenti persone originarie de Alemania.

Nei primissimi anni del Quattrocento, all’epoca in cui Verona, città e provincia, passò sotto il dominio della Repubblica di Venezia, Tregnago e il confinante comune di Marcemigo occupavano insieme un territorio con una superficie di circa cinquanta chilometri quadrati.

L’agricoltura era l’attività principale dei residenti nella zona: venivano coltivati principalmente viti, olivi e alberi da frutta su terreni in gran parte di proprietà dell’abbazia dei Santi Vito e Pietro di Calavena e della pieve di Santa Maria. 

La coltura della vite e dell’olivo era importante fin dai secoli precedenti per l’economia dell’intera Val d’Illasi, favorita dal clima e dal tipo di terreno. 

Erano presenti terre a prato e arabili, oltre a superfici coperte da boschi sulle colline, dai quali veniva ricavata la legna. 

In paese alcuni artigiani lavoravano il ferro, la lana, i tessuti e le pelli[1].

 

Il monte Belloca

Il monte è rappresentato con il toponimo Beloca nella mappa realizzata da Giovanni Battista Bressi nel 1618 ed è citato in opere poetiche e leggende locali.  

Belloca, secondo don Basilio Finetto dei Rosini, sacerdote, storico e poeta tregnaghese vissuto tra il 1840 e il 1905, deriva da belluæ loca, luoghi della guerra. 

L’etimologia del termine fornita da Finetto ha senza dubbio un fondo di verità se si pone in relazione alle lotte che ebbero luogo nei secoli proprio in quella zona per questioni di proprietà e di confine tra Tregnago e San Giovanni Ilarione, allora sotto giurisdizione di Vicenza. La contesa aveva come oggetto soprattutto l’attribuzione ad uno dei due comuni del fianco orientale del monte.

 

Belloca: la montagna contesa

Il 12 giugno 1224 una sentenza riconobbe il comune di Tregnago come proprietario del monte.

Nel 1429 gli abitanti di S. Giovanni Ilarione (detto allora San Giovanni de la Rogna) presentarono una supplica al doge veneziano perché concedesse loro il monte della Belloca, anticamente di loro proprietà, che erano stati costretti a vendere ad Ezzelino da Romano. Tale vendita però non poteva ritenersi valida poiché il monte era dei Tregnaghesi.

Questi ultimi si opposero alla domanda e ne nacque una lite che terminò con una sentenza a loro favore del 29 maggio 1436. I dissapori, però, non furono mai sopiti. 

Nel 1471, una domenica mattina, alcuni uomini  di San Giovanni, armati, si recarono sul monte dove pascolavano molti animali dei Tregnaghesi, li rapirono ed a nulla valsero le richieste dirette al podestà di Vicenza perché venissero restituiti.

Allora il doge ordinò che la causa fosse rimessa ai rettori di Verona, Vicenza e Padova.

Questi, recatisi sulla Belloca, pronunziarono una sentenza, il 5 giugno del 1472. 

Tale sentenza venne registrata, con molto ritardo, a Verona il 7 maggio 1484, confermava la linea di confine tra i due comuni stabilita nel 1436 e imponeva di collocare una pietra, oltre che sul confine, anche sulla lunga controversia che divideva le due popolazioni. 

Nel maggio del 1488, però, gli Ilarionesi tagliarono alcuni campi di bosco su territorio tregnaghese e manomisero uno dei cippi che, in base alla sentenza, erano stati piantati.

Intorno al 1500, a un Tregnaghese furono sottratti alcuni buoi che gli vennero indennizzati dal suo comune ma due anni dopo, per rappresaglia, i Tregnaghesi rubarono alcune mucche ai loro avversari e, ritiratisi nel recinto del castello, imbandirono un banchetto per tutta la comunità. 

I rapporti divennero sempre più tesi e, sul finire del 1505, in un clima di sospetto reciproco, due Tregnaghesi si recarono sulla Belloca dove si diceva che fosse stato ucciso un uomo.

A Tregnago si pensò anche di organizzare una mobilizzazione di forze, ed il 26 aprile 1506, annota il cronista Zuan Bera, in una riunione della Vicinanza si decise una ammenda di 3 lire per tutti quelli che, comandati di andare sulla Belloca o in altro luogo contro  queli da San Zuane da la Rogna, non ubbidissero. 

Bartholomè tesar e Zaneto chaliaro, forse per prudenza, non accettarono, ma tutti gli altri furono d’accordo. In questione erano i diritti che due comuni si arrogavano sugli stessi terreni. 

I Tregnaghesi, il 25 giugno, si procurarono, non si sa da quale autorità, una autorizzazione a tagliare le biade in comune di San Giovanni e cercarono di trovare dei documenti in appoggio dei loro diritti. 

Il 18 aprile 1507, la Vicinanza si riunì con la partecipazione di 63 capifamiglia e decise che nessuno avrebbe potuto, in futuro, affidare terreni incolti, coltivati o boschi a gente Vicentina. 

