Il testamento del tregnaghese don Francesco Casari: un sacerdote, la sua famiglia, la sua casa.

 

Una casa, un proprietario

 

Con il nome di Legato Casari o Legato Casaro, a Tregnago viene identificato un edificio piuttosto antico, di costruzione tardo medievale, noto fino a qualche anno fa anche come “casa di don Marino dal nome di un sacerdote che nel Novecento svolse la sua missione pastorale in paese ufficiando in modo particolare nella chiesa di Sant’Egidio e che qui abitava, come in passato avevano fatto molti altri cappellani della medesima chiesa. Con il tempo, per la scarsa manutenzione, il caseggiato era andato in rovina ma da qualche anno è stato ristrutturato, ora è sede di alcune associazioni locali e il suo brolo è diventato un bel parco giochi dedicato a papa Giovanni Paolo II, utilizzato dai bambini e non solo.

La storia di questo edificio parte da lontano e ci permette, in qualche modo, di ricostruire qualche aspetto della storia del paese in età moderna e contemporanea. Qui infatti – in seguito ad interpretazioni successive delle disposizioni testamentarie del proprietario vissuto tra il XVI e il XVII secolo – fu istituita tra l’altro anche una scuola per i Tregnaghesi.

Abbiamo conoscenza diretta e certa dell’esistenza di questa casa – di costruzione sicuramente antecedente, data la struttura architettonica equiparabile a quella di altri edifici della zona costruiti sul finire del Medioevo – a partire dal 1630, e precisamente da un documento testamentario di un sacerdote tregnaghese, don Francesco Casari, citato nell’atto alternativamente come reverendus dominus Francisco de Casariis e Casaro, che ne era allora il proprietario e la lasciò al Comune di Tregnago detentore tuttora della proprietà nonostante le varie vicende susseguitesi nel corso dei secoli.

Prima di parlare del testamento di Casari e delle disposizioni in esso contenute, tuttavia, è interessante tracciare – per quanto ci è possibile dalla scarsa documentazione che ci è pervenuta – un profilo biografico di don Francesco che fu cappellano della chiesa di Sant’Egidio – allora in gestione al Comune di Tregnago – per qualche decennio.

I Casari erano una importante famiglia tregnaghese di cui abbiamo notizie certe a partire dal Quattrocento soprattutto per la sua propensione a far costruire e a gestire altari nelle chiese locali. Sull’argomento Pasa scrive: «Il 18 maggio 1409 nel palazzo vescovile di Verona si presenta Giovanni Casari di Tregnago, afferma di essere “patronus” dell’altare di Ognissanti fondato ed edificato nella pieve di Santa Maria di Tregnago e lo dota accordandogli l’utile dominio di sette appezzamenti per un complesso di dodici campi e mezzo tra prativi ed arativi con viti, salici ed olivi nelle contrade Castello, Bradagnini, Papagna, Lavandarii, Gastaldei e Villa che possono fruttare livelli per un ammontare complessivo di due ducati e venti soldi l’anno. Si impegna inoltre entro tre anni ad assicurarle una ulteriore rendita annua di dodici minali di frumento e ad acquistare un calice d’argento con patena dorata del valore di dieci ducati d’oro ed un paramento fulcito del valore di sei ducati per la celebrazione dell’ufficio divino a quell’altare. Il 19 settembre 1437 con atto rogato nel palazzo episcopale il vescovo di Verona, Guido Memo (1409-1438) su richiesta di Iacobo Rossi, arciprete della pieve di Santa Maria di Tregnago, affida al notaio Giovanni da Caprino l’incarico di ratificare l’atto di fondazione della cappella che viene in effetti redatto in data 18 marzo 1449»[1].

 L’altare verrà nominato nei verbali delle visite pastorali cinquecentesche e seicentesche con la specificazione che almeno un componente della famiglia se ne prende cura e sarà inizialmente detto di Ognissanti, poi di San Nicola o di San Zeno, in seguito di San Biagio e infine dei Santi Innocenti. Quest’ultima dedicazione è presente anche quando, in data 28 dicembre 1639 il parroco di Cogollo e vicario foraneo don Pompeo Legnaghi scrive di aver visitato l’Altar delli Santi Innocenti ditto dilli Casari nella Pieve di Tregnago[2].

Del Quattrocento, poi, è anche la cappellina Casari – tuttora esistente all’interno della chiesa di San Martino, oggi conosciuta come chiesa della Disciplina e adiacente alla parrocchiale – con un bell’affresco di Nicolò Giolfino raffigurante la Madonna delle Grazie che protegge sotto al suo mantello un gruppo di aderenti alla confraternita dei Disciplinati che proprio nella chiesetta avevano stabilito la loro sede, ritratti con la caratteristica veste bianca completata dal cappuccio che ricopre anche il volto e un gruppo di uomini e donne vestiti secondo l’usanza dell’epoca. Alcuni esponenti della famiglia Casari, infatti, facevano parte della confraternita e finanziarono l’opera.   

Tornando a Francesco, è possibile affermare che nacque molto probabilmente nel 1557 da Bartolomeo Casari e sua moglie Giulia. Da una ricerca effettuata nell’archivio parrocchiale, risulta, infatti, che un bambino con quel nome fu battezzato a Tregnago da don Francesco Sorio l’11 novembre di quell’anno[3] e, come si sa, il battesimo veniva amministrato in quell’epoca ai bambini molto piccoli.

