La nascita dell'ospedale Massalongo

 

Dal 1922 al 1927: i primi lasciti per un futuro ospedale

 

Uno degli edifici che contornano tuttora piazza Massalongo, sul lato ovest, è quello che costituì il primo nucleo dell’ospedale Massalongo, per questo in queste pagine cercheremo di ripercorrere le tappe che portarono alla nascita di questo ente e al suo sviluppo.

La casa che confina con la piazza, era stata, dalla metà del XIX secolo, di proprietà della famiglia Massalongo e, negli anni Venti del XX secolo, venne lasciata al Comune per costruirvi un ospedale della cui genesi si hanno puntuali notizie nelle deliberazioni dei vari organi comunali a partire dal 1922.

Il 2 maggio di quell’anno, infatti, il Consiglio Comunale si trovò a discutere «Sul lascito del compianto prof. Roberto Massalongo pro erigendo ospedale». Nelle premesse di quella deliberazione sentiamo per la prima volta parlare di un lascito a favore del Comune per la costruzione di un futuro ospedale. In realtà, ce n’era stato un altro in precedenza ma andiamo con ordine per scoprire le tappe che portarono alla nascita tutt’altro che semplice di un’istituzione tanto cara ai Tregnaghesi.

Nella deliberazione sopra citata – molto chiara e riassuntiva della situazione – leggiamo che Roberto Massalongo, qualche anno prima, al momento della morte avvenuta il 12 gennaio 1919, aveva predisposto un legato a favore del Comune di metà dei suoi beni immobili siti a Tregnago, compresa metà della sua villa, affinché fosse costruito, entro cinque anni dalla immissione in possesso, un ospedale a lui dedicato. Finora, però, a più di tre anni dalla morte dell’illustre Tregnaghese, l’amministrazione comunale si era mossa solo per affidare l’incarico al senatore Luigi Dorigo di parlare con il fratello di Massalongo, Caro, erede universale dei beni del defunto. Quest’ultimo aveva dichiarato di approvare il desiderio del fratello ma aveva chiesto, nel contempo, di non essere disturbato nel godimento dei beni del fratello. Il Comune avrebbe potuto costruire l’ospedale solo dopo la sua morte.

L’avvocato Dorigo, invece, era del parere che il Comune avrebbe potuto iniziare le pratiche per ottenere il godimento dell’eredità al fine di non correre il rischio di far trascorrere cinque anni senza aver iniziato i lavori.

Durante la discussione, però, l’avvocato Carlo Valle dichiarò di ritenere che il termine di cinque anni stabilito nel testamento non potesse avere decorrenza se non dal giorno in cui il Comune sarebbe entrato in totale possesso dei beni dei fratelli Massalongo, infatti non si capiva «come fosse possibile, in una stessa casa, impiantare l’ospedale in una metà, ed in un’altra metà collocare una famiglia» anche se il testamento non era chiaro[1]. In effetti, la data di avvio dei lavori dettata nel testamento per il momento non poteva essere rispettata perché il legato, pur importante, non permetteva l’avvio di un ospedale. I consiglieri, tuttavia, avevano opinioni differenti sul da farsi, come si vedrà nelle verbalizzazioni delle sedute successive su un tema ritenuto importante per tutta la collettività tregnaghese.

Il 22 luglio dello stesso anno, infatti, il Consiglio Comunale tornò «ancora sul lascito disposto dal compianto Prof. Comm. Roberto Massalongo pro erigendo ospedale» e decise affidare l’incarico di chiedere un parere legale sulla questione all’avvocato e senatore Luigi Dorigo, prendendo anche  accordi con il procuratore di Caro Massalongo[2].

Questa, però, era una scelta piuttosto drastica che avrebbe potuto non essere gradita al fratello di Roberto Massalongo, ancora vivente, che aveva chiesto al Comune di avere pazienza e aveva promesso che alla sua morte avrebbe destinato un cospicuo lascito per la costruzione dell’ospedale, a patto che fosse stato lasciato in pace. Perciò, qualche mese dopo, il 22 dicembre 1922, il Consiglio Comunale – con la presenza del sindaco Giovanni Castagna e dei consiglieri Angelo Alberti, Riccardo Castagna, Roberto Da Ronco, Augusto Dal Forno, Giobatta Governo, Antonio Legnazzi, Angelo Pigozzi, Giuseppe Rama e Biagio Ridolfi – tornò sui suoi passi e deliberò la sospensione di «ogni pratica giudiziaria nei riguardi del legato disposto dal compianto prof. Roberto Massalongo pro erigendo ospedale, revocando, come revoca, la sua precedente deliberazione 22 luglio 1922, più sopra citata»[3].

