Palazzo Pellegrini: la struttura architettonica

 

Il palazzo noto come Villa Pellegrini oggi appare decontestualizzato rispetto all’ambiente circostante essendo ciò che rimane di una tipica villa di campagna dei secoli scorsi. Lo vediamo circondato da edifici vari, con una parete laterale e la parete nord che si affacciano direttamente su due delle strade principali del paese e con una piazza davanti che, a chi la osserva per la prima volta, può sembrare il suo ex giardino, ma non è così. In passato, infatti, l’edificio faceva parte di un complesso formato da altri rustici e aveva davanti un brolo circondato da muri[1] ma di dimensioni molto inferiori rispetto all’odierna piazza.

La struttura attuale del palazzo è quella settecentesca con alcune modifiche interne praticate nel 1913 quando fu adibito a sede municipale. In realtà, però, nella parte centrale è possibile scorgere i resti di una più antica torre colombara,  che fanno presumere, assieme ad altri particolari, una data di edificazione antecedente al XVIII secolo con successive modificazioni e aggiunte. Occorre qui ricordare che la stratificazione degli interventi edilizi è frequente in edifici del genere in cui appaiono evidenti la matrice tardomedievale e le trasformazioni esercitate in funzione di una loro riqualificazione funzionale[2].  

La costruzione è formata da tre piani e la parte centrale appare sormontata da un attico con timpano triangolare; i muri sono costruiti con ciottoli di fiume, sabbia e calce mentre le connessioni tra le pareti perpendicolari e i rinforzi degli angoli sono formati da blocchi di pietra di maggiori dimensioni e regolarizzati.

La facciata principale – rivolta verso sud come tutte quelle delle altre ville presenti in paese e nella Val d’Illasi costruite dal primo Cinquecento in poi – è, come già si è detto, tipicamente settecentesca. La parte centrale ha una maggiore altezza rispetto alle laterali per la presenza di un attico sormontato da un timpano triangolare con cornice modanata sporgente su cui si trovano ai lati due statue di pietra e, al centro, una lanterna con nicchia ad arco acuto al vertice. L’attico ha due finestre rettangolari ai lati mentre al centro si nota lo stemma della famiglia Butturini. Ai margini una lesena sostiene il timpano ed è affiancata da un motivo a voluta che conclude la parte elevata. La parte centrale del primo piano è caratterizzata dalla presenza di tre balconi con balaustre in pietra: uno grande centrale e altri due più piccoli ai lati. Al piano terra, il portale principale è ad arco a tutto tondo con chiave di volta a voluta a ghiera e pilastri in pietra decorati con motivi geometrici. Le ali laterali del palazzo sono simmetriche, al piano terra le finestre hanno una semplice cornice in pietra e un davanzale sostenuto da due mensoline a voluta; le finestre del primo piano sono sovrastate da una cornice che le divide da quelle più piccole dell’ultimo piano. Le diverse altezze dei piani, prima degli ultimi restauri, erano evidenziate da cordoli orizzontali [3]. Questi ultimi elementi, come faceva notare anche Virgilio Vercelloni, sono ripetuti in maniera quasi identica in un’altra villa Tregnaghese vicina: villa Fontana[4]. Ora i cordoli non si vedono più ed è stato cambiato anche il colore della facciata principale che prima delle ultime modifiche era rossiccia.

 

L’interno dell’edificio e i dipinti del Porta

 

All’interno dell’edificio, interessanti e di un certo pregio sono gli affreschi eseguiti nel salone principale, quello adibito a sala consigliare, da Andrea Porta nel 1760.

Prima di passare a una descrizione degli affreschi, può però essere utile fare qualche accenno alla vita e alle opere di questo artista piuttosto noto per aver lavorato in molte ville della campagna veronese nella seconda metà del XVIII secolo.

 

La vita e le opere di Andrea Porta

 

Andrea Porta, figlio del pittore Tommaso e di Elisabetta Tranquillini, nacque a Verona intorno al 1720: secondo Giandomenico Romanelli proprio in quell’anno[5], mentre Francesco Butturini [6] - basandosi su ricerche personali effettuate su documenti d’archivio – ne anticipa la nascita nel maggio o giugno del 1719. Durante la sua vita l’artista si spostò tra molte località del Veronese e del Vicentino per svolgere la sua attività di pittore di paesaggi, tema molto in voga nel XVIII secolo per la decorazione dei saloni delle ville signorili cittadine e di campagna. Dapprima dipinse insieme al padre e, in seguito, seguì la sua inclinazione preferendo la semplicità di costruzione delle scene coniugata con una certa attenzione naturalistica.

Le tappe della sua attività ci sono note grazie all’abitudine che egli aveva di firmare e datare i lavori. La prima sua opera datata risale al 1748 ed è un quadro che fa parte di una serie di otto di una collezione privata veronese. Nel 1756 lavorò ad Illasi nella villa Pompei-Carlotti; nel 1760 dipinse a Tregnago nella villa Butturini e, nel 1763, firmò alcuni quadri che attualmente si trovano nel Seminario Vescovile di Verona.