I Tregnaghesi il 22 maggio 1507 si recarono su un terreno di circa 60 campi presso il Brogonzollo (stretta valle che dall’alto della Belloca si estende verso Nord), seminato dai Vicentini e tagliarono le biade ancora immature.

Dal giudice del malefizio di Vicenza venne istituito un processo contro 19 persone perché, ispirate da spirito diabolico e armate di falci, archi e altro, di notte si erano recate in un campo sul confine e lo avevano devastato arrecando un danno di circa 900 minali (240 quintali circa) di potenziale raccolto.

Circa un mese dopo il taglio delle biade, il 28 giugno, quelli di San Giovanni si armarono contro i Tregnaghesi e ci furono due morti tra i primi; ebbe luogo un fatto d’arme sulla Belloca e feriti da entrambe le parti.

Questa volta, per essere avvenuto il fatto sul territorio di Verona, fu il giudice del malefizio di questa città ad istituire il processo. 

Dagli atti risulta che una mattina, mentre alcuni erano intenti al lavoro sulla Belloca, scesero circa 50 persone di San Giovanni, armate, urlando minacce. Quelli di Tregnago, sentendo suonare campana a martello, andarono loro incontro gridando tra loro di rimanere uniti e non fuggire, per non rischiare di essere uccisi. Gli scontri durarono fino a sera e si spostarono in contrada Finetti.

Vi furono diversi feriti e un morto tra gli Ilarionesi. 

I Tregnaghesi catturarono diversi prigionieri, che rinchiusero nel castello, alimentarono con pane e vino ed il giorno seguente condussero a Verona dove furono liberati in cambio di una somma di 150 ducati.

Il giudice del malefizio di Verona venne a Tregnago l’8 luglio. Lo accompagnavano il suo notaio e un ufficiale. Il comune di Tregnago a norma dello statuto di Verona dovette pagare la trasferta oltre a un disnar sul monte il cui menù era: 3 para polastri, 4 para de pipioni (piccioni), 3 anaroti, meza lira de cervela, soldi 5 de ovi, smalso (strutto), 2 sechie de vin.

Nei mesi successivi proseguirono i viaggi di Christofalo Frachanzan e altri a Vicenza per chiedere la fine di saccheggi e violenze. Gli stessi si recarono poi a Venezia e a Padova perché quel podestà accettasse la definizione della controversia assegnatagli dal senato di Venezia.

Con l’aiuto dei rettori e dei provveditori di Verona ottennero quel che desideravano. 

Venne mandato Zuan Bera a Verona a procurarsi un cavallo da Beneto staler visto forse che il paese non offriva degli animali adatti ad esser cavalcati dal degno magistrato padovano che, con relativo corteo, venne il 17 ottobre 1507 sul Brogonzollo, dove gli venne mostrato il corpo di un uomo di Tregnago ucciso in uno scontro successivo a quelli finora descritti.

Dal novembre 1507 al settembre dell'anno seguente la controversia rimase sopita salvo qualche rapimento di animali attuato da quelli di San Giovanni ai danni degli avversari.

Nell’ottobre del 1508, i Tregnaghesi, dato che la sentenza si faceva aspettare, si recarono ripetutamente a Padova, perché il giudice riprendesse in mano il caso.

Il 3 novembre 1508, gli avvocati vennero a Tregnago dove rimasero per 4 giorni. Arrivarono in 5 con 10 cavalli e alloggiarono presso la pieve.

Il 6 novembre arrivò il giudice da Padova con 4 cavalli e alloggiò anch’egli alla pieve. 

In quei giorni quelli di Tregnago accompagnarono ripetutamente avvocati e giudici alla Belloca.

Zuan Bera annotò le spese sostenute dal paese, calcolandole in 5 soldi al giorno. 

È interessante vedere quello che consumarono: 16 paja di pollastri, 2 libbre di lardo, 1 di cervella, una baceda d'olio, uova, formaggio, un minale e 3 quarte di castagne, 3 carri di legna, vna basiolla e 5 guistare (circa 70 litri) di latte. La carne venne fornita dalla pieve. Ma, non bastando, venne spedito uno a Verona per prender del pesse ed altra roba per gli avvocati.

Il giorno dopo tutta la compagnia si recò a Montecchia, dove si fermò tre giorni durante i quali furono esaminati, tra gli altri, 14 testimoni di Tregnago. 

Anche qui magistrato, avvocati e seguito non scarseggiarono di vivande: polli, uova, lardo, sale, vino, legna... Venne spedito uno a Soave a prendere della confezion (salsa). 

Molti Tregnaghesi si fermarono a Montecchia per servire il gruppo e qualcuno mise a disposizione il suo cavallo. 