I dubbi, però, persistevano e portarono il Consiglio a tornare a discuterne ancora un anno dopo, il 23 dicembre 1923. Durante la seduta di quel giorno, alcuni consiglieri riproposero l’idea della richiesta di un parere legale «affermando che non esiste la sicura certezza che domani, dopo lasciato trascorrere il termine dei cinque anni, il Consiglio Ospitaliero non faccia valere in giudizio i suoi diritti contro il Comune di Tregnago». Si voleva in tal modo evitare al Comune di perdere l’eredità disposta da Roberto Massalongo. La proposta fu di nuovo accolta[4] ma le divergenze tra le varie opinioni sulla possibilità di chiedere pareri legali o meno non furono appianate, tanto che, di nuovo, il 13 gennaio 1924, il Consiglio annullò la deliberazione precedente.

Nell’anno seguente l’Amministrazione Comunale ebbe una crisi che portò alle dimissioni del sindaco e dei consiglieri e al conseguente commissariamento. Perciò, nel 1925, ad occuparsi della questione dei legati a favore del Comune per la costruzione di opere destinate alla collettività fu il Commissario Prefettizio Giovanni Castagna che dovette interessarsi a un nuovo lascito che il parroco del paese, don Vittorio Costalunga, aveva destinato al Comune per la costruzione di una casa di riposo per anziani e inabili al lavoro. Ecco che, il 18 marzo 1925, Castagna, presa visione della lettera inviata il cinque giorni prima dal parroco con la quale si comunicava la volontà di lasciare in donazione al Comune di Tregnago una casa composta da 19 vani, con annesso cortile e rusticane, nonché il brolo adiacente, allo scopo che fosse adibita a «casa di ricovero per gli indigenti inabili al lavoro». Il podestà accettò l’offerta e ritenne diritto del parroco prendere parte del consiglio di amministrazione della casa di ricovero e, nel caso che l’amministrazione della casa di ricovero fosse stata affidata alla Congregazione di Carità, egli avrebbe potuto prendere parte alla trattazione degli oggetti che si riferivano all’Opera Pia Casa di Ricovero. L’unica condizione che il parroco poneva era che tutte le rendite nette della casa e dell’annesso appezzamento di terreno, venissero depositate in un Istituto di Credito così da poter essere utilizzate per l’impianto e il funzionamento della casa di ricovero.

La donazione del parroco precedette di poco il testamento di un’atra parrocchiana. Ai legati finora citati, infatti, in quel periodo se ne aggiunse un altro, disposto in realtà 10 anni prima, sempre per le medesime finalità, da una testatrice morta il primo gennaio 1925. Il 15 maggio 1925, quindi, il commissario prefettizio si trovò ad accettare il legato disposto dalla contessa Giusepina Franchini, vedova Cipolla D’Arco per un erigendo ospedale. Egli, prese visione del testamento con cui «venne disposto a favore di questo Comune un legato per un erigendo ospedale da intitolarsi Ospedale San Giuseppe». Considerando che il legato si riferiva esclusivamente a beni immobili, e precisamente «a tutto il caseggiato ed adiacenze possedute dalla compianta Franchini Giuseppina in Tregnago, contrada Sant’Egidio, nonché al fondo denominato Gazzà pure in Comune di Tregnago» che, però, era già stato venduto dalla testatrice, ritenne che il legato si riferisse soltanto alla casa futura sede ospedaliera, secondo la disposizione testamentaria datata 1 gennaio 1915.

Di conseguenza l’ospedale avrebbe dovuto essere costruito nella parte dominicale di detto caseggiato, precisamente nella villa abitata in vita dalla Franchini.

Quest’ultima, però, con codicillo datato 2 marzo 1924, aveva modificato la precedente disposizione e aveva lasciato la sua casa di villeggiatura, con annesso giardino, in usufrutto per tutta la vita a Bice Felisi. In tal modo il Comune si trovava ad avere la completa disponibilità delle altre case ma solo la nuda proprietà della casa dominicale. L’ospedale, quindi, non avrebbe potuto essere costruito entro un anno dalla morte della testatrice, come da lei disposto. Pertanto si decise di costituire – con le rendite nette del legato – un fondo speciale da destinarsi all’impianto e al funzionamento del futuro ospedale, che avrebbe dovuto essere eretto nella casa ad uso villeggiatura della Franchini Giuseppina entro un anno da cui il Comune fosse entrato in possesso materiale della casa stessa[5].

La situazione, dunque, si complicava: ora il Comune, per attuare le due disposizioni testamentarie avrebbe dovuto costruire altrettanti ospedali, uno in piazza Massalongo – dedicato appunto a Massalongo – e uno in piazza Sant’Egidio dedicato a San Giuseppe. Non fu facile, in seguito, conciliare i diversi desideri dei due benefattori a cui si aggiungeva la donazione del parroco. Da ora in poi, quindi, seguiremo l’intrecciarsi delle vicende che avrebbero visto in seguito l’aggregazione  di altri legati per il medesimo scopo.