Casari era già cappellano della chiesa di Sant’Egidio nel 1588 quando, il 14 gennaio, gli venne rinnovata la licenza – in precedenza concessagli dal vescovo – di celebrare nelle sole chiese di Sant’Egidio e di San Martino. Qualche mese più tardi – il 13 novembre dello stesso anno – gli venne però imposto di dire messa solamente nella chiesa di Sant’Egidio e di non intromettersi nelle vicende della pieve[4].

Di lui si ha traccia ancora qualche decennio più tardi quando viene indicato come cappellano amovibile della chiesa di Sant’Egidio, eletto dal Comune, dal redattore del verbale che documenta lo svolgimento della visita pastorale in paese del vescovo Alberto Valier, capo della diocesi veronese dal 1606 al 1630.

Si legge, infatti, che sabato 16 maggio 1620 il vescovo Valier – accompagnato dall’arcidiacono Daniele Lisca e dal notaio della cancelleria episcopale Giovanni Francesco de Rotariis – arrivò a Tregnago dove fu ospitato, a spese del Comune, a casa di Antonio Sorio, notarius de Treniaco. Il giorno seguente il prelato si recò a visitare la chiesa di Sant’Egidio accolto da don Francesco Casari all’ingresso, sub umbrella[5].

Non si conosce la data precisa della morte del sacerdote ma il giorno della stesura del suo testamento, il 3 maggio 1630 il notaio ci segnala che egli si trova a letto, sano per gratia di Iddio della mente, et del intelletto benché del corpo infermo e, da altre fonti di cui farò cenno in seguito, sappiamo che egli morì pochissimo tempo dopo aver fatto redigere l’atto contenente le sue ultime volontà.

 

 

La famiglia di don Francesco come viene presentata nel testamento

 

Dalla lettura del testamento di don Francesco è possibile avere qualche notizia anche sui suoi familiari viventi o già defunti alla data di redazione del documento, di cui veniamo a conoscere il nome e il grado di parentela con il testatore. Integrando poi le informazioni con le notizie fornite dall’archivio parrocchiale di Tregnago[6] per quanto riguarda le date di battesimo, è stato possibile ricavare, almeno per alcuni di essi, qualche indicazione di carattere temporale e ricostruire così, sia pure parzialmente, l’albero genealogico di un piccolo ramo della famiglia Casari per quattro generazioni, a partire dai genitori del testatore, per arrivare ai pronipoti.

Prima di far conoscenza con la famiglia occorre però accennare ai criteri di ricerca messi in atto. Come si può constatare dalla lettura dell’atto testamentario riportato in appendice al presente contributo, i nomi, i cognomi e i gradi di parentela non sempre sono espressi chiaramente, perciò risulta piuttosto difficile anche una ricerca nell’archivio parrocchiale avendo a disposizione solamente le indicazioni del notaio redattore delle ultime volontà di don Francesco.

In qualche caso, tuttavia, la ricerca ha avuto buon esito ed è stato quindi possibile integrare i dati forniti da fonti diverse, sia pure tenendo presenti alcuni problemi oggettivi.

I registri dei battezzati conservati nell’archivio della parrocchia di Tregnago raccolgono gli elenchi di coloro che ricevettero il battesimo a partire dal 1554, quindi non abbiamo informazioni per gli anni precedenti. Gli stessi registri – di materiale cartaceo, compilati, come è evidente, da più mani e rilegati recentemente – appaiono talvolta lacunosi e mancanti di qualche pagina. I compilatori, tuttavia, si sono attenuti a regole piuttosto rigide per cui le informazioni in essi contenute sono omogenee e seguono dei criteri ben precisi. Innanzitutto gli elenchi sono suddivisi in ordine alfabetico per nome, per cui in ogni sezione sono raccolti tutti i battezzati il cui nome inizia con una determinata lettera ordinati cronologicamente. Per ogni battezzato si possono reperire così la data in cui il sacramento è stato ricevuto, il nome – spesso doppio – il nome e il cognome paterni ma solamente il nome proprio della madre che talvolta addirittura non compare, i padrini, le madrine e il sacerdote che ha impartito il sacramento.

Nel caso di don Francesco, ad esempio, il suo battesimo è così indicato: Die XI novembris MDLVII / Franciscus et Cesar filius Bartholomei Francisci de Casariis  / ex uxore Iulia baptizatus fuit per dominum Franciscum Sorium. / dominus Christophorus de Campo / Adamus mastelarus et Dominicus Vanicius / Angela filia egregii Tebbaldi Sorii / domina Francisca uxor domini Philippi[7]. Veniamo dunque a sapere che l’11 novembre 1557 don Francesco Sorio – sacerdote tregnaghese la cui famiglia risiedeva a Marcemigo – battezzò Francesco Cesare figlio di Bartolomeo Francesco Casari e di sua moglie Giulia alla presenza di Cristoforo da Campo, di Adamo costruttore di mastelli, di Domenico Vanicius, di Angela figlia di Tebaldo Sorio e di Francesca moglie di Filippo.

Dall’insieme delle notizie archivistiche, quindi, veniamo a conoscenza dei nomi di alcuni componenti della famiglia Casari e non solo. Ma andiamo con ordine.   

Bartolomeo Francesco Casari e sua moglie Giulia ebbero quattro figli: Laura, probabilmente la stessa che è segnalata nel registro dei battezzati della parrocchia di Tregnago come Laurena Monica, battezzata il 9 ottobre 1554; Francesco, battezzato con il doppio nome di Franciscus Cesar,  Mario e Onesta.

Laura sposò un esponente della famiglia Ferrari, probabilmente di Marcemigo, ed ebbe due figli: Geronimo, già defunto nel 1630 e Giovanni Battista.

