Tregnago e il cementificio

 

Nei primi decenni del Novecento a Tregnago fu costruito un cementificio che iniziò l’attività lavorativa nel 1923.

La materia prima per la produzione del cemento proveniva dal monte Tomelon, collegato ai forni cementizi tramite una teleferica, residuato di guerra, lunga 1200 metri a movimento naturale: i carrelli pieni di materiale scendevano a valle sfruttando i 150 metri di dislivello e facevano risalire in cava quelli vuoti. 

Per la produzione di calce idraulica e di Portland naturale si utilizzava un altoforno verticale: dentro venivano cotti i sassi della cava e il carbone che, una volta macinati, davano origine al cemento naturale. 

Il sistema era però di vecchia concezione e nel 1924 venne installato il primo forno rotante della ditta Nathan Uboldi, che permetteva di ottenere il Portland artificiale, per via umida, con una produzione giornaliera di 600/700 quintali.

La marna del monte Tomelon era macinata assieme all’acqua e fatta depositare in vasconi, dove il fango ottenuto era agitato mediante aria compressa. Analizzato dal laboratorio chimico, veniva poi avviato verso i forni rotanti, inclinati in modo da far scendere lentamente il composto verso la camera di cottura nella quale una miscela d’aria e carbone portava la temperatura a 1300 °C. Si otteneva così il clinker, materiale granuloso privo di scorie, che una volta macinato forniva il cemento pronto per essere insaccato.

Nel 1927 l’azienda riuscì a raggiungere i 2000 quintali giornalieri di cemento e il prodotto ottenuto era venduto facilmente in tutta la parte orientale dell’alta Italia. 

I guadagni conseguiti spinsero l’Italcementi a promuovere ulteriori studi per ottenere un tipo di cemento Porland artificiale a rapido indurimento e ad altissima resistenza. 

Mescolando speciali miscele, si riuscì ad ottenere un ottimo prodotto brevettato come Cemento Granito adatto a opere importanti quali la ricostruzione del Ponte della Vittoria e del muraglione sul Lungadige Re Teodorico a Verona e la realizzazione del ponte sul Mincio a Peschiera.

Il capitolato per la costruzione del ponte stradale che collega Venezia con la terraferma prevedeva nella posa dei piloni di sostegno l'utilizzo esclusivo di cemento 680 di Tregnago. Il successo ottenuto con il nuovo prodotto permise di aumentare la produttività.

Nel 1927 la fabbrica occupava 128 dipendenti e nel 1936 le unità lavorative   superarono le 150.

Negli anni Cinquanta si raggiunsero i 198 dipendenti.

Il cementificio, che in quegli anni era l’unica grande azienda presente in valle, oltre a offrire un posto di lavoro e un sicuro reddito mensile impiegando anche lavoratori dei paesi vicini, permise di entrare a stretto contatto con la tecnologia, creando una classe operaia qualificata che, nel corso degli anni, si staccò dalla mentalità contadina.

Inoltre favorì l’incremento della scolarizzazione mettendo a disposizione delle borse di studio per i figli dei propri dipendenti.

Nel 1963 la concorrenza di due cementifici della medesima proprietà, a Monselice (PD) e a Rezzato (BS), che riuscivano a sfornare dai venti ai quarantamila quintali giornalieri di cemento, portò alla chiusura dei forni di cottura di Tregnago, ormai non più produttivi con soli settemila quintali giornalieri. 

Rimasero attivi solo i reparti di macinazione e insaccamento, ma la riduzione delle attività lavorative portò a una diminuzione dei dipendenti, che divennero 152 nel 1960 e si ridussero a una sola trentina negli anni Settanta.

Lo stabilimento fu chiuso definitivamente nel 1975.