La vendita dei terreni e del palazzo a Pietro Pellegrini

 

Negli anni Quaranta del XIX secolo i Butturini, che comunque non risiedevano in paese ma a Verona, decisero di vendere alcune delle loro proprietà di Tregnago e ad acquistarle fu il nobile Pietro Pellegrini residente a Padova ma con domicilio nella città scaligera in contrada San Zeno. Il nuovo proprietario avrebbe utilizzzato anch’egli il palazzo come casa di villeggiatura per il periodo autunnale, ma procediamo con ordine.  

Secondo quanto si legge in un certificato d’estimo datato 27 gennaio 1842, Carlo Butturini possedeva la terza parte del palazzo e delle sue adiacenze fin dal 17 agosto 1819 mentre un’altra parte dello stesso e del brolo era del nipote Girolamo. Quest’ultimo, quello stesso giorno di gennaio del 1842, vendette la sua parte a Pellegrini. Nell’atto di compravendita redatto dal notaio Alvise Gilli di Verona leggiamo che Girolamo Butturini, domiciliato a Verona in contrada San Luca, vendette a Pietro Pellegrini, domiciliato nella medesima città, in contrada San Zeno presso un amico, «uno stabile posto in Tregnago con casa dominicale e rusticali di campi 50 circa a corpo e non a misura al compratore ben noti, il tutto complessivamente confinato dalla pubblica strada, da Bortolo Massalongo, dal torrente d’Illasi, da Ferrari e dalla signora Lavinia Butturini». La somma pattuita era di 33.600 lire di cui 14.000, in valuta d’oro, vennero consegnate il medesimo giorno e le altre 19.600 sarebbero state versate nel luglio 1843 in valuta metallica.

Il compratore, tuttavia, non avrebbe versato l’intera somma finché il venditore non avesse affrancato i tre livelli insiti sul fondo: un minale di frumento annuo nei confronti dell’Istituto Elemosiniere di Tregnago, un altro minale di frumento da consegnare al medesimo Istituto e tre minali di frumento da assegnare alla Regia Finanza rappresentante del convento di San Tommaso. I terreni in questione non erano gravati da decime.

Nelle adiacenze del palazzo, due anni dopo, nel 1844, Pellegrini acquistò da Teresa Grazio, residente nelle vicinanze, una «camera terrena e quella parte di corte che occupa la lunghezza di quella casa», confinante con l’altra casa della stessa Grazio, la strada comunale, le ragioni Pellegrini e quelle Massalongo. Il prezzo pattuito era di 12 talleri più 2 di cui la Grazio era creditrice dall’inquilino Moccolati. L’acquirente avrebbe potuto in seguito redigere un muro divisorio tra la parte di corte appena comprata e la casa contigua di proprietà della Grazio. A carico della venditrice rimanevano le spese per la manutenzione del pavimento e del tetto, e di sua proprietà restava la scala che metteva in comunicazione la camera inferiore con quella superiore. Pellegrini in quegli anni utilizzava anche un’altra stanza posta sopra a quella acquistata, per la quale continuò a pagare l’affitto alla proprietaria fino al 1853[1].

Pochi anni dopo, però, il nobile padovano iniziò a vendere parte dei beni immobili acquistati nel 1842 e ne acquisì altri. Il 13 agosto 1849, infatti, con un atto del notaio Giannantonio Arduini, egli vendette a Michelangelo Castelli e ai suoi eredi «un piccolo appezzamento di terra arativa con gelsi, situato in Tregnago, contrà Ortelle di Sopra, distinto in mappa al n. 554» che confinava con «a mezzogiorno Carlo Gambaroni e Giobatta Vinco, a mattina la strada comune, a monti il vaggio comunale, a sera il nobile venditore mediante linea precisata dall’angolo formato dal muro di cinta del broletto di Carlo Gambaroni, a termine infisso sulla sponda del vaio sopra la qual linea verrà costruito a spese dell’acquirente, entro un anno da oggi un muro di cinta di piedi veronesi sei almeno». La somma pattuita era di 900 lire austriache.