La tanto attesa sentenza venne quivi pronunciata il 9 novembre di quell'anno 1508, previo pagamento di 46 lire e 10 soldi ma le diatribe tra i due comuni proseguirono  per qualche mese, finché con l’intervento degli avvocati e del giudice di Padova, il processo istituito a Vicenza terminò con la dichiarazione che i Vicentini erano stati uccisi in territorio Veronese.

Gli atti furono trasmessi a Verona e il giudice stabilì che i cippi ordinati dalla sentenza del 1472 dovessero essere in pietra, con la pena di ducati 200 a chi in qualsiasi modo li avesse manomessi. 

Incaricati di collocarli furono magister Bernardin Legnago da Marcemigo, nominato dal comune di Tregnago e magister Zangiacomo nodaro q. Zuanne di Pegorati d’Arzignan, nominato da San Giovanni.

Le due pietre di confine furono realizzate a Tregnago e da qui portate sul posto e collocate.

Le cronache narrano che in tale occasione vennero bevute due secchie di vino.  

 Un anonimo scrisse:

I cippi erano alti un huomo muniti con il segno di San Marco… 

Per quella interpositione fu poi messo perpetuo silentio tra dette due communità, che il sig. Iddio le feliciti in perpetua Pace ... sino alla fine del Mondo. Amen[2].

 

Oggi: il cippo di confine nell’atrio della biblioteca comunale: cos’è?

È uno dei due cippi principali, identici tra loro, che segnavano il confine tra i due comuni.

Nella zona del monte Belloca furono collocati, a breve distanza l’uno dall’altro, altri segni confinari di pietra a forma rettangolare molto allungata, ma senza particolari iscrizioni, che sono attualmente reperibili talvolta con difficoltà, perché in pezzi o nascosti dalla vegetazione o in parte sepolti dalla terra.

La pietra proveniente dalla Valpolicella riporta scolpiti alcuni simboli e un testo.

In alto è raffigurato il leone alato simbolo della Repubblica di Venezia sotto il cui dominio, dal 1405, erano i territori in questione.

Sotto sonovisibili gli stemmi di Verona, Vicenza e Padova i cui magistrati furono coinvolti nel cercare di rappacificare i contendenti.

Nella sezione più bassa, il cippo riporta un’iscrizione in latino:

ILLUSTRISSIMI SENATUS VENETI / DECRETO VERONAE PAULUS / PRIULUS - PATAVII / MARCUS BARSARICUS JUSTISSIMI / URBIUM PRAEFECTI INTER / AGRUM TRENIACENSEM ET SANCTUM / JOANNEM IN LAROMIA HIC / DISCRIMINARI COLUMNA / JUDICAVERUNT /

M.CCCC.LXXII - VI - JUNII / ANNO SALUTIS.

Con decreto / dell’illustrissimo Senato Veneto /

i giustissimi Prefetti / delle città / Paolo Priuli

di Verona / Marco Barbarigo di Padova / qui /

tra la campagna Tregnaghese / e San Giovanni Ilarione / con la colonna dividere / stabilirono /

1472 - 6 - giugno / anno di salute.[3]

 

Le vicende degli ultimi decenni: il restauro

Negli anni ‘80 del Novecento, uno dei cippi fu ritrovato dopo il trafugamento, mentre i frammenti dispersi dell’altro furono recuperati in luoghi diversi.

I due comuni si accordarono per il restauro di entrambi e divisero a metà le spese che ammontarono in totale a  8.555.000 lire. Il restauro fu eseguito dalla restauratrice veronese Rossella Godi.

I giornali dell’epoca ne parlarono in più occasioni: «Nord Est» il 4 aprile 1988 pubblicò un articolo scritto dall’architetto Giorgio Mattioli che, in breve, riassumeva le vicende storico-artistiche di quella pietra. 

L’allora sindaco di Tregnago, Alfonsino Ercole, su «L’Arena» del 18 ottobre 1988, proponeva un incontro festoso tra le popolazioni di Tregnago e San Giovanni sulla Belloca.

A Tregnago, fino a qualche anno fa, il cippo era collocato in piazza Massalongo.

Una copia fu collocata sul luogo originario il 31 luglio 2016 per iniziativa di alcuni cittadini di San Giovanni Ilarione, mentre il secondo cippo originale si trova attualmente nel municipio ilarionese. 

 

[1] Cfr. P. MILLI, Aspetti di vita sociale a Tregnago nel 1400: appunti dai testamenti, in «Cimbri-Tzimbar», n. 25 (2001), pp. 75-98.

[2] Le notizie sulle lotte tra Tregnago e San Giovanni Ilarione sono tratte da: C. FERRARI, Come era amministrato un comune al principio del sec. XVI (Tregnago dal 1505 al 1510), Verona 1903

[3] Le notizie sul cippo di confine sono tratte da: P. LOVATO, Tra Tregnago e San Giovanni Ilarione, in «Vita veronese» XXII (1960), pp. 242-244.