Ma è il caso di tornare al legato della contessa Franchini per seguirne il cammino. Il commissario prefettizio, il 23 giugno 1925, si occupò della «riscossione dei canoni di fitto delle case di abitazione legate al Comune per un erigendo ospedale dalla compianta Franchini Giuseppina». Questa deliberazione è interessante perché da essa veniamo a conoscere i nomi degli affittuari delle case dapprima di proprietà della nobildonna e poi acquisite dal Comune. Essi erano: Gaetano Battisti, Cesare Beghelli, Ausonia Maimeri, Benvenuta Verzini, i fratelli Verzè ed Ermano Frattoni[6]. La casa donata da Don Costalunga, invece, venne ceduta in affitto a Fulgenzio Zamboni[7].

Qualche mese dopo, il 27 marzo 1926, Giovanni Castagna si pronunciò nei riguardi di una causa intentata da Bice Felisi usufruttuaria di una parte dei beni della Franchini. La Felisi, infatti, chiedeva i diritti di usufrutto anche degli immobile non facenti parte della casa dominicale e il comune si opponeva[8].

Dopo tale data, per quasi due anni non troviamo più notizie sulle questioni finora esposte.

 

Il testamento di Caro Massalongo  

 

Il 1928, anno cruciale nella storia del futuro ospedale, iniziò con l’assegnazione di un legato da parte della defunta vedova dello storico Carlo Cipolla: il 12 gennaio, infatti, Giovanni Castagna – che all’inizio del 1927 aveva assunto la carica di podestà[9] – deliberò l’«accettazione della elargizione di £ 1.000 per concorso nella erezione di un letto nel costruendo ospedale-ricovero». In quell’occasione, il podestà accettò l’elargizione di 1.000 lire che Francesco Pellegrini aveva inviato – a nome della consorte contessa Enrichetta Cipolla – per «concorso alla erezione di un letto nel costruendo ospedale-ricovero, e ciò per desiderio di Carolina Vittone, vedova del conte prof. Carlo Cipolla», morta da poco. La somma venne investita in buoni postali fruttiferi, essendo destinata al «futuro ospedale-ricovero, come da volontà manifestata dalla benefattrice»[10].

Nel frattempo, però continuava anche la diatriba tra il Comune e Bice Felisi, usufruttuaria di una parte degli immobili lasciati al Comune da Giuseppina Franchini qualche anno prima per la costruzione di un ospedale. Il 27 gennaio 1928, il podestà decise di ricorrere in appello contro la sentenza del tribunale di Verona che, un mese prima, aveva accolto la richiesta della parte attrice e aveva condannato il Comune a consegnare immediatamente anche i locali che questo riteneva non facenti parte della casa ad uso villeggiatura, oltre al pagamento delle spese processuali[11].

Ma altre questioni si presentarono all’orizzonte quando, nel mese di marzo di quell’anno, morì Caro Massalongo che, come aveva promesso, lasciò un cospicuo patrimonio al Comune di Tregnago da destinare alla costruzione di un ospedale in quella che era stata la sua casa. Il 4 aprile 1928, anno sesto dell’era fascista, il podestà Giovanni Castagna deliberò l’«accettazione dell’eredità del compianto prof. Caro Massalongo per un erigendo ospitale». Dalla lettura della deliberazione, redatta in modo molto chiaro, come era usanza fare all’epoca, veniamo a sapere che il testamento di Caro Massalongo, pubblicato il 23 marzo, aveva istituito erede universale di quasi tutto il suo patrimonio il Comune, con lo scopo di  dare sollievo alle «sofferenze dei miseri». Il testatore aveva poi nominato esecutore testamentario l’avvocato Gaetano Bonuzzi di Verona che stava redigendo un inventario dei beni allo scopo di determinare esattamente l’asse dell’eredità. Il Comune avrebbe potuto procedere con la costruzione dell’ospedale, avendo acquisito, tra l’altro, l’intera casa dei Massalongo[12].

A fronte di un lascito di entità così grande, il Comune, quale erede universale, dovette pagare le spese per i funerali di Massalongo ed ebbe anche il compito di far celebrare «nel trigesimo della morte un ufficio funebre nella chiesa parrocchiale di Tregnago ed altro ufficio nella chiesa di San Luca in Verona, oltre a 50 messe, di cui 25 a Tregnago e 25 a Verona»[13]. Ma questo non era l’unico obbligo imposto dal benefattore. Infatti, al momento dell’accettazione dell’eredità, il podestà si fece carico di adempiere un ulteriore desiderio del testatore. Tra la primavera e l’autunno del 1929, infatti, egli provvide all’esecuzione di una disposizione che chiedeva all’erede universale di prelevare dall’eredità la somma di 5.000 lire, per una sola volta,  «da distribuirsi secondo i bisogni ai poveri ed ammalati del paese propriamente detto di Tregnago e dei paesetti di Marcemigo e Scorgnano»[14]. Ne beneficiarono in modi differenti decine di famiglie povere del paese a cui vennero assegnate somme variabili 100 a 15 lire ciascuna[15].

