La vendita di palazzo Pellegrini al Comune di Tregnago

 

I contatti tra la Deputazione Comunale e il conte per la compravendita dei terreni e del palazzo, secondo quanto ci viene riportato dalla documentazione archivistica, iniziarono ufficialmente nel marzo del 1854. Il 7 di quel mese, infatti, da Padova, Pellegrini scrisse alla Deputazione Comunale per esporre un progetto di vendita al comune, valido fino a tutto aprile 1854, di tutta la sua proprietà «compresa nel distretto di Tregnago cioè tanto il palazzo e tutti gli altri miei fabbricati adiacenti quanto tutti li possessi di campagna», esclusi i mobili presenti nel palazzo e il «parolo da liscia» anche se quest’ultimo era infisso nella relativa fornace.

Egli chiedeva 63.000 lire austriache «pagabili in pezzi d’argento da carantani[1] venti l’uno, con esclusione della carta monetata e surogato qualsiasi al denaro sonante, in modo che se anche per effetto di qualunque superiore disposizione fosse costretto il creditore a ricevere un surrogato alla valuta patuita debba questo Comune rifondermi quella differenza qualsiasi che secondo il corso del cambio di Verona intercedesse fra la valuta pattuita ed il surrogato pagato». La prima rata del pagamento avrebbe dovuto ammontare a 6.000 lire da versare entro tre mesi dalla cancellazione delle ipoteche accese sui beni in vendita e le successive entro tre anni dalla medesima data.

La Deputazione Comunale avrebbe dovuto però rispettare tutti i contratti d’affitto insistenti sui terreni in questione. Oltre al prezzo di acquisto, poi, la medesima avrebbe dovuto prendersi a carico il pagamento del livello annuo di un minale di frumento insito sul fondo alienato e dovuto all’Istituto Elemosiniere del Comune di Tregnago. Il possesso materiale dei beni da parte del Comune avrebbe dovuto decorrere dall’11 novembre 1853[2].

Pochi giorni dopo, il 20 marzo 1854, sempre da Padova, Pellegrini inviò un ulteriore progetto di compravendita dello stabile «situato in Tregnago composto di palazzo dominicale, case rusticali con corte e brollo annessi e situati nel comune amministrativo di Tregnago suddetto di cui nelle proposte 28 febbraio 1854 e 7 marzo successivo del nobile conte Pellegrini Pietro». Questa volta la somma richiesta era di 62.000 lire, subito ridotta a 58.000 perché i beni erano momentaneamente ceduti in affitto. Sussistevano, infatti, «delle locazioni a conduzioni del palazzo dominicale, case rusticali e dei fondi a brollo che danno la mercede annua collettiva d’affitto ritratta dal suddetto nobile conte di austriache lire 2.023, e che sarebbero durature quanto a quella dei fondi e case rustiche e a tutto il novembre 1857 e quella del palazzo dominicale parte nell’agosto 1854 e pende a tutto il settembre 1856, a termine dei relativi contratti, ed avendosi accollato al Comune di Tregnago di rispettare le affittanze medesime colle condizioni stabilitene». La prima rata di 6.000 lire avrebbe dovuto essere pagata tre mesi dopo la cancellazione di ogni ipoteca e comunque entro tre anni dalla stipula del contratto, le altre quattro – di 13.000 lire ciascuna – nei quattro anni successivi alla prima[3].

A questo punto le clausole del contratto erano state delineate e il Comune poté pensare all’acquisto, dato che era ormai necessario avere una sede adeguata per collocarvi i molti uffici pubblici – governativi e comunali – allora presenti in paese.

 

La società per l’acquisto dei fondi Braggi

 

Nonostante le buone intenzioni, la spesa da sostenere per il Comune era piuttosto elevata e non affrontabile senza aiuti esterni, perciò, i Tregnaghesi con maggiori disponibilità economiche decisero di costituire una società per azioni, dotata di un portafoglio di 22 azioni, finalizzata all’acquisto dei fondi Braggi – palazzo e brolo Pellegrini – e degli immobili di Pellegrini siti in località Calavena. Gli azionisti, al momento della fondazione della società, stabilirono una preciso ordinamento che fissava gli impegni dei soci e del Comune che, insieme, avrebbero dovuto concorrere al pagamento delle spese[4].

La Deputazione Comunale avrebbe avuto facoltà di ampliare gratuitamente la strada della Crocetta «riducendo a retta linea il lato di ponente dell’angolo nord est della casa Castelli allo stante che indica la strada per Marcemigo», nel contempo la società avrebbe tenuto attivi due livelli di frumento: due minali di frumento, capitalizzabili in 320 lire, sarebbero stati consegnati ogni anno all’Istituto Elemosiniere del Comune.