Il 9 novembre 1850, infine, Bortolo Massalongo vendette a Pellegrini quella parte di orto che aveva ottenuto in permuta dai fratelli Butturini il 2 dicembre 1825: si tratta dell’ultima acquisizione da parte di quest’ultimo di terre nelle vicinanze del palazzo, in quella che allora si chiamava contrada Ortelle di Sopra.   

 

I terreni acquistati da Pellegrini in contrada Calavena

 

Alla metà dell’Ottocento Pellegrini acquistò alcuni terreni siti a nord di Tregnago, in contrada Calavena. La compravendita è attestata da alcuni documenti archivistici. Il 12 marzo 1850 il conte acquistò dai fratelli Pietro e Michele Drezza – che a loro volta l’avevano comprata da Bortolo Massalongo[2],  una pezza di terra arativa con viti, gelsi e frutti situata in Marcemigo in contrà Calavena, denominata Bine Longhe, confinata a levante dalle ragioni Massalongo con linea segnata da termini di pietra, a mezzogiorno dal vaggio detto Calavena, a sera dallo stesso Massalongo mediante argine di una strada di sua ragione ed a tramontana in parte dal signor Luigi Minazzi ed in parte dal predetto Massalongo mediante fossa di sua ragione marcata in mappa con n. 2121 e 2738, della rendita censuaria complessiva nei registri del nuovo censimento di lire 95.87, della superficie di campi 10, vanezze 12 circa, a corpo e non a misura». Il prezzo stabilito fu di 9.000 lire «in valute metalliche sonanti d’oro ed argento, esclusa la carta monetata, i biglietti del tesoro e altri surrogati.

La somma che Pellegrini avrebbe dovuto versare l’11 novembre di quell’anno avrebbe dovuto essere impiegata per il pagamento di una ipoteca accesa il 30 marzo 1842 dai venditori a beneficio di Giobatta Salgari di Tregnago che ammontava a 8.352 lire e 66 centesimi.

Il compratore, tuttavia, lasciava in gestione ai fratelli Drezza il terreno, fino al successivo 11 novembre, con contratto di mezzadria, «colla divisione dei prodotti tutti metà al proprietario e metà ai lavorenti, eccettuata soltanto la foglia di gelso per la quale procederà la socida dei bacchi da seta da convenirsi in seguito». I Drezza, però, avrebbero dovuto coltivare la terra e le piante per poi consegnare la parte padronale delle rendite alla casa di villeggiatura di Pellegrini.

 

I possedimenti di Pietro Pellegrini intorno al 1850

 

A questo punto, dopo aver esaminato una serie piuttosto lunga di compra-vendite, per comprendere meglio l’entità dei possedimenti di Pellegrini possiamo farci aiutare da un promemoria datato 15 marzo 1851[3]. A quella data egli possedeva un aratorio con viti, frutti e gelsi situato parte in pertinenza di Tregnago, e parte in Marcemigo denominato la Campagna del conte Pellegrini intersecata da due valli, o vaggi, a cui confinano a levante strada comune, a mezzogiorno Michelangelo Castelli, Carlo Gamberoni e strada pel Progno, a ponente il torrente Progno e a monti strada per Marcemigo, della superficie di campi trentanove, vanezze ventuna e tavole[4] sette. Tra i beni finora descritti, però, non era compresa la «così detta Peschiera avendola ritenuta come terreno incolto, come quello che fu corroso dal torrente Progno». In elenco era presente, invece, un altro arativo con viti, frutti e gelsi, situato in Marcemigo, contrada Calavena, denominato Fondo in Calavena a cui confinano a levante Bortolo Massalongo, a mezzodì strada, a sera il detto Massalongo ed a settentrione Minazzi Giuseppe.

La Campagna del Conte, dunque, era piuttosto vasta e comprendeva anche il terreno dove si trovava il palazzo che sarebbe in seguito divenuto Sede Municipale. Per avere un’idea di come fosse quest’ultimo in quell’epoca, è interessante leggere un contratto di locazione e conduzione stipulato il 26 ottobre 1851 tra il proprietario e Giobatta Vinco del fu Giovanni, possidente domiciliato a Tregnago[5].