Ma tornando alle disposizioni testamentarie pertinenti al futuro ospedale, il podestà, il 24 ottobre 1928, «ritenuto che in virtù del testamento del prof. Caro Massalongo l’ospitale Massalongo deve essere eretto in Ente Morale; Considerato che il patrimonio lasciato dai compianti fondatori proff. Caro e Roberto Massalongo si può valutare, al netto dei legati e delle spese, in lire un milione e trecentomila circa», e considerato che in paese c’era effettivo bisogno di un ospedale, espresse parere favorevole alla costituzione dell’ente morale Ospitale Massalongo e approvò lo schema di statuto composto da 26 articoli[16].

L’ospedale, quindi, sarebbe diventato un ente morale gestito dai cittadini del paese, come vedremo in seguito, ma per la sua costruzione serviva molto denaro, perciò, il 14 novembre 1928, il podestà decise di alienare i beni lasciati dai Massalongo, eccetto la futura sede del nosocomio che avrebbe dovuto essere attivato entro cinque anni dal giorno in cui il Comune fosse entrato in pieno possesso degli immobili che altrimenti sarebbero passati all’Ospedale di Verona per l’edificazione di un reparto medico completo intestato ai fratelli Massalongo.

 

L’alienazione dei beni dell’eredità Massalongo

 

L’alienazione dei beni dei Massalongo fu piuttosto laboriosa. Innanzitutto, vista la perizia giurata dell’ingegnere comunale Fulvio Cavaggioni, con la quale tutti i beni immobili dei Massalongo posti a Tregnago e a Verona furono divisi in quattro lotti e stimati del valore complessivo di 467.872 lire, il podestà decise di frazionare la proprietà terriera, in modo che potessero aspirare all’acquisto i piccoli proprietari del Comune. Egli avrebbe trattato direttamente con i vari aspiranti, dopo avere provveduto a darne avviso al pubblico mediante pubblicazione nelle chiese dei paesi vicini ed inserzione sulla stampa locale. A seguito di tale pubblicità i possibili acquirenti non mancarono e, l’11 luglio 1929, i terreni furono assegnati ai migliori offerenti per un prezzo complessivo di  212.000 lire, con un buon guadagno, «essendo i beni suddetti stati stimati dal predetto Ingegnere nella complessiva somma di lire 165.700»[17].

Al ricavato dalla vendita dei terreni si aggiunse anche la proposta del parroco don Vittorio Costalunga di destinare il ricavato netto dalla locazione della casa con brolo donata per la costruzione di una casa di ricovero, o il prezzo della eventuale vendita della casa stessa, a favore dell’erigendo ospedale Massalongo nel quale, però, avrebbe dovuto esserci una sala, o un reparto oppure un letto intitolato a San Tito.

Nel 1930 il Comune pensò di vendere l’edificio al locale Fascio di Combattimento che intendeva collocarvi la Casa del Fascio[18]; fu pattuita anche la somma per la vendita di 45.000 lire ma le trattative non vennero concluse, come dimostra il fatto che l’8 aprile 1932 il Podestà Riccardo Vinco la affittò  al dottor Fiorini, direttore dell’Ospedale Massalongo, per 2000 lire annue[19].

Tornando all’eredità Massalongo, venduti i terreni posti in Tregnago, rimaneva da alienare il palazzo situato a Verona, in via Giardino Giusti, che Caro aveva lasciato al Comune di Tregnago. Per questo motivo, il 12 aprile 1930, il Commissario Prefettizio Carlo Trenner che poco più di un mese prima aveva preso in consegna tutta l’«Eredità Massalongo nonché l’amministrazione della stessa»[20], decise di procedere alla vendita a trattativa privata del fabbricato comprendente 59 vani disposti in 5 piani, per il prezzo non inferiore a 200.000.  Il ricavato, poi, sarebbe stato impiegato per la costruzione dell’ospedale[21]. In effetti, il palazzo venne venduto prima del dicembre dello stesso anno a Francesco Ramponelli e Guido Vita.

Con le vendite di cui si è detto, fu  alienata gran parte dei beni dei Massalongo, ma non tutti. Al Comune, infatti, rimasero alcuni terreni al Prato Pozzaigo, che furono ceduti in affitto.

 

I lavori per la costruzione dell’ospedale

 

Mentre si procedeva con l’espletamento delle pratiche burocratiche e con l’alienazione dei beni lasciati dai Massalongo per acquisire il denaro necessario alla costruzione dell’ospedale, su un altro fronte, il Comune aveva dato l’avvio alle procedure per l’esecuzione dei lavori. Anche su questo argomento ci vengono in aiuto molte deliberazioni del podestà Giovanni Castagna che attestano che già a partire dal novembre 1928 egli si era attivato a tal fine dato che, come egli stesso affermava, tale ospedale doveva essere «inaugurato ed aperto all’esercizio, entro cinque anni dalla morte del munifico testatore; e cioè entro il 18 marzo 1933», dopo che fossero state compiute «le necessarie opere di riduzione ed adattamento, nonché d’arredamento». Pertanto si rendeva utile la costituzione di un ente morale e, allo stesso tempo, era necessario «provvedere per la esecuzione dei lavori di riduzione ed adattamento della villa suddetta, allo scopo di collocarvi l’ospitale»[22].