Onesta sposò un esponente della famiglia Trezza di Tregnago ed ebbe almeno un figlio, Tome o Tomio. Al momento della stesura del testamento del fratello era già defunta.

 L’unico fratello del testatore ancora vivente nel 1630 era Mario che aveva sposato una donna di nome Pasqua o Pasquina ed aveva avuto due figli: Michele e Bartolomeo Casari battezzati rispettivamente nel 1580 e nel 1585.

Continuando poi il nostro incontro con i pronipoti di don Francesco, veniamo a conoscenza dei figli di Bartolomeo: Francesco, Pasqua e Caterina, nati con ogni probabilità il primo nel 1608, la seconda nel 1611 e la terza nel 1613.

Sappiamo poi che Michele ebbe due figlie femmine di cui il testamento non riporta i nomi.

Altri pronipoti del testatore portano il cognome Ferrari: sono i figli di Geronimo e di Giovanni Battista, figli della sorella Laura.

Geronimo, già morto nel 1630, aveva sposato una donna di nome Francesca ed aveva avuto tre figli: Giacomo che divenne marito di una certa Pasqua; Chiara, battezzata nel 1610 e Francesco, nato nel 1614.

Conosciamo inoltre i nomi di due figlie di Giovanni Battista: Angela e Speranza.

Nel testamento, infine, sono nominati Ippolito Casari e i suoi tre figli: Giulio, Paolo e Francesco, di cui non è chiaro il grado di parentela con il testatore.

Ovviamente quanto finora affermato non può avere la pretesa di completare una foto di famiglia a cui certamente manca qualche protagonista ma ci permette senza dubbio di farci un’idea più precisa su una piccolissima parte della società tregnaghese dell’epoca e ci dà la possibilità di vedere l’intreccio tra tre famiglie che vengono spesso nominate nei documenti riguardanti Tregnago nei secoli passati: i Casari, i Ferrari e i Trezza.

                                                                            

Le ultime volontà di don Francesco   

 

Il documento testamentario di don Casari è stato reperito in forma integrale presso l’Archivio di Stato di Verona, nel fondo dell’Antico Ufficio del Registro che raccoglie, in ordine cronologico, i testamenti rogati a Verona e provincia a partire dal 1408, anno della sua istituzione. L’Ufficio del Registro aveva il compito di conservare, previo il pagamento di una cifra inizialmente stabilita in sei soldi per foglio da parte dei contraenti e su richiesta di questi, una copia autentica dei documenti redatti dai notai. Questa documentazione presenta limiti evidenti e senza dubbio rispecchia la realtà in modo limitato e forse deformato e deformante. Le onerose registrazioni e redazioni in publicam formam con tutte le solemnitates e le clausole del formulario giuridico ci consegnano dei documenti che non sono del tutto rappresentativi del pensiero dei testatori e sono, invece, frutto di una elaborazione di una persona, il notaio, che certamente è intermediaria fra colui che desidera testare e il documento finale che possiamo leggere ma di cui non conosciamo le scritture precedenti presenti negli appunti notarili – le cosiddette imbreviature – perdute in un incendio che nel 1723 distrusse buona parte della documentazione notarile di Verona e provincia.

Da un punto di vista materiale, il testamento è un documento cartaceo costituito da cinque facciate di testo di lettura piuttosto semplice, non più scritto totalmente in latino come era prassi comune nella prima età moderna. Il notaio utilizza vocaboli in lingua volgare per l’esposizione dei lasciti e riserva il latino alle formule di autenticazione che rispecchiano quelle utilizzate nei secoli precedenti.

Da una lettura approfondita del documento fatto redigere da don Francesco[8], come si è già detto, si riesce ad avere, oltre a qualche notizia sull’edificio che ci interessa, anche alcune informazioni sulla famiglia Casari, dato che il sacerdote nomina parecchi parenti istituendoli eredi del suo patrimonio non del tutto insignificante e consistente in una buona quantità di denaro ma anche in terreni ubicati in varie zone di Tregnago.

 

Venerdì 3 maggio 1630, Antonio Sorio, figlio del fu Bartolomeo della contrada veronese di San Paolo – abitante probabilmente a Tregnago e forse lo stesso che aveva ospitato il vescovo Valier in occasione della sopraccitata visita pastorale in paese – notaio per l’autorità conferitagli dalla Repubblica di Venezia, accompagnato da un altro notaio, suo fratello Tebaldo, si reca a casa di don Francesco per raccogliere per iscritto le ultime volontà del sacerdote in un testamento nuncupativo, ossia non scritto di proprio pugno dal testatore, come era prassi comune dell’epoca.

Accanto a don Francesco che è infermo a letto sono stati convocati alcuni testimoni di cui può essere interessante conoscere i nomi. Risultano presenti: Antonio de Rubeis – già nominato durante la visita del vescovo Valier di dieci anni prima in qualità di consigliere della confraternita della Beata Maria Vergine che aveva sede nella chiesa di San Martino – e i suoi figli Bernardino, Paolo e Giovanni Battista, Zaccaria de Zacariis, Giovanni e Gabriele figli di  Baldassarre, Vido e Giuseppe Zanfretis, tutti residenti in paese. La presenza dei testimoni e del secondo notaio che avrà il compito di sottoscrivere l’atto è necessaria per la validità del documento, come previsto dalle leggi della Repubblica di Venezia che aveva giurisdizione sul territorio in quell’epoca.   

