La nuova sede municipale

 

Il nuovo Municipio di Tregnago è stato progettato da Paolo Portoghesi che è uno dei più noti architetti italiani contemporanei. Vale quindi la pena tracciare qualche nota biografica che ci permetta di conoscere meglio una figura di cui tutti conosciamo il nome.

Portoghesi è nato a Roma nel 1931, dove si è laureato in architettura nel 1957. È stato docente di storia della critica a Roma e, dal 1967 al 1977, di storia dell’architettura al Politecnico di Milano dove è stato nominato preside nel 1968. Dal 1995 insegna progettazione architettonica all’Università di Roma. Ha sempre lavorato parallelamente in campo teorico, nella ricerca storica, e come architetto libero professionista, tenendo sempre presente il riadattamento della memoria storica nella tradizione dell’architettura moderna.

È autore di numerosi saggi e di più di 50 libri sul Rinascimento e il Barocco architettonico, l’architettura Art Noveau e contemporanea; fra i titoli si ricordano: Guarino Guarini (1956), Michelangelo architetto (1964), Roma Barocca (1966), Dopo l’architettura moderna (1980), Leggere l’architettura (1981), I grandi architetti del 900 (1998), Architettura e natura (1999). Nel 1968 ha pubblicato il Dizionario di architettura e urbanistica.

Ha effettuato progetti di edifici e altre opere in Italia e all’estero, tra cui la grande moschea di Strasburgo (2000) e il teatro Nuovo Politeama di Catanzaro (2002)[1].

 

Il nuovo edificio comunale

 

Il nuovo edificio comunale di Tregnago sorge sul terreno dove fino a qualche decennio fa c’era il fabbricato delle Carceri Mandamentali.

Portoghesi stesso – intervenendo a Tregnago nel corso di una conferenza svoltasi il 28 gennaio 1989, in occasione della mostra Progetti per un paese, organizzata dall’Amministrazione Comunale e dall’associazione Cultura e Territorio nella chiesa della Disciplina – spiegò i caratteri essenziali del suo progetto.

Nella sua relazione egli afferma: «Ho accettato con entusiasmo l’incarico di progettare non la nuova casa comunale, ma una parte nuova di un complesso di edifici preesistenti, che tutti insieme in concerto possono rappresentare la casa della comunità. Ho accettato con straordinario piacere questo lavoro per aver visitato Tregnago e averne visto la bellezza e anche la vitalità, ed essere rimasto colpito dalla giustezza con cui è stata restaurata la piazza, agendo soltanto su una pavimentazione, ma proprio affermando in questo modo l’importanza di ciò che colpisce il campo visivo dell’uomo, dei valori non soltanto visivi, ma tattili che sono così importanti nella formazione dello spazio e della sua concezione».

In effetti, piazza Massalongo – dopo l’ultima sistemazione – ha acquisito una pavimentazione costituita da lastre di pietra rosa. Tale caratteristica ha influito anche sul progetto di Portoghesi che ne parlava riferendosi anche al passato e alle tradizioni locali. La pietra estratta in Lessinia, infatti,  veniva utilizzata nei secoli scorsi in modo non convenzionale, continuamente creativo, date le sue caratteristiche di resistenza alla compressione. Serviva  per la copertura dei tetti così come veniva estratta dalla cava poiché la facilità di trasporto rendeva non indispensabile il lavoro di smussamento e di taglio in dimensioni standard che di solito trasformava la pietra in materia da costruzione. Il progettista ricorda che l’immediato utilizzo della pietra della Lessinia è possibile perché essa si presenta stratificata già in natura. Le lastre costituiscono «uno degli archetipi fondamentali dell’architettura, cioè la parete che divide lo spazio e separa l’interno dall’esterno» ma possono essere utilizzate in situazioni diverse, come testimoniano le tombe all’esterno della chiesa della Disciplina che sono realizzate con questo materiale.

Portoghesi spiega che nel disegnare la parte nuova della casa della comunità ha cercato di interpretare le emozioni provate entrando in contatto con la cultura locale «utilizzando forme semplicissime e mettendo in rilievo l’importanza e il calore della pietra». Egli afferma: «le linee di questo progetto sono molto semplici. Ho utilizzato al centro la forma, l’archetipo della capanna, del tetto inclinato che si trova spessissimo nelle costruzioni di forma elementare, l’ho utilizzato soprattutto per accentuare il valore dell’ingresso. Una casa di tutti non può avere una piccola porta come la casa di una famiglia; deve avere una porta che rispecchi questa condizione particolare. L’esempio principale sono le chiese che della porta hanno sempre fatto un richiamo, un invito rivolto agli altri che entrano. Una casa comunale deve esprimere la volontà di accogliere, di proteggere, per questo si è scelto il grande tema della nicchia centrale come segno dell’accoglienza, della tendenza dell’edificio ad abbracciare chi entra, una forma femminile, materna, quella concavità che si inserisce in una parete che continua negli edifici circostanti».

Date queste premesse, dunque, l’architetto ha voluto «un edificio molto semplice che trova la possibilità – attraverso l’uso della materia – di essere in assoluta continuità con la piazza, esprimendo la stessa fiducia nella possibilità della pietra locale di costituire e di vivere il suo spazio come elemento facilmente decifrabile e familiare. Ci deve essere continuità tra la piazza – spazio esterno simbolico della comunità – e il Comune, spazio interno che esprime gli stessi valori».

Portoghesi, perciò,  ha voluto immaginare gli interni «adatti allo svolgimento di quelle funzioni burocratiche che pure sono necessarie e che oggi devono essere estremamente spedite, in modo tale da rendere la presenza in un ufficio pubblico non un noioso momento della propria vita, ma un momento di incontro e di scambio sociale».

Dopo aver spiegato le motivazioni alla base del progetto, egli auspica «che questo edificio, quando costruito, possa essere riconosciuto come proprio, come familiare e come simbolo di questa necessità di stare insieme, di ritrovarsi, di dialogare» e conclude: «pur essendo personalmente da fuori e da lontano, essendo in possesso di una impostazione letta e meditata di questa passione per il significato dei luoghi, di una certa capacità di leggerli, mi auguro di essere riuscito a trattare in piccola parte lo spirito di questo luogo e di aver espresso almeno, se non lo spirito del luogo, certamente qualcosa che gelosamente appartiene alle persone che sono nate qui, di aver espresso l’amore che si può sentire nei confronti di un luogo. Perché non c’è forse cosa che più dell’amore giustifichi il significato dell’architettura e la renda comprensibile».                

Dalle dirette parole di Portoghesi, dunque, è facile comprendere le motivazioni e le fonti a cui si ispira il progetto che ha portato alla realizzazione dell’edificio che ora vediamo completato.

 

La collocazione degli uffici nella nuova sede comunale

 

Dopo il restauro di palazzo Pellegrini e l’edificazione del nuovo edificio, gli uffici comunali hanno una nuova collocazione. Nella parte nuova troviamo al piano terra l’ufficio del Protocollo, l’Anagrafe, gli uffici dell’Assistente Sociale e della Polizia Municipale. Al primo piano sono collocati la Segreteria, l’ufficio del Segretario Comunale e l’ufficio Tributi.

Nella villa Pellegrini, al primo piano, collegati con l’altro edificio, ci sono gli uffici degli Assessori, la Sala Consigliare e la Sala Giunta. Nell’ex Catasto, infine, sarà sistemato l’ufficio tecnico.

  

[1] Le notizie biografiche su Paolo Portoghesi sono tratte dai siti internet www.archimagazine.com e www.floornature.it.