In quella data, Vinco riceveva in locazione Lo stabile di esso Nobile Pellegrini situato in Tregnago consistente in un corpo di fondi arativi, con viti, frutti e gelsi in contrada Bragi, confinato a levante dalla strada comune ed in poca parte dalle ragioni Castelli e Gambaroni, a mezzogiorno dalla strada così detta il Prognolo, a sera dal torrente Progno ed a tramontana dalla strada comunale che mette a Marcemigo ed inoltre il corpo di terra arativo con viti, frutti e gelsi in pertinenza di Marcemigo in contrada Calavena denominata Bine Lunghe confinato a levante da Bortolo Massalongo, a mezzodì dal Vaggio di Calavena, a sera da altre ragioni Massalongo mediante stradella ed a tramontana dalle ragioni Minazzi. Nella conceduta affittanza si comprendono ancora tutti i fabbricati rusticali che lo stesso nobile Pellegrini possiede in Tregnago in contrada Ortelle di Sopra con cortille e sue adiacenze, ed inoltre ancora le stalle, portici, fenili, cantine e granai attinenti al suo palazzo ivi pur situato in contrada Ortelle ed anche i locali attinenti al palazzo medesimo posti a sera che egli suole affittare e consistono in una bottega guardante sulla strada, piccolo locale attiguo, con fornelli, con finestre respicienti la corte, coritoio, camera da letto con piccolo ripostiglio, altro locale con stalleta, cucina, sculciaio e piccolo locale ad uso di legna, il tutto a pian terreno, la bottega ora affittata a Matteo Rizzatti. Il locatore concedeva al conduttore l’uso della sala nel palazzo nel solo tempo dell’educazione dei bachi da seta per tenervi appunto i cavaleri con tutti, però, i debiti riguardi onde non siano menomamente pregiudicati i pavimenti, le piture ed i muri, più l’uso promiscuo della corte attinente al detto palazzo ritenuto però che nel tempo della villeggiatura d’autuno di esso Nobile Locatore, e cioè nei mesi di settembre ed ottobre, e fino all’undici novembre la corte medesima esser detta sgombra da ogni deposito e possa solo servirsene il condutore per soli usi di passaggio.

Il contratto avrebbe avuto una validità di sei anni,  dall’11 novembre 1851 al 10 novembre 1857. L’affitto annuo restava di 1.470 lire austriache pagabili in due rate, la prima l’11 novembre 1851, la seconda il 25 luglio seguente di ogni anno. La somma avrebbe dovuto essere versata in valute nobili d’oro e d’argento a tariffa in pezzi non minori d’austriache lire una, escluso qualunque surogato.

Il conduttore si obbligava a tenere i beni locati da buon padre di famiglia e da esperto agricoltore, non avrebbe potuto sradicare piante verdi di nessun tipo senza l’assenso del padrone, ma gli era comunque permesso di sradicare le piante morte con l’obbligo di sostituirle con altre nuove che gli sarebbero state fornite dal proprietario e avrebbe potuto trattenere la legna ricavata. Egli avrebbe dovuto consegnare al conte, in Tregnago, ogni anno nel mese di agosto, due brente di vino puro, nero e di ottima qualità.   

Nel contratto leggiamo inoltre: sebbene siano compresi nella locazione i portici attinenti al palazzo, tuttavia potrà il locatore servirsene per tenervi i suoi legni, o carozze e quella poca di legna occorrente per i suoi famigliari e così pure di tener nelle cantine i suoi vasi vinari, dei quali potrà servirsene il conduttore nel caso che il nobile locatore non ne faccia uso.

Per tutto il tempo della locazione Pellegrini concedeva a mezzadria a Vinco anche il broletto attinente e di fronte al cortille e palazzo suddetto nella sua quantità in cui si trova tutto cinto di muro che lo circonda con obbligo di esso mezzadro di coltivarlo quanto a due terzi ad uso di ortaglia dividendo l’uva e le mandorle con una metà al padrone e l’altra metà al mezzadro e così le entrate del suolo metà pure al padrone e metà al lavorente lassiandosi al mezzadro l’erba della corte e dei viali del broletto, e così pure saranno a suo beneficio gli erbagi della terza parte coltivata ad orto meno quelli occorrenti al locatore per uso di sua famiglia nella villeggiatura d’autuno dei quali potrà servirsene a piacere. Il conduttore avrebbe, infine, dovuto pagare una cauzione di 735 lire che gli sarebbe stata restituita alla scadenza del contratto di locazione con interessi del 5% annui. I beni locati erano esenti da decima, eccettuato il campo di terra sito in Marcemigo in contrada Calavena per il quale veniva corrisposta la decima del frumento e del sorgo turco. La locazione veniva concessa tenendo presente che i terreni erano coltivati, in realtà, da Domenico Fattori e i suoi figli Nicola, Arcangelo, Giuseppe, che tenevano la terra a mezzadria ad anno e verso i quali il conduttore avrebbe potuto esercitare tutti i diritti padronali. 

Il lungo contratto che abbiamo appena visto ci permette di fare alcune considerazioni. Innanzitutto possiamo avere un’idea di com’era allora il palazzo: esso costituiva l’edificio residenziale più grande dell’intera proprietà anche se, ormai, aveva perso l’eleganza che doveva aver avuto in precedenza. Al piano terreno ospitava addirittura una bottega di falegname, c’erano poi un piccolo locale attiguo, una camera da letto, un piccolo ripostiglio, la cucina e altri locali di servizio. Al primo piano veniva ricordata la grande sala con gli affreschi di Andrea Porta dove il conduttore dei terreni avrebbe potuto collocare l’allevamento del bachi da seta, facendo però attenzione a non danneggiare i pavimenti e le pareti. Si parla poi anche della cantina e dei granai con gli oggetti in essi radunati.

All’esterno, adiacenti al palazzo, c’erano altri edifici rustici: le stalle, i portici e i fienili che, come veniva espressamente richiesto dal proprietario, dovevano essere lasciati in parte a disposizione sua e della sua famiglia nel periodi in cui i Pellegrini avessero alloggiato in paese per la villeggiatura d’autunno. L’attiguo brolo, circondato da muri, era coltivato ad orto ma c’erano anche viti e mandorli oltre ad una parte lasciata a prato.

Il complesso rientrava, quindi, nello schema delle ville collinari presenti in Val d’Illasi, da Colognola ai Colli a Tregnago. L’intensa attività agricola che vi si svolgeva è attestata dalla presenza dei rustici annessi all’edificio principale o padronale e dei terreni limitrofi ceduti in affitto e coltivati da contadini locali che dovevano destinare annualmente parte del raccolto al proprietario[6]. La data fissata per l’apertura e la chiusura dei contratti e per la consegna dei prodotti è stata per secoli, come nel caso appena visto, l’11 novembre, giorno di san Martino, che rappresentava la chiusura della stagione agricola prima del freddo invernale.  

 

[1] Una comunicazione non datata al pretore avvertiva che Teresa Grazio cedeva in locazione fino al 10 novembre 1853 a Pietro Pellegrini la camera sovrapposta al locale terreno vendutogli d’alcuni anni retro, in Tregnago in Contrada Ortelle di sopra detta la Camera della Grazio al quale confina le stesse ragioni Grazio e quelle del nobile Pellegrini.

[2] Il 14 marzo 1819 Bortolo Massalongo acquistò alcuni terreni in località Calavena ma dieci anni dopo, il 12 agosto 1829, li vendette Michele e Pietro Drezza che li comprarono anche per conto del loro fratello Domenico. Nel 1836, i fratelli Drezza si divisero fra loro i terreni e concordarono con Bortolo Massalongo – che ancora possedeva i terreni confinanti – i diritti di passaggio tra le rispettive proprietà. Il 12 marzo 1850 i medesimi immobili furono venduti dai fratelli Drezza a Pellegrini. Cfr. A.C.T, Busta Fabbricati comunali. Palazzo Pellegrini.

[3] A.C.T, Busta Fabbricati comunali. Palazzo Pellegrini.

[4] La tavola o pertica quadrata era una misura di superficie dell’antico sistema veronese corrispondente a mq. 4,1697. Cfr. G. BEGGIO,  Le antiche misure veronesi riportate al sistema metrico decimale, in Vita Veronese, XXI (1968), p. 355.   

[5] A.C.T, Busta Fabbricati comunali. Palazzo Pellegrini.

[6] Cfr. S. FERRARI (a cura di), Ville venete: La provincia di Verona, Venezia 2003, p. XXV.