Il documento prosegue poi seguendo un formulario standardizzato adottato da secoli che, quasi sempre, almeno in alcune parti, si discostava dalla reale volontà del testatore, come hanno messo in evidenza molti studi sui testamenti medievali e della prima età moderna riguardanti varie città d’Italia e, in modo più specifico, il territorio veronese e anche Tregnago[9].

Si legge quindi la motivazione che ha spinto il testatore a dettare l’atto: il desiderio di spiegare come le sue proprietà avrebbero dovuto essere suddivise e distribuite tra gli eredi.

La parte successiva, anch’essa scritta con formule che si ripetevano pressoché uguali da secoli, contiene la raccomandazione dell’anima alla Trinità, alla Madonna e a tutti i santi, la designazione del luogo di sepoltura – la chiesa di Sant’Egidio, davanti all’altare maggiore – oltre alle indicazioni per la celebrazione dei funerali con la partecipazione di tutti i sacerdoti della pieve tregnaghese.

Come di consuetudine, il testatore chiede poi la celebrazione di alcune messe in suffragio della propria anima mantenendo fede ad una idea tipicamente medievale dell’Aldilà che vedeva la distinzione di tre luoghi: tra Paradiso e Inferno era stato collocato, a partire dal XII-XIII secolo, il Purgatorio, luogo in cui l’anima espiava le sue colpe in attesa della Resurrezione eterna. Un modo istituito dalla Chiesa per permettere all’anima di abbreviare il suo percorso verso il Paradiso era quello della preghiera dei vivi per i defunti, soprattutto grazie alla celebrazione di messe in periodi stabiliti: dopo sette e trenta giorni dalla morte e ogni anno quando ricorreva l’anniversario.

Don Francesco non si discosta da questa tradizione: ordina infatti la celebrazione del settimo, del trigesimo e dell’anniversario da parte dei sacerdoti della pieve e stabilisce anche le modalità di finanziamento di tali celebrazioni a cui dovranno provvedere gli eredi se il testatore non farà in tempo a consegnare la somma necessaria a un uomo di fiducia: Zuan della Vedoa.

Dopo le consuete disposizioni ad pias causas, proseguendo nella lettura del documento si arriva alla parte dei lasciti veri e propri che iniziano con il legato che riguarda l’edificio dove egli vive. Don Francesco, infatti, destina al Comune di Tregnago la sua casa di abitazione dotata di cortile, orto, stalla, forno e brolo delimitato da un muro e ne indica i confini. Apprendiamo così che la strada, la cosiddetta via comune, circondava – esattamente come oggi – l’edificio e il brolo a nord, a est e a sud, mentre a ovest l’immobile confinava con i terreni di proprietà in parte dei figli di Domenico di Zacaris e in parte dei figli di Giulio Treza.

Il legato, tuttavia, è gravato da alcune condizioni: il comune dovrà far celebrare in perpetuo, ogni venerdì, una messa sull’altare della Santa Concezione, nella chiesa di Sant’Egidio, in suffragio del testatore ed inoltre tutto ciò che verrà ricavato dall’utilizzo dell’immobile ricevuto in eredità, pagate le messe, dovrà essere distribuito ai poveri di Tregnago, agli ammalati e a coloro che non sono in grado di guadagnarsi da vivere.

La richiesta di celebrazione di messe in perpetuo era una prassi molto diffusa fin dal Medioevo e trovava la sua giustificazione in una credenza di carattere escatologico. Simona Ricci, riferendosi a testamenti redatti in Italia centrale nel XIV secolo, la motiva con lo spostamento della sensibilità collettiva sull’ora del Giudizio di Dio dapprima aspettato subito dopo la morte e poi spostato alla fine dei tempi. Da ciò derivava la necessità di assicurarsi suffragi perpetui come intercessione presso Dio per confidare nella sua clemenza l’Ultimo Giorno[10]. Tali affermazioni possono essere valide anche nel nostro caso a dimostrazione di una mentalità diffusa e persistente.

Il comune di Tregnago verrà ancora nominato in seguito ma, proseguendo con ordine, il documento si sofferma su una serie di disposizioni che interessano la famiglia.

Il testatore innanzitutto nomina i fratelli Mario e Francesco che ricevono la somma di cinquanta ducati ciascuno.

A Michele, figlio di Mario, e alle sue due figlie viventi vengono destinati cinquanta ducati al primo e alle altre venticinque ducati ciascuna.

Pasqua e Caterina, pronipoti del testatore, sono destinatarie di venticinque ducati ciascuna.

Don Francesco, poi, si ricorda anche di altri nipoti: a Pasqua, moglie di Giacomo Ferrari, suo nipote, vengono lasciati cinquanta ducati, compresi però i venticinque che il testatore si era impegnato ad affidarle come dote.

A Francesco, figlio del fu Geronimo Ferrari e della fu Laura, sorella del testatore, abitante in casa del molto reverendo signor Giulio Varali e a sua sorella Chiara vengono assegnati venticinque ducati ciascuno.

Ad Angela e Speranza, figlie di Zambattista Ferrari, figlio della fu Laura, sorella del testatore, don Casari destina venti ducati per ciascuna.

A Geronimo, Antonio e Bortolomeo, fratelli e figli di Zambattista Ugutioni e ai figli del fu Agostino – maschi e femmine – vengono lasciati cinquanta ducati che dovranno essere divisi fra tutti, con la condizione che questi ultimi rappresentino la persona del padre e gli succedano nella quantità di un quarto ciascuno.

Proseguendo la stesura delle sue ultime volontà, dopo le somme di denaro, don Francesco provvede a suddividere i terreni di sua proprietà tra i familiari.