Il 22 gennaio 1929, alla presenza dell’ingegnere comunale Fulvio Cavaggioni, venne effettuata una «accurata visita di tutti gli ambienti della Villa Massalongo» a cui parteciparono il medico provinciale e l’ingegnere capo del Genio Civile. Durante tale ispezione furono tracciate «le linee fondamentali del programma dei lavori da compiersi per fare sorgere un ospitale quale è voluto dai fondatori (consigliato predominantemente chirurgico) e rispondente alle esigenze igieniche, non trascurando nello stesso tempo le disposizioni testamentarie».

Dopo la visita ala struttura, l’ingegnere comunale approntò «il progetto dei lavori in muratura da compiersi, progetto che venne ampiamente esaminato in una riunione tenutasi presso questo Municipio il 7 corrente mese, riconosciuto adatto allo scopo e conforme alle disposizioni testamentarie razionalmente interpretate» ed approvato il 19 aprile 1929.

I lavori da eseguire, per ora, dovevano limitarsi «all’impianto di un ospitale di quaranta letti, mentre in proseguo, a seconda dei bisogni, quando l’ospitale dovesse maggiormente svilupparsi, il fabbricato potrà ampliarsi come è indicato nel progetto stesso dell’ingegnere comunale». Le opere da effettuare erano, dunque, l’«adattamento della parte anteriore prospiciente verso la piazza, della villa ad uso servizi annessi all’ospitale; costruzione sulla parte interna, che abbraccia anche i rustici, nonché in parte del terreno ad uso brolo di un ambiente, attiguo alla parte anteriore della villa, destinato ad ammalati, sala chirurgica, risultando che la parte interna, comprovante anche i rustici, è poco sicura dal lato statico specialmente dopo il terremoto del 1891» e, infine, la costruzione di una cella mortuaria.

Il podestà avvertiva poi che «diversamente non è possibile fare in quanto che un adattamento della parte interna della villa che, come è detto sopra, comprende anche i rustici, importerebbe una spesa ben elevata, senza contare che risulterebbe un’opera non adatta ad ospitale, come è stato ampiamente riconosciuto nel sopraluogo dai sigg. ingegnere capo dell’Ufficio del Genio Civile e medico provinciale».

La spesa prevista, secondo il capitolato d’appalto, era di 293.914 lire e 45 centesimi  ma non comprendeva «l’impianto del termosifone, apparecchi sanitari, acquedotto, illuminazione, arredamento, presidi chirurgici». I lavori furono appaltati mediante licitazione privata e finanziati con  il ricavato dalla vendita dei beni immobili di compendio della eredità di Caro Massallongo e del lascito del fratello Roberto[23].

Il capitolato, però, venne, in seguito, modificato e approvato di nuovo il 25 maggio del medesimo anno. I lavori furono successivamente assegnati all’impresa edile di Gaetano Beccherle di Tregnago.

L’anno seguente, il 13 febbraio 1930, il podestà Giovanni Castagna rassegnò le dimissioni e fu sostituito alla guida del Comune dal commissario prefettizio Carlo Trenner che dovette occuparsi degli impianti di riscaldamento, di cucina e di illuminazione dell’ospedale. La spesa prevista era di 54. 000 lire per il riscaldamento, 7.500 lire per la cucina, 9.400 lire per l’illuminazione e 18.500 per l’impianto sanitario. Le ditte esecutrici dei lavori furono scelte a trattativa privata: l’impianto sanitario, di riscaldamento e di cucina fu eseguito dalla De Micheli di Milano e quello di illuminazione dalla Della Valle di Verona[24]. Sempre in quell’anno, il 25 luglio, il podestà Riccardo Vinco deliberò l’acquisto dalla ditta Straffiarara di Verona di 30 letti in ferro, 30 comodini in ferro e 30 sedie in ferro verniciati a smalto bianco per la spesa complessiva di £ 6.000 lire.

Nel 1930, dunque, l’ospedale era ormai ultimato come fu scritto il 2 novembre, al momento della stipulazione dell’assicurazione antincendio: il podestà deliberò la sottoscrizione della polizza, «visto che i lavori di costruzione del nuovo ospedale Massalongo sono quasi ultimati ed installati gli impianti di riscaldamento, di cucina, sanitari, di illuminazione e forniti i letti»[25].