La società si impegnava, inoltre, a pagare al conduttore dei terreni Giobatta Vinco – che era anche uno dei soci – 1.800 lire come corrispettivo per lo svincolo della locazione e 1.000 lire per la mancata vendita del frumento e di tutte le erbe. Avrebbe versato anche gli interessi sulla somma di 28.000 lire, decorsi dall’11 novembre 1853. La prima rata da pagare sarebbe stata di 6.000 lire, le altre 22.000 lire sarebbero state versate in tre rate successive.

I soci assunsero la responsabilità individuale in proporzione alle quote detenute ma stabilirono come condizione principale che i fabbricati presenti sui terreni venissero convertiti ed utilizzati ad uso pubblico e che gli appezzamenti di terra liberi da costruzioni fossero adibiti a piazza per il mercato o ad altro pubblico esercizio.

Ottenute le opportune rassicurazioni, le 22 quote azionarie furono così ripartite tra i soci: Giobatta Galeotti ebbe un’azione; titolari di due azioni ciascuno furono il dottor Diomiro Pieropan, Giobatta Zignoni, Giacomo Rigoni e Pietro, Paolo e Antonio del fu Bortolo; quattro azioni furono acquisite da Angelo Lavagnoli e cinque da Giobatta Vinco che, come si è visto, già aveva a livello il palazzo e il brolo[5].

Stabiliti gli accordi, il Comune diede il via alle procedure per l’acquisto della Campagna del Conte Pellegrini, ma non senza problemi e intoppi, come avremo modo di vedere più avanti. 

 

I contratti d’acquisto

 

Nella primavera del 1854, dunque, prese forza sempre maggiore l’idea della Deputazione Comunale di acquistare il palazzo e i terreni messi in vendita dal conte Pietro Pellegrini, non solo per acquisire una sede per gli uffici governativi presenti a Tregnago che, essendo capoluogo di mandamento[6], ospitava l’ufficio delle imposte e la pretura, ma anche per poter costruire il carcere mandamentale altrimenti destinato ad altro Comune. Di quest’ultimo, però, avremo modo di parlare in seguito.

Nell’aprile del 1854, la Delegazione Provinciale approvò sia la proposta del Comune di acquistare il palazzo Pellegrini e il suo brolo, sia l’idea per il loro futuro utilizzo[7]. Data la forte entità della somma occorrente per l’acquisto, la Deputazione Comunale, nello stesso mese, invitò i partecipanti alla società finanziatrice ad aumentare da 28.000 a 30.000 lire la somma da versare a loro carico per l’acquisizione dello stabile Pellegrini. Durante l’incontro tra la rappresentanza comunale e i membri della società sorse un dibattito sull’estensione del terreno acquistato che era ritenuta superiore alle indicazioni fornite antecedentemente e furono discusse altre questioni: all’interno del terreno da acquistare, infatti, scorrevano alcuni corsi d’acqua, il Progno e un torrentello che vi confluiva. Quest’ultimo – che scendeva dalla località Valle – era particolarmente pericoloso perché in caso di piena allagava le terre circostanti. Nell’inverno appena trascorso, inoltre, il freddo straordinario aveva fatto morire metà delle viti coltivate causando un abbassamento del valore economico della proprietà.

Nonostante le obiezioni dei soci, il prezzo che avrebbe dovuto pagare la società, alla fine, venne stimato dalla Deputazione Comunale in 32.000 lire, somma considerata troppo elevata, tanto più che in prima istanza il Comune aveva mirato ad ottenere offerte per sole 24.000 lire. Alla fine, comunque, le due parti si accordarono per il versamento di 30.000 lire da parte del Comune e di 28.000 lire a carico del gruppo di Tregnaghesi[8].

Il 25 maggio la società confermò gli obblighi assunti e chiese al conduttore dei terreni, il socio Giobatta Vinco, di consegnare tutta la legna ricavata dalle viti morte per il gelo dell’inverno appena trascorso[9].

Ad accordi raggiunti, il 16 luglio Pellegrini vendette gli immobili al Comune di Tregnago per la somma pattuita in precedenza di 58.000 lire pagabili a rate: la prima rata di 6.000 lire avrebbe dovuto essere versata tre mesi dopo la cancellazione di un’ipoteca che gravava sui terreni e altre quattro rate di 13.000 lire ciascuna  avrebbero dovuto essere pagate entro i primi 10 giorni di agosto del 1857, 1858, 1859, 1860 dividendo ciascuna rata in due parti: 7.500 lire a carico del Comune e  5.500 lire a carico degli azionisti. Il Comune avrebbe versato in totale 30.000 lire, il resto rimaneva a carico degli azionisti della costituita società.

L’ipoteca di Pietro Pellegrini nei confronti di Giobatta Contarini – accesa il 7 giugno 1845 per un debito del primo nei confronti di quest’ultimo di 16.800 lire – venne cancellata l’1 agosto 1855 ma ne esisteva un’altra di 3.400 lire che Pellegrini aveva acceso nel 1851 a favore di Bortolo Massalongo, sempre su fondi che poi sarebbero stati venduti al Comune, che sarebbe stata cancellata solo il 5 gennaio 1857.

Nonostante le ipoteche gravanti sui beni comprati, il Comune versò un piccolo acconto al venditore e il 16 luglio 1854 Pietro Pellegrini dichiarò di aver ricevuto 2.917 lire e 81 centesimi per la vendita del palazzo.

 

I lavori di adattamento del palazzo e il pagamento delle rate a Pellegrini

 

Con la stipulazione del contratto di compravendita iniziò per l’acquirente un periodo di incertezze su quali uffici collocarvi e dove. Anche dopo il passaggio di proprietà, infatti, la bottega di falegnameria ospitata al piano terreno del palazzo continuò la sua attività e, allo scopo di collocarvi i Regi Uffici Distrettuali, si ritenne necessaria la costruzione di un terzo piano destinato ad ospitare tutti gli uffici. Le spese previste per la realizzazione di un simile progetto, tuttavia, erano troppo elevate anche perché erano già in programma alcuni lavori al piano terreno che avrebbe ospitato la Pretura, per una spesa già approvata di 4.400 lire a fronte della riscossione di un canone d’affitto annuo di sole 500 lire. I lavori negli uffici della Pretura durarono quasi due anni e, nel frattempo, il Comune lamentava la mancata possibilità di percepire l’affitto dei locali[10], mentre Pellegrini sollecitava i pagamenti delle rate scadute. A tal proposito, il 25 febbraio 1857, da Padova, egli scrisse alla Deputazione Comunale chiedendo il rispetto dei tempi stabiliti per il pagamento delle rate ed auspicando l’invio di un rappresentante a Padova per trattare personalmente, come era stato fatto due volte prima della stipulazione del contratto. Lo scrivente avvertiva poi che dal 6 marzo successivo egli avrebbe adottato tutte le misure necessarie per tutelare il proprio interesse[11].

Il 14 maggio successivo il segretario comunale Bortolo Lavagnoli scrisse a Pellegrini chiedendogli quando sarebbe venuto a Tregnago per riscuotere la somma relativa ad interessi a lui dovuti ma fece presente che nell’anno precedente il Comune aveva dovuto far fronte a spese straordinarie per debellare un’epidemia di colera e per effettuare lavori al palazzo e quindi non avrebbe potuto pagare la rata dovuta nonostante le sovrimposte comunali di cui i cittadini erano stati gravati per far fronte alle spese[12].

Il 20 maggio Pellegrini comunicò di essere malato e di non sapere quando avrebbe potuto recarsi Tregnago e informò la Deputazione di aver cambiato domicilio a Verona. Egli non era più domiciliato presso Albano Milani, ma ora aveva una sua casa in corso Porta Palio, in contrada San Zeno, al civico 3436. Per quanto concerneva i suoi crediti nei confronti del Comune, egli faceva riferimento al contratto del 16 luglio 1854 e chiedeva che le somme dovute fossero versate a lui o al figlio Ottaviano che aveva regolare procura[13].

I pagamenti vennero ripresi e la seconda rata di 5.500 lire fu pagata il 17 maggio 1857. Vi concorsero i componenti della società appositamente costituita che adesso erano Michelangelo Castelli, Giobatta Zignoni, Francesco Alessi, Diomiro Pieropan, Giacomo Rigoni, Pietro e Paolo Montini, Giobatta Vinco, Angelo Lavagnoli e fratello, Gaetano Battisti e Giobatta Galeotti.

La documentazione esistente, in questo caso, ci informa con precisione di tutto l’andamento dei versamenti delle varie rate che seguirono[14]. Nonostante le difficoltà economiche il Comune era proprietario di una serie di beni che sarebbero stati importanti per il futuro.

 

Il legato Rause o Rausse

 

Del palazzo si trova traccia anche nella documentazione legata a un prestito che vide protagonisti il Comune e la Parrocchia di Tregnago intorno agli anni ’70 dell’Ottocento.

In sintesi, il 13 ottobre 1863 la congregazione provinciale di Verona scrisse al commissariato distrettuale provinciale che il Comune, nonostante le ipoteche fossero state cancellate dal Pellegrini, non aveva ancora adempiuto in modo regolare ai pagamenti per l’immobile acquistato perciò il collegio autorizzava l’accensione di un mutuo di 3.500 fiorini.

Dieci anni dopo, il 29 luglio 1873, i problemi economici persistevano e il sindaco scrisse al Regio Commissariato Distrettuale di Tregnago per avvertirlo che le passività del Comune si sarebbero potute estinguere utilizzando la somma di 3816,20 lire che il parroco don Felice Pannato aveva offerto in prestito all’Amministrazione Comunale.  La proposta del sacerdote era già stata accolta dal Consiglio Comunale il 23 giugno 1873. in tal modo il medesimo Consiglio avrebbe potuto deliberare il pagamento di alcuni debiti. La somma prestata dal parroco, comunque, sarebbe stata restituita entro 20 anni,  con l’impegno di consegnare ogni anno, il 26 luglio, gli interessi del 5%.

Il prestito proposto dal parroco proveniva da un legato destinato alla Parrocchia dalla tregnaghese Angela Rausse che – con testamento datato 13 agosto 1853 – stabiliva ed incaricava il proprio fratello Gaetano Rausse di pagare al parroco pro tempore di Tregnago talleri 800 pari a lire 4.800 onde col frutto relativo fossero adempiuti i legati pii disposti col succitato suo testamento ma la somma, pagate le tasse di successione, si era ridotta a 3816,20 lire, l’importo che il parroco aveva messo a disposizione de Comune.

Quest’ultimo, accettando il prestito, offrì come cauzione per la somma incassata un fabbricato a muro e coppi nel centro del caseggiato unito di Tregnago in contrada Ortelle di Sopra, denominato il Palazzo del Pellegrini[15]. Il palazzo, dunque, servì come garanzia per il prestito di cui, comunque, qualche tempo dopo fu decisa la restituzione entro 10 anni[16].

 

[1] Il carantano era una moneta di rame in corso in Austria e nei territori ad essa soggetti e aveva il valore di cinque centesimi di fiorino.

[2] A.C.T, Busta Fabbricati comunali. Palazzo Pellegrini.

[3] A.C.T, Busta Fabbricati comunali. Palazzo Pellegrini.

[4] A.C.T, Busta Fabbricati comunali. Palazzo Pellegrini.

[5] A.C.T, Busta Fabbricati comunali. Palazzo Pellegrini.

[6] Il mandamento era una circoscrizione amministrativa sovracomunale intermedia tra il circondario e il comune, introdotta con la legge Rattazzi (Regio Decreto n. 3702 del 23.10.1859) e vigente fino al 1923, che svolgeva alcune funzioni amministrative e giudiziarie. In ambito giudiziario corrispondeva all'ambito di competenza territoriale di una pretura.

[7] A.C.T, Busta Fabbricati comunali. Palazzo Pellegrini.

[8] A.C.T, Busta Fabbricati comunali. Palazzo Pellegrini.

[9] A.C.T, Busta Fabbricati comunali. Palazzo Pellegrini.

[10] Come si vedrà, per i locali degli uffici governativi , il Comune di Tregnago percepiva un affitto da parte degli altri Comuni del Mandamento che si servivano di tali uffici.

[11] A.C.T, Busta Fabbricati comunali. Palazzo Pellegrini.

[12] A.C.T, Busta Fabbricati comunali. Palazzo Pellegrini.

[13] A.C.T, Busta Fabbricati comunali. Palazzo Pellegrini.

[14] Il 19 luglio 1857 Pellegrini scrisse che 3 mesi dopo la cancellazione dell’ipoteca Contarini il comune avrebbe dovuto versare 6.000 lire, l’11 novembre avrebbe dovuto pagare 13000 lire per un totale di 19000 lire ma il comune aveva pagato in varie rate solo 18.717 lire e 56 centesimi, perciò mancavano ancora 282 lire e 44 centesimi. Chiese perciò il versamento della somma dovuta e gli interessi dall’11 novembre fino al giorno del pagamento.

Il 6 ottobre 1858 Lavagnoli scrisse al Regio Commissariato che il conte Pellegrini lamentava il non avvenuto pagamento della terza rata della somma a lui dovuta. 

Il 19 aprile 1859 la delegazione provinciale informò il comune di Tregnago che Pellegrini chiedeva il pagamento di 366,32 fiorini del pagamento scaduto e 13.000 lire equivalenti a 4.550 fiorini della rata in scadenza il 10 agosto 1859. Seguirono poi le verifiche del caso. La busta contiene vari fogli di calcoli per le somme versate dagli azionisti e le porzioni di terreno acquistate da ciascuno. Cfr. A.C.T, Busta Fabbricati comunali. Palazzo Pellegrini.   

[15] A.C.T, Busta Fabbricati comunali. Palazzo Pellegrini.

[16] A.C.T, Busta Fabbricati comunali. Palazzo Pellegrini.