A Tomio Trezza di Marcemigo, figlio della fu Onesta, sua sorella, assegna un appezzamento di terra aratoria con viti basse situato in pertinenza di Tregnago, in contrada di Peresino o di Isola, confinante da due parti con la via comune, dall’altra con il vaggio e dall’altra in parte con il terreno di Tebaldo Sorio e in parte con quello degli eredi del fu Geronimo Franchini. Tommaso entrerà in possesso del terreno subito dopo la morte dello zio ma dovrà continuare in perpetuo a pagare l’affitto di un minale di frumento alla chiesa di Santo Stefano di Verona che, evidentemente, vanta dei diritti di proprietà.

A Giulio, Paolo, e Francesco, figli del fu Ippolito Casari viene destinata  una pezza di terra con olivi situata in pertinenza di Tregnago, in contrada Campagna che confina da una parte con il terreno degli eredi di Cesare Ferrari, dall’altra con la proprietà degli eredi di Giuliano Trezza, dall’altra con il terreno di Realdo Ferrari, e dall’altra con la via comune. Il testatore però, accenna ad un accordo stipulato con gli eredi del fu Valentino Zanfretta che prevede di poterla redimer con ducati cinquanta tre dal grosso.

Al già nominato Zambattista Ferrari, figlio della fu Laura sorella di don Francesco, egli assegna una pezza di terra aratoria con olivi sita in pertinenza di Tregnago, in contrada del Sacho che confina da una parte con la via comune, da due con i terreni degli eredi di Sebastiano di Gregorii e dall’altra con la terra degli eredi di Geronimo Cipolla, rappresentante di una importante famiglia cittadina che in paese proprio in quegli anni avvierà la costruzione di una delle sue ville di campagna dove qualche secolo dopo amerà vivere lo storico Carlo Cipolla.

Dopo la serie di legati destinati ai familiari, il testatore nomina un erede universale per tutti gli altri suoi beni. A questo punto riappare il Comune di Tregnago – o meglio, il Comune et huomeni di Tregnago – che viene designato erede universale ma dovrà rispettare alcune condizioni. Dovrà, infatti, essere distribuita ogni anno una elemosina in pane o in denaro a tutti gli abitanti del paese, invitando coloro che ne usufruiranno a pregare per l’anima del testatore e dei suoi parenti.

Infine, il testatore torna a nominare la chiesa da lui ufficiata per anni e chiede al Comune di collocare a Sant’Egidio, come ornamento, il suo quadro della Beata Vergine Maria, che tiene nel suo camerino verso ponente.

Il documento si conclude poi con le formule di autenticazione scritte in latino dal notaio.

 

Le vicende successive del Legato Casari

 

Da quanto ci è dato di conoscere da documentazione reperita nell’Archivio Storico della Curia di Verona, don Casari morì poco dopo aver dettato il suo testamento che il 6 maggio 1630 venne letto in Consiglio Comunale. Il medesimo Consiglio, venti giorni dopo, elesse il nuovo cappellano della chiesa di Sant’Egidio nella persona di don Girolamo Cristofari. Trascorsero poco meno di quattro anni e il 22 gennaio 1634 il Comune elesse un nuovo cappellano della medesima chiesa: l’incarico fu assegnato a don Agostino Rancan a cui vennero destinati come luogo di abitazione la casa e il brolo lasciati da Casari[11] che sarebbero stati in futuro utilizzati dal sacerdote incaricato della funzione di cappellano di Sant’Egidio fino al secolo scorso.

La messa del venerdì richiesta da don Francesco veniva celebrata ancora nel 1858 quando dieci parrocchiani inviarono per iscritto alla Delegazione Provinciale una lamentela sul parroco don Felice Panato che, tra l’altro, a loro dire voleva sospendere l’utilizzo dell’altare esistente nella chiesa di Sant’Egidio dedicato alla Concezione di Maria Santissima per la speciosa ed insussistente ragione della nudità totale del divino Infante, che posa in grembo della Madre. Gli scriventi facevano poi notare che l’immagine in discorso è coperta da apposita cortina, che non veniva calata che una sol volta per settimana nella Messa del venerdì ed anche allora impedita ala chiara vista della condannata nudità da candelabri e da una fitta cerchia di ferree spranghe che cingono il presbiterio[12].

Nel 1878, al momento dell’assunzione del nuovo cappellano di Sant’Egidio il Comune di Tregnago stipulò un contratto con don Augusto Dal Ben, designato alla carica e gli concesse per tre anni una casa a muro e coppi, con corte a tramontana e Brolo a prato a mezzodì di essa con andito a portone verso Nord Ovest in Tregnago, Contrà Scuola Vecchia detta la Casa e Brolo del Legato Casari ma tutti i restauri della casa e muri di cinto del Brolo saranno fatti eseguire da esso Sacerdote a sue spese, e conservandoli in buon stato di manutenzione, e dovrà rifondere al Comune le Imposte e Sovraimposte gravitanti i suddetti beni. Don Augusto aveva inoltre l’obbligo di celebrare la Messa di ogni Venerdì dell’anno all’Altare della Concezzione nella suddetta Chiesa in suffragio dell’anima del fu Sacerdote Casari Benefattore e Fondatore[13].