Sempre nel 1930, il 30 agosto, il podestà Riccardo Vinco decise il «mutamento di nome alla via Vicolo Prognoletto». Il testo della deliberazione recita: «Il podestà, vista la legge 23 giugno 1927 numero 1188, delibera di mutare il nome della strada vicolo Prognoletto che passa a sud dell’Ospedale Massalongo e che è in corso di sistemazione e di allargamento colla denominazione viale Caro Massalongo Botanico, in memoria dell’insigne botanico prof. Caro Massalongo che fu per trent’anni docente all’Università di Ferrara ove svolse la maggiore e migliore parte della sua attività, che in morte lasciò il suo cospicuo patrimonio per l’erezione di un ospedale in Tregnago, sua residenza preferita, che fece campo delle sue ricerche e dei suoi studi sulla flora, chiedendone all’uopo l’autorizzazione prefettizia»[26].

Qualche giorno dopo, infine, venne deliberata la collocazione, all’ingresso dell’Ospedale Massalongo, di «due busti in bronzo su piedistallo in marmo, opera dello scultore Spazzi, raffiguranti i fratelli Caro e Roberto Massalongo, il primo chimico illustre, l’altro botanico, che brillarono per virtù generose, segno riverente alla loro memoria, indicandola alla riconoscenza ed all’ammirazione degli Italiani, perché l’amore alla patria, la religione della scienza e l’altruismo furono gli ideali ai quali conformarono la loro vita»[27]. L’ospedale era completato.

 

La gestione dell’ospedale Massalongo nei primi decenni della sua esistenza

 

Nel 1930, terminata la costruzione del nuovo ospedale, era necessario istituire un gruppo di persone che si occupassero della sua gestione e del suo funzionamento. Già da tempo si erano avviate le pratiche per la costituzione di un Ente Morale guidato da un Consiglio di Amministrazione formato da cinque persone scelte da un elenco dei trenta cittadini più censiti di Tregnago che doveva essere rinnovato annualmente. Fino alla sua morte avvenuta nel 1932,  fece parte del Consiglio anche il parroco del paese, don Vittorio Costalunga.  In caso di dimissioni di uno o più membri, questi dovevano essere puntualmente sostituiti. 

. Lo statuto dell’Opera Pia Ospedale Massalongo in Tregnago fu approvato il 2 luglio 1930 dal podestà Riccardo Vinco che era a capo del Comune dal 25 maggio di quell’anno[28].

 

L’altro ospedale

 

In precedenza si è accennato più volte ad un lascito effettuato dalla contessa Giuseppina Franchini per la costruzione di un ospedale in contrada Sant’Egidio, in una parte della sua casa, dedicato a San Giuseppe. Nel 1930, terminato l’ospedale Massalongo, il podestà tornò ad occuparsene perché la Franchini, nel suo testamento, aveva dato precise disposizioni riassunte nella documentazione comunale. Ella, infatti, aveva scritto in prima persona tra le sue ultime volontà: «il collocamento, apertura e funzionamento di questo ospedale dovrà effettuarsi entro un anno dalla mia morte apportandovi in seguito il Comune quelle migliorie che lo spazio acconsente, e che troverà necessario.

Nel caso ciò non avvenisse entro detto termine, oppure se l’ospedale dopo essere aperto e messo in attività venisse chiuso, abbandonato o traslocato senza giusto motivo, il Comune di Tregnago perderà il legato e dovrà rilasciare l’immobile legatovi all’Ospedale Alessandri, mio erede universale, e consegnargli pure le rendite che ne avesse percepito dal giorno del mio decesso, o da quello dell’abbandono o trasloco senza giusta ragione se l’avrà istituito».

La deliberazione prosegue ricordando che successivamente la Franchini, con codicillo datato 22 marzo 1924, aveva lasciato in usufrutto a Bice Felisi la sua casa di villeggiatura in Tregnago e il giardino, finché fosse vissuta e aveva alienato il fondo Gazzà, sottraendolo così alla benefica istituzione ospedaliera.

Secondo il podestà, «la volontà della compianta contessa Franchini era quella di agevolare il sorgere di un ospedale in Tregnago. Essa tuttavia era consapevole che il legato era insufficiente al raggiungimento del fine tanto è vero che, anche quando dispose per la beneficenza ospedaliera del fondo Gazzà, dichiarò che si trattava del primo fondo per il modesto ma necessario ospedale dei poveri. Tale dizione prova di per sé che la benefica testatrice era per prima persuasa della necessità di altri aiuti anche per l’erezione di un ospedale modesto.

Conferma tale interpretazione il fatto che la compianta de cuius, in vita dispose altrimenti del fondo Gazzà e lasciò usufruttuaria per tutta la vita la signora Felisi proprio della villa ove l’ospedale avrebbe dovuto sorgere dopo un anno dalla sua morte.

Essa quindi dimostrò di essere persuasa che il suo aiuto non poteva essere che un primo fondo quasi per incitamento a seguire il suo esempio e che altri aiuti occorrevano per dare attuazione pratica al nobile proposito. Riconferma pure tale interpretazione della ricerca della volontà della testatrice il fatto che essa ha previsto che l’ospedale sarebbe potuto essere trasferito altrove e non ha fissato alcuna comminatoria per tale fatto purché informato a giusto motivo.  