Il periodo migliore per la sua attività, però, fu quello tra il 1774 e il 1786. In questi anni, infatti, lavora molto nella provincia veronese: a Cengia di Negarine, a San Martino Buon Albergo, nella Sala Verde della villa Sagramoso-Perez-Pompei a Illasi, nella villa Maffei a Mezzane di Sotto. Altri quadri a tempera su muro e a olio del 1793 e del 1795 sono oggi in alcuni palazzi a Verona. L’ultimo suo lavoro importante è datato 1796 e si tratta della decorazione dell’ex studiolo del vescovo della città scaligera composta da nove scomparti: quattro sopraporte, un oblungo e quattro rettangolari.

La lunga e laboriosa vita del Porta si concluse l’11 gennaio 1805.

L’opera di Andrea può essere inserita in quella più generale della bottega paterna in cui lavorarono più figli di Tomaso: sicuramente anche Agostino, il primogenito, vi fece parte. Le prime opere di Andrea erano di imitazione di quelle paterne e seguirono lo stile della bottega ma ben presto egli affinò un gusto proprio basato sulla pittura arcadica di alcuni suoi contemporanei. Osservando attentamente la natura, il Porta tentò di stabilire un dialogo con essa, in un primo tempo si ispirò all’Arcadia e alle opere dello Zuccarelli[7] ma in seguito si accostò ad altre correnti come il Neoclassicismo, il Neoarcadismo e il Protoromanticismo, fino ad arrivare ad una visione illuministica della natura. Quest’ultima non appariva più solo ben curata e bucolica e non più abitata solo da dame e pastorelli. Comparvero le opere realizzate dall’uomo: castelli, ponti, chiese e case.

I soggetti sono per lo più di carattere agreste ed egli acquisì una certa abilità nel ritrarre gli animali, oltre agli alberi e ai corsi d’acqua che conferiscono comunque serenità ma talvolta anche una certa malinconia all’insieme. L’artista, però, non riuscì quasi mai a raggiungere quella vena poetica tipica dei lavori di alcuni artisti suoi contemporanei, poiché la sua pittura era spesso di mestiere e poco creativa.  

 

I dipinti del salone principale

 

I dipinti del palazzo tregnaghese probabilmente costituiscono la prima importante e personale commissione di Andrea che ormai aveva raggiunto una certa notorietà, oltre ad una discreta abilità nella tecnica dell’affresco e sono forse i lavori meglio riusciti della prima fase della sua attività. Di essi abbiamo una collocazione cronologica ben precisa: l’affresco posto sulla sopraporta a destra raffigurante il pescatore e il cane reca data e firma: Andrea Porta F. 1760 9bre.

  Il complesso delle decorazioni della sala è costituito da sei scomparti incorniciati da stucchi: quattro sopraporte e due orizzontali. Per la loro realizzazione il Porta si ispirò, secondo Butturini, ai lavori dello Zuccarelli e di Domenico Pecchio[8] oltre ad alcuni temi paterni.

Rispetto ad altre opere precedenti del pittore, in questi affreschi i colori sono tenui e morbidi vanno dal verde degli alberi all’azzurro del cielo e dell’acqua per arrivare alle tonalità calde della terra. La pennellata è leggera, la luce è quella del tramonto.

Gli affreschi sono stati restaurati, prima degli ultimi lavori, nel 1966 da Pierpaolo Cristani che, con il suo intervento, ne ha mantenuto le caratteristiche cromatiche originarie pur ravvivando i colori.

 

[1] Così appare anche nella mappa del Catasto Napoleonico del 1813.

[2] Cfr. S. FERRARI (a cura di), Ville venete: La provincia di Verona, Venezia 2003, p. XXV.

[3] Per le notizie descrittive del palazzo dal punto di vista architettonico si veda: S. FERRARI (a cura di), Ville venete: La provincia di Verona, pp. 553-554.

[4] Cfr. V. VERCELLONI,  Tregnago, una borgata del Veronese nella storia dell’architettura, in Architetti Verona, n. 10, p. 18.

[5] G. ROMANELLI, Andrea Porta, in P. BRUGNOLI (a cura di), Maestri della pittura veronese, Verona 1974, p. 387.

[6] Notizie dettagliate sulla vita e sulle opere di Andrea Porta sono reperibili in F. BUTTURINI, Tommaso, Andrea Porta e Agostino paesisti veronesi del Settecento, Verona 1977.

[7] Francesco Zuccarelli nacque a Pitigliano, in provincia di Grosseto, nel 1702. Fu inizialmente un pittore di soggetti storici ma, trasferitosi a Venezia, si rivolse alla pittura di soggetto arcadico. Lavorò molto in Inghilterra dove influenzò importanti pittori locali in maniera particolare il suo stile fu ripreso da Joshua Reynolds. Lavorò in molte ville e palazzi dell'aristocrazia veneta e lombarda ma la maggior parte delle sue pitture sono ancora oggi in Inghilterra. Morì a Firenze il 30 dicembre 1788.

[8] Domenico Pecchio era un pittore nato a Casaleone (VR) nel 1687 e morto a Verona nel 1760. I suoi dipinti di paesaggi hanno influito moltissimo sull’opera di Andrea Porta sia per quanto riguarda i soggetti che per lo stile.