Sul finire del XIX secolo la questione del “legato Casari” tornò ancora in auge per motivi legati all’istituzione di una scuola per gli abitanti del paese che avrebbe dovuto essere tenuta dal cappellano di Sant’Egidio, facendo partire l’idea della sua istituzione dalle clausole presenti nel testamento sui benefici destinati ai poveri tregnaghesi. In realtà il documento del Casari non accenna minimamente all’istituzione di una scuola ma alla distribuzione di elemosine, un tale genere di disposizioni era rintracciabile di frequente nei testamenti dell’epoca e dei secoli precedenti e faceva parte di quei legati classificati dagli studiosi come pro anima, tendenti alla salvezza dell’anima del testatore cosciente delle mancanze commesse in vita, che in tal modo sperava di mettersi in pace con Dio e con il prossimo e di avere un accesso più rapido al Paradiso.

La scelta di utilizzare le rendite del lascito per una scuola era quindi stata effettuata nei secoli successivi.

Il 3 maggio 1890 il sindaco scrisse a don Pietro Cavallini, parroco del paese, una lettera in cui accennava ad alcuni capitoli del testamento di Don Antonio Casari – sbagliando il nome del testatore – che egli aveva provveduto ad inviare alla Giunta Provinciale Amministrativa per avere delucidazioni sulla validità dei suddetti capitoli in rapporto al Cappellano del Legato Casari[14].

Il 22 maggio dello stesso anno il medesimo sindaco inviò al parroco un estratto della decisione della suddetta Giunta che si era pronunciata in merito. Sulla questione il verbale della seduta della Giunta, avvenuta il 3 maggio, affermava che i consiglieri avevano visto il testamento di don Francesco Casari con cui a titolo di legato lasciava al Comune ed uomini di Tregnago la sua casa d’abitazione con corte, orto, stalla, brollo perchè le rendite ritraibili venissero erogate nella celebrazione di una Messa in S. Egidio ogni venerdì, ed il residuo si dovesse dispensare ai poveri di Tregnago ed in particolare agli ammalati ed impediti al lavoro e avevano esaminato i Capitoli per la Comunità di Tregnago approvati dal Senato Veneto col decreto 8 giugno 1780, ai quali viene fatta invocazione dal Sacerdote Augusto Dal Ben attuale detentore dello stabile legato[15].

I provvedimenti che furono presi, secondo quanto si legge, tennero conto della volontà del testatore, che riteneva il cappellano di Sant’Egidio anche incaricato di fare scuola ai Tregnaghesi, mentre trascurarono –  almeno in parte – la legislazione della Repubblica Veneta poiché di lì a poco sarebbero stati corretti da altre disposizioni legislative[16].

Nel Novecento casa e brolo sono nominati nella documentazione comunale in concomitanza con l’urgenza di effettuare piccoli lavori di manutenzione: il 26 novembre 1932 venne deliberato dal Podestà l’impianto dell’acqua potabile e il 19 luglio 1958 la Giunta deliberò la manutenzione del muro di cinta.

Tra il 1968 e il 1970, infine, l’allora rettore di Sant’Egidio don Attilio Negrini aprì in una delle stanze della casa una sala giochi che divenne punto di ritrovo per i ragazzi del paese.

 

Appendice:

 

ASVr, Antico Ufficio del Registro, Testamenti, mazzo 227 numero 403.

 

La trascrizione del documento è stata effettuata seguendo le norme correnti, uniformando la punteggiatura e introducendo, in qualche caso, le maiuscole.

 

Testamentum reverendi domini Francisci de Casariis de Treniaco

In Christi nomine. Anno a nativitate eiusdem millesimo sexcentesimo trigesimo, indicione decima tertia, die veneris tertio mensis maii, Treniaci in domo infrascripti reverendi domini testatoris, presentibus domino Thebaldo notario filio condam domini Petri Sorii, egregio Antonio filio condam egregii Pauli de Rubeis, egregii Bernardino, Paulo et Iohannes Baptista fratribus filiis predicti egregii Antonimi, prudens Zaccaria filio condam Dominici de Zacariis, egregii Iohannes et Gabriele fratribus filiis egregii Baldessarii, Vidus et Ioseph filii condam Stefani Zanfretis, omnibus de Treniaco, testibus idoneis, notis et rogatis, ac infrascriptum reverendum dominum testatorem cognoscere asserentibus de mente sana, et intellectu.

Iure in letto giacendo il molto reverendo signor domino Francisco Casaro, filio condam di domini Bortholamei di Tregnago, sano per gratia di Iddio della mente et del intelletto, benché del corpo infermo, desiderando terminare et dichiarire il modo che doverà esser tenuto dal’infrascripti suoi heredi in dividere e distribuere doppo di se le sostanze et beni suoi temporali, ha ordinato il presente suo ultimo testamento senza scriti nel seguente modo cioè:

   primamente ha racomandato con ogni affetto d’Amore l’anima sua alla Santissima Trinità et a Maria Vergine sua Avocata et a tutta la corte del Cielo, et doppo che sarà morto vuole et comanda che il suo corpo sia portato et accompagnato da tutti li reverendi domini sacerdoti della Venerabile congregation della Piove di Tregnago alla Venerabile chiesa di Santo Egidio ove intende esser sepolto avanti l’altar maggiore, et che dalli medemi sacerdoti le siano dette le messe sopra con l’officio solito et alli suoi tempi debiti il settimo, trigesimo et anniversario, il tutto a spese delli infrascripti suoi heredi in caso però che non havesse dicto signor testador consignato nelle mani di messer Zuane della Vedoa,  suo confidente, tanti danari bastanti per far li dicti offitii et funerale, che in tal caso poi li dicti heredi sarano liberi da tale spesa et in fede di questa verità apparirà recevuta della quantità di dicti danari di propria mano del dicto messer Zuane.