È facile anche sostenere che le due circostanze, la vendita del fondo Gazzà ed il rimando dell’opera come effetto dell’usufrutto disposto nel codicillo, siano dovute alla legittima speranza sorta in Tregnago anche per il testamento del prof. Roberto Massalongo e per le ammissioni del compianto prof. Caro che gli illustri benemeriti concittadini avrebbero provveduto per tramutare in luminosa realtà il desiderio ed il bisogno tanto sentito dell’erezione dell’ospedale nel Capoluogo della vallata.

D’altra parte è intuitivo che la coesistenza di due ospedali avrebbe conseguito un non senso ed uno sperpero del denaro non consentito per patrimoni destinati a opere benefiche. È ancora a rilevare che la casa padronale Franchini, al centro del paese, anche quando fosse cessato l’usufrutto, non sarebbe stata adatta a sede d’ospedale, secondo le moderne esigenze anche di carattere igienico, come ha sostenuto pure il signor medico provinciale nel suo parere in data 17 ottobre 1930.

Neppure è a dimenticare che l’ospedale richiede rilevanti spese di esercizio così che è più opportuno che, anche dopo provveduto alle spese di erezione e d’arredamento, rimanga un patrimonio che agevoli almeno l’accoglimento gratuito dei poveri e che permetta che la cura, sia medica che chirurgica ed ostetrica, avvenga completa senza affrettati licenziamenti purtroppo talora dovuti soltanto a ragioni economiche». Dopo questa ampia premessa, il podestà deliberò di mettere a disposizione dell’Amministrazione dell’ospedale Massalongo il legato Franchini affinché fosse «a vantaggio degli ammalati poveri del Comune di Tregnago, accolti nell’ospedale stesso». Dispose inoltre che fosse posta nell’ospedale Massalongo «una lapide a ricordo della munificenza della compianta contessa Franchini» e decise di provvedere alla vendita dei beni per devolvere il ricavato al nuovo ospedale[29].

Sembrava, quindi, logico utilizzare il legato Franchini per il funzionamento del Massalongo ma i dubbi sulla questione non erano del tutto fugati.

Il 21 novembre 1930, infatti, il podestà «per adempire alla volontà espressa dalla compianta testatrice, alla quale fa richiamo la nota 3 novembre 1930 n. 9293 del Consiglio Ospitaliero di Verona che alla predetta delibera, comunicata in copia per la notifica da parere contrario, disponendo il testamento che il patrimonio lasciato in eredità al Comune di Tregnago dalla munifica signora nobile Franchini debba servire per l’impianto dell’ospedale entro il caseggiato in contrada Sant’Egidio e precisamente nella parte domenicale e padronale dandovi il nome d’Ospedale San Giuseppe, nonché, per evitare la possibilità avvenire di eventuali opposizioni degli aventi diritto per non avere il Comune di Tregnago ottemperato alla attuazione del generoso fine della de cuius» ritenne opportuno «dare una immediata risoluzione alla disposizione testamentaria con la apertura, nello stabile indicato, di un ospedale per i poveri del Comune di cui è sentita la necessità, considerato pure che l’erigendo Ospedale Massalongo secondo la volontà del testatore avrà carattere eminentemente chirurgico». Nell’ospedale «Legato Franchini», però, non avrebbero potuto «esservi collocati oltre dieci letti data la limitata capacità della casa padronale non essendo consigliabile all’uso il piano terreno» utilizzabile per altri servizi.

Fu deciso, quindi, di mettere in vendita tutti i beni della Franchini esclusa la sede del piccolo ospedale e di avviare le pratiche per la costituzione di un Ente Morale”[30].

I terreni furono acquistati da Gaetano Battisti ma la scelta di avere in paese due istituti di cura  non convinceva il podestà che, il 14 novembre 1931, «presa in esame la delibera 13 novembre 1931 della Congregazione di Carità con la quale viene proposta la chiusura dell’ospedale San Giuseppe (Legato nob. Franchini) per insufficienza di mezzi e la fusione ad unico Ente con l’ospedale Massalongo per rendere più semplice ed economica l’amministrazione del Legato e più efficace l’assistenza e la beneficenza», decise la formazione di un unico ente e la chiusura del piccolo ospedale[31].

 

[1] Cfr. A.C.T., registro Comune di Tregnago – Registro deliberazioni consigliari dal 27.1.1921 al 25 aprile 1928.

[2] Cfr. A.C.T., registro Comune di Tregnago – Registro deliberazioni consigliari dal 27.1.1921 al 25 aprile 1928.

[3] Cfr. A.C.T., registro Comune di Tregnago – Registro deliberazioni consigliari dal 27.1.1921 al 25 aprile 1928.

[4] Cfr. A.C.T., registro Comune di Tregnago – Registro deliberazioni consigliari dal 27.1.1921 al 25 aprile 1928.

[5] A.C.T., registro Comune di Tregnago – Registro deliberazioni consigliari dal 27.1.1921 al 25 aprile 1928.

[6] Cfr. A.C.T., registro Comune di Tregnago – Registro deliberazioni consigliari dal 27.1.1921 al 25 aprile 1928.

[7] A.C.T., registro Comune di Tregnago – Registro deliberazioni consigliari dal 27.1.1921 al 25 aprile 1928.

[8] A.C.T., registro Comune di Tregnago – Registro deliberazioni consigliari dal 27.1.1921 al 25 aprile 1928.

[9] Nell’ordinamento amministrativo italiano disposto dal fascismo nel 1926, il podestà era il magistrato unico del comune, di nomina governativa, con le funzioni che in precedenza erano attribuite al sindaco, alla giunta e al consiglio comunale. L’istituto del podestà fu abolito nell’aprile del 1944.

[10] A.C.T., registro Comune di Tregnago – Registro deliberazioni consigliari dal 27.1.1921 al 25 aprile 1928.

[11] A.C.T., registro Comune di Tregnago – Registro deliberazioni consigliari dal 27.1.1921 al 25 aprile 1928.

[12] A.C.T., registro Comune di Tregnago – Registro deliberazioni consigliari dal 27.1.1921 al 25 aprile 1928.

[13] A.C.T., registro Comune di Tregnago – Registro deliberazioni consigliari dal 27.1.1921 al 25 aprile 1928.

[14] Un tale tipo di disposizioni è in linea con quelle che, dal Medioevo in poi, hanno fatto parte dei legati pii o pro anima: elemosine destinate ai poveri e richieste di messe per la salvezza dell’anima del testatore. Tali disposizioni erano presenti, ad esempio, nei testamenti dettati dai Tregnaghesi nel XV secolo. Cfr. P. MILLI, Aspetti di vita religiosa a Tregnago nel Quattrocento: appunti dai testamenti, in «Cimbri-Tzimbar», n. 26 (2001), pp. 39-68.

[15] A.C.T., registro Comune di Tregnago – Deliberazioni della Giunta Municipale dal giorno 7 novembre 1922 al 26 settembre 1926 e del Podestà dal 25 aprile 1928 al 24 agosto 1929.

[16] A.C.T., registro Comune di Tregnago – Deliberazioni della Giunta Municipale dal giorno 7 novembre 1922 al 26 settembre 1926 e del Podestà dal 25 aprile 1928 al 24 agosto 1929.

[17] A.C.T., registro Comune di Tregnago – Deliberazioni della Giunta Municipale dal giorno 7 novembre 1922 al 26 settembre 1926 e del Podestà dal 25 aprile 1928 al 24 agosto 1929.

[18] A.C.T., registro Municipio di Tregnago  - Registro deliberazioni dal settembre 1929 al dicembre 1933.

[19] Cfr. A.C.T., registro Municipio di Tregnago  - Registro deliberazioni dal settembre 1929 al dicembre 1933.

[20] La deliberazione è datata 8 marzo 1930. Cfr. A.C.T., registro Municipio di Tregnago  - Registro deliberazioni dal settembre 1929 al dicembre 1933.

[21] A.C.T., registro Municipio di Tregnago  - Registro deliberazioni dal settembre 1929 al dicembre 1933.

[22] A.C.T., registro Comune di Tregnago – Deliberazioni della Giunta Municipale dal giorno 7 novembre 1922 al 26 settembre 1926 e del Podestà dal 25 aprile 1928 al 24 agosto 1929.

[23] Cfr. A.C.T., registro Comune di Tregnago – Deliberazioni della Giunta Municipale dal giorno 7 novembre 1922 al 26 settembre 1926 e del Podestà dal 25 aprile 1928 al 24 agosto 1929.

[24] A.C.T., registro Municipio di Tregnago  - Registro deliberazioni dal settembre 1929 al dicembre 1933.

[25] Cfr. A.C.T., registro Municipio di Tregnago  - Registro deliberazioni dal settembre 1929 al dicembre 1933.

[26] A.C.T., registro Municipio di Tregnago  - Registro deliberazioni dal settembre 1929 al dicembre 1933.

[27] A.C.T., registro Municipio di Tregnago  - Registro deliberazioni dal settembre 1929 al dicembre 1933.

[28] Cfr. A.C.T., registro Municipio di Tregnago  - Registro deliberazioni dal settembre 1929 al dicembre 1933.

[29] A.C.T., registro Municipio di Tregnago  - Registro deliberazioni dal settembre 1929 al dicembre 1933.

[30] A.C.T., registro Municipio di Tregnago  - Registro deliberazioni dal settembre 1929 al dicembre 1933.

[31] A.C.T., registro Municipio di Tregnago  - Registro deliberazioni dal settembre 1929 al dicembre 1933.