Item per rason di prelegato lascia al Comune et huomeni di Tregnago la sua casa, ove hora habita, con cortivo, orti, stala, forno et brolo circundato di muro et ogn’altra giuriditione ivi coherente, alla qual casa et brolo confina da tre parte, cioè verso mezo giorno, levante et tramontana la via comune, dal’altra verso ponente li filioli, et heredi di Dominico di Zacaris in parte, et in parte li filioli et heredi di Giulio Treza obligando et incaricando per questo legatoa li sudicti Comune et huomeni a farli celebrar ogni Veneri in perpetuo una messa all’Altar della Santissima Concettione eretto in dicta Chiesa di Santo Egidio per l’anima sua, et in remissione de suoi peccati, et quel sopra più che si potesse avanzare dal prò di dicta casa et brolo, pagata prima la elemosina delle dicte messe di ogni Veneri, come di sopra intende dicto signor Testador, et così comanda che li dicti Comune et huomeni debano dispensarlo ogni anno per l’amor d’Iddio alli più poveri et miserabili che si trovaranno nella Villa di Tregnago, et in particolar a quelli che si trovarano amaladi o impotenti a potersi guadagnare il vivere.

Item per la medema rason di legato lascia dicto signor testador che subito seguita la sua morte l’infrascripti suoi heredi debano pagar al’infrascripti et a cadauno di loro per una volta tanto l’infrascripti legati ut infra vidilicet.

A messer Mario Casaro suo fratello ducati cinquanta da grossi trenta uno per ducato.

A messer Michel, filiolo di dicto messer Mario, ducati cinquanta et altri ducati cinquanta a due sue figliuole femine che hora vivono, cioè ducati vinticinque per cadauna, che in tutto fanno ducati cento tra dicto messer Michele et figliuole.

A messer Francesco che fu figliolo del condam messer Bortholamio Casaro suo figliuolo parimente di dicto messer Mario ducati cinquanta et altri ducati cinquantad a messera Pasqua et Catherina, sue sorelle filie condam di dicto messer Bortholamio, cioè ducati venticinque per cadauna die esse sorele.

A domina Pasqua, moglie di messer Giacomo di Ferrari suo nipote, ducati cinquanta compresi però quelli ducati vinticinque, che altre volte dicto signor testador si obligò dar per contradotte ad essa domina Pasqua ita che in virtù del presente legato resterà estinta la dicta obligatione di contradote  et essa conseguirà li dicti ducati cinquanta.

A messer Francesco, figliolo del condam messer Gieronimo Ferrari che fu della condam messera  Laura sua sorella hora abitante in casa del molto reverendo signor domino Giulio Varali ducati vinticinque  et altri ducati vinticinque a Chiara sorela di dicto Francisco fu ancor lei di dicto condam messer Gieronimo che in tutto fanno ducati cinquanta.

A Angela et Speranza sorelle figliuole di messer Giovanni Battista Ferrari suo nipote ancor lui della dicta condam madonna Laura ducati quaranta cioè ducati vinti per cadauna.

Et a Gieronimo, Antonio et Bortholamio fratelli figli condam messer Zambattista Ugutioni, et alli figliuoli tanto maschi come femine di Augustin parimente fratelli delli suddicti ducati cinquanta da esser divisi fra di loro egualmente, intendendo però dicto signor testador che li dicti figliuoli del dicto condam Agustino rapresentano la persona del padre et succedano in dicto legato per un quarto solo.

Et per la medema rason di legato dicto signor testador lascia al’infrascripto l’infrascripte pezze di terra cioè a messer Tome Trezza da Marcemigo fu figliolo della condam messera Onesta sua sorella quella pezza di terra aradora con vigne basse in pertinentia di Tregnago in contrà di Peresino, overo de Isola, alla qualle confina da due parti la via comune, dal’altra il vaggio, et dal’altra il signor Tebaldo Sorio in parte, et in parte li heredi del condam signor Gieronimo Franchino per la qualle sarà tenuto dicto messer Tomio quando sarà al possesso di essa terra il che sarà subito seguita la morte di dicto signor testador pagar a suoi tempi debiti il fitto di uno minale formento di livel perpetuo alla venerabile chiesa di Sancto Stefano di Verona conservando però li infrascripti heredi senza danno dal dicto affitto.

Item a Giulio, Paulo et Francisco, fratelli figli condam Impolito Casaro, una pezza di terra con olivi zase in pertinentia di Tregnago in contrà della Campagna alla qualle confina da una parte li eredi di Cesaro di Ferrari, dal’altra li eredi di Zulian Trezza, dal’altra messer Realdo di Ferrari, et dal’altra la via Comune della qualle dicto signor Testador riserva il pato alli heredi del condam Valentin Zanfreta di poterla redimer con ducati cinquantatre dal grosso.

Videlicet per detta rason di legato lascia à messer Zambattista di Ferrari antedicto della dicta condam madonna Laura una pezza di terra aradora con olivi in pertinentia di Tregnago in contrà del Sacho alla qualle confina da una la via comune, da due li heredi del signor Sebastian di Gregorii et dal’altra li eredi del signor Gieronimo Cepola sive et cetera.

In tutti li altri suoi beni mobili, stabili, ragioni et ationi et nomi di debitori presenti et futuri di ogni sorte et sian dove si vogliano, et ad esso molto Reverendo signor testador spetanti et che li potesse aspetar per qual si voglia causa instituisse et vole che siano e suoi eredi universali il Comune et huomeni di Tregnago con dichiaratione però che il prò et utile che si avarà da quella facoltà che sopravanzarà pagati prima li legati dalla presente heredità il Comune et huomeni predicti saranno tenuti distribuirlo ogn’anno o in pane o in dinari a piacer loro a tutti li habitanti di Tregnago invitando ogn’ano che riciverà di quel utile a pregar il signor Iddio per l’anima sua et de suoi parenti, comandando in oltre alli sudicti eredi che per ornamento della sudicta Chiesa di Santo Egidio debano reponerli il suo quadro della Beata Vergine Maria che tiene nel suo camerino verso ponente.

Asserens et affirmans ipse reverendus dominus testator hanc esse et esse velle eius ultimam voluntatem et ultimum nuncupativum testamentum quod et quam valere voluit et mandavit iure testamenti nuncupativi sine scriptis et si forte eo iure non valet vel non valebit, aut valere et tenere non potest, seu non poterit in futurum voluit et tenere iure codicilorum, aut donationis causa mortis, et omni alia validiori ultima voluntate quam efficatius et validius de iure valere et tenere potest seu poterit in futurum.

Cassans et cetera.

Rogans ore suo proprio omnes suprascriptos testes memores et testes esse debere huius sui testamenti et ultime voluntatis et nos notarii infrascripti et utriusque nostrum in solidum quam  alter scribat, et in publica forma redigat alter vero se subscribat iuxta formam iuris  et statutorum Comunis Verone.

Ego Antonius filius condam domini Bartholomei Sorii de Sancto Paulo Verone, publica Veneta authoritate notarius premissis omnibus interfui eaque publicus rogatus scripsi in quam fidem L. S. D. M.    

 

[1] M. PASA, L’area collinare alla metà del ’500: penetrazione fondiaria cittadina e persistenza di proprietà di gente del contado veronese (parte II), in Studi Storici Veronesi Luigi Simeoni, XLVI (1996), p. 70 e Una regione ed un centro della terraferma veneta: Tregnago e la Calavena (1200-1700), in Atti e memorie dell’Accademia di Agricoltura Scienze e Lettere di Verona, CLXXII (1998) p. 282. L’Autore fa riferimento alla fonte: Archivio di Stato di Verona (d’ora in poi ASVr), San Nazaro e Celso, b. 50, perg. 468.

[2] Archivio Storico della Curia Vescovile di Verona (d’ora in poi ASCVVr.), Tregnago, b. 334.2 c. 1639 Inventario Altare SS. Innocenti.

[3] Archivio Parrocchiale di Tregnago (d’ora in poi APT), Registro dei battezzati  dall’anno 1554 all’anno 1606.

[4] Sommario di ASVr, San Nazaro e Celso, b. 29 c. 196; ASVr, San Nazaro e Celso, b. 91 c. 1237, dove è reperibile anche un regolamento per il cappellano di Sant’Egidio.

[5] Cfr. A. VALIER, Visite pastorali del vescovo e dei vicari a chiese della città e diocesi di Verona anni 1605-1627. Trascrizione dei Registri XVII-XVIII-XIX delle Visite Pastorali a cura dell’Archivio Storico della Curia Diocesana di Verona, Verona 2000, p. 269.

[6] Le date dei battesimi sono state reperite in APT, Registro dei battezzati dall’anno 1554 all’anno 1606 e da APT, Registro dei battezzati dall’anno 1601 all’anno 1617.

[7] APT, Registro dei battezzati dall’anno 1554 all’anno 1606.

[8] ASVr, Antico Ufficio del Registro, Testamenti, mazzo 227 numero 403.

[9]  Esistono molti studi pubblicati negli ultimi decenni che si sono occupati dell’analisi formale, storica e antropologica dei testamenti. Segnalo in questa sede per quanto riguarda il territorio italiano: AA. VV., Nolens intestatus decedere. Il testamento come fonte della storia religiosa e sociale, Perugia 1985 A. PARAVICINI BAGLIANI, I testamenti dei cardinali del Duecento, Roma 1980; S. RICCI, “De hac vita transire”. La pratica testamentaria nel Valdarno superiore all’indomani della Peste Nera, Firenze 1998. Per quanto riguarda Tregnago: P. MILLI, Aspetti di vita sociale a Tregnago nel 1400: appunti dai testamenti, in Cimbri-Tzimbar, n. 25 (2001), pp. 75-98 e P. MILLI, Aspetti di vita religiosa a Tregnago nel Quattrocento: appunti dai testamenti in Cimbri-Tzimbar, n. 26 (2001), pp. 39-68.

[10] Cfr. S. RICCI, “De hac vita transire”, p. 60.

[11] ASCVVr, Tregnago, b. 334.2.

[12] APT, Fabbriceria, b. 1 c. 21.

[13] APT, Fabbriceria, b. 2 c. 28

[14] APT, Fabbriceria, b. 2 c. 66.

[15] Cfr. APT, Fabbriceria, b. 1 c. 8, contenente l’opuscolo: G.M. Casari, Capitoli per la Comunità di Tregnago, in particolare la p. 33.

[16]    Cfr. APT, Fabbriceria, b. 2 c. 66.

a Per questo legato è scritto nell’interlinea.

b Nel documento dalla con a depennata.

c Nel documento lar depennato.

d Nel documento et altri ducati cinquanta è scritto nell’interlinea.

e Nel documento dicte depennato.

e Nel documento et vole che siano è scritto nell’interlinea.

 

(Il presente articolo è stato pubblicato in: Cimbri-Tzimbar, anno XVII-n. 37, gennaio-giugno 2007, pp